Direttore Scientifico: Prof.ssa Avv. Giusella Finocchiaro
Curatrice Editoriale: Dott. Giulia Giapponesi

posted by admin on giugno 30, 2010

Libertà di Internet

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google chinaScade il 30 giugno la licenza di Google per operare in Cina e la compagnia di Mountain View sta cercando di ammorbidire i rapporti col governo cinese, che non sembra disposto a concedere il rinnovo.

Dopo aver annunciato in gennaio di non voler più collaborare con la censura di stato, Google ha continuato ad offrire i suoi servizi agli utenti cinesi aggirando le leggi del governo grazie ad un reindirizzamento automatico da Google.cn a Google.hk, il sito di Hong Kong, libero da censura.

Una mossa che non è piaciuta a Pechino, che recentemente ha fatto sapere di non essere ben disposto verso il rinnovo della licenza, senza la quale la compagnia di Mountain View non può operare come Internet Content Provider nel territorio cinese.

Il motore di ricerca è quindi corso ai ripari e martedì scorso ha interrotto il reindirizzamento automatico. Oggi collegandosi a Google.cn viene visualizzata una pagina che offre servizi “neutri” su cui non si applica la censura, come musica e traduzioni testi. Rimane comunque la possibilità di fare ricerche non filtrate tramite il link al sito di Hong Kong.

Google ha annunciato la nuova linea verso la censura di stato cinese sul suo blog: “Come azienda aspiriamo a rendere disponibile l’informazione agli utenti di ogni luogo, inclusa la Cina. Questa è la ragione per cui abbiamo lavorato così duramente per mantenere in vita Google.cn e per continuare la nostra ricerca e il nostro sviluppo in Cina. Il nuovo approccio è coerente con il nostro proposito di non autocensurarci e anche, crediamo, con la legge locale“.

Il governo di Pechino non ha ancora rilasciato dichiarazioni ufficiali in merito alla decisione di rinnovo della licenza.

posted by admin on giugno 30, 2010

Eventi

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È stato rimandato l’incontro con il Dott. Claudio Filippi su “I recenti provvedimenti dell’Autorità Garante per la protezione dei dati personali sulla sanità on-line“ previsto per il 2 Luglio ad Alma Graduate School.

La data stabilita per il nuovo appuntamento con il Dott.Filippi sarà comunicata quanto prima.

posted by admin on giugno 28, 2010

Responsabilità dei provider

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Immagine 1Si è concluso con una decisione a favore di YouTube il caso legale nel quale il colosso mediatico Viacom aveva chiesto un miliardo di dollari di risarcimento danni alla piattaforma di video, accusata di aver lucrato consapevolmente su decine di migliaia di filmati protetti da diritto d’autore.

Il giudice federale di Manhattan ha avvalorato la teoria della difesa, secondo la quale il Digital Millenium Copyright Act sancisce la non responsabilità di YouTube per il principio del safe harbor: il provider di servizi non è responsabile dei contenuti generati dagli utenti se assicura la rimozione immediata di materiale segnalato come in violazione.

Secondo il giudizio, sebbene genericamente consapevole di ospitare sulla sua piattaforma materiale protetto da copyright, YouTube avrebbe dimostrato la sua buona fede nell’aver sempre prontamente rimosso tutti i video segnalati, come accadde nel 2007 quando 100000 video protetti da diritto d’autore furono rimossi il giorno dopo la segnalazione inviata da Viacom.

La sentenza a favore di YouTube è stata emessa nella formula del summary judegement, un giudizio espresso della Corte senza il parere di una giuria.  La richiesta di utilizzo di questa procedura, che permette di giungere più velocemente ad una  decisione senza il normale processo, era giunta da entrambi gli schieramenti.

L’esito del giudizio è stato accolto con entusiasmo da YouTube: “Questa è una vittoria molto importante non solo per noi, ma anche per i miliardi di persone che in tutto il mondo usano il web per comunicare e condividere esperienze con gli altri”.

Dal canto suo Viacom comunica di confidare in una vittoria in appello: “Questo caso è sempre stato intorno al decidere se il furto intenzionale di opere protette da diritto d’autore fosse permesso dalla legge esistente e noi abbiamo sempre saputo che la questione critica soggiacente avrebbe dovuto essere indirizzata alle corti di grado superiore. La decisione di oggi accelera la nostra opportunità di farlo”.

Alcuni commentatori hanno però osservato che il fatto che nel giudizio di primo grado non si sia arrivati nemmeno al processo costituisce un precdente a favore di YouTube.

