Direttore Scientifico: Prof.ssa Avv. Giusella Finocchiaro
Curatrice Editoriale: Dott. Giulia Giapponesi

posted by Giusella Finocchiaro on luglio 29, 2010

Diritto all'oblio

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Il tema della memoria in rete è sempre più presente nel dibattito generale (LINK al convegno di Roma).
Recentemente la stampa italiana ha ripreso un articolo del prof. Rosen, apparso sul New York Times, che a sua volte commenta il volume del 2009 di Viktor Mayer-Schönberger, intitolato “Delete. The virtue of forgetting in the digital age”.
Il problema di cancellare dalla Rete, che spontaneamente non dimentica né seleziona le informazioni, esiste. Così come in Rete esiste il ben noto problema della qualità dell’informazione e delle fonti, che non sempre sono affidabili o quanto meno riconoscibili.
Tuttavia il problema di rimuovere le informazioni dalla Rete è un problema che non si risolve (solo) con il diritto, ma anche con la tecnologia. Mayer-Schönberger propone di assegnare una scadenza alle informazioni. Quale che sia la soluzione o le soluzioni, l’apporto della tecnologia è essenziale. E le tecnologie che in questo senso sono già utilizzabili sono molte: DRM (Digital Rights Management), cioè informazioni associate ai dati personali che recano in sé le regole di utilizzo dei dati stessi; scadenza –come si è detto-  dei dati; contestualizzazione, cioè associazione ai dati delle informazioni che costituiscono il contesto, cioè che consentono di attribuire ai dati quel peso che ad essi su Internet spesso manca.
Gli strumenti che già oggi offre il diritto sono, invece, fondamentalmente, il diritto all’oblio, il diritto alla protezione dei dati personali e il diritto all’identità personale. Va chiarito, però, che questi diritti sono esercitabili a certe condizioni, precisate dalle norme e dalla giurisprudenza, e che non esiste un diritto a cancellare sempre e comunque, secondo la volontà del soggetto cui si riferiscono le informazioni: un’eventuale esigenza di questo genere va bilanciata con altri interessi o diritti.
Non esiste un diritto a costruirsi l’immagine che si vuole, né su Internet né fuori da Internet, ma l’identità è sempre frutto di una mediazione sociale fra l’immagine che il soggetto ha di sé e l’insieme di elementi oggettivi che al soggetto si riferiscono, nonché  di un bilanciamento di diritti e interessi.

Il tema della memoria in rete è sempre più presente nel dibattito generale.

Recentemente la stampa italiana ha ripreso un articolo del prof. Rosen, apparso sul New York Times, che a sua volte commenta il volume del 2009 di Viktor Mayer-Schönberger, intitolato “Delete. The virtue of forgetting in the digital age”.

Il problema di cancellare dalla Rete, che spontaneamente non dimentica né seleziona le informazioni, esiste. Così come in Rete esiste il ben noto problema della qualità dell’informazione e delle fonti, che non sempre sono affidabili o quanto meno riconoscibili.

Tuttavia il problema di rimuovere le informazioni dalla Rete è un problema che non si risolve (solo) con il diritto, ma anche con la tecnologia. Mayer-Schönberger propone di assegnare una scadenza alle informazioni. Quale che sia la soluzione o le soluzioni, l’apporto della tecnologia è essenziale. E le tecnologie che in questo senso sono già utilizzabili sono molte: DRM (Digital Rights Management), cioè informazioni associate ai dati personali che recano in sé le regole di utilizzo dei dati stessi; scadenza –come si è detto- dei dati; contestualizzazione, cioè associazione ai dati delle informazioni che costituiscono il contesto, cioè che consentono di attribuire ai dati quel peso che ad essi su Internet spesso manca.

