Direttore Scientifico: Prof.ssa Avv. Giusella Finocchiaro
Curatrice Editoriale: Dott. Giulia Giapponesi

posted by admin on marzo 31, 2010

PA telematica

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La Corte Costituzionale ha dichiarato illegittimo l’art.1 della legge della Regione Piemonte (26 Marzo 2009 n.9) sull’adozione e la diffusione del software libero nella pubblica amministrazione.

La norma era stata promulgata dalla Regione Piemonte allo scopo di favorire il pluralismo informatico e garantire la libertà di scelta di software nelle pubbliche amministrazioni. L’intento era quello di dare risalto alla possibilità di adozione di software liberi e gratuiti per le attività di ufficio ma, secondo la Corte Costituzionale,  l’art.1 della norma è da considerarsi illegittimo quando stabilisce che alla cessione di software libero non si applicano le disposizioni di  protezione del diritto d’autore (art. 171-bis della legge n. 633 del 1941, come sostituito dall’art. 13 della legge n. 248 del 2000). La Corte infatti ha decretato che anche il software cosiddetto “libero” costituisce un’opera dell’ingegno e, pertanto, è oggetto di diritto d’autore. Inoltre le disposizioni sulla tutela del diritto d’autore ne proteggono un possibile utilizzo abusivo, come nel caso di licenza scaduta o vendita non autorizzata.

Seppur promulgata sotto buone intenzioni, la legge della Regione Piemonte avrebbe ostacolato la protezione delle licenze Open Source che tipicamente impediscono di trarre profitto dal software modificato.

posted by admin on marzo 29, 2010

Responsabilità dei provider

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confidential_stamp1È marchiata come “confidential” la bozza dell’accordo multilaterale anti-contraffazione in cui gli Stati Uniti raccomandano alla comunità internazionale lo sviluppo di norme volte a sospendere la connessione a internet per gli utenti che scaricano illegalmente contenuti protetti da copyright.

Una fuga di notizie ha portato alla luce il documento, in via di approvazione, denominato ACTA (Anti-Counterfeiting Trade Agreement)  nel quale gli USA sanciscono per la prima volta e su scala globale la responsabilità per gli ISP sull’infrazione delle norme del copyright perpetuate dagli utenti. L’accordo prevede infatti che gli ISP siano tenuti ad adottare una policy che preveda l’interruzione del servizio per i clienti recidivi alla condotta illegale.

Una norma, quindi, molto simile alla legge Hadopi francese (disconnessione a internet per gli utenti che infrangono la legge dopo tre avvisi) che negli States è fortemente sostenuta dalla ormai famigerata RIIA (Recording Industry Association of America) e dalla MPAA (Motion Picture Association of America).

Questa bozza dell”ACTA sembrerebbe confermare l’ipotesi di quanti sostengono che l’amministrazione di Obama stia cercando di inasprire il Digital Millennium Copyright Act in una direzione che lo rende ancora più ostile ai fornitori di servizi e ai  consumatori. Ad oggi infatti il DMCA americano prevede che gli ISP siano responsabili di infrazioni solo se mancano di rimuovere il materiale protetto da copyright dopo segnalazione da parte dei detentori dei diritti d’autore.

posted by admin on marzo 25, 2010

Libertà di Internet

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A poche settimane dall’entrata in vigore della legge che censura i siti sgraditi, piovono critiche sul governo di Canberra. Le grandi compagnie tecnologiche australiane, gli ISP, così come gli accademici e gli intellettuali del paese, reclamano trasparenza sulla cosiddetta Refused Classification, la lista dei contenuti non voluti dal governo: un elenco che non comprende solo la pedopornografia e la violenza ma anche altri temi tra cui l’aborto, l’eutanasia, alcune esperienze sessuali, l’uso di droghe e i graffiti urbani.

