Sulle responsabilità dei provider giunge dall’Australia una sentenza in netta controtendenza rispetto alla recente ordinanza della Cassazione sul caso di the Pirate Bay. Uno dei maggiori internet service provider australiani, iiNet, è stato assolto dall’accusa di concorso nella violazione di diritto d’autore commessa dai suoi utenti.
La vicenda legale di iiNet era iniziata nel 2008 quando un gruppo formato dai maggiori studios cinematografici hollywoodiani, riuniti sotto l’egida della Australian Federation Against Copyright Theft, aveva accusato l’ISP di concorso nel reato di violazione del copyright. In particolare, il fatto che iiNet , sebbene informato dagli studios holywoodiani della condotta illecita degli utenti che scaricavano film con BitTorrent, non abbia provveduto a disconnetterli né a diffidarli, rappresentava per l’AFACT una “autorizzazione” alle violazioni.
Ma il giudice ha rigettato l’accusa dichiarando che iiNEt “non è responsabile per gli utenti che utilizzano BitTorrent per infrangere la legge sul copyright…La legge non prevede l’obbligo per nessuna persona di proteggere il copyright di un’altra” sottolineando come l’ISP si sia limitato a fornire un servizio che non è inteso né designato per violare il copyright. Pertanto l’AFACT dovrà coprire le spese legali sostenute da iiNet, per un ammontare di 4 milioni di dollari australiani.
Il giudice ha inoltre evidenziato il fatto che questo caso ha attirato una forte attenzione sia in Australia che all’estero. È stato anche il primo processo australiano ad andare su Twitter.
Il discusso schema di decreto legislativo presentato dal viceministro Paolo Romani ha ottenuto un parere positivo da parte dalle commssioni parlamentari Cultura e Trasporti. Romani era intervenuto mercoledì davanti alle Commissioni dichiarando la disponibilità del Governo ad apporre alcune modifiche al testo. Il documento approvato oggi presenta così 31 richieste di modifica.
Il relatore del testo che riporta il parere della commissioni, Alessio Butti (PdL), ha dichiarato che le principali modifiche per ciò che riguarda internet vertono su una più rigorosa definizione di servizio di media audiovisivo. “Si stabilisce senza equivoco che i blog di video amatoriali, i giornali online, i motori di ricerca, le versioni elettroniche delle riviste non sono disciplinati dalla nuova normativa, sono liberi” ha dichiarato Butti e ha aggiunto: “ho ulteriormente precisato che la responsabilità editoriale incombe su terzi e non sui provider che “ospitano” e trasmettono contenuti realizzati da altri“.
La seconda modifica che concerne la rete è nella richiesta che riguarda la dichiarazione di inizio attività di un sito web per la diffusione di contenuti on demand. La Commissione chiede che sia trasmessa all’Authority anziché al Ministero specificando che la verifica dell’Agcom debba avvienire solo dopo che il sito abbia avviato la sua attività.
Il testo definitivo del decreto dovrebbe arrivare al Consiglio dei Ministri per l’approvazione entro la fine della prossima settimana.
Il contestato sito internet p2pnet.net, famoso per i suoi duri e ripetuti attacchi contro la RIIA (Recording Industry Association of America), ha annunciato l’imminente chiusura per mancanza di fondi.
Il sito, attivo ormai da dieci anni, era divenuto noto per le campagne in difesa degli utenti colpiti dalla politica di persecuzione della RIIA contro il download illegale. Negli ultimi anni sono stati infatti decine di migliaia gli utilizzatori di file-sharing contro i quali la RIIA ha avviato cause legali. Per la maggioranza degli utenti la vicenda si è conclusa con un patteggiamento da qualche migliaia di dollari, ma in due casi si è arrivati fino al processo: ad un utente è stato ordinato di pagare 675.000 dollari, mentre all’altro, reo di avere condiviso 24 canzoni in rete, è stato imposto un pagamento risarcitorio da 1,92 milioni di dollari (recentemente un giudice in seconda istanza ha ridotto la condanna al pagamento a “soli” 54.000 dollari).
Il sito p2pnet e il suo fondatore Jon Newton hanno sempre riservato articoli durissimi contro questi provvedimenti. Sono rimasti famosi gli appellativi irriverenti con cui Newton si riferiva alle quattro major musicali (Universal, Sony/BMG, Warner, EMI) come “the Big 4 Organized Music Cartel” (Il cartello musicale organizzato delle 4 grandi), “the Hate Organizations” (Le organizzazioni dell’odio),”the Curiously Named Recording Industry Association of America” (L’associazione Amricana curiosamente chiamata industria di registrazione), ecc.
Nel suo ultimo post Jon Newton, che è stato anche uno dei primi giornalisti ad accusare Google di assecondare le censure del governo cinese, ha dichiarato:
“Non posso affermare che con p2pnet abbia difeso il mondo, ma ho fatto del mio meglio per svelare i meccanismi dei poteri forti delle multinazionali, portando alla luce le bugie e la corruzione”.