Gli strumenti che già oggi offre il diritto sono, invece, fondamentalmente, il diritto all’oblio, il diritto alla protezione dei dati personali e il diritto all’identità personale. Va chiarito, però, che questi diritti sono esercitabili a certe condizioni, precisate dalle norme e dalla giurisprudenza, e che non esiste un diritto a cancellare sempre e comunque, secondo la volontà del soggetto cui si riferiscono le informazioni: un’eventuale esigenza di questo genere va bilanciata con altri interessi o diritti.

Non esiste un diritto a costruirsi l’immagine che si vuole, né su Internet né fuori da Internet, ma l’identità è sempre frutto di una mediazione sociale fra l’immagine che il soggetto ha di sé e l’insieme di elementi oggettivi che al soggetto si riferiscono, nonché di un bilanciamento di diritti e interessi.

Il ddl intercettazioni, ancora in fase di approvazione, come è ampiamente noto, minaccia di incidere anche su Internet.

Il comma 29, infatti, prevede alcune modifiche alla legge stampa, imponendo l’obbligo di dichiarazione e rettifica, entro quarantotto ore dalla richiesta, anche ai “siti informatici, ivi compresi i giornali quotidiani e periodici diffusi per via telematica”. Le rettifiche dovranno essere pubblicate con analoghe caratteristiche grafiche, metodologia di accesso al sito e pari visibilità della notizia cui si riferiscono.

Ma nel caos che ha scatenato questa proposta di legge, è necessario fare un po’ di chiarezza e precisare in quale contesto giuridico si inserisce la proposta di modifica.

10 cose che non si possono non sapere quando si parla di diritto di rettifica….

1) Che cos’è il diritto di rettifica?

È il diritto di fare pubblicare gratuitamente dichiarazioni dei soggetti interessati dalla pubblicazione di immagini, dichiarazioni, notizie ritenute lesive della loro dignità o contrarie a verità.

In sostanza, è il diritto – riconosciuto a certe condizioni – di affermare la propria verità.

2) Dove o come è pubblicata la notizia, la dichiarazione o l’immagine?

Nei giornali o in televisione.

3) Quali sono oggi le norme di riferimento?

a) La legge sulla stampa (e precisamente l’art. 8 della l. n. 47 del 1948) che afferma: il diritto di rettifica è il diritto di fare inserire “gratuitamente nel quotidiano o nel periodico o nell’agenzia di stampa le dichiarazioni o le rettifiche dei soggetti di cui siano state pubblicate immagini od ai quali siano stati attribuiti atti o pensieri o affermazioni da essi ritenuti lesivi della loro dignità o contrari a verità, purché le dichiarazioni o le rettifiche non abbiano contenuto suscettibile di incriminazione penale” .

b) Il T.U. dei servizi di media audiovisivi e radiofonici (e precisamente l’art. 32 quinquies del d. lgs. n. 177 del 2005) che dispone: “chiunque si ritenga leso nei suoi interessi morali (…) o materiali da trasmissioni contrarie a verità ha diritto di chiedere (…) che sia trasmessa apposita rettifica, purché questa ultima non abbia contenuto che possa dar luogo a responsabilità penali”.

4) Il diritto di rettifica elimina altri diritti?

Il diritto di rettifica si aggiunge, ma non elimina le azioni, cioè gli strumenti giuridici di tutela riconosciuti da altri diritti (querela per diffamazione, risarcimento del danno, ecc.).

5) Qual è il presupposto ad oggi per l’esercizio del diritto di rettifica?

Ad oggi, il diritto di rettifica è previsto per la stampa (quotidiani, periodici, agenzie di stampa) e per le radiotelevisioni, che trasmettono in via analogica o digitale.

Il presupposto è che la notizia o la dichiarazione siano state diffuse da un mezzo di informazione. Si presuppone che ci sia una struttura organizzativa creata allo scopo di produrre “informazione”, in altri termini, un’impresa a ciò finalizzata.

6) Il “sito informatico” è un giornale o una trasmissione televisiva?