Quali siano esattamente i criteri con i quali vengono scelti i contenuti da censurare e quali siti comprenda tutta la lista sono informazioni al momento inaccessibili ai cittadini. Ed è questo uno dei motivi che ha spinto alcuni esponenti di importanti aziende e docenti universitari a presentare al governo una domanda di chiarimenti e la richiesta di istituire una revisione periodica della lista da parte di una commissione esterna, oltre alla possibilità per i siti oscurati di fare ricorso. Ma non solo: larga parte dei contestatori si dichiara contraria a tutto il sistema di censura, che di fatto risulta inefficace per la lotta alla pedopornografia e alla violenza (dal momento che i filtri sono sempre aggirabili) e può persino essere controproducente sulla tutela dei minori, visto che i genitori potrebbero abbassare la guardia sapendo che la rete è filtrata. Inoltre, secondo i contestatori, la grande quantità di materiale che potrebbe essere classificato come refused dal governo lascerebbe troppa libertà ai politici che potrebbero utilizzare la censura per scopi antidemocratici.

Google, che si era già schierato contro la censura RC, ha dichiarato di avere aperto un dibattito con associazioni di consumatori e di genitori australiani dal quale è emerso che “i genitori hanno la ferma convinzione che la proposta governativa si spinge troppo oltre e li priva della libertà di scelta riguardo al tipo di informazione a cui possono accedere loro e i loro figli“.

Questa volta Google non è però solo nella battaglia contro il controllo della rete. Anche da parte di Microsoft è giunta la richiesta di protenzione contro “decisioni esecutive arbitrarie” sui contenuti banditi, mentre quelli di Yahoo! Australia si sono uniti alla protesta ribadendo come “il filtraggio di tutto il materiale compreso nella classificazione potrebbe bloccare contenuti con un forte valore sociale, politico e/o educativo“.

posted by admin on marzo 24, 2010

Responsabilità dei provider

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google-adwords-logoLa Corte di Giustizia Europea si è pronunciata in favore di Google AdWords, il servizio di inserzioni pubblicitarie che consente di far apparire nei risultati di Google un link “sponsorizzato” mediante la selezione da parte dell’inserzionista di alcune parole chiave. La questione, posta alla Corte Europea da un’interrogazione della Corte di Cassazione francese, verte su se si debba o meno permettere che gli inserzionisti utilizzino, fra le keywords della loro pubblicità,  i marchi registrati di altre società concorrenti.

Il caso, arrivato alla Corte Europea dalla Francia, coinvolge, oltre a Google, l’azienda di moda e design Louis Vuitton Mallatier  che nel  2004 ha denunciato la compagnia di Mountain View per abuso del suo marchio commerciale, perpetuato attraverso l’inserimento di annunci AdWords di società terze (tra cui contrafattori) come risultato di ricerca della parola “Vuitton”.

Condannata in appello a pagare una sanzione di 200.000 euro, Google aveva portato avanti l’istanza fino alla Corte di Cassazione francese che ha interrogato la più alta autorità giudiziaria della UE. La sentenza della Corte Europea ha infine decretato che l’utilizzo di un marchio registrato come parola chiave per indicizzare i risultati di una ricerca non può considerarsi sfruttamento commerciale da parte del provider. E’ semmai sugli inserzionisti che è lecito intervenire con denunce, qualora le pubblicità proposte non esplicitassero la provenienza del prodotto da una società terza rispetto a quella del marchio.

Al provider si applica infatti l’art.14 della Direttiva sul commercio elettronico 2000/31/CE, che non prevede responsabilità giuridiche per il prestatore di un servizio di posizionamento su Internet quando non abbia svolto un ruolo attivo atto a conferirgli la conoscenza o il controllo dei dati memorizzati: ” Se non ha svolto un siffatto ruolo, detto prestatore non può essere ritenuto responsabile per i dati che egli ha memorizzato su richiesta di un inserzionista, salvo che, essendo venuto a conoscenza della natura illecita di tali dati o di attività di tale inserzionista, egli abbia omesso di prontamente rimuovere tali dati o disabilitare l’accesso agli stessi.”

La decisione della Corte di Giustizia Europea ribadisce quindi nuovamente la non responsabilità del fornitore di servizi, in contrasto con le sentenze recentemente emesse in Italia nei casi Google Vividown e Google vs. Mediaset.


Immagine 2Google ha ufficialmente dichiarato di avere terminato di censurare i risultati delle ricerche voluti da Pechino. Da ieri attraverso Google Search, Google News e Google Images è possibile accedere ai contenuti proibiti dal governo cinese, dalle immagini del Dalai Lama fino alle esecuzioni capitali di stato.

