Direttore Scientifico: Prof.ssa Avv. Giusella Finocchiaro
Curatrice Editoriale: Dott. Giulia Giapponesi

Immagine 1Ha ormai l’aspetto di uno scontro epocale il caso sul copyright che negli Stati Uniti vede implicati Google/YouTube e Viacom – il colosso dei media americani che comprende fra gli altri MTV, Paramount Pictures e Dreamworks. Il processo, che dura ormai da tre anni, verte su una richiesta miliardaria di risarcimento danni a carico di YouTube, accusato di avere sfruttato commercialmente migliaia di video prodotti da Viacom e coperti da diritto d’autore.

Non è esagerato affermare che il caso è diventato il processo principale sulla responsabilità del provider negli Stati Uniti. Come se non bastasse la potenza commerciale delle due aziende coinvolte, si sono schierati al fianco delle due parti da un lato i più importanti attori dell’industria cinetelevisiva di Hollywood e dall’altro i colossi di Silicon Valley. È infatti notizia recente la scesa in campo di Yahoo!, Facebook e E-bay in difesa di Google. Le società hanno presentato alla Corte di New York che presiede il caso quello che nel diritto americano si chiama amicus brief o rapporto di amicus curiae, un documento presentato volontariamente da parti esterne ad un processo che serve ad offrire alla Corte un parere rilevante sul dibattimento. L’intervento delle industrie di Silicon Valley segue di poco quello dei colossi di Hollywood: NBC Universal, Warner Bros., Disney e altre hanno presentato il loro brief of amici curiae in supporto di Viacom all’inzio di questo mese.

Gli schieramenti, con relativo esercito di legali e periti, si scontrano in una battaglia che diventa così il simbolo della guerra fra vecchi e nuovi media. A Silicon Valley si sostiene che la dottrina del safe harbor escluda il provider di servizi dalla responsabilità sui contenuti generati dagli utenti se assicura la rimozione immediata di materiale segnalato come in violazione. Lo schieramento di Hollywood invece sostiene che il Digital Millennium Copyright Act sancisca la responsabilità dei siti che incoraggiano la pirateria tra cui rientrerebbe anche youTube, fiorito economicamente grazie alla condivisone consapevole di materiale su cui non deteneva i diritti.

La posta in gioco ha evidentemente una portata economica enorme ma le implicazioni della sentenza vanno ben oltre l’aspetto commerciale. Una decisione in favore di Viacom in un caso legale di questo calibro potrebbe determinare cambiamenti nell’industria mondiale del web 2.0. E su questo aspetto insiste l‘amicus brief dello schieramento di Silicon Valley che afferma che approvare la richiesta di Viacom significherebbe creare incertezza per i service provider riguardo alla loro vulnerabilità legale e inibire la crescita dello sviluppo tecnologico dei modelli che si basano sull’utente, modelli che, giorno dopo giorno, fanno di internet e del mondo un posto più democratico.

Come anticipato, pubblichiamo l’intervista al giudice Oscar Magi estensore della sentenza del noto caso Google/Vividown, che ha condannato tre dirigenti di Google a sei mesi di reclusione. Le domande sono state rivolte al giudice in occasione del convegno su “Il futuro della responsabilità in rete. Quali regole dopo la sentenza del caso Google/Vividown?” presso l’Università degli studi di Roma Tre.

Durante il convegno si è parlato del fatto che l’upload su YouTube può essere considerato un esempio di  “manifestazione del pensiero”, pertanto un “regime speciale” di libertà di espressione che richiederebbe un’attenzione meno elevata sulla tutela dei dati personali dei soggetti coinvolti. Cosa ne pensa, visto che questa interpretazione è in contrasto con la sua sentenza?

L’ho trovato interessante da un punto di vista strettamente culturale, ma poco aderente a quella che è la realtà normativa. Non si può confondere la libertà di espressione del pensiero con un video pesantemente offensivo nei confronti di un ragazzo down, quindi con un’evidente portata di tipo “criminale”. Sono due cose profondamente diverse. Il problema di queste norme è che sono poco frequentate: se si cerca negli archivi e nelle banche dati non si trova niente. A livello giuridico questa è stata una foresta da disboscare col machete, nella quale non c’erano strade.

Cosa pensa della cosiddetta autoregolamentazione nella presa di responsabilità da parte dei provider sui contenuti illeciti recentemente proposta dal ministro Maroni?

