Direttore Scientifico: Prof.ssa Avv. Giusella Finocchiaro
Curatrice Editoriale: Dott. Giulia Giapponesi

posted by admin on agosto 31, 2010

Diritto d'autore e copyright

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Nella continua lotta delle major cinematografiche contro i siti che diffondono illegalmente i film, Disney e Warner Bros stanno sperimentando una nuova strategia: affossare i siti pirata tagliando la  loro unica fonte di sostentamento, le inserzioni pubblicitarie.

Le due case di produzione hanno recentemente intrapreso una causa presso la Corte distrettuale della California contro Triton Media, un’azienda dell’Arizona che secondo le major avrebbe rifornito con pubblicità e link di raccomandazioni nove siti – freetv-video-online.info, supernovatube.corn, donogo.com, watch-movies.net, watchmovies-online.tv, watch-movies-links.net, havenvideo.com and thepiratecity.org – che hanno come scopo primario la diffusione illegale di film protetti da copyright.

L’accusa contesta anche il possesso, da parte di Triton Media, di uno di questi siti – donogo.com – che al momento risulta offline. In tutti gli altri casi la società dell’Arizona ha svolto solo il ruolo di fornitore di pubblicità.

Secondo l’accusa Triton Media è colpevole sia di complicità nel reato di violazione del copyright sia di induzione di reato. Le major chiedono al Giudice distrettuale la massima pena prevista dalla legge federale sul copyright.

L’esito di questo processo, atteso con grande interesse, stabilirà un importante precedente per valutare l’implicazione di soggetti terzi che collaborano con intermediari coinvolti  in violazioni del diritto d’autore.

posted by admin on agosto 30, 2010

Diritto d'autore e copyright

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blockbuster-logoÈ stata annunciato per metà settembre l’avvio della pratica per bancarotta di Blockbuster, la catena che da quasi ventanni domina il mercato del noleggio video.

Il fallimento non giunge inaspettato. Da anni il settore del videonoleggio tradizionale soffre gli effetti di una crisi dovuta al cambiamento delle abitudini dei consumatori. La diffusione di massa delle connessioni a banda larga ha inaugurato l’era dello streaming – legale o meno – e sono sempre meno le persone disposte a uscire di casa per procurarsi un film. Blockbuster va quindi a seguire la strada del suo più acerrimo nemico in patria, la catena di noleggio dvd Hollywood Video, che ha chiuso i battenti lo scorso aprile.

Secondo il Chicago Breaking Businness, Blockbuster ha perso oltre 1 miliardo di dollari dall’inizio del 2008, accumulando un debito per interessi di 920 milioni. All’inizio dello scorso Agosto portavoci della società hanno annunciato che i debitori hanno acconsentito ad aspettare fino al 30 settembre prima di riscuotere gli interessi.

L’avvio della pratiche di fallimento permettera a Blockbuster di godere delle possibilità di ricapitalizzazione permesse dal Chapter 11 del Bankruptcy Code, grazie al quale tenterà di ridurre il debito accumulato. L’obiettivo principale del processo di bancarotta, che durerà circa cinque mesi, è quello di evitare il costoso pagamento degli affitti dei punti vendita che registrano i più pesanti passivi, circa 500 su 3425 totali nei soli StatiUniti.

Durante questo processo è di cruciale importanza il supporto degli studios di Hollywood ai quali è stato chiesto di continuare a rifornire le filiali di Blockbuster con i dvd di tutti i film in uscita.

Oggi il valore totale di mercato di di Blockbuster è di 24 milioni di dollari. Nel 1994 il colosso dei media Viacom aveva acquistato la società per 8,4 miliardi.

posted by admin on agosto 27, 2010

Trademarks

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teachbookCollegare la parola book alla fine di un’altra parola equivale a sfruttare illecitamente il marchio di Facebook, almeno secondo i legali del famoso social network.

Per questa ragione l’azienda di Mark Zuckerberg ha recentemente presentato una querela contro Teachbook, un piccolo social network rivolto ai soli insegnanti, per usurpazione del marchio registrato e concorrenza sleale.