L’escamotage trovato dal colosso di Mountain View per mantenere fede alla sua promessa di terminare la censura, nonostante la rigida opposizione del governo cinese, risiede in un semplice reindirizzamento. Gli utenti che si collegano a Google.cn vengono dirottati su Google.com.hk, il motore di ricerca che risiede sui server di Hong Kong, dove da ora è possibile ottenere risultati di ricerca liberi da filtri in caratteri cinesi semplificati (usati nella Cina continentale) oltre che nel cinese tradizionale di Hong Kong.

Google ha quindi trovato un modo di agire nella legalità pur disattendendo le richieste di Pechino, anche se nulla impedirà al governo cinese di bloccare l’accesso ai servizi di Hong Kong. Per questa ragione, si legge sul blog di Google, è stata creata una pagina aggiornata ogni giorno che monitorerà lo stato di effettiva accessibilità al motore di ricerca e ai suoi servizi in Cina.

posted by admin on marzo 22, 2010

Diritto d'autore e copyright

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screen-shot-2010-03-19-at-124716-pmChe in borsa le indiscrezoni e le soffiate siano all’ordine del giorno è risaputo, ma non è possibile autorizzare la pubblicazione di tali informazioni, almeno non prima dell’apertura di Wall Street.

È stata questa la decisione del giudice distrettuale Denise Cote che, in una sentenza a favore di Bank of America, Barclays e Morgan Stanley, ha sancito la colpevolezza del sito di notizie finanziarie Theflyonthewall.com reo di una “sistematica appropriazione indebita” praticata tramite la rapida pubblicazione delle ricerche emesse dalle tre banche prima dell’apertura dei mercati.

Il sito Theflyonthewall.com consentiva ai propri clienti, dietro il pagamento di 50 dollari al mese, di consultare liberamente i rapporti finanziari contenenti gli upgrade e downgrade che possono far salire o scendere il valore delle azioni, vere e proprie “hot news”, informazioni per le quali è vero più che mai che il tempo è denaro. Il giudice ha però ha emesso un’ingiunzione permanente che impone al sito di attendere sino alle 10 del mattino (mezz’ora dopo l’apertura di Wall Street) prima di diffondere le ricerche delle banche emesse prima dell’apertura dei mercati, ed almeno due ore per le ricerche pubblicate da allora in poi.

La decisione del giudice, che pone fine ad un contenzioso durato tre anni, si basa sulla cosiddetta “Hot News Doctrine” riconosciuta dalla Corte Suprema nel 1918, in un caso che verteva sulla ripubblicazione immediata e non autorizzzata di notizie sugli sviluppi della Prima Guerra Mondiale.

La notizia dell’ingiunzione del giudice Cote va a rinforzare la posizione di quanti sostengono che la “hot news doctrine” possa essere applicata anche ai siti internet che ripubblicano notizie. Già in Luglio, in un caso analogo, l’agenzia The Associated Press ha vinto contro l’aggregatore di notizie All Headline News ottenendo che fosse vietato a quest’ultimo di riscrivere e pubblicare i pezzi dell’AP.

È ora molto probabile che l’ingiunzione contro Theflyonthewall.com si ripercuota su altri website finanziari che pubblicano notizie in tempo reale. Per questo, nell’annunciare il ricorso in appello, l’avvocato del sito internet ha dichiarato che si aspetta un “vigoroso supporto” da tutta la stampa finanziaria.

posted by admin on marzo 19, 2010

Responsabilità dei provider

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google chinaSecondo il quotidiano China Businness News il prossimo 10 Aprile Google annuncerà la chiusura della versione cinese del motore di ricerca.

Sembra dunque questo l’epilogo dello scontro tra il gigante di Mountain View e il governo cinese sul tema della censura voluta dalla Pechino su argomenti come il Tibet e i fatti di piazza Tienanmmen. Sebbene i dirigenti di Google China non abbiano ancora commentato la notizia, il China Business News ha citato fonti locali secondo cui lunedì saranno annunciati gli indennizzi per lo staff cinese.