Ho visto solo anticipazioni giornalistiche, peraltro anche molto sintetiche, e sono abituato per una ragione di professionalità a ragionare solo sulle norme fatte e non su quelle che si vogliono fare. Detto questo, io credo che l’autoregolamentazione sia una strada percorribile, come ha indicato anche il prof. Zencovich: autoregolamentarsi prima che intervenga un meccanismo di regolamentazione troppo severa. Certo se l’autoregolamentazione viene imposta dal Governo c’è una contraddizione in termini, visto che sarebbe una regolamentazione e non un autoregolamentazione. Finché non vedo una norma scritta non riesco a dare un parere, anche perché sono norme molto tecniche, molto particolari, di non semplice partecipazione, su concetti che anche da un punto di vista verbale non sono di dominio comune, ad esempio bisogna capire se viene riportata una differenza fra host provider e content provider.

Quale tutela per soggetti che possono subire danni tipo quello del caso Google/Vividown nel caso di un’autoregolamentazione? Gli illeciti possono sempre accadere, nonostante le precauzioni.

L’autoregolamentazione può essere una strada possibile, ma certo non è l’unica da percorrere.  È chiaro che va ridefinito un percorso di responsabilità ed è da definire in modo preciso. Non so se debba essere la norma sul meccanismo colposo del direttore del giornale o dell’editore del giornale, come ha proposto il prof. Rossello stamattina, è una via interessante. Certo, per quel che riguarda il provider, c’è da individuare un eventuale profilo colposo, rilevabile dalla violazione di norme specifiche. Anche qui va fatta una distinzione attenta e precisa fra quelli che sono gli host provider e quelli che sono invece i produttori o i gestori di contenuti. Non sono la stessa cosa. E penso che da questo punto di vista la mia sentenza sia significativa: per la prima volta, credo, si fa una differenza importante tra questi due tipi di provider, che sono due soggetti giuridici profondamente diversi.

Pensa a una distinzione fra categorie?

Bisogna fare un discorso chiaro sul fine di lucro. Ci sono dei provider che lavorano a scopo di lucro, un lucro anche piuttosto rilevante, che vanno certamente tutelati, ma con un discorso diverso dagli altri. Non perché il lucro sia un male ovviamente, ma dove c’è la possibilità di guadagnare molto dall’upload dei file allora lì ci deve essere una valutazione di tipo diverso. Non a caso la legge sulla privacy individua il dolo specifico collegato al fine di lucro, cosa che in altri campi non c’è. Evidentemente il fine di lucro è un indice rivelatore importante.

Un altro indice rivelatore è quello relativo alla qualità del provider e un ultimo indice significativo potrebbe basarsi proprio sul fatto che il provider si autoregolamenti o meno. Queste tre cose andrebbero regolate anche perché altrimenti si corre il rischio di lasciare una situazione in completa balia di quella che può essere una giurisprudenza anche molto alternativa, perché io oggi ho deciso così, ma domani un giudice di Barletta può decidere in senso opposto. Il che non è bello per chi deve lavorare nei settori coinvolti.

home_facebookSi deve a due informatici canadesi l’ideazione del Quit Facebook Day, la giornata della cancellazione da Facebook, fissata per il 31 Maggio. Si tratta di un’iniziativa di protesta contro il modo in cui il social network sta trattando i dati personali dei suoi utenti: in occasione del Quit Facebook Day si invitano tutti coloro che hanno a cuore la propria privacy a cancellare il proprio profilo.

L’iniziativa sta riscuotendo un discreto successo, soprattutto sulla scia delle polemiche suscitate dall’ultima trovata commerciale di Facebook, la cosiddetta “instant personalization” che prevede che siti esterni al social network possano accedere ai dati degli utenti quando questi transitano sulle loro pagine.

Ma non è solo quest’ultima intrusione il motivo del malcontento sempre più esteso nei confronti di Facebook. Recenti articoli hanno evidenziato un percorso di progressiva erosione della capacità di controllo dei propri dati offerta agli utenti del servizio (per una rapida panoramica dello stato della privacy dei profili di FB nel tempo, un ricercatore dell’IBM Center for Social Software ha ideato una pratica visualizzazione grafica).