Se altri possono usare liberamente un sostantivo generico più la parola book come marchio per un network service che si riferisce ad una particolare categoria di individui, il suffisso book potrebbe diventare un termine generale per intendere “online community” o “networking service” o “social network“  dichiarano i legali di Facebook nel testo della querela pubblicata da Wired e ciò svaluterebbe la particolarità del marchio Facebook“.

Su Wired anche la risposta di Greg Shrader, menager di Teachbook : “È una situazione da Davide e Golia. Stanno lanciando bombe contro zanzare. Sono convinti che rinegozieremo e che in un certo senso loro possiedano la parola book” .

La pretesa dell’esclusività sul suffisso -book sembra comunque travalicare il confine dei soli social network. Pare infatti che Facebook abbia anche minacciato di prendere le vie legali contro un blog di viaggi – Placebook – che ha poi prudentemente cambiato il suo nome in Triptrace.

posted by admin on agosto 26, 2010

Miscellanee

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craigslistLa responsabilità del fornitore di servizi torna in primo piano nella lettera aperta inviata da un gruppo di procuratori generali degli Stati Uniti a Craigslist, il sito di annunci più usato degli americani.

La questione riguarda la presenza sul sito di inserzioni che promuovono la prostituzione e addirittura il traffico di minori. Per impedirne la pubblicazione i procuratori generali chiedono  che la sezione di annunci per adulti venga chiusa definitivamente, dato che precedenti tentativi di filtraggio da parte di Craigslist si sono rivelati insufficienti.

Sono infatti diversi anni che i procuratori di alcuni stati contestano al sito di annunci la diffussione dell’attività di prostituzione attraverso il suo servizio. In seguito ad alcune proteste, nel 2008 Craigslist ha stipulato un accordo con the National Center for Missing and Exploited Children nel quale si impegnava a migliorare le misure di controllo contro gli annunci illegali.

Nonostante le nuove misure Craigslist è stato però di nuovo contestato dai procuratori.  Nel 2009 si è dotato quindi di una procedura più complessa per inserire annunci “per adulti”: ogni inserzione viene controllata personalmente da un legale e per la sua pubblicazione è necessario pagare 10$. Il pagamento serve a garantire l’identificazione dell’inserzionista e viene donato in beneficienza.

Jim Buckmaster, CEO di Craigslist, ha recentemente commentato il nuovo sistema sul suo blog: “Nell’anno che ha seguito l’implementazione del filtraggio manuale più di 700.000 annunci sono stati rifiutati dai nostri legali per piccoli scostamenti dalle nostre guidelines. Il nostro unico processo intensivo di controllo ha portato all’ esodo di massa di coloro che non volevano adeguarsi agli standard di Craigslist, rinforzati dal controllo manuale di inserzione su inserzione“.

Ciononostante, la protesta dei procuratori non si è fermata. Il potavoce del gruppo ha rilasciato una dichiarazione piuttosto chiara: “Solo Craigslist ha il potere di fermare questi annunci prima che siano pubblicati e tristemente non ha la minima intenzione di farlo“.

Secondo Buckmaster, invece, la policy interna del sito si è già spinta ben oltre gli obblighi imposti dalla legge nella lotta alla prostituzione.

I dati reperibili in rete sulla vita privata non possono essere usati per giudicare un dipendente. Questo il principio che sta alla base di una bozza di legge tedesca che proibisce ai dirigenti di raccogliere informazioni sui dipendenti attraverso siti come Facebook.

Il nuovo provvedimento riguarda anche le assunzioni. Il Der Spiegel riporta alcune statistiche secondo cui ricorrere ai profili Facebook dei candidati è ormai la prassi per i responsabili della selezione del personale. Sempre più spesso aspiranti dipendenti vengono scartati sulla base di informazioni raccolte sui social network, come commenti giudicati inappropriati, confessioni sull’uso di droghe, foto imbarazzanti, ecc. ecc.

La bozza di legge, presentata dal Ministro dell’Interno Thomas de Maizière, mira a limitare pesantemente il tipo di dati che si potranno usare legalmente per prendere provvedimenti sui dipendenti o sui candidati per un’assunzione. Sarà possibile raccogliere informazioni solo attraverso i siti in cui ci si presenta professionalmente, come il social network Linked_In, o comunque attraverso  pagine dove il lavoratore ha il pieno controllo sulla propria immagine. L’obiettivo è quello di evitare che in Germania si verifichino episodi simili a quello ormai noto della “piratessa ubriaca”, la giovane laureata americana al quale è stata negata l’abilitazione all’insegnamento a causa di una foto su MySpace che la ritraeva in stato di ebbrezza.

