Direttore Scientifico: Prof.ssa Avv. Giusella Finocchiaro
Curatrice Editoriale: Dott. Giulia Giapponesi

posted by admin on gennaio 29, 2010

ISP, Responsabilità dei provider, Web 2.0

(No comments)

timeLo schema di decreto che recepisce la direttiva UE sugli audiovisivi sta suscitando dure reazioni sia interne che internazionali.

Time Magazine ha definito le misure del decreto come “senza precedenti nelle democrazie occidentali” (unprecedented among Western democracies), sottolineando come questo provvedimento darebbe allo Stato il controllo su ogni contenuto audiovisivo in rete obbligando chiunque carichi un video a ottenere una licenza dal Ministero delle Comunicazioni. L’articolo confronta in più passaggi l’Italia alla Cina, suggerendo come il vero bersaglio del Governo sia Google-YouTube, in relazione alla causa fra Mediaset e il colosso internazionale (Like in China, the government’s main target is Google, which is in an ongoing battle with Mediaset over copyright revenue for network programming that winds up on YouTube).

Anche da Bruxelles arrivano reazioni critiche verso lo schema di decreto. Lo annuncia l’agenzia Reuters secondo la quale fonti comunitarie riferiscono perplessità sulle nuove responsabilità che il decreto impone non solo a fornitori di servizi come YouTube, ma anche agli Internet Service Provider. Oltre a ciò, la Commissione Europea sarebbe anche in procinto di aprire una procedura d’infrazione contro l’Italia per la mancata notifica del decreto, attesa entro il 19 dicembre scorso.

Sul fronte interno, Corrado Calabrò, Presidente dell’Autorità garante delle comunicazioni, ha espresso vari dubbi sullo schema di decreto davanti alla commissione Lavori pubblici del Senato. In particolare ha osservato come la delega all’Esecutivo risulti troppo ampia e ha lamentato una sottrazione di competenze all’Agcom.

Anche l’opposizione si è mossa contro il decreto Romani con un appello in difesa del web (scritto da parlamentari Pd, Idv, Udc) che chiede al governo di «cancellare dal decreto Romani le norme censorie sul web» (l’autorizzazione ministeriale per i video, l’obbligo di rettifica per i tg, il copyright). Parallelamente il Pd ha anche presentato un disegno di legge nel quale si chiede di garantire pluralismo informatico e parita’ di accesso a internet.

posted by admin on gennaio 28, 2010

Diritto d'autore e copyright

(No comments)

communia-logoIl 25 gennaio Communia, la rete tematica europea che da tre anni porta avanti un progetto sul dominio pubblico digitale, ha pubblicato The Public Domain Manifesto. Si tratta di un documento che riporta i principi generali e le questioni più rilevanti intorno al concetto di dominio pubblico, inteso come il capitale di cultura condivisa libero dagli sbarramenti di accesso o di riutilizzo tipicamente connessi alla protezione del copyright.

Lo scopo del Manifesto è sottolineare il ruolo capitale del dominio pubblico culturale in campi come l’educazione, la scienza, il patrimonio culturale e l’informazione del settore pubblico. Un solido e prospero dominio pubblico è visto come prerequisito essenziale per assicurare i principi contenuti nell’art.27 della Dichiarazione Universale Dei Diritti Umani: ogni individuo ha diritto di prendere parte liberamente alla vita culturale della comunità, di godere delle arti e di partecipare al progresso scientifico ed ai suoi benefici.

Il Manifesto vuole quindi contrastare la tendenza della società digitale a relegare la questione del dominio pubblico digitale in secondo piano rispetto alle discussioni sulla protezione del copyright. Si propone perciò di preservare e diffondere i principi sui quali si fonda il concetto di informazione libera, nella quale rientrano  non solo tutte le opere che non sono più protette da copyright o non lo sono mai state, ma anche il materiale culturale che può essere usato con libero accesso, grazie a licenze come Creative Commons.