Come se ciò non bastasse, l’orientamento sprezzante della tutela dei dati personali della policy interna al Social Network era stato chiaramente esplicitato dal suo fondatore Mark Zuckerberg che all’inzio di quest’anno aveva dichiarato che “la privacy è un concetto ormai superato“.

In evidente disaccordo con lui alcuni senatori degli Stati Uniti recentemente hanno indirizzato al social network una lettera nel quale si invitava l’amministrazione a migliorare la tutela dei dati personali degli utenti. In seguito anche il Working Party, il gruppo dei Garanti dei dati personali dell’unione Europea, ha richiamato Facebook in una lettera di aperta critica.

La tempesta di polemiche questa settimana ha trovato una risposta da parte del social network. Facebook ha dichiarato che renderà più semplici i meccanismi di protezione dei propri dati per gli utenti, annunciando l’introduzione di un unico bottone per disabilitare l’intrusione nel loro profilo di terze parti.

Mercoledì Mark Zuckerberg ha scritto nel suo blog una lunga lettera di spiegazioni sui nuovi controlli della privacy, che a tratti assume toni di scusa:

Ogni volta che facciamo un cambiamento proviamo a imparare dalle lezioni passate, e ogni volta facciamo anche nuovi sbagli. Siamo lontani dalla perfezione, ma sempre facciamo del nostro meglio per costruire il miglior servizio per voi e per il mondo.

L‘Electronic Frontier Foundation, da sempre in prima linea in materia di privacy, ha commentato positivamente la risposta di Facebook, tuttavia ha puntualizzato che non è che il primo passo. Molta strada resta ancora da fare per garantire agli utenti del servizio un pieno controllo dei propri dati. Ad esempio, anche se è stata facilitata la procedura di opt-out, la famigerata instant personalization rimane un’impostazione di default. Per un’analisi precisa delle implicazioni negative sui dati personali che persistono su Facebook si rimanda all’articolo dell’EFF.

[...] il diritto ha una funzione stabilizzante dei rapporti economici e sociali, ma quando questi, per ragioni fisiologiche o patologiche (si pensi alle guerre, ai disastri naturali, alle rivoluzioni), sono in continuo movimento finisce per riuscire solo a “fermare” alcune immagini di quanto è già avvenuto. Ma vi è di più: il predominio delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione sta dando luogo alla scomposizione dei soggetti, i quali vivono in un luogo fisico, ma nel contempo in una molteplicità di luoghi “virtuali”, ove creano diverse identità, relazioni, rapporti giuridici.

Con questa presentazione, tratta dalla relazione dei prof. Salvatore Sica e Vincenzo Zeno-Zencovich, si è aperto all’Università degli studi di Roma Tre il convegno su “Il futuro della responsabilità sulla rete. Quali regole dopo la sentenza del caso Google/Vividown?”.

Occasione di confronto fra i giuristi di internet italiani, eccezion fatta per la prof. Fiona McMillan visiting professor dal Birkback College di Londra, il convegno è stato animato da interventi mirati a portare all’attenzione generale le questioni più controverse della giurisdizione su internet. Si è quindi parlato del problema della competenza territoriale, delle difficoltà nell’identificazione dei soggetti che operano in rete e nella qualificazione delle attività da loro svolte, della protezione dei dati personali e della tutela della reputazione.

La sentenza del caso Google/Vividown è stato il riferimento intorno al quale orbitavano la maggioranza degli interventi, che hanno analizzato diversi aspetti implicati dalla vicenda dai filtri interni ai provider alle clausole del contratto fra youTube e i suoi utenti.

Il convegno è stato seguito anche dal giudice Oscar Magi, estensore della sentenza sul caso Google/vividown che ha condannato tre dirigenti di Google a sei mesi di reclusione.  Abbiamo fatto alcune domande al Giudice in merito alla sua sentenza e all’autoregolamentazione dei provider proposta dal Ministro Maroni e dal viceministro Romani. L’intervista verrà pubblicata su questo blog nei prossimi giorni.

Per ascoltare le relazioni del convegno si rimanda a questo indirizzo. L’evento è stato coperto giornalisticamente anche dal TG1: qui il link all’edizione integrale (il servizio è al minuto 18:57).

posted by admin on maggio 26, 2010

PA telematica

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È ufficiale la notizia del blocco del nuovo Codice dell’Amministrazione Digitale che avevamo anticipato un mese fa.