È in programma per oggi il via libera definitivo del consiglio dei ministri al Decreto Legislativo che introduce disposizioni sull’atto pubblico informatico redatto dal notaio (art. 65 della legge n. 69 del 2009).

Il provvedimento regola la trasmissione informatica di tutti gli atti notarili che riguardano la compravendita di un immobile. Con l’entrata in vigore della norma sarà quindi possibile effettuare il rogito online che permetterà ai cittadini di risparmiare gli eventuali costi di trasferta per adempiere agli oneri burocratici. Senza costi aggiuntivi, infatti, il rogito online si potrà effettuare anche tra città diverse tramite due studi notarili che si coordineranno nella trasmissione dell’atto, dividendosi l’onorario senza maggiorazioni di sorta per l’acquirente.

Naturalmente al cittadino sarà richiesta la sottoscrizione del documento tramite firma elettronica, anche non qualificata, mentre il notaio dovrà apporre la propria firma digitale. La conservazione del documento spetta poi al pubblico ufficiale che dovrà archiviare il rogito nella struttura informatica centralizzata gestita dal Consiglio nazionale del notariato, senza spese aggiuntive per chi acquista l’immobile.

Il Decreto Legislativo non interessa però solo il rogito: anche l’apertura di un mutuo e la costituzione di società si potranno effettuare per via informatica. Il cittadino avrà comunque la possibilità, se preferisce, di scegliere la via tradizionale cartacea per tutte le procedure.

screen-shot-2010-03-19-at-124716-pmNegli Stati Uniti si torna a parlare del caso The Fly on The Wall e della cosiddetta “hot news doctrine“, il principio che sancisce che la copertura di una notizia sia riservata in esclusiva, per un periodo di tempo limitato, al giornale che per primo la pubblica.

Il caso, che abbiamo trattato qui, si era concluso con un’ingiunzione del giudice distrettuale in cui si vietava al sito di notizie finanziarie The Fly on the Wall di pubblicare prima delle dieci del mattino i rapporti sul mercato borsistico emessi dalle banche. Il giudice aveva così accolto l’istanza di Bank of America, Barclays e Morgan Stanley che accusavano The Fly di pubblicare indebitamente informazioni di loro proprietà in tempo reale, entrando così in concorrenza con le banche sul mercato delle soffiate finanziarie.

The Fly on the wall, annunciando il ricorso in appello, aveva chiesto il sostegno di tutta la stampa finanziaria: il principio della hot news doctrine, infatti, avrebbe potuto avere ripercussioni su tutti i giornali abituati a pubblicare notizie da fonti non originali. In particolare i quotidiani che trattano notizie borsistiche, per le quali la temperstività è cruciale.

Tuttavia, le possibili conseguenze dell’affermarsi della hot news doctrine hanno una portata molto più grande del solo settore giornalistico ed economico. Su Internet, dove regna la ripubblicazione immediata ed esponenziale di qualsiasi notizia, l’applicazione di questa regola è infatti impensabile.

Per questa ragione Google e Twitter sono intervenute nel ricorso in appello di The Fly on the Wall presentando alla Corte un amicus brief a sostegno del sito finanziario. Nel documento le due compagnie definiscono la hot news doctrine come “obsoleta” , sottolineando come sia impossibile definire un periodo di tempo di esclusività di una notizia nel mondo della rete.

“Come potrebbe una Corte stabilire un periodo di tempo nel quale ad esempio  i fatti del recente attentato a Times Square non possono essere riportati da altri?” si legge nel documento presentato da Twitter e Google. Sulla rete inoltre, tutti gli utenti possono ripubblicare una notizia, non solo i giornalisti. “E se gli utenti possono pubblicare notizie sui fatti, perché non possono ripubblicare raccomandazioni finanziarie di Barclays e Merrill Lynch?”, si chiede un articolo di Ars Techinca.

Anche l’Electronic Frontier Foundation ha presentato un amicus brief alla Corte che presiederà l’appello di The Fly. on the Wall. Secondo l’EFF la hot news doctrine è in contrasto con i principi del Primo Emendamento dal momento che “un’ingiunzione che si basa sulla hot news doctrine implica chiaramente una restrizione nella pubblicazione di fatti rilevanti”.

Immagine 4Dall’inizio di questa settimana i certificati medici di malattia dovrebbero essere trasmessi solo per via telematica, come previsto dal decreto ministeriale pubblicato il 19 Marzo sulla Gazzetta Ufficiale.