Il principio generale è che il pubblico dominio culturale dovrebbe essere la regola e il copyright l’eccezione, perciò la protezione del copyright dovrebbe durare solo il tempo necessario a raggiungere un equilibrio tra la ricompensa economica dovuta agli autori e il bisogno di diffusione culturale della società. Inoltre ciò che è di pubblico dominio dovrebbe rimanere per sempre tale e non dovrebbe essere possibile reclamare diritti esclusivi di riproduzione tecnica.

Nel documento è insita una decisa critica alla tendenza da parte delle istituzioni normative al periodico allungamento dell’estensione temporale del copyright e alla mancata disposizione di regole che proteggano il dominio pubblico culturale da appropriazioni indebite. A questo proposito il Manifesto sprona i ministeri dei beni culturali nazionali ad assumersi il ruolo di protettori del public domain contro gli interessi dei privati.

Firmato da molte importanti organizzazioni a favore della cultura libera e da molti intellettuali accademici, fra cui Lawrence Lessig, il documento è aperto alla libera sottoscrizione. Il form si trova in fondo alla pagina del Manifesto.

Nonostante l’obbligo per gli avvocati di dotarsi di posta elettronica certificata entro il 30 novembre 2009 (d.l. 185/2008), la circolare ministeriale 133 del 7 gennaio 2010 rinvia l’utilizzo della PEC standard nella notificazione degli atti giudiziari fino a nuovo ordine.

La circolare rende noto che non è possibile procedere nell’immediata utilizzazione della PEC per la trasmissione di atti giudiziari come rappresentato dal d.l. 193/2009, in quanto lo stesso decreto prevede la preventiva revisione delle regole tecniche del “processo telematico (Dm 17/07/2008 e Dm 10/07/2009).

Alcuni commentatori hanno visto nella preminenza delle norme tecniche del processo telematico sulla posta elettronica certificata un mancato coordinamento tra le innovazioni dettate dal Codice dell’amministrazione digitale e dalla legge 2/2009 e la regolamentazione del processo telematico disciplinata da decreti ministeriali del 2008 e 2009. Bisogna comunque ricordare che fino al d.l. 193/2009 la posta elettronica certificata standard (PEC) e la posta elettronica certificata per il processo telematico (PEC-PCT) sono state considerate come strumenti differenti, regolate da diverse fonti normative e da diversi modelli di identificazione e sicurezza. In particolare, la PEC-PCT deve soddisfare criteri di sicurezza più elevata nella identificazione degli utenti e nella trasmissione dei messaggi.

Alcuni professionisti forensi hanno lamentato lo stato di impasse provocato dalla circolare, soprattutto in relazione al fatto che gli afferenti all’Ordine degli Avvocati sono stati obbligati a munirsi della PEC entro la fine del novembre 2009, per poi trovarsi a non poterla utilizzare nell’attività giudiziaria. Tuttavia si tratta solo di aspettare i tempi tecnici previsti dal d.l.193/2009: entro sessanta giorni dalla conversione in legge del decreto dovrebbe attuarsi l’atteso coordinamento.

posted by admin on gennaio 25, 2010

Web 2.0

(No comments)

tv_test_pattern_3Desta perplessità in rete lo schema di decreto legislativo che attuerà in Italia la direttiva europea 2007/65/CE sugli Audiovisual Media Services (AVMS). Al documento viene principalmente criticata una certa ambiguità con la quale il legislatore italiano definisce ciò che deve essere considerato un servizio media audiovisivo in concorrenza con l’attività televisiva tradizionale.

Nell’epoca della convergenza mediatica, la direttiva UE è volta a garantire la medesima disciplina su tutte le attività televisive, anche tra piattaforme tecnologiche caratterizzate da differenti modalità di fruizione, come ad esempio tra canali televisivi tradizionali e servizi di video a richiesta su internet.