Il Sole 24ORE ha riportato che la scorsa settimana il Ministero dell’Economia ha emesso una nota di 8 pagine in cui si analizza articolo per articolo il Ddl recante disposizioni in materia di semplificazione dei rapporti della Pubblica Amministrazione con cittadini e imprese. Il verdetto è chiaro: la copertura finanziaria del provvedimento è stata negata dalla Commissione Bilancio.

Il blocco del provvedimento comprende anche la bocciatura degli articoli 10 e 20bis (il secondo oggetto anche di emendamento soppressivo del Governo)  sulla PEC, la Posta Elettronica Certificata di cui si è molto parlato negli ultimi mesi. Lo stop alla PEC vuole evitare gli oneri eccessivi che comporta su professionisti ed imprese, ma non solo: l’assegnazione a tutti i cittadini di una casella CEC-PAC (Comunicazione Elettronica Certificata tra Pubblica Amministrazione e Cittadino) determina un «significativo impatto» sull’organizzazione delle amministrazioni a cui vanno aggiunti gli ulteriori oneri finanziari e organizzativi derivanti dall’obbligo per le PA di comunicare tra loro solo tramite PEC, oneri che al momento non trovano adeguata copertura economica.

posted by admin on maggio 24, 2010

Eventi

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logo_grey_bkgIn attesa dello speciale sul convegno “Il futuro della responsabilità della rete” che si è svolto venerdì 21 Maggio presso l’Università degli Studi di Roma 3, segnaliamo che la Prof. Giusella Finocchiaro sarà presente come relatrice anche al prossimo convegno organizzato da Club TIer - Club per le Tecnologie dell’Informazione Emilia Romagna – sul tema IT e Sicurezza: Rapporto attacchi informatici e quadro normativo.

Nel suo intervento la Prof.Finocchiaro illustrerà le più importanti norme riguardanti la sicurezza informatica, con particolare riferimento ai più recenti aggiornamenti al quadro normativo nazionale.

L’evento si terrà a Ferrara, mercoledì 9 giugno 2010 – ore 11:00 presso ICT Trade 2010 – Fiera di Ferrara.

posted by admin on maggio 20, 2010

Diritto d'autore e copyright

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Filmare senza autorizzazione l’attività di un set cinematografico su suolo pubblico costituisce una violazione del copyright, questo è ciò che la Paramount pictures ha sostenuto chiedendo a YouTube la rimozione di un video che mostrava il “dietro le quinte” delle riprese del film Transformers 3.

La storia del filmato, riportata da Wired, è questa:  Ben Brown, un cittadino di Los Angeles che lavora con i social network, una mattina scopre che il vicolo sotto la finestra del suo ufficio è diventato la location di un film, un’eventualità non rara per chi vive nei pressi di Hollywood. La troupe sta girando la scena di un’automobile che viene scagliata in aria da un getto d’acqua. Il sig. Brown, affacciato alla finestra,  riconosce che si tratta dell’atteso secondo sequel della serie Transformers di cui è un grande fan. Non perde quindi l’occasione, riprende la scena con il suo cellulare dal davanzale e pubblica il video su You Tube.

Il filmato diventa poplare in poche ore. I fan di Transformers si passano la notizia e il giorno dopo Google propone al sig. Brown di guadagnare attraverso una pubblicità da affiancare al video, che ha ormai raggiunto 36.000 visualizzazioni. Il sig. Brown però non fa in tempo ad accettare: dopo appena 48 ore dall’upload il filmato viene rimosso da YouTube a causa di una segnalazione da parte della Paramount pictures al servizio di rimozione contenuti del Digital Millennium Copyright Act e Brown riceve un avvertimento  dove viene minacciato di essere bandito da YouTube se commetterà altre violazioni del copyright.

Ovviamente, dal momento che Transformer 3 non è stato nemmeno completato non è possibile che abbia violato il diritto d’autore” scrive Brown nella pagina web che ha dedicato al caso, “ho registrato un video fuori dalla finestra di qualcosa che stava accadendo nella strada sottostante e la Paramount ha emesso un reclamo alla DMCA contro di me e YouTube“.

