I provider hanno il dovere di operare filtri tecnologici nei confronti di coloro che si connettono al sito Pirate Bay. E’ quanto hanno sostenuto dinanzi al giudice norvegese i legali del consorzio, formato da 23 aziende, che rappresenta gli interessi dei produttori di contenuti locali. L’apertura del fascicolo si è resa necessaria a fronte del rifiuto di Telenor, il principale Internet Service Provider del paese, di filtrare le connessioni dei propri abbonati.
“Telenor ha sia l’obbligo morale che la tecnologia necessaria a fare in modo che gli utenti norvegesi smettano di utilizzare The Pirate Bay” argomenta il legale Rune Ljostad nella ricostruzione fatta da Punto Informatico. Tanto più che, almeno stando alle major, il mancato blocco da parte dell’ISP avrebbe avuto un impatto considerevole (e negativo) sugli introiti delle case discografiche, ed un corrispondente impatto positivo su quelli della stessa Telenor. “Sappiamo – ha detto l’avvocato – che gran parte dei netizen norvegesi viola il copyright a mezzo file sharing e non vi è alcun dubbio che l’azienda guadagni una quantità considerevole di denaro grazie a tale attività illegale”.
Il provider incriminato, per sua parte, si è difeso invocando i principi della legge norvegese in materia, secondo i quali il fornitore di connettività non è imputabile di alcuna responsabilità rispetto ai contenuti veicolati dai suoi abbonati.
Di seguito alcuni articoli di interesse recentemente comparsi sui quotidiani italiani ed internazionali in materia di diritto e internet:
Copyright è diritto d’autore e non d’editore [La Stampa]
Studenti di medicina inglesi si inviavano dati sanitari dei pazienti via social network [The Register]
La riforma del diritto d’autore secondo Cassinelli [Zeus News]
USA: la FCC chiede piena trasparenza da parte di blog e blogger [Punto Informatico]
Fanno registrare tassi di accesso sempre più cospicui, assorbono ovunque una porzione crescente del tempo- internet dei navigatori e cominciano anche ad acquisire rilevanza nelle strategie operative dei dipartimenti marketing e vendite. Ma ciononostante i social network restano un bel problema per le aziende. Non solo per gli evidenti rischi che comportano in termini di perdita di produttività individuale, ma anche per le minacce che pongono in materia di diffusione indebita delle informazioni aziendali e, più in generale, per i danni che eventuali comportamenti irresponsabili dei dipendenti possono procurare alla reputazione aziendale.
Che fare? Alcune aziende- soprattutto in Europa- si sono fin qui limitate ad inibire l’accesso dei propri dipendenti a piattaforme come Facebook, MySpace e Twitter. Altre hanno invece optato per una via più aperta, cercando di approntare delle policy specifiche in grado di guidare i dipendenti all’impiego “responsabile” degli spazi sociali in rete. E la scelta a favore dell’approccio “soft” trova anche autorevoli sponsor nella letteratura specialistica: in un recente blogpost intitolato “Social Media Usage: Less Lawyering, More Encouraging” i redattori della Harvard Business Review suggeriscono la necessità per le aziende di affrancarsi dallo scetticismo nei confronti del web sociale per valorizzarne al massimo le potenzialità di business. “Il possesso di una adeguata policy in materia di social network è imprescindibile per qualsiasi organizzazione contemporanea [...] E nel momento in cui la si crea, val la pena di pensarla in maniera costruttiva, e non soltanto come un modo per prevenire problemi”. Secondo gli autori, il messaggio veicolato dalla policy aziendale dovrebbe ruotare intorno a cinque caposaldi fondamentali:
1. Vogliamo che i nuovi strumenti siano impiegati, e che siano impiegati in modo utile per il business
2. Vogliamo che voi stessi (i dipendenti) ci diate una mano ad individuare le buone pratiche in materia;
3. ci aspettiamo che sappiate distinguere in modo appropriato tra impiego personale, impiego professionale ed impiego aziendale dei social network;
4. La responsabilità in materia di gestione dei rischi è condivisa tra tutti i membri dell’organizzazione;
5. Siamo pronti ad incentivare e premiare gli impieghi più virtuosi dei social network per le finalità aziendali
Presentiamo qui di seguito una selezione di articoli comparsi questa settimana sulla stampa italiana ed internazionale. Buona lettura!
Francia: nuovo esame di costituzionalità per la Legge HADOPI [Intellectual Property Watch]
Pirate Bay torna online [The Register]
La Cassazione: il dissequestro di Pirate Bay va rivisto [Punto Informatico]
Alcune riflessioni sulla neutralità della rete [Quinta's Blog]
Pubblicità online, l’Avvocato Generale dell’UE si pronuncia a favore di Google [Reuters Italia]
Telecom Italia ha annunciato l’intenzione di lanciare un servizio di micro- pagamenti via cellulare. L’applicazione, sviluppata in partnership con il Consorzio Movincom, dovrebbe diventare operativa già nel 2010.
Dal punto di vista tecnico il servizio è imperniato sull’impiego di carte SIM di nuova generazione, all’interno delle quali viene installata un chip ad hoc. Grazie all’applicazione i consumatori saranno messi in condizione di svolgere pagamenti di ogni tipo, dal pagamento dei parcheggi agli acquisti al supermercato. Ogni transazione sarà identificata da un SMS univoco, inviato dal cellulare del “pagatore” verso l’individuo o l’organizzazione destinataria.
“Dopo essere diventato uno strumento di comunicazione indispensabile” dice il Responsabile Domestic Operations di Telecom Italia Oscar Cicchetti “il telefono cellulare sta diventando ora un ‘ponte’ vero e proprio verso internet, i contenuti e i servizi. [...] E nel futuro prossimo diventeranno sicuramente anche uno strumento potente e sicuro per i pagamenti e l’identificazione personale.”