Ed è proprio sulla definizione di servizio di media audiovisivo in rete che si incentrano le critiche mosse allo schema di decreto legislativo italiano. La direttiva comunitaria (nel considerando 16) specifica espressamente che non rientrano nella definizione “le attività precipuamente non economiche e che non sono in concorrenza con la radiodiffusione televisiva, quali i siti internet privati e i servizi consistenti nella fornitura o distribuzione di contenuti audiovisivi generati da utenti privati a fini di condivisione o di scambio nell’ambito di comunità di interesse”.

Lo schema di decreto italiano omette quest’importante specificazione, limitandosi ad escludere dalla nozione di servizio media audiovisivo “i servizi prestati nell’esercizio di attività principalmente non economiche e che non sono in concorrenza con la radiodiffusione televisiva” e scostandosi dalla direttiva UE nel sottolineare che “rientrano nella predetta definizione (di servizi di media audiovisivo n.d.r. ) i servizi, anche veicolati mediante siti internet, che comportano la fornitura o la messa a disposizione di immagini animate, sonore o non, nei quali il contenuto audiovisivo non abbia carattere meramente incidentale”(comma 1, art. 4).

Scompare quindi dalla definizione di servizi media audiovisivi la specifica esclusione dei siti di condivisione di contenuti generati dagli utenti. Questa omissione del decreto sembra puntare all’equiparazione tra fornitori di servizi che ospitano video e canali televisivi; non solo YouTube, già da mesi nell’occhio del ciclone dell’attività giudiziaria italiana, ma tutti i siti nei quali gli utenti postano video: Facebook, Wordpress, Vimeo ecc.

Inoltre la pubblicazione su internet di video a carattere “non meramente incidentale” potrebbe far ricadere un qualsiasi videoblog, anche all’interno di un’attività non economica, nella definizione di servizio di media audiovisivo e come tale soggetto alle stesse regolamentazioni e controlli di un canale tv, a cominciare dall’autorizzazione ministeriale.

Lo schema di decreto legislativo lascia perciò molti dubbi circa la definizione del suo ambito operativo portando molti esperti ad interrogarsi sulle possibili motivazioni dietro allo scostamento dalla definizione di servizio media audiovisivo data dalla direttiva europea.

posted by admin on gennaio 22, 2010

Computer Crimes

1 comment

google chinaSan Francisco – Google dice stop all’autocensura che si era imposto per penetrare nel mercato cinese. L’annuncio pubblicato sul blog del motore di ricerca parla di una dura decisione presa in seguito ad alcuni sofisticati attacchi informatici di provenienza cinese. Da un’indagine della compagnia di Mountain View risulta infatti che lo scorso dicembre i siti di Google e di altre importanti aziende operanti in ambito tecnologico abbiano subito furti di dati informatici. In particolare è emerso che lo scopo principale degli attacchi a Google era quello di accedere alle caselle di posta Gmail di alcuni noti attivisti per i diritti umani in Cina.

La decisione di rendere note al pubblico queste intrusioni, si legge nel blog di Google, è stata presa non solo per questioni di sicurezza informatica e per l’implicazione degli attivisti umanitari, ma soprattutto per il fatto che questa vicenda punta al cuore del dibattito globale sulla libertà di espressione in rete. La gravità di questi attacchi, continua il blog, costringe Google a ripensare la praticabilità del suo rapporto di affari con la Cina e, in quest’ottica, la prima risoluzione del motore di ricerca è quella di fermare la censura dei siti malvisti dal governo cinese, anche se questo potrebbe implicare la chiusura di Google China.

