Direttore Scientifico: Prof.ssa Avv. Giusella Finocchiaro
Curatrice Editoriale: Dott. Giulia Giapponesi

La fatturazione elettronica, pur essendo considerata un fattore determinante nello sviluppo dei settori commerciali e amministrativi, nel nostro paese stenta a decollare, anche a causa anche della mancanza di un provvedimento attuativo l’obbligo di fatturazione elettronica nei rapporti con la Pubblica Amministrazione.

Secondo le imprese, l’adozione di un nuovo sistema di fatturazione dovrebbe superare le perplessità sulle difficoltà di gestione del cambiamento interno, sul rapporto costi/benefici e sulla mancanza di un chiaro quadro normativo.

Queste sono alcune delle evidenze emerse dal rapporto 2010 dell’Osservatorio sulla Fatturazione Elettronica e la Dematerializzazione della School of Management del Politecnico di Milano, giunto alla sua quarta edizione.

L’Osservatorio, composto da esperti e ricercatori, ha l’obiettivo di dimostrare il valore di sviluppo legato all’adozione di processi di fatturazione elettronica – e più in generale della digitalizzazione dell’intero ciclo ordine-pagamenti – e nel contempo contribuire ad una loro più ampia diffusione nel paese. La principale attività dell’Osservatorio consiste nell’individuare le principali barriere che impediscono la diffusione della fatturazione elettronica e identificare efficaci strategie volte a facilitarne l’introduzione nelle imprese.

Uno degli assunti alla base della missione dell’Osservatorio è quello della necessità di “fare sistema”, contribuendo alla diffusione della fatturazione elettronica nella rete commerciale e amministrativa italiana e facendo sì che il cambiamento innovativo nella gestione di un’azienda sia da stimolo per l’innovazione delle altre.

L’Osservatorio sulla Fatturazione Elettronica e la Dematerializzazione vanta la collaborazione con  importanti Partner e Sponsor e sin dalla sua prima edizione ha creato un canale di confronto e dialogo costante con esperti internazionali e con le principali Amministrazioni regionali del territorio italiano.

L’edizione 2010 dell’Osservatorio sulla Fatturazione Elettronica e la Dematerializzazione registra l’ingresso all’interno del gruppo di ricerca della Prof.ssa Avv. Giusella Finocchiaro e si prepara a raggiungere nuovi importanti obiettivi per facilitare la diffusione della fatturazione elettronica nella realtà socio-economica del nostro paese.

posted by admin on settembre 28, 2010

Responsabilità dei provider

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google_suggestA pochi giorni dalla sentenza di Madrid che ha scagionato YouTube dalle accuse di Telecinco, si è diffusa la notizia di un’ulteriore controversia legale che ha coinvolto Google in Francia.

Il Tribunale di Parigi ha condannato la compagnia di Mountain View per diffamazione ai danni di un cittadino francese che lamentava l’accostamento del suo nome a termini  quali “satanista” e “stupratore” attraverso il servizio Google Suggest, che suggerisce le parole durante la digitazione della query sul motore di ricerca. Tali termini comparivano inoltre sul servizio “ricerche correlate” offerto nella pagina dei risultati di Google.

Il querelante, che ha subito una condanna non ancora definitiva a tre anni di carcere per corruzione di minore, ha chiesto al Tribunale di Parigi di ordinare la rimozione dei termini diffamatori e un risarcimento danni di 100.000 euro da parte di Google e del suo CEO Eric Shmidt.

Google si è difesa davanti alla corte sostenendo che i  suddetti servizi sono completamente automatici, dal momento che si basano su algoritmi, e che i risultati suggeriti derivano solo dalla frequenza con cui gli utenti hanno associato in passato i termini proposti.

La compagnia americana ha anche sostenuto che il semplice accostamento di parole non può essere considerato come diffamazione, dal momento che chi naviga in internet sa bene che i risultati delle ricerche tengono solo conto della concomitanza, all’interno di uno stesso testo web, dei termini cercati.