Sono infatti scaduti i tre mesi di convivenza tra il cartaceo e il digitale che il Ministero del Welfare aveva fissato per permettere ai medici e ai datori di lavoro di prendere confidenza col nuovo sistema.

Si è entrati dunque nel mese di “collaudo” nel quale, benché non ci siano ancora sanzioni per chi ripiega sulla via tradizionale, è richiesta la trasmissione dei certificati esclusivamente attraverso la rete informatica.

I dipendenti pubblici (come già quelli privati) non saranno più tenuti a consegnare il certificato al datore di lavoro: è ora compito del medico curante inviare all’INPS il certificato di malattia. Gli enti pubblici stanno quindi adottando un sistema di password e credenziali attraverso i quali i datori di lavoro possano avere accesso alla banca dati dell’INPS, contenente i certificati inviati dai medici.

La notizia della digitalizzazione dei certificati porta di nuovo in primo piano la questione della privacy sui dati sanitari. A questo argomento è dedicato l’incontro per il ciclo “Diritto e dinnovazione tecnologica” su “I recenti provvedimenti dell’Autorità Garante per la protezione dei dati personali sulla sanità on-line“, previsto per il 2 luglio, presso la sede di Alma Graduate School, dalle ore 15 alle ore 18.

Relatore dell’incontro sarà il Dott. Claudio Filippi Dirigente del Dipartimento Sanità e Pubblica Amministrazione dell’Autorità Garante per la protezione dei dati personali. L’incontro sarà, come di consueto, coordinato sotto il profilo scientifico dalla Prof.ssa Avv. Giusella Finocchiaro dell’Università degli Studi di Bologna. Nel corso dell’incontro saranno esaminati i profili più rilevanti delle recenti disposizioni del Garante in materia di fascicolo sanitario elettronico, referti online, privacy dei pazienti, sicurezza ed accesso ai dati sanitari.

Per l’iscrizione e ulteriori informazioni, clicacre QUI.

wcl_itunes_logoNovanta accademici provenienti da cinque continenti, insieme a praticanti e membri di associazioni a sostegno del pubblico interesse, si sono incontrati ad una conferenza organizzata dall’American University Washington College of Law per analizzare il testo dell’ACTA, l’accordo anti-contraffazione che sta cercando di regolare a livello globale il controllo sulla proprietà intellettuale in rete.

La discussione ha prodotto un comunicato nel quale si dichiara che l’accordo anti-contraffazione, ancora in fase di negoziazione, rappresenta una minaccia per l’interesse pubblico.  In particolare i termini del trattato arrecherebbero danni proprio a quegli aspetti della pubblica utilità che i negoziatori dell’ACTA hanno annunciato come salvaguardati.

Ciò che è iniziato come una proposta per coordinare l’applicazione delle direttive doganali” si legge nel comunicato “si è tramutato in una nuova massiccia regolamentazione della proprietà intellettuale e di internet con gravi conseguenze per l’economia globale e per la capacità dei vari governi di promuovere e proteggere il pubblico interesse“.

All’accordo ACTA viene criticato anzitutto un processo di produzione “difettoso”: un negoziato su temi così importanti avrebbe richiesto un’ampia consultazione delle diverse parti in causa, dai detentori di copyright ai difensori dei diritti civili. Al contrario, è stato portato avanti segretamente da esponenti scelti dei vari governi senza possibilità di intervento esterno per oltre due anni. Le varie versioni dell’accordo sono rimaste “confidenziali”  fino all’Aprile di quest’anno, quando la commissione europea ha deciso di rendere pubblica l’ultima bozza del documento, che comunque era già stato oggetto di una fuga di notizie pubblicata su La Quadrature du Net.

Il comunicato sottolinea poi come i termini dell’ACTA siano totalmente sbilanciati a favore dei detentori di diritti economici e a discapito degli utenti.

Per quanto riguarda internet l’accordo incoraggia gli Internet Service Provider a sorvegliare gli utenti e sanzionarli limitando la loro attività, senza supervisione di una Corte e senza un dovuto processo legale. Allo stesso modo, fuori dalla rete, l’ACTA estende i poteri dei controllori doganali autorizzandoli a ispezionare e sequestrare un’ampia gamma di beni, tra cui computer e dispositivi elettronici, senza alcuna garanzia per gli acquirenti contro confische arbitrarie e invasioni della privacy.