E’ banale affermare che il sito telematico possa essere qualunque cosa. Anche un giornale (ad esempio un quotidiano on line). Ma certo non tutti i siti sono giornali. QUI STA L’ERRORE CONCETTUALE.

7) Il blog è un giornale?

No. Ci sono tanti tipi di blog, ma il blog tipicamente non ha i caratteri di periodicità di un giornale e non è registrato.

8) Il blogger è un imprenditore?

Non in quanto blogger.

9) Quali sono rischi maggiore derivante da questa norma del ddl intercettazioni?

Oltre alle pesanti sanzioni (da Euro 7.746 ad Euro 12.911), oltre ai termini stringenti per la rettifica (appena quarantotto ore dalla richiesta) che appaiono concretamente non praticabili, il grave pericolo è che, a lungo termine, questa norma, se approvata, consentirà di equiparare siti (e blog) ai giornali, creando il presupposto per l’applicazione di norme severe (amministrativamente impegnative, e corredate di sanzioni penali) nate per le imprese di informazione ai “siti informatici” e magari ad ogni trasmissione telematica (perchè no? anche social network e Twitter).

10) Allora, la conclusione è affermare che Internet sia o debba essere il Far West?

No. Oggi, esistono già validi strumenti giuridici di tutela (quali: diffamazione, risarcimento dei danni patiti, pubblicazione della sentenza). Se ne possono introdurre anche altri, ma meglio ponderati.

La libertà di espressione non è (SOLO) degli imprenditori dell’informazione, ma di tutti. Espressione del pensiero e attività imprenditoriale sull’informazione non coincidono.

pirate-ispIl Partito Pirata svedese ha annunciato il lancio di Pirate ISP, il nuovo servizio di fornitura  anonima di connettività ad internet che sarà presto disponibile per i cittadini svedesi.

Un’intervista di TorrentFreak a Gustav Nipe, studente di economia e membro del Partito Pirata, spiega che Pirate ISP sarà un provider in linea con i princìpi del partito, primo fra tutti il diritto alla privacy e all’anonimato. Gli utenti del servizio potranno navigare anonimamente in rete grazie al supporto operativo di ViaEuropa, la società nota per aver creato IPREDator anonimity service.

Il Beta test del nuovo fornitore di connettività è partito lunedì 19 Luglio nella città di Lund su un campione di 100 abitanti. Le previsioni di espansione per ora sono limitate alla conquista del 5% del mercato di Lund. Gustav Nipe, che è diventato CEO di Pirate ISP,  confida che presto il servizio possa estendersi in altre località svedesi. Nel frattempo si augura che l’iniziativa possa stimolare la competizione degli altri provider sul piano della privacy.

Durante la Hacknight Conference, Nipe ha anche annunciato che il Pirate ISP non permetterà al governo il monitoraggio degli utenti. Per impedirlo, il servizio non archivierà i log di accesso.

Naturalmente l’idea non piace a Henrik Pontén dell’autorità anti-pirateria svedese, che ha tagliato corto: “Quando la polizia busserà alla loro porta, saranno costretti a rilasciare le informazioni“.

Tuttavia, se davvero il Pirate ISP non registrerà alcun log, la questione potrebbe farsi più complessa.


posted by admin on luglio 20, 2010

Responsabilità dei provider

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blogeteryHa suscitato l’ira di moltissimi utenti americani l’improvvisa chiusura della piattaforma di blog Blogetery.com, che ospitava oltre 73.000 blog personali.

I blog sono stati improvisamente tagliati fuori dalla rete dal web host BurstNET Technologies che ospitava il servizio Blogetery.com. Il web host non ha rilasciato dichiarazioni sui motivi della chiusura della piattaforma per oltre una settimana, durante la quale gli utenti-blogger hanno cercato informazioni in rete.

Tra le spiegazioni più accreditate quella del sito TorrentFreak che aveva inquadrato la chiusura di Blogetery all’interno della “Operation in our site“, un’azione governativa a tutela del copyright che aveva fatto già chiudere nove portali sospettati di streaming illegale.