Un particolare interessante riguarda il fatto che anche le informazioni giudicate ammissibili dalla nuova legge potranno essere utilizzate dall’azienda a patto che non siano troppo datate. Questa importante specificazione è volta ad impedire che l’archivio sterminato della rete pregiudichi la carriera professionale degli individui.

La legge prevede anche nuove disposizioni in materia di sorveglianza del personale all’interno delle aziende. Il testo proibisce espressamente l’uso di videocamere nei bagni, negli spogliatoi e nelle stanze adibite alle pause. Ulteriori specificazioni riguardano il controllo delle telefonate e delle email degli impiegati, che potranno essere sorvegliate solo sotto particolari condizioni e a patto che i dipendenti siano preventivamente informati.

Queste disposizioni giungono in seguito ad una serie di scandali sulla violazione della privacy dei lavoratori da parte di alcune compagnie che operano in Germania. Il più eclatante risale al 2008, quando si è scoperto che i dipendenti della catena di discount Lidl erano videosorvegliati anche all’interno dei bagni e le loro conversazioni venivano addirittura spiate e trascritte da un apposito ufficio di sorveglianza.

Il disegno di legge, che dovrebbe essere approvato mercoledì, conferma nuovamente l’impegno del governo tedesco nella protezione della privacy dei suoi cittadini.

posted by admin on agosto 23, 2010

Diritto d'autore e copyright

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gran_turismo_5_screenshots_003Il Consorzio per la Tutela del Palio di Siena minaccia di intraprendere una causa legale contro la Sony Entertainment per l’utilizzo non autorizzato delle bandiere delle sue Contrade in un videogioco di prossima uscita.

Pare infatti che in Gran Turismo 5, ultima versione dell’acclamata serie di simulazione di guida per Playstation, sia possibile partecipare ad una gara di Go Kart in Piazza del Campo, in una specie di Palio motorizzato nel quale appaiono il Palazzo Comunale e tutte le bandiere delle Contrade.

Un omaggio alla città toscana non gradito da chi, dal 1981, si occupa di tutelare legalmente tutti i marchi registrati legati all’antica manifestazione. Secondo Anna Carli, amministratore delegato del Consorzio per la Tutela del Palio, non è infatti possibile utilizzare le immagini delle bandiere senza un’autorizzazione.

Il Consorzio è quindi deciso a chiedere la rimozione dei simboli senesi, per la tutela dei quali è pronto ad andare in tribunale. “Inizieremo sicuramente da una segnalazione ai produttori e alla distribuzione” ha dichiarato Anna Carli al Corriere FiorentinoC omunque, vista la non attinenza del videogioco con la storia e i riferimenti alla nostra Festa, nello specifico con l’uso delle immagini delle bandiere delle Contrade, non ne avremmo comunque autorizzato l’utilizzo“.

Pare che l’attesissimo videogioco, in cantiere dal 2006, abbia già subito molti ritardi legati alla produzione. I milioni di appassionati della serie – si parla di oltre 56 milioni di copie vendute dal 1997 – hanno quindi accolto con fastidio il possibile ulteriore ritardo dovuto all’azione del Consorzio senese.

In poche ore, la notizia si è diffusa globalmente su tutti i principali magazine di videogiochi, dall’Australia agli Stati Uniti. Le critiche per lo più indirizzate alla Sony, non hanno però risparmiato anche il Palio stesso, descritto come una violenta manifestazione simile alle corride spagnole.

La diatriba ha evidentemente procurato alla città di Siena una certa visibilità. Tuttavia c’è chi si chiede se, da questo punto di vista, non avrebbe giovato di più lasciare circolare liberamente il videogioco.

wikileaks

Le vicende di Wikileaks, il sito che permette la pubblicazione anonima di notizie riservate, interessano ormai da più di un mese le principali testate di tutto il mondo.