La notizia, già anticipata nei giorni scorsi dal Financial Times, non sembra includere la chiusura anche degli altri servizi gestiti da Google in Cina quali  la telefonia mobile, il browser Google Chrome, Google Answers e le attività pubblicitarie. Quest’ultima voce risulta essere quella economicamente più rilevante dato che la maggior parte dei ricavi di Google sul mercato cinese provengono da società occidentali di export che utilizzano il servizio pubblicitario di Mountain View.

posted by admin on marzo 18, 2010

PA telematica

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logoUna banca dati online contenente tutte le leggi vigenti dello Stato Italiano aggiornate in tempo reale. Si chiama Normattiva e sarà disponibile gratuitamente alla consultazione pubblica a partire dal 19 Marzo. L’intero corpus della normativa statale dalla fondazione della Repubblica sarà disponibile per la consultazione su un unico sito e le nuove leggi saranno aggiornate nello stesso giorno della loro pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale.

Una delle caratteristiche più importanti del progetto riguarda la modalità con la quale saranno pubblicati gli atti normativi, la cosiddetta “multivigenza”. Questa forma redazionale prevede che si possa visualizzare il percorso storico dell’atto e le modifiche che questo ha subito nel tempo con le corrispondenti date di validità. Il documento richiesto da un utente potrà quindi essere visualizzato come: il testo originario pubblicato nella Gazzetta Ufficiale; il testo vigente, e quindi effettivamente applicabile, alla data di consultazione della banca dati; il testo vigente a qualunque data pregressa indicata dall’utente.

Gradualmente, tutti gli atti saranno aggiornati e pubblicati con questa modalità, ma per ora gli atti normativi pubblicati in  fra il 2 giugno 1946 e il 31 dicembre 1980 sono consultabili solo nel testo originario.

Anche le funzionalità di ricerca verranno progressivamente arricchite. Il sistema di indicizzazione in questa prima versione del sito è molto semplice: gli atti possono essere cercati sia attraverso i loro estremi, sia per parole, contenute nel titolo o nel testo della legge. Il progetto prevede però che entro il 2013 si renda disponibile un sistema di ricerca “per concetti” e per classi semantiche (sistema di classificazione EUROVOC, adottato in ambito Unione Europea).

Normattiva si definisce quindi un portale in evoluzione, nel senso che sarà continuamente aggiornato da un lavoro di digitalizzazione e indicizzazione delle leggi per almeno altri 4 anni. Il sito dovrebbe infatti completarsi nell’ottobre 2014, quando sarà recuperato e reso disponibile l’insieme degli atti normativi pubblicati nel periodo del regno (1861 – 1946).

Il progetto coinvolge le più importanti istituzioni statali. La Presidenza del Consiglio dei Ministri, il Senato della Repubblica e la Camera dei deputati – in collaborazione con la Corte di Cassazione – curano gli adempimenti per la realizzazione del programma e lo sviluppo del sito. L’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato ne cura la gestione e provvede all’alimentazione della correlata banca dati.

Con www.normattiva.it si dà attuazione all’articolo 107 della legge n. 388 del 2000 che ha disposto l’istituzione di un fondo destinato al finanziamento di “iniziative volte a promuovere l’informatizzazione e la classificazione della normativa vigente al fine di facilitarne la ricerca e la consultazione gratuita da parte dei cittadini, nonchè di fornire strumenti per l’attività di riordino normativo”.

posted by admin on marzo 17, 2010

Diritto d'autore e copyright

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logo2hadopiLa legge  Hadopi, che prevede la sospensione della connettività per gli utenti con ampio traffico in download dopo tre preavvisi, è in vigore in Francia da poco più di sei mesi ma è già uscita una prima ricerca volta a indicare quali conseguenze abbia avuto sul fenomeno della pirateria. Si tratta di uno studio condotto dall’Università di Rennes in collaborazione con il laboratorio M@rsoin per il quale sono state intervistate telefonicamente 2000 persone della regione della Bretagna alle quali si è chiesto di rispondere, in forma totalmente anonima, ad alcune domende sulle pratiche di consumo di musica e film online.

La ricerca ha individuato tre categorie di utenti basate sule modalità di fruizione dei contenuti: i «pirati Hadopi» (che utilizzano i software peer-to-peer oggetto delle restrizioni di legge), i «pirati non-Hadopi» (che utilizzano altre tecnologie quali lo streaming, il download su server remoti, i newsgroup, l’utilizzazione di un VPN) e i «non pirati» (che consumano musica e film legalmente).