A quanto pare la ragione è però un’altra. Ieri un comunicato della BurstNET Technologies ha reso noto che la decisione di chiudere la piattaforma di blog è stata presa in seguito ad una richiesta di informazioni da parte dell’FBI su Blogetery.com. Secondo il Federal Bureau of Investigation  la piattaforma blog avrebbe infatti pubblicato del “materiale terroristico” come istruzioni per costruire bombe e una lista degli “obiettivi caldi” di Al-Qaeda.

Dopo un controllo BurstNET ha rilevato che il materiale pubblicato, oltre ad essere potenzialmente pericoloso, ha violato i termini di contratto tra host provider e content provider e pertanto ha disabilitato l’operatività di Blogetery.

Le proteste di alcuni delle migilaia di utenti privati dei loro blog si possono leggere sul forum di webhostingtalk.

confidential_stamp1Nonostante l’ultima bozza dell’accordo anti-contraffazione (ACTA) fosse stata resa pubblica in nome della trasparenza, l’ultimo negoziato confidenziale di Lucerna non ha diffuso alcuna documentazione sul nuovo stato dei lavori.

Anche il rapporto ai membri del Parlamento Europeo sullo stato dei negoziati si è svolto a porte chiuse, escludendo la partecipazione del pubblico.  Una mossa che non è piaciuta al membro del Partito Pirata svedese Christian Engström che all’avvio della discussione ha chiesto se fossero previste restrizioni per la diffusione delle informazioni sul negoziato e, dopo aver ricevuto risposta affermativa, ha lasciato l’aula.

Alcune informazioni ufficiali sull’ultima seduta ACTA sono state comunque rese note il 13 luglio in una presentazione al Parlamento Europeo del Commissario del Commercio Karel De Gucht. Dopo aver sottolineato l’importanza dell’accordo per la competitività commerciale dell’Unione Europea, De Gucht ha dichiarato che l’ACTA si occuperà solo delle violazioni su larga scala con un forte impatto sul commercio.

Alcuni controversi aspetti del trattato sono stati cambiati. Ad esempio, le violazioni del copyright sui brevetti sono state rimosse dalla lista dei controlli sulle merci alla frontiera. Questo significa che l’ACTA non creerà problemi al transito internazionale dei medicinali, ha puntualizzato De Gucht.

Inoltre, rispondendo ad una domanda di un membro del parlamento, De Gucht ha dichiarato che l’adozione e l’implementazione della “regola dei three-strikes” contro il download illegale verrà lasciata alla discrezione degli Stati Membri.

Nonostante alcuni miglioramenti, tuttavia, rimangono disaccordi tra gli Stati Uniti e l’Europa su alcuni aspetti dell’ACTA. Il più importante riguarda la volontà da parte della UE di inserire nell’accordo anti-contraffazione la tutela delle Indicazioni Geografiche Protette (es. Champagne e Parmigiano-Reggiano) contro l’opinione degli Stati Uniti secondo i quali l’ACTA non dovrebbe espandersi oltre la protezione del copyright e dei marchi registrati. Un’opinione considerata ipocrita visto che le indicazioni geografiche americane, equivalenti negli USA a marchi registrati, sono già tutelate dall’accordo.

Riguardo alla riservatezza dell’ACTA, De Gucht ha annunciato che la Commissione ha trasmesso il testo della bozza di Lucerna al Parlamento Europeo e i membri del parlamento possono riceverlo “sotto alcune restrizioni”. A questo proposito il membro del parlamento Ska Keller ha chiesto al Commissario del Commercio quale delegazione coinvolta nel negoziato abbia fatto nuovamente richiesta di segretezza, dal momento che il 10 Marzo una risoluzione comunitaria aveva domandato che il testo fosse reso pubblico. In risposta De Gucht ha fatto riferimento a precedenti posizioni degli Stati Uniti sulla trasparenza.