L’ultima novità riguarda il recente accordo tra Julian Assange, fondatore del sito, e il Partito Pirata Svedese, che si è offerto di ospitare i server di Wikileaks in nome dei condivisi princìpi di trasparenza e responsabilizzazione del potere.

L’accordo giunge nel pieno di un periodo particolarmente burrascoso per il portale di fughe di notizie. In seguito alla pubblicazione di 77.000 documenti segreti dell’esercito USA sulla guerra in Afghanistan, il Dipartimento di Difesa americano ha dichiarato che l’attività di Wikileaks “minaccia la sicurezza degli Stati Uniti”.

documenti pubblicati riportano informazioni dettagliate sulle operazioni americane in Afghanistan dal 2004 al 2009.

Le rivelazioni principali – definite dalla stampa afghana “non sorprendenti” – riguardano il coinvolgimento di vittime civili in operazioni militari della coalizione americana. Si contano oltre 195 civili uccisi, un numero considerato sottostimato, soprattutto a seguito di incursioni aeree in centri abitati. Ma dai rapporti emergono anche resoconti di violenze agghiaccianti perpetrate dall’Esercito Nazionale Afghano sulla popolazione che si rifiuta di collaborare.

Il vero scenario inedito per l’opinione pubblica degli Stati Uniti è costituito però dal quadro generale che emerge dall’archivio segreto: quello di un’operazione militare dalle poche chances di successo. Molti sono gli elementi di ostacolo per l’esercito USA che sono stati tenuti nascosti alla stampa americana (per i quali si rimanda alla lettura dell‘analisi del New York Times). Tra questi, spicca il coinvolgimento dei paesi limitrofi, Iran e Pakistan, nell’appoggio ai Talebani.

Le rivelazioni di Wikileaks sembrano però non finire qui. Su richiesta dei giornali coinvolti nell’analisi preventiva dei file (New York Times, Guardian e Der Spiegel), altri 15.000 documenti segreti non sono ancora stati resi pubblici. Si tratta di alcuni file in cui compaiono i nomi degli informatori afghani che collaborano con gli Stati Uniti, la cui vita sarebbe messa a repentaglio dalla fuga di notizie. Julian Assange ha dichiarato di volere comunque procedere alla pubblicazione dei documenti.

In realtà molti dei nomi degli informatori sono già stati resi noti nei 77.000 file pubblicati. Per questa ragione Wikileaks ha meritato le dure critiche di molte associazioni per i diritti umani, tra cui Amnesty International e Reporter senza frontiere.

Nel frattempo negli Stati Uniti c’è chi chiede un intervento deciso del Governo contro Wikileaks e il suo fondatore. “Se Assange rimane libero e pubblica i documenti in suo possesso Obama non dovrà che incolpare se stesso” scrive un giornalista del Washington Post.

Tuttavia fermare l’operato di Wikileaks potrebbe non essere così facileWired riporta un precedente tentativo di oscurare il dominio www.wikileaks.org su ordinanza della Corte Federale di San Francisco nel 2008. In quell’occasione Wikileaks era stata coinvolta in una causa su una fuga di informazioni sul riciclaggio di denaro da parte di una banca svizzera. Dopo un breve periodo di oscuramento il sito fu ripristinato per l’incostuzionalità insita nella limitazione preventiva della libertà di parola, diritto garantito dal Primo Emendamento degli Stati Uniti.

Oggi che i server di Wikileaks risiedono in Svezia, sembra ancora più improbabile che si possa procedere alla chiusura del sito attraverso le normali procedure legali. Ed è infatti a procedure straordinarie che si riferisce il Washington Post quando parla di un auspicabile cyberattacco contro Wikileaks.

Julian Assange, dal canto suo, sembra perfettamente conscio dei pericoli a cui sta andando incontro la sua organizzazione. Esistono modi molto poco “legali” con cui l’intelligence USA o qualunque altro nemico di Wikileaks potrebbe costringere al silenzio i responsabili del sito. Per scongiurare simili tentativi recentemente su Wikileaks è apparso un misterioso file chiamato insurance.aes256.