Tra coloro che hanno smesso di scaricare nelle reti peer-to-peer (dopo l’adozione della legge hadopi), solo un terzo ha rinunciato a ogni forma di pirateria informatica, mentre gli altri due terzi si sono rivolti a pratiche alternative di pirateria che sfuggono alla legge hadopi come lo streaming illegale o il download su server remotiindicano  i ricercatori. “La riduzione del numero di internauti che usano le reti peer-to peer si è dunque accompagnata a un rialzo delle altre forme di piarateria non tenute in conto dalla legge Hadopi (+ 27%)“.

I grafici della ricerca sono chiari nel delineare visivamente lo spostamento da una tecnologia all’altra nella fruizione illegale di contenuti audio e video. Nel dettaglio di un aumento generale della pirateria del 3% corrisponde infatti una diminuzione di utilizzatori del p2p ed un aumento nell’uso di altri sistemi informatici.

Ma c’è anche una notizia positiva per il mercato: i ricercatori assicurano che i pirati sono i migliori consumatori di beni culturali. Mentre solo il 17 % dei “non pirati” afferma di comprare musica o film su internet, questa pratica legale è invece adottata dal 47% degli utilizzatori di p2pi e dal 36% di quelli che usano delle tecniche non coperte dalla legge Hadopi.

Lo studio dell’università di Rennes ha suscitato qualche perplessità. In Italia un articolo apparso sul Corriere Online sottolinea il fatto che, sebbene la legge Hadopi sia in vigore, “l’autorità non ha ancora avviato le operazioni di monitoraggio e punizione degli utenti. Non è stata cioè spedita nessuna lettera di avviso, a causa dell’ennesimo intoppo burocratico in cui si è imbattuto il provvedimento.” L’intoppo burocratico di cui si parla è il parere finale del Consiglio Costituzionale sulle conseguenze per la privacy degli utenti.

A prescindere dal valore effettivo dei risultati conseguiti dallo studio universitario un dato appare comunque certo: l’intervento legislativo sulle tecnologie attraverso filtri e censure non si è ancora rivelato efficace per combattere la pirateria.

posted by admin on marzo 16, 2010

Libertà di Internet

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picture-6Il nome deriva da “wiki“, parola hawaiiana che oggi ha preso il significato di “sito a collaborazione aperta” (es. wikipedia), e “leak” che in inglese significa “fuga di notizie”. Wikileaks è un sito che pubblica materiale riservato, in genere documenti di carattere governativo o aziendale, fornito da fonti coperte da anonimato.

Gli stessi fondatori del sito e lo staff che ci lavora sono anonimi. Wikipedia riferisce che Wikileaks è curato da dissidenti del governo cinese, scienziati, attivisti, giornalisti. Il materiale presente sul sito comunque arriva da ogni parte del mondo ed è inviato da privati cittadini che vogliono portare alla luce comportamenti non etici di governi e aziende. Secondo Wikipedia nel 2007 Wikileaks ha pubblicato una cospicua documentazione, anche di grosso impatto per i media: “si va da materiale sull’equipaggiamento militare nella guerra in Afghanistan fino a rivelazioni sulla corruzione in Kenya. La gestione del campo di Guantanamo è uno dei casi più celebri venuti alla conoscenza del grande pubblico grazie a Wikileaks“.

Ed è proprio su Wikileaks che una fonte anonima ha pubblicato un recente report di 32 pagine stilato dal Centro di Counterintelligence dell’Esercito Americano, all’interno del Programma di Analisi del Department of Defense Intelligence, che punta il dito contro la stessa Wikileaks presentandola come una “minaccia per l’esercito degli Stati Uniti” che pubblica materiale potenzialmente utilizzabile per attaccare le truppe militari americane.

Il rapporto confidenziale, su cui non è ovviamente possibile fare una verifica, dichiara che  Wikileaks “potrebbe essere una risorsa per lo spionaggio e i servizi di sicurezza stranieri, le forze militari estere, i rivoltosi e i gruppi di terroristi nella raccolta di informazioni o nella progettazione di attacchi contro le forze militari U.S.A., sia dentro che fuori dagli Stati Uniti“.

Pubblicato dalla Sunshine Press, Wikileaks ha ricevuto un riconoscimento da Amnesty International ed è stato internazionalmente lodato per offrire uno spazio ai dissidenti politici nel quale denunciare corruzione e reclamare trasparenza. L’editore capo della Sunshine Press Julian Assange e il Dipartimento della Difesa Americano non hanno ancora commentato la pubblicazione del documento.