La prossima riunione dei negoziati dell’ACTA si terrà a Washington DC alla fine di Luglio.

privacy-generationsÈ attesa per il 27-29 ottobre la 32esima conferenza internazionale dei garanti della privacy e della tutela dei dati che quest’anno è organizzata a Gerusalemme dall’Israeli Law, Information and Technology Authority (ILITA), il garante della privacy israeliano.

La conferenza, che come di consueto ospiterà rappresentanti di organizzazioni di tutto il mondo del settore della privacy,  è stata intitolata “Privacy: generations“, un plurale che si riferisce alle nuove generazioni di tecnologie, alle nuove generazioni di utenti e alla nuova generazione di governance che dovrà inevitabilmente seguire i cambiamenti tecnologici e sociali.

La scelta del luogo dell’incontro internazionale non è casuale. Da quest’anno, infatti, il Garante di Israele è passato dallo status di osservatore a quello di membro della conferenza dei garanti. Il riconoscimento gli è stato conferito durante la 31esima conferenza, tenuta a Madrid, in seguito a un processo di ammissione che ha analizzato il livello di indipendenza con cui opera il Garante israeliano e il livello di protezione del diritto alla privacy nel sistema legale del paese.

Il 2010 è stato un anno importante per le relazioni internazionali di Israele. Nel maggio di quest’anno il paese è stato invitato, insieme a Estonia e Slovenia, a fare parte dell’OCSE.  In occasione dell’incontro dei garanti della privacy, ILITA ha quindi organizzato anche un evento volto a celebrare il 30esimo Anniversario delle Guidelines sulla Privacy dell’OCSE, una conferenza sul ruolo in evoluzione dell’individuo nella protezione dei dati personali che si terrà il 25-26 Ottobre.

Per maggiori informazioni sugli eventi è possibile consultare il sito web e la pagina Facebook.

Giovedì scorso presso Alma Graduate School si è tenuto l’atteso incontro tra Il Dott. Marco Pancini, European Policy Counsel and Director of institutional relations of Google Italia, e il Cons. Giovanni Buttarelli, Garante Europeo aggiunto per la tutela dei dati personali.

Nonostante i prevedibili interessi contrapposti nelle posizioni professionali dei due invitati, durante l’incontro è emerso anche un aspetto non conflittuale fra la principale multinazionale della rete e l’organo europeo a tutela dei dati dei cittadini: la condivisa necessità di una normativa unitaria in materia. A questo proposito il Cons. Buttarelli ha annunciato che in autunno sarà promulgato un regolamento comunitario su data retention e privacy.

L’intervento del responsabile di Google ha illustrato le modalità con cui i servizi di Google raccolgono informazioni sui loro utenti e ha specificato quale tipo di dati vengono archiviati.

Nelle ricerche, ad esempio, vengono raccolti log formati da queste informazioni: indirizzo IP, data e ora della ricerca, parola ricercata, tipo di browser e sistema operativo usato, identificazione del cookie dell’utente. Secondo il dott.Pancini questi dati non consentono il riconoscimento della persona.

Google, quindi, non raccoglierebbe informazioni personali sull’utente, ma solo indicazioni utili a migliorare il servizio di ricerca, come il suggerimento della parola cercata o il controllo ortografico.

Anche i cookie sono strumenti utili all’esperienza di ricerca perché permettono la profilazione dell’utente, grazie alla quale, ad esempio, viene data la preferenza a risultati sempre nella stessa lingua. Inoltre permettono di offrire un’offerta pubblicitaria che possa interessare l’utente.

Il dott. Pancini ha poi sottolineato che Google si è autoregolamentato imponendosi di conservare gli indirizzi IP massimo per 9 mesi e i cookie massimo per 18.

Naturalmente il Cons. Buttarelli non poteva che muovere qualche obiezione alla “visione in positivo” di Google sulla propria policy.