Si tratta di un archivio dal contenuto criptato di cui nessuno sa il contenuto esatto. La sua dimensione supera di 19 volte quella dei logs sull’Afghanistan. Abbastanza grande dunque da poter contenere l’intero database militare americano sulla guerra in Afghanistan o altri documenti riservati che si credono in possesso di Wikileaks. Ad esempio i 500.000 rapporti segreti sulla guerra in Iraq e i 260.000 file diplomatici per cui è stato arrestato il soldato scelto Bradley Manning, documenti mai pubblicati dal sito.

L’archivio insurance.aes256 è già stato scaricato da migliaia di utenti in tutto il mondo attraverso The Pirate Bay. “Tenetelo al sicuro” ammonisce Wikileaks nel messaggio di benvenuto della sua chatroom. Il meccanismo dell’insurance di Julian Assange è piuttosto chiaro. Il fondatore di Wikileaks ha annunciato che la password per decriptare il contenuto dell’archivio può essere rilasciata da un momento all’altro. Se dovesse succedere qualcosa a lui o al sito, migliaia di utenti nel mondo avranno istantaneamente accesso ad un enorme database di informazioni riservate.

Sempre più simile alla trama di un film di spionaggio, la vicenda di Wikileaks sembra non essere che agli inizi.

Le vicende del sito di fughe di notizie Wikileaks, che abbiamo iniziato a seguire lo scorso maggio con l’arresto del soldato ventiduenne Bradley Manning, interessano ormai da più di un mese le principali testate di tutto il mondo.

L’ultima novità riguarda il recente accordo tra Julian Assange, fondatore di Wikileaks, e il Partito Pirata Svedese che si è offerto di ospitare i server del sito in nome dei condivisi princìpi di trasparenza e responsabilizzazione del potere.

L’accordo giunge nel pieno di periodo particolarmente burrascoso per Wikileaks. In seguito alla pubblicazione sul sito, alla fine di luglio, di 77.000 documenti segreti dell’esercito USA sulla guerra in Afghanistan, il Dipartimento di Difesa americano ha dichiarato che l’operato di Wikileaks “minaccia la sicurezza della nazione”.

I documenti, analizzati prima della pubblicazione online da giornalisti del New York Times, dal Guardian e dal Der Spiegel, riportano informazioni dettagliate sulle operazioni americane in Afghanistan dal 2004 al 2009. Le rivelazioni principali – bollate dalla stampa afghana come “nessuna novità per noi” – riguardano il numero di vittime civili coinvolte dalle operazioni militari della coalizione americana. Sono venuti alla luce infatti rapporti su incursioni aeree che hanno ucciso esclusivamente abitanti di villaggi, insieme a resoconti di violenze agghiaccianti perpetrate dall’Esercito Nazionale Afghano sulla popolazione che si rifiuta di collaborare.

Ma il vero scenario inedito per l’opinione pubblica degli Stati Uniti è costituito dal quadro generale rivelato dall’archivio segreto: quello di un’operazione militare dalle poche chances di successo.

Molti sono gli elementi di ostacolo per l’esercito USA che sono stati tenuti nascosti alla stampa americana (per i quali si rimanda alla lettura dell’analisi del New York Times) tra questi spicca il coinvolgimento dei paesi limitrofi, Iran e Pakistan, nell’appoggio ai Talebani.

Le rivelazioni di Wikileaks sembrano però non finire qui. Su richiesta dei giornali coinvolti nell’analisi preventiva, altri 15.000 documenti segreti non sono mai stati resi pubblici. Tra questi, alcuni files in cui compaiono i nomi degli informatori afghani che lavorano per gli Stati Uniti, la cui vita sarebbe messa a repentaglio dalla fuga di notizie. Julian Assange ha dichiarato di volere comunque procedere alla pubblicazione dei documenti.

D’altra parte molti nomi di informatori sono già stati resi noti nei 77.000 file pubblicati. Per questa ragione Wikileaks ha meritato le dure critiche di molte associazioni per i diritti umani, tra cui Amnesty International e Reporter senza frontiere.

Nel frattempo negli Stati Uniti c’è chi chiede un intervento deciso del Governo contro Wikileaks e il suo fondatore. “Se Assange rimane libero e pubblica i documenti in suo possesso Obama non dovrà che incolpare se stesso” ha scritto un editorialista del Washington Post.