Il sig.Brown ha quindi compilato un contro-reclamo alla DMCA e dopo 14 giorni il suo video è ricomparso su YouTube. Naturalmente se avesse deciso di guadagnare dalle visualizzazioni del video, quei 14 giorni di oscuramento avrebbero costituito un danno economico nei suoi confronti. Il caso porta dunque ad interrogarsi sui criteri di accettazione di reclami da parte del servizio rimozione del Digital Millennium Copyright Act.

Garantire il pieno rispetto della dignità umana in rete ed il rifiuto di ogni forma di discriminazione, è questo l’obiettivo dichiarato dal “Codice di autodisciplina per servizi internet“, un documento contenente regole di condotta per tutti gli operatori della rete italiani,  dai fornitori di acceso agli host provider.

La sottoscrizione al Codice di autodisciplina, la cui “bozza definitiva” è stata presentata la settimana scorsa da un gruppo di lavoro guidato dal  Ministro degli Interni Roberto Maroni in seguito a un Protocollo d’Intesa governativo, è a titolo volontario e in questo senso è definita “autoregolamentazione”.  Tutti gli operatori che aderiranno potranno esibire un certificato di qualità che, come per i prodotti agroalimentari, garantirà agli utenti il transito su spazi virtuali sicuri, ovvero controllati.

Il controllo è esercitato indirettamente su tutti i contenuti messi a disposizione, anche se generati da terzi, dal momento che chi sottoscrive il Codice si impegna, mediante una clausola sui contratti di fornitura, “a estendere l’obbligatorietà del Codice stesso ai terzi che sottoscrivono i servizi offerti”. Tra questi sono compresi anche gli utenti: il Codice prevede l’adozione di linee-guida alle quali l’utente sarà chiamato a conformarsi e nelle quali vengano individuati in modo chiaro i limiti e modalità dell’uso dei servizi, “anche al fine di una significativa responsabilizzazione dell’utente stesso”.

I contratti fra fornitori e utenti dovranno chiaramente prevedere “la possibilità di rimuovere eventuali contenuti illeciti o potenzialmente lesivi della dignità umana, immessi/pubblicati dai contraenti ovvero di risolvere il contratto, previa diffida, qualora gli utenti pongano in essere comportamenti contrari alla legge, al  Codice e alle linee guida”. Per consentire una rapida rimozione dei contenuti da rimuovere i provider si impegnano a istituire un chiaro e visibile link a un modulo di segnalazione dei contenuti illeciti e parimenti un modulo di reclamo per richiedere la verifica su contenuti rimossi a seguito di segnalazioni non corrette.

Gli aderenti al Codice sono tenuti ad offrire la massima collaborazione all’Autorità giudiziaria ed alle forze di polizia impegnate a prevenire e reprimere la commissione di reati per il tramite della rete.

La presentazione del Codice di autodisciplina è stata accolta positivamente dagli operatori della rete, che in particolare apprezzano l’aspetto di collaborazione con il pubblico del web.

google-street-view-2La reputazione di Google si macchia nuovamente di una violazione della privacy, questa volta non solo dei suoi utenti, ma di tutti i cittadini della rete.

Si tratta di un’indebita raccolta di dati personali effettuata tramite le apparecchiature di mappatura del territorio del servizio Google Street View, in attività dal 2006. Pare che le automobili di Google, fotografando le vie cittadine di moltissime località di tutto il mondo, abbiano nello stesso tempo raccolto informazioni sulle reti wi-fi che intercettavano durante il loro passaggio. Non solo dati tecnici relativi alle reti informatiche, ma anche informazioni quali i siti visitati e i contenuti di messaggi istantanei ed e-mail.

I primi ad insospettirsi riguardo ai dati raccolti da Street View sono stati i garanti della privacy tedeschi. In Germania, così come in Svizzera, la mappatura fotografica di Google ha sempre incontrato una forte resistenza ed è stata accettata dal governo solo in seguito alla promessa da parte dell’azienda di Mountain View di offuscare volti, targhe automobilistiche e numeri civici dalle immagini trasmesse in rete. Il Governo di Berlino ha inoltre imposto al motore di ricerca di obbedire a qualunque richiesta di rimozione della foto della propria abitazione da parte dei cittadini (pare che da allora siano state inoltrate centinaia di richieste di questo tipo).