Per quanto la scelta sia motivata dai fatti esposti, la decisione di togliere i filtri di censura sembra più che altro una risposta da parte del motore di ricerca alle critiche che accompagnano l’avventura del Google cinese fin dalla sua comparsa nel 2006. Più volte, infatti, voci di intellettuali e attivisti avevano contestato all’azienda la condiscendenza verso le volontà antidemocratiche del governo di Pechino, accusandola di sacrificare i diritti umani sull’altare di uno dei più grandi mercati mondiali, stimato oggi più di 600 milioni di dollari. Dal canto suo, la compagnia di Mountain View si era sempre difesa dicendo di avere accettato le condizioni di Pechino in nome dei benefici che l’aumento generale di informazione avrebbe apportato al popolo cinese, ma oggi sembra non pensarla più così, a costo di chiudere.

Le ripercussioni economiche di questa scelta si sono già fatte sentire. All’indomani della dichiarazione del motore di ricerca, il titolo di Google ha registrato un -1,3% mentre il suo principale concorrente cinese, il motore di ricerca Baidu, ha guadagnato l’11%.

Il governo cinese intanto rassicura: “in Cina Internet è aperta, noi incoraggiamo lo sviluppo di Internet”. Ma in una dichiarazione sul sito ufficiale dell’informazione di stato, il portavoce Wang Chen ricorda alle compagnie digitali, senza citare direttamente Google, la necessità di conformarsi ai controlli internet e di assumersi la propria “responsabilità sociale”.

Aspettando quello che sembra un inevitabile compromesso tra le due posizioni, si assiste ad uno scontro fra la più grande azienda digitale globale e gli interessi di una nazione incentrato nuovamente sulla responsabilità del controllo dei contenuti.

Immagine 1A pochi giorni dall’ordinanza del Tribunale di Roma sulla rimozione delle clip del Grande Fratello, ora anche Vittorio Sgarbi chiede a YouTube che vengano rimosse le immagini fisse o in movimento che lo riguardano.

Secondo i legali del critico d’arte, la piattaforma di video-sharing avrebbe violato i diritti di utilizzazione e sfruttamento economico dell’immagine di Sgarbi nella diffusione di alcune clip estratte da programmi televisivi della RAI. Per questo motivo Google-YouTube è stata diffidata dal politico, che chiede la rimozione immediata di tutti i contenuti in cui compare. In caso contrario, hanno annunciato gli avvocati, si procederà con un ricorso al Tribunale di Camerino (di competenza perché Sgarbi risiede a San Severino Marche) per la richiesta di un risarcimento danni pari a 10mila euro per ogni minuto o frazione di diffusione diretta o indiretta.

In un’intervista al giornale La Stampa Vittorio Sgarbi ha spiegato che la diffida riguarda solo i programmi della RAI perché la rete non possiede i diritti di utilizzo della sua immagine a differenza di Mediaset (fatto salvo il diritto di informazione N.d.R.).

La diffida viene a movimentare la relazione fino ad ora amichevole fra RAI e YouTube, nella quale il servizio televisivo pubblico acconsente alla diffusione di estratti di programmi, avvalendosi dello strumento di verifica per il controllo dei contenuti protetti da copyright messo a disposizione dalla piattaforma di video-sharing.

Il contenzioso legale profilato dagli avvocati di Sgarbi rientra quindi nella dibattuta questione della responsabilità dei provider. A YouTube è stata nuovamente contestata l’abusiva diffusione di un’opera dell’ingegno coperta dai diritti d’esclusiva. La richiesta dei legali di Sgarbi, se accolta dall’eventuale ricorso al Tribunale di Camerino, andrebbe così ad inserirsi tra le interpretazioni che vedono nel d.lgs.70/2003 l’obbligo di vigilanza da parte dei fornitori di servizi sui contenuti generati dagli utenti, tra le quali la recente decisione della Cassazione sul caso The Pirate Bay

the_pirate_bay_logoLa conferma del sequestro del famigerato sito di condivisione di file torrent porta nuovamente in primo piano il tema delle responsabilità dei provider. La Suprema Corte infatti ha nuovamente imposto agli ISP l’impiego di filtri che neghino l’accesso da parte degli utenti alla Baia dei Pirati.