Tuttavia fermare l’operato di Wikileaks potrebbe non essere così facile. Wired riporta un precedente tentativo da parte di una Corte Federale di San Francisco di oscurare il dominio www.wikileaks.org in seguito al coinvolgimento in una causa su una fuga di notizie sul riciclaggio di denaro da parte di una banca svizzera nel 2008. Dopo un breve oscuramento il sito fu ripristinato per l’incostuzionalità della limitazione preventiva della libertà di parola garantita dal Primo Emendamento degli Stati Uniti.

Oggi che i server di Wikileaks risiedono in Svezia, sembra ancora più improbabile che si possa procedere alla chiusura del sito attraverso le normali procedure legali. Ed è infatti a procedure straordinarie che si riferisce il Washington Post quando parla di un auspicabile cyberattacco contro Wikileaks.

Julian Assange, dal canto suo, sembra perfettamente conscio dei pericoli a cui sta andando incontro la sua organizzazione. Esistono modi molto poco “legali” con cui l’intelligence USA o qualunque altro nemico di Wikileaks potrebbe costringere al silenzio i responsabili del sito. Per scongiurare simili tentativi recentemente su Wikileaks è apparso un voluminoso file chiamato insurance.aes256

Si tratta di un archivio dal contenuto criptato di cui nessuno sa il contenuto esatto. La sua dimensione supera di 19 volte quella dei logs sull’Afghanistan. Abbastanza grande dunque da poter contenere l’intero database militare americano sulla guerra in Afghanistan o altri documenti riservati che si credono in possesso di Wikileaks. Ad esempio i 500.000 rapporti segreti sulla guerra in Iraq e i 260.000 file diplomatici per cui è stato arrestato il soldato scelto Bradley Manning, documenti mai pubblicati dal sito.

L’archivio insurance.aes256 è già stato scaricato da migliaia di utenti in tutto il mondo attraverso The Pirate Bay. “Tenetelo al sicuro” ammonisce Wikileaks nel messaggio di benvenuto della sua chatroom. L’insurance di Julian Assange è piuttosto chiara. Il fondatore di Wikileaks ha annunciato che la password per decriptare il contenuto dell’archivio può essere rilasciata da un momento all’altro. Se dovesse succedere qualcosa a lui o al sito migliaia di utenti nel mondo avranno istantaneamente accesso ad un enorme database di informazioni riservate.

Sempre più simile alla trama di un film di spionaggio, la vicenda di Wikileaks sembra non essere che agli inzi.

imagesCome è noto, l’evolversi delle tecnologie propone costantemente nuovi aspetti socialmente controversi, in particolare per quel che riguarda la privacy.

Già da tempo la geolocalizzazione operata dai navigatori gps ha posto il problema della gestione dei dati sugli spostamenti nel territorio di quanti utilizzano i servizi di navigazione guidata. Un problema che finora era però circoscritto all’uso dei dati, e soprattutto all’eventuale cessione a terze parti, da parte delle società fornitrici del servizio.

Oggi i dati sulla localizzazione da remoto degli spostamenti fisici degli individui si sono moltiplicati grazie agli smartphone con sistema gps integrato. Sono così fioriti giochi online e social network che, come Foursquare, si basano sulla condivisione delle informazioni di geolocalizzazione degli utenti.

Tuttavia, anche gli utenti degli smartphone che non utilizzano questi passatempo potrebbero involontariamente condividere in rete informazioni sulla loro posizione sul territorio.

Un recente articolo apparso su Repubblica riporta con un certo allarme il problema della geolocalizzazione contenuta nelle foto scattate con i telefonini di ultima generazione. Pare infatti che ogni immagine pubblicata online con uno smartphone porti nel suo corredo di metadati, l’informazione aggiuntiva delle coordinate di longitudine e latitudine del luogo della foto.

In questo modo, qualunque utente della rete è in grado di risalire all’ora e al luogo in cui si trova chi ha postato l’immagine dal proprio telefonino. Una possibilità che naturalmente fa pensare subito all’uso criminoso che si può fare di questo genere di informazioni: dallo stalking al furto con scasso in una casa che si sa essere vuota.