Il comunicato del College of Law di Washington si sofferma anche sugli aspetti dell’accordo che implicano un cambiamento sostanziale dell’attuale legislatura sulla proprietà intellettuale in diversi stati aderenti. L’ACTA infatti vuole rendere globali (impedendo così ulteriori modifiche) alcune pratiche esecutive degli Stati Uniti ed europee che si sono già rivelate problematiche e bisognose di revisioni.

In particolare, specifica il comunicato, l’accordo anti-contraffazione romperà l’equilibrio, fondamentale nel Diritto alla proprietà intellettuale, tra gli interessi dei detentori di copyright e quelli degli utenti. L’ACTA introduce infatti specifici diritti e procedure a favore dei proprietari di diritti d’autore senza correlarli di quelle eccezioni e contromisure necessarie per tutelare, ad esempio, il “fair use” o il Pubblico Dominio.

Più in generale, sottolineano gli accademici, i termini inclusi nel negoziato ACTA impediranno di godere interamente di diritti e di libertà fondamentali tra cui il diritto alla privacy e alla protezione dei dati personali, l’accesso all’informazione, la libertà di espressione, il dovuto processo e la presunzione di innocenza, la partecipazione culturale, la salute (l’ACTA prevede anche limitazioni alla circolazione dei medicinali generici) e altri diritti umani protetti internazionalmente.

Il comunicato dell’American University Washington College of Law è aperto fino al 23 Giugno per ulteriori contributi e sottoscrizioni da parte di individui e organizzazioni a sostengono del dominio pubblico culturale. È possibile aderire qui.

posted by admin on giugno 17, 2010

Web 2.0

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picture-6Sono passate tre settimane di reclusione pre-processuale e ancora non c’è nessun capo di imputazione per il giovane analista dell’intelligence USA sospettato di avere divulgato su Wikileaks documenti segreti dell’esercito americano.

La copertura della notizia è dovuta interamente al magazine Wired che ha seguito le vicende del soldato 22enne fin dal suo arresto avvenuto alla fine di Maggio. Recluso nel centro di detenzione militare del campo Arifjan in Kuwait, il Soldato di Prima Classe Bradley Manning da più di 20 giorni è in attesa che vengano raccolte, analizzate e difinite le prove che dimostrino il suo coinvolgimento nella pubblicazione su Wikileaks di “informazioni classificate” ovvero materiale coperto da segreto militare.

I sospetti sul soldato si basano interamente sulla testimonianza di Adrian Lamo, un ex hacker a cui Manning avrebbe confidato, via chat, di avere avuto una crisi di coscienza che lo ha portato a voler rendere pubblici due video di denuncia su operazioni militari aeree dell’esercito USA. Si tratta di un video girato a Baghdad nel  2007 e uno in Afghanistan nel 2009 – il tristemente noto attacco al villaggio di Garani – che dimostrano come nei due casi l’aviazione americana abbia ucciso deliberatamente dei civili, si suppone credendoli armati.

Ma non è tutto. Il soldato Manning ha raccontato a Lamo di avere passato a Wikileaks anche il rapporto dell’esercito su Wikileaks stesso come minaccia militare (di cui abbiamo dato notizia qui), una dettagliata cronologia degli eventi bellici della guerra in Iraq e circa 260000 rapporti diplomatici segreti del Governo Americano. Questi ultimi tuttavia non sono mai apparsi sul sito di fughe di notizie.

La denuncia di Lamo ha portato all’arresto immediato di Manning, e al suo trasferimento dalla base in Afgahanistan al centro di detenzione in Kuwait. Pare che la reclusione preprocessuale non sia una pratica molto comune e che venga riservata solo ai casi particolarmente seri. In particolare, una detenzione di tre settimane è considerata decisamente eccezionale, seppur non rappresenti una violazione del regolamento.

Nel frattempo, il Dipartimento di Stato Americano e diverse ambasciate degli Stati Uniti nel mondo hanno palesato una decisa preoccupazione sulla possibile pubblicazione dei 260ooo rapporti diplomatici segreti. Oltre al danno arrecato dalla divulgazione dei metodi e delle fonti con cui l’intelligence raccoglie informazioni, i documenti segreti potrebbero contenere pagine scritte da diplomatici americani sui leader politici di altre nazioni, inclusi rapporti sulla loro personalità, intelligenza e onestà. Un’eventualità che non solo imbarazzerebbe il Dipartimento di Stato ma che potrebbe anche costituire un serio incidente diplomatico con alcuni stati.