La vicenda giudiziaria italiana di The Pirate Bay è iniziata nell’agosto 2008, quando il GIP di Bergamo ha stabilito la responsabilità del sito svedese nel favoreggiamento della violazione del diritto d’autore e ha disposto l’esclusione dell’accesso al sito da parte dei fornitori di connettività alla rete. Un provvedimento sospeso poi dal Tribunale del Riesame che, pur riconoscendo l’illiceità dell’attività della Baia dei Pirati, ha decretato l’illegittimità del sequestro: la mancata fisicità propria di un sito internet fa ricadere la responsabilità del collegamento su terze parti estranee al reato (gli ISP), risolvendosi in un’inibitoria atipica, non conforme all’art.321 c.p.p.

Ma la Cassazione ha annullato l’ordinanza di dissequestro: l’immaterialità di un sito internet non pregiudica la possibilità di apporvi un vincolo, e per i provider sussiste «un obbligo generale di sorveglianza sui flussi telematici in transito sui propri sistemi». La Suprema Corte ha ordinato quindi che gli ISP escludano l’accesso da parte degli utenti a The Pirate Bay al fine di precludere l’attività illecita di diffusione di opere protette da diritto d’autore.

Tecnicamente, questo blocco di accesso, definito impropriamente “sequestro”, ha in realtà le caratteristiche di un oscuramento: tramite filtri nel Domain Name System, la richiesta dell’apertura di una pagina web mediante l’indirizzo testuale non viene risolta dai server in un indirizzo numerico IP, inibendo di fatto l’accesso al sito. Un sistema facilmente aggirabile da qualsiasi utente, grazie alle numerose guide che spiegano le procedure per cambiare i server DNS forniti dall’ISP.

E proprio sull’inutilità dei filtri di navigazione verte una delle principali critiche che l’Associazione Italiana Internet Provider muove alla sentenza della Cassazione, di cui denuncia gli “effetti devastanti”. «È ampiamente dimostrato», sostiene l’AIIP nel suo comunicato, «che i filtri funzionano solo ed esclusivamente se l’utente “filtrato” è disponibile a collaborare o se il provider è l’ultimo anello della connessione che porta al sito in questione (l’hosting provider). Dunque, se il filtraggio tecnicamente non funziona, è anche inidoneo a costituire modalità di esecuzione dell’inibitoria ed, in generale, ad impedire che il reato venga commesso». Inoltre, secondo l’associazione «se atti illeciti sono stati commessi e se sono stati commessi in Italia, i soli a dover rispondere sono coloro che li hanno commessi. Non è ancora chiaro a tutti che se si deve disporre il sequestro di un sito, questo deve essere eseguito presso il fornitore del servizio di hosting».

La denuncia dell’AIIP è solo l’ultima delle proteste contro l’attribuzione di responsabilità ai provider, non solo agli ISP , sui contenuti veicolati. La recente sentenza del Tribunale di Roma sul caso del Grande Fratello su YouTube ha sollevato un’analoga reazione da parte dell’hosting provider, che in questo caso declinava ogni responsabilità sul contenuto generato dagli utenti. Il Tribunale di Roma aveva decretato che le responsabilità di YouTube non erano riconducibili a un generale obbligo di sorveglianza dei fornitori di servizi rispetto ai contenuti «che si risolverebbe in una inaccettabile responsabilità oggettiva», ma sussistevano sulla base dell’organizzazione e della gestione dei contenuti operata da YouTube. Ora la Cassazione però ha profilato anche un “obbligo generale di sorveglianza” dell’ISP sui contenuti della rete: proprio ciò che il Tribunale di Roma considerava una’inaccettabile responsabilità oggettiva.

È ormai evidente come sul tema delle responsabilità dei provider la giurisprudenza abbia adottato una valutazione caso per caso.

posted by admin on gennaio 19, 2010

Miscellanee

(No comments)

Immagine 1E’ dedicato ai reati informatici il prossimo appuntamento con gli Incontri su Diritto e Innovazione Tecnologica, che si tengono ad Alma Graduate School con il coordinamento scientifico della Prof. Avv. Giusella Finocchiaro.