Proprio per mettere in guardia da queste eventualità sono sorti alcuni siti dai nomi eloquenti, please rob me (per favore derubami) e I can stalk u (posso perseguitarti), che spiegano come disattivare la funzione automatica di geotagging delle foto fatte con gli smartphone.

Tuttavia è bene segnalare che la possibilità di essere localizzati attraverso la rete non si esaurisce con il corretto settaggio delle foto degli smartphone. Ogni indirizzo IP contiene infatti le informazioni necessarie per determinare il luogo da cui ci si sta connettendo, ed esistono già molti siti che offrono la localizzazione su una mappa di un numero di IP.

Nell’attesa di una regolamentazione specifica, pare che ad oggi l’unico modo per impedire di essere geolocalizzati da terze parti  sia la navigazione anonima.

imagesLa modifica dei sistemi operativi degli smartphone, lo sblocco delle restrizioni sui telefonini e il remix di video non rappresentano più un’infrazione della legge sul copyright degli Stati Uniti.

Ne ha dato recentemente l’annuncio la Electronic Frontier Foundation, riportando l’esito positivo delle richieste al Copyright Office e alla Libreria del Congresso affinché venissero introdotte nuove eccezioni al Digital Millennium Copyright Act.

Com’è noto, il DMCA proibisce la circumvenzione dei digital rights management (DRM), le misure tecniche di protezione usate per controllare l’accesso a materiale protetto da diritto d’autore.

Per questa ragione, fino al ricorso dell’EFF, era considerato come un’infrazione del DMCA il cosiddetto “jailbreak” sugli smartphone.

Generalmente infatti i telefonini di ultima generazione sono dotati di un sistema operativo che permette di installare solo programmi approvati dall’azienda di fabbricazione. Sugli i-phone, ad esempio, si possono installare solo applicazioni approvate dalla Apple e quindi vendute da iTunes.

Grazie a Jailbreak, un programma messo a punto da un gruppo di hacker,  è possibile modificare il firmware originale dell’i-phone, eliminando tutte le restizioni e permettendo l’accesso ai file di Sistema.

Nonostante l’aggiramento del DRM degli smartphone, da oggi la pratica del jailbreak è legale. Il copyright Office ha approvato la richiesta dell’EFF convenendo sul fatto che la legge contro l’aggiramento dei DMR non deve interferire con l’interoperabilità dei sistemi.

La seconda eccezione al DMCA richiesta dall’EFF riguarda il remix di videoclip senza scopo commerciale. La legge sul copyright rendeva infatti perseguibili anche gli appassionati che pubblicavano su internet, ad esempio a scopo di commento o satira, spezzoni di videoclip protetti da copyright. Le major hollyoowdiane, infatti, hanno sempre indicato il ripping dei dvd come una pratica illegale, a prescindere dall’uso che si sarebbe fatto del filmato. Grazie all’intervento dell’EFF è stata istituita una nuova regola del DMCA che riconosce la legalità di queste pratiche non commerciali secondo il principio del fair use.

La terza eccezione approvata riguarda ancora le telefonia. Grazie all’intervento dell’EFF, la Libreria del Congresso ha sancito che è legale sbloccare le restrizioni tecniche dei telefonini per passare ad un diverso operatore di telecomunicazioni. L’aggiramento del blocco dei cellulari, infatti, in alcuni casi era stato condannato come infrazione del DMCA, nonostante non ci fosse violazione di alcun diritto d’autore. L’eccezione richiesta dell’EFF è stata approvata dal Copyright Office che ha riconosciuto come il blocco sui telefonini abbia come scopo quello di legare il consumatore ad un solo operatore piuttosto che proteggere il copyright. Tuttavia la nuova regola sullo sbloccamento si applica solo sui cellulari usati, nell’intento di non ostacolarne il riciclo.

L’EFF ha espresso soddisfazione per le nuove regole.  ”Approvando tutte le richieste, il Copyright Office e la Libreria del Congresso hanno fatto oggi tre importanti passi avanti per mitigare alcuni dei danni causati dal DMCA,” ha dichiarato Jennifer Granick, Direttrice delle Libertà Civili dell’Electronic Frontier Foundation, “siamo entusiasti di avere aiutato a liberare i jailbreaker, gli sbloccatori e i video artisti da questo prevaricamento legislativo”.