Prima di tutto, il fatto che Google non conosca il nome e cognome associato agli indirizzi IP che registra non significa che non riconosca gli utenti e i loro comportamenti. Evidentemente intorno all’indirizzo IP si possono individuare una serie di elementi di riferimento utili a costituire un profilo commerciale. Si tratta dunque di informazioni di mercato di valore inestimabile che spesso l’utente non sa di fornire.

Il Cons. Buttarelli ritiene anche sia fuorviante continuare a parlare di pubblicità “nell’interesse dell’utente”. La pubblicità basata sulla conoscenza degli interessi degli utenti porta un vantaggio prima di tutto alla società commerciale.

A questo proposito si ritiene che i cookie e i file di log  siano trattenuti da Google per un periodo ingiustificatamente lungo. Altre aziende che operano in rete, ad esempio Yahoo!, si sono autoregolamentate con tempi di molto inferiori. Sarebbe quindi opportuno che ogni società della rete spiegasse per quale motivo i dati vengono trattenuti e quali sono le informazioni realmente indispensabili.

In quest’ottica il garante aggiunto ha annunciato che la prossima regolamentazione europea rafforzerà, a livello di merito, la componente di privacy by design da parte delle case di produzione di software. Il concetto di privacy infatti deve essere tenuto in considerazione anche negli aspetti di progettazione dei sistemi, in altre parole il controllo degli utenti sui propri dati personali deve essere un’opzione insita nel software design. Questa procedura garantisce infatti la protezione dei propri dati a priori, impedendo così a repentine nuove idee di marketing di provocare danni, come è successo con il servizio Google Buzz.

Il caso sulla privacy violata dal servizio di Google Street View ha riportato l’attenzione sulle varie normative nazionali in materia di tutela dei dati personali.

Uno dei problemi maggiori delle multinazionali che operano sulla rete è infatti quello di sottostare all’osservanza di leggi diverse che rispecchiano, di paese in paese, un diverso valore attribuito alla privacy. Sulla base di questo valore implicito si delineano schieramenti  tra cui è facile distinguere un differente orientamento di Stati Uniti ed Unione Europea, ben rappresentata, quest’ultima, dalla severa politica della Germania sulla tutela dei dati personali.

Non sembra un caso che l’origine dell’indagine su Google Street View sia partita dai garanti della privacy tedeschi. Il governo tedesco si è sempre dimostrato attento agli aspetti con cui le nuove tecnologie entrano nella vita dei cittadini. L’ultimo esempio è la recente richiesta, da parte del Ministro alla Tutela dei Consumatori, Ilse Aigner, di istituire un codice di condotta per le società che operano in rete,  onde evitare che internet diventi la “gogna del XXI secolo“.

Già all’inizio di giugno il ministro Aigner  aveva annunciato di aver cancellato il proprio profilo da Facebook, per protestare contro la policy dell’azienda sulla riservatezza dei dati dei suoi utenti. “Avremmo bisogno di un codice d’onore, una sorta di codice di condotta per Internet, dieci regole d’oro chiare e concise“, ha spiegato la Aigner in un’intervista a Die Welt, incitando gli utenti della rete a partecipare con alcune proposte di regolamentazione.

La solerzia dei rappresentanti del governo tedesco suscita qualche perplessità nel paese di Silicon Valley dove un recente articolo del New York Times ha sollevato il sospetto che la rigida tutela normativa sulla privacy non sia supportata da una reale “sentimento” dei consumatori del paese. L’articolo, intitolato “Despite privacy inquires Germany flock to Google, Facebook and Apple” (nonostante le indagini sulla privacy, la Germania si affolla su Facebook, Google e Apple), riporta il grande successo delle principali multinazionali della rete in Germania come indice di un disinteressamento dei cittadini sulla tutela dei propri dati.

googleDue notizie, una buona e una cattiva, vedono nuovamente Google protagonista di vicende legali e politiche in diverse parti del mondo.