Relatore del seminario sarà il Consigliere Giuseppe Corasaniti, Magistrato Ordinario presso il Tribunale di Roma. Nel corso dell’incontro saranno esaminati i profili più rilevanti della disciplina penalistica dei reati informatici. Sarà, inoltre, oggetto di analisi il D.lgs. 231 del 2001 che ha introdotto nel nostrio ordinamento la responsabilità amministrativa degli enti collettivi per i reati compiuti dai soggetti appartenenti alla compagine sociale.

L’appuntamento è per giovedì 21 gennaio, a partire dalle ore 15, presso l’abituale sede di Villa Guastavillani, Bologna. Maggiori informazioni sono disponibili sul sito web di Alma Graduate School a questo indirizzo.

posted by admin on gennaio 18, 2010

PA telematica

(No comments)

egovernment_leftimgVi proponiamo di seguito il Rapporto sullo stato di informatizzazione della Pubblica Amministrazione, completato dalla I Commissione della Camera dei Deputati nel Dicembre 2009 e pubblicato sul sito di  Astrid. Nel corso dei lavori di stesura è stata ascoltata come esperta della materia la Prof.ssa Giusella Finocchiaro.
Ecco il link al documento. Buona lettura.

posted by admin on gennaio 12, 2010

Web 2.0

1 comment

zuckLe informazioni inserite dagli utenti all’interno dei social network dovrebbero essere naturalmente pubbliche ed accessibili a chiunque, e lo stesso concetto di privacy avrebbe bisogno di essere ripensato alla luce del web sociale. E’ questo il cuore dell’argomentazione proposta da Mark Zuckerberg, fondatore ed amministratore delegato di Facebook, nel corso di un’intervista rilasciata al noto blog tecnologico Techcrunch.

Rispondendo alle domande dell’intervistatore rispetto ai recenti cambiamenti apportati ai termini di servizio di Facebook, che rendono visibili a tutti le informazioni personali degli utenti,  Zuckerberg ha spiegato che il concetto di privacy andrebbe radicalmente ripensato. Riportiamo di seguito la trascrizione letterale dei passaggi più significativi:

“Negli ultimi 5 o 6 anni i blog si sono diffusi enormemente, e con essi tutti i vari servizi che consentono agli utenti di condividere le loro informazioni personali. I cittadini si sono abituati non solo a condividere più dati e di più tipi, ma anche a farlo in maniera più aperta e davanti ad un numero sempre maggiore di persone. Si tratta di un’abitudine sociale che si è semplicemente evoluta nel corso del tempo” . Da qui, ha aggiunto Zuckerberg, una precipua visione del ruolo dei social network: “Pensiamo sia nostro compito continuare ad innovare e migliorare il nostro sistema in maniera da riflettere i cambiamenti in atto nelle norme sociali”.

E ancora “I cambiamenti che abbiamo recentemente introdotto riflettono il desiderio di mantenere una visione innovativa, da start- up. Perché è assecondando i cambiamenti in atto nelle abitudini delle persone che le abbiamo realizzate”.

Queste affermazioni marcano uno spartiacque preciso rispetto alla filosofia ed alla pratica dei social network così come li abbiamo conosciuti fino ad oggi. Fino a ieri, infatti, la “regola d’ingaggio” fondamentale di tutte le maggiori piattaforme social era che le informazioni personali potessero risultare visibili soltanto a coloro che l’utente accettava come amici. Adesso, i nuovi termini di servizio proposti da Facebook rovesciano questo assunto, rendendo potenzialmente visibili a chiunque tutti i dati caricati da chiunque altro. E Zuckerberg rincara, proponendo di ripensare il modo stesso in cui ci rapportiamo alla nostra informazione in rete.