In un commento su Twitter, Wikileaks ha annunciato di avere ricevuto i 260ooo documenti ma di averli trovati “non corretti”. Il sito di fughe di notizie ha inoltre dichiarato di non conoscere l’identità della fonte del video del 2007 su Baghdad, ma che se fosse stato pubblicato da Manning, il soldato dovrebbe essere considerato un eroe nazionale.

Julian Assange, fondatore di Wikileaks, ha anche offerto una piena copertura legale a Manning, pur assicurando nuovamente di non essere in grado di determinare se il ragazzo sia davvero la fonte del materiale incriminato. Wikileaks garantisce infatti la piena anonimità di quanti contribuiscono alla diffusione di documenti. Alcuni commentatori si chiedono se un aiuto da parte del sito non possa risultare controproducente per la sorte del soldato se il caso dovesse portare a un processo. Un’eventualità ancora non certa.

posted by admin on giugno 16, 2010

Diritto d'autore e copyright

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isohuntPare che siano 30 milioni gli utenti che ogni mese utilizzano Isohunt, il sito di condivisione di link torrent che ha recentemente ricevuto un’ordinanza di rimozione dei collegamenti ai contenuti  protetti da copyright segnalati dalla MPAA, la Motion Picture Association of America.

L’ingiunzione permanente voluta dai produttori cinematografici è stata accolta dal giudice Stephen Wilson, del distretto della California. L’ordinanza non è che l’ennesima variante delle ormai molteplici decisioni giudiziarie a favore dei detentori di copyright e a discapito dei fornitori di servizi: il giudice ha sancito che l’attività di Isohunt induce all’infrazione del diritto d’autore e pertanto il sito è tenuto a rimuovere i link ai file illegali.

La MPAA ha quindi presentato a Isohunt una lista di parole chiave che dovrebbero determinare i file da rimuovere, frasi come “Alice in wonderland” ma anche termini comuni come il numero 10 o nomi di famosi romanzi come “Dracula”.

Gary Fung, il 27enne fondatore di Isohunt, ha protestato: le parole indicate dalla MPAA possono riferirsi tanto a materiale protetto da copyright quanto a materiale di pubblico dominio. “La MPAA non possiede il copyright sui nomi delle cose. Qui l’ingiunzione viola il Primo Emendamento” ha dichiarato il giovane CEO in un’intervista a Wired.

E su questo verte il ricorso in appello annunciato dai legali di Isohunt che chiedono una sospensione dell’ingiunzione fino alla stesura di una lista di segnalazione più appropriata da parte della MPAA. La rimozione del materiale segnalato attraverso keywords porterebbe al collasso del sito, si chiede quindi ai cinematografici di segnalare solo i link che effettivamente portano al download di file in violazione di copyright, attraverso l’identificazione di URL o Hash.

posted by admin on giugno 15, 2010

Libertà di Internet

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La Corte di Giustizia Europea si è recentemente pronunciata a favore delle restrizioni applicate dal governo olandese sull’offerta di servizi di gioco d’azzardo online.

La questione è giunta davanti alla corte comunitaria in seguito alla richiesta della Corte Suprema dell’Olanda di determinare se le limitazioni poste dal governo fossero compatibili con l’art.49  - sulla libera offerta di servizi commericali –  del Trattato che istituisce la Comunità Europea.

All’origine del caso il rifiuto da parte delle autorità olandesi di concedere licenze a due società di scommesse, la Ladbrokes International e la Betfair, che hanno cercato di intromettersi nel monopolio del gioco d’azzardo, detenuto da un’agenzia statale senza scopo di lucro. Per ottenere le licenze le società inglesi hanno fatto quindi ricorso alla Corte Suprema nazionale che ha interpellato la Corte di Giustizia Europea.

La pronuncia europea ha confermato la compatibilità delle restrizioni con il trattato comunitario: le limitazioni sono lecite se corrispondono a misure interne statali volte a combattere la frode e a contrastare il fenomeno della dipendenza dal gioco d’azzardo.

Ora la Corte Suprema olandese dovrà determinare se le restrizioni siano state effettivamente ispirate da questi obiettivi o se alla base della mancata erogazione delle licenze ci sia semplicemente la volontà di conservare il monopolio commerciale. Va a discapito di questa seconda ipotesi il carattere non lucrativo dell’agenzia statale che gestisce il gioco d’azzardo in Olanda. Tutti i fondi raccolti dalle scommesse vengono infatti investiti in progetti a scopo educativo, sportivo e culturale.