La Commissione Europea ha aperto una procedura d’infrazione contro la Francia a causa della cosiddetta “telecom tax” sugli operatori di telecomunicazioni. La tassa, introdotta lo scorso anno all’interno di una legge di riforma del servizio radiotelevisivo pubblico, prevede che gli operatori di connettività ad internet versino fino allo 0,9% del loro fatturato per sostenere la televisione pubblica francese che non è più finanziata da pubblicità. Secondo il Tesoro, l”importo annuale di questa tassa è stimato essere intorno ai 400 milioni di euro.
Secondo la Commissione questa legge violerebbe però la direttiva europea (2002/20/CE art.12) che stabilisce dei limiti alle tasse imponibili dagli stati membri alle aziende che forniscono connettività. Pertanto ha avviato la procedura d’infrazione inviando un avviso formale al Governo Francese che ora ha due mesi per rispondere con le proprie contro osservazioni.
L’avvio della procedura d’infrazione è stato accompagnato da una dichiarazione di Viviane Reding, il Commissario responsabile dell’informazione e dei media:
“Non solo questa nuova tassa sugli operatori sembra incompatibile con la normativa europea, ma in più riguarda un settore che è uno dei maggiori trainanti della crescita economica. Inoltre, c’è un serio rischio che la tassa sarà trasferita ai clienti in un periodo nel quale stiamo proprio cercando di ridurre la loro bolletta tagliando le tariffe da terminazione e i costi delle chiamate da cellulari, del trasferimento di dati e del roaming degli SMS”.
Con un comunicato del 25 gennaio, il Dipartimento per la Digitalizzazione della pubblica amministrazione e l’Innovazione tecnologica ha reso noto che si è conclusa la selezione delle offerte per la concessione delle servizio di Posta Elettronica Certificata (PEC) gratuita per il cittadino. Primo in graduatoria è risultato il raggruppamento temporaneo di impresa costituito da Poste Italiane, Postecom e Telecom Italia che quindi, con ogni probabilità, si aggiudicherà l’appalto da 50 milioni di euro.
Non desta sorpresa tra i commentatori il risultato di questa selezione; il Disciplinare di Gara prevedeva infatti che la società vincitrice potesse offrire un servizio di sportelli (fisici) al cittadino presente in almeno” l’80% dei comuni italiani con popolazione residente superiore a 10.000 abitanti, con orario di apertura al pubblico, dal lunedì al sabato, 9.00-13.00” inoltre era necessario che l’azienda avesse realizzato servizi di gestione di scambio di dati informatici, di posta elettronica o posta elettronica certificata, di messa a punto, gestione e manutenzione di software applicativi e di assistenza ai clienti per quindici milioni di euro nell’ultimo quadriennio e almeno cinque milioni di euro nell’ultimo anno.
Requisiti, quindi, di difficile soddisfazione (per quanto non impossibile, come sottolineato dal ministro Brunetta) per la maggior parte delle aziende concorrenti a Poste Italiane che, infatti, nel raggruppamento con Telecom, è risultata vincente su Aruba, Fastweb e Lottomatica.
Ora, il raggruppamento d’impresa vincitore avrà il compito di organizzare e gestire l’erogazione della cosiddetta CEC-PAC , Comunicazione Elettronica Certificata tra Pubblica Amministrazione e Cittadino, in pratica una posta elettronica gratuita che sarà utile esclusivamente per le comunicazione tra privati cittadini e PA.
È fissata per il 10 febbraio presso il Tribunale di Roma la prima udienza del contenzioso tra la Federazione Anti Pirateria Audiovisiva (FAPAV) e Telecom Italia.
La richiesta che Fapav presenta al Giudice è di ordinare a Telecom di inibire ai suoi utenti l’accesso ad alcuni siti da cui è possibile scaricare film coperti da diritto d’autore. Infatti, secondo dati in possesso della Federazione, negli ultimi mesi “centinaia di migliaia di utenti Telecom” avrebbero scaricato illegalmente filmati attraverso software per il peer-to-peer.
Per ottenere questa informazione la Fapav ha condotto un’indagine in cui sono stati monitorati i comportamenti online degli utenti Telecom: si è potuto così scoprire quali film hanno scaricato e condiviso e persino quali siti hanno visitato.
Ed è a causa di questa intromissione nella vita dei privati cittadini che il Garante della privacy ha deciso di costituirsi in giudizio a fianco di Telecom Italia. Si ripete così un caso in tutto analogo a quello di Peppermint, dove, anche grazie allo schieramento del Garante a fianco degli Internet Provider, il Tribunale di Roma finì per sancire che la segretezza delle comunicazioni elettroniche si può violare solo in casi gravi, tra cui non rientra il peer-to-peer.
Questa volta però le cose potrebbero andare diversamente: le recenti sconfitte dei fornitori di servizi come nel caso di YouTube-Mediaset e l’ordinanza della Cassazione su The Pirate Bay hanno dimostrato come la giurisprudenza in Italia si stia orientando sempre di più verso un modello che attribuisce responsabilità sul comportamento degli utenti ai fornitori di servizi.
Allo scopo di contrastare questa tendenza, l’Aiip (l’Associazione italiana internet provider) ha annunciato che si costituirà in giudizio con Telecom e con il Garante.