L”ultima richiesta dei regolatori della privacy della Germania ha portato però alla scoperta di un’ulteriore violazione da parte di Google. Lo scorso aprile gli osservatori tedeschi hanno infatti appreso che le automobili itineranti del servizio Street View registravano i nomi e la localizzazione dei routers wireless che incontravano nel loro percorso.  Google si è difesa dicendo di non infrangere nessuna legge, dato che in Germania questo genere di informazioni sono di dominio pubblico, e ha invitato i garanti della privacy ad ispezionare le apparecchiature sulle vetture del servizio per verificare l’effettiva raccolta di queste mere informazioni tecniche. L’ispezione tuttavia non è finita nel modo migliore per il motore di ricerca: i tecnici tedeschi hanno infatti scoperto che Google registrava sui suoi hard disk tutti i dati scambiati su reti wireless non protette da password, dai siti visitati a stralci di conversazioni.

Google venerdì scorso ha rilasciato una dichiarazione nella quale si sostiene che la raccolta di tali informazioni sia avvenuta per errore - uno sbaglio nella programmazione dei software di registrazione – e che la compagnia sia pronta a cancellare immediatamente tutti i dati, secondo le disposizioni dei vari governi. Nel suo blog, il motore di ricerca ha anche sottolineato come quei dati non siano mai stati utilizzati dall’azienda e che il loro utilizzo sarebbe comunque improbabile, dato che gli stralci di conversazioni non sono che frammenti registrati mentre la macchina di Street View attraversava una rete non protetta.

In seguito a queste dichiarazioni, il commissario per la protezione dei dati personali del governo federale tedesco Peter Schaar ha chiesto che un esaminatore indipendente analizzi gli hard disk per detrminare l’esatta quantità di informazioni archiviate. In una nota sul suo blog governativo Schaar esprime un chiaro scetticismo verso la non intenzionalità espressa da Google:

‘‘Dunque il tutto si ridurrebbe a una svista! Un errore di software!  [...] I dati sono stati raccolti e registrati contro la volontà dei project manager e degli altri menager di Google. Se seguiamo ulteriormente questa logica, ciò significa: il software è stato installato e usato senza essere propriamente testato in anticipo. Miliardi di dati sono stati raccolti per sbaglio senza che nessuno a Google se ne sia accorto, inclusi gli addetti alla protezione dei dati, che due settimane fa difendevano le pratiche interne di raccolta dati dell’azienda”.

posted by admin on maggio 13, 2010

Diritto d'autore e copyright

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18068a-artprice_com_des_maisons_anglo_saxonnes_qui_dictent_leur_loiLa creazione dei cataloghi d’arte richiede un vero e proprio lavoro di ricerca, di studio e di selezione delle opere che giustifica un’originalità da proteggere in base al diritto d’autore. É questa l’opinione della responsabile legale della casa d’aste Christie’s che da due anni sta portando avanti una causa da 60 milioni  contro artprice.com, uno dei principali siti che forniscono informazioni sul mercato dell’arte.

Christie’s ha denunciato Artprice per  violazione del diritto d’autore attraverso la pubblicazione non autorizzata della totalità di più di 2.300 suoi cataloghi sul sito artprice.com, che ha sede a Lione.

Secondo il presidente di Artprice, l’accusa di Christie’s è infondata per via del regime fiscale scelto dalla casa d’aste per i cataloghi. Dato che gli editori sono liberi di scegliere se applicare sui volumi l’Iva oridinaria o il tasso ridotto del 5,5% previsto per le opere dell’ingegno, il fatto che Christie’s abbia scelto la via economicamente più svantaggiosa dimostra come la casa d’arte stessa non consideri i suoi cataloghi opere intellettuali.

Il fatto che i cataloghi siano sottoposti a un certo regime fiscale non significa che non siano tutelabili in base al diritto d’autore” controbatte la legale di Christie’s a Parigi.

La famosa casa d’aste londinese non è la sola ad aver fatto causa al sito di Lione. Artprice è perseguito per lo stesso capo d’accusa anche da altre case d’asta europee. Christie’s spicca però per l’ammontare della richiesta di risarcimento: 60 milioni di euro per danni, interessi e “parassitismo”. Una cifra che pare ingiustificata.

Il presidente di Artprice è convinto che si tratti di un tentativo di aggiotaggio per destabilizzare i 18mila azionisti a pochi giorni dalla riproduzione dei bilanci. Per questo motivo ha sporto a sua volta denuncia per aggiotaggio contro ignoti.

FONTE: Il Giornale dell’Arte