La notizia buona, almeno per gli affari di Google,  proviene dalla Cina, dove il governo di Pechino ha rinnovato all’azienda di Mountain View la licenza per operare nel paese come Internet Content Provider. È quindi risultato salvifico il recente dietrofront dal reindirizzamento automatico anti-censura sui server di Hong Kong. Per i cittadini cinesi rimane la possibilità di cliccare sul link Google.com.hk, presente nella pagina Google.cn, per effettuare ricerche non filtrate.

La notizia cattiva proviene invece dall’Australia, dove si è conclusa l’indagine sulla presunta violazione dei dati personali del servizio Google Street View. Il commissario locale sulla privacy ha raggiunto le stesse conclusioni precedentemente espresse dai commissari europei e statunitensi: Google ha violato massicciamente la privacy dei cittadini registrando, attraverso le apparecchiature del servizio Streeet View, pacchetti di dati inviati attraverso reti wi-fi per un totale di 600GB di dati sensibili.

Il Privacy Act australiano, tuttavia, non concede al governo l’autorizzazione a imporre sanzioni all’azienda. La vicenda si è così conclusa con le pubbliche scuse da parte di Google accompagnate dall’impegno a produrre per il governo locale una valutazione dell’impatto sulla privacy del servizio Street View in Australia.

Negli altri paesi del mondo la compagnia di Mountain View è invece esposta al rischio di sanzioni molto severe.

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Del rapporto fra Google e la Privacy si è parlato giovedì 8 luglio in occasione dell’incontro “Privacy, social network e motori di ricerca” coordinato dalla Prof. Giusella Finocchiaro con la partecipazione del Cons. Giovanni Buttarelli, Garante europeo aggiunto dei dati personali, e il Dott. Marco Pancini, European Policy Counsel and Director of institutional relations of Google Italia. Verrà presto pubblicato un resoconto dei temi principali trattati durante l’incontro.

posted by admin on luglio 7, 2010

Miscellanee

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wikileaksDopo oltre un mese di reclusione pre-processuale nel campo militare Arifjan in Kuwait, sono finalmente stati formulati i capi d’accusa contro il giovane analista dell’intelligence USA sospettato di avere divulgato su Wikileaks documenti segreti dell’esercito americano.

Secondo il magazine Wired, il Soldato di Prima Classe Bradley Manning dovrà presentarsi davanti alla Corte Marziale per due diversi capi d’accusa: il primo è la sommatoria di otto violazioni della legge criminale federale, tra cui accesso non autorizzato a postazioni informatiche e trasmissione a terze parti di informazioni riservate, mentre il secondo riguarda una violazione non criminale dei regolamenti dell’esercito in materia di gestione di documenti riservati.

In particolare, Manning è accusato di aver effettuato il download non autorizzato di un filmato che documenta un’azione militare dell’esercito USA in Iraq e di averlo trasmesso a una terza parte non governativa.

Anche se non è nominata formalmente, la “terza parte” a cui fa riferimento l’accusa è il sito di fughe di notizie Wikileaks, attraverso il quale Manning avrebbe diffuso il video di un’incursione aerea a Baghdad del 2007 nella quale gli elicotteri Apache dell’esercito americano uccisero 12 civili, inclusi due giornalisti della Reuters.

Gli altri capi d’accusa contro l’analista riguardano il download dalla rete interna di oltre 150.000 rapporti segreti della diplomazia americana e la relativa diffusione ad una “terza parte”. Anche in questo caso la “terza parte” è probabilmente Wikileaks, su cui all’inizio di Febbraio è comparso un rapporto confidenziale della diplomazia americana sul governo Islandese.

Al momento il soldato è ancora detenuto in Kuwait in attesa del processo. Nonostante il fondatore di Wikileaks avesse dichiarato di volere provvedere della difesa legale,  Wired riporta che all’imputato è stato assegnato un avvocato militare.

Se risultasse colpevole di tutte le accuse, il ventiduenne Bradley Manning potrebbe essere condannato ad una pena massima di 52 anni di carcere.