La corte parigina tuttavia non ha accolto le giustificazioni di Google, rilevando come non sia stata presentata alcuna prova riguardo l’automatizzazione del servizio di suggerimento parole. In aggiunta, il fatto che i termini suggeriti da Google Suggest non siano uguali a quelli proposti del servizio “Ricerche Correlate” dimostra che non possono basarsi sul medesimo algoritmo.

Il Tribunal de grande instance ha quindi condannato l’azienda di Mountain View, constatando come il suggerimento di parole possa incuriosire gli utenti e portarli a scegliere più spesso i termini di ricerca proposti, contribuendo, in questo modo, a rendere sempre più frequenti gli stessi accostamenti, in una sorta di “effetto valanga”.

Google dovrà perciò rimuovere i sostantivi considerati diffamatori dalla lista dei suggerimenti e pagare le spese processuali del querelante. Per il risarcimento dei danni è stata invece fissata una cifra simbolica di un euro.

I legali di Mountain View hanno annunciato il ricorso in appello.

posted by admin on settembre 24, 2010

Responsabilità dei provider

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Immagine 1Una sentenza della settima divisione del Tribunale Commerciale di Madrid ha respinto le accuse di violazione del diritto d’autore formulate dall’emittente spagnola Telecinco contro Google/YouTube.

Il canale televisivo, che fa parte del gruppo Mediaset, aveva denunciato la piattaforma di video-sharing nel 2008, chiedendo al Tribunale di ordinare la rimozione immediata per violazione di copyright di tutti i contenuti audiovisivi di proprietà di Telecinco.

Nel respingere la domanda di Telecinco la sentenza ha stabilito che YouTube, in quanto mero intermediario di servizi, non è responsabile delle violazioni compiute dai suoi utenti secondo quanto stabilito dalla Direttiva Europea 23/2000. Il ruolo di mero intermediario è stato riconosciuto alla piattaforma di video sharing sulla base della procedura attraverso la quale vengono pubblicati video: un sistema automatico che non implica alcun intervento da parte di YouTube.

Secondo l’accusa, tuttavia, la piattaforma di condivisione di filmati avrebbe assunto, nella pratica, il ruolo di editore. I legali del canale televisivo sostenevano che il fatto che alcuni video fossero “consigliati”, e che altri non fossero pubblicati perché in contrasto con la policy del sito, costituisse la prova di un controllo di YouTube sui contenuti.

Il Tribunale ha respinto le ragioni di Telecinco adducendo che, da un lato, la procedura che rende alcuni video “consigliati” è automatica perché si basa su parametri oggettivi, e, dall’altro, l’enorme quantità di materiale audiovisivo caricato – ad oggi oltre 500 milioni di video –  esclude la possibilità di qualunque controllo preventivo.

La sentenza (che riportiamo qui in inglese) ricorda anche che YouTube offre uno strumento che permette ai detentori di diritti di notificare i contenuti considerati in violazione attraverso la segnalazione degli URL corrispondenti. Questo strumento è stato utilizzato con successo anche da rappresentanti di Telecinco che hanno ottenuto l’immediata rimozione di alcuni video protetti da copyright.

Il Tribunale ha stabilito quindi che l’intermediario può essere ritenuto responsabile dei contenuti solo dal momento in cui viene a conoscenza delle supposte violazioni e la segnalazione delle violazioni spetta al detentore dei diritti.

Entrambe le parti coinvolte si sono dette soddisfatte dell’esito della causa.

Il blog di Google ha dedicato alla notizia un post (intitolato “Una grande vittoria per internet”) nel quale Aaron Ferstman, Head of Communications di  YouTube, dichiara:

Questa decisione riflette la saggezza della normativa europea in materia di copyright. Più di 24 ore di video vengono caricate ogni minuto su YouTube. Se i siti Internet dovessero monitorare tutti i video, foto e documenti prima di consentirne la pubblicazione, molti siti famosi – non solo YouTube, ma anche Facebook, Twitter, MySpace ed altri – sarebbero costretti a chiudere.

Nel comunicato ufficiale di Telecinco, i rappresentanti dell’emittente televisiva hanno espresso soddisfazione per il fatto che il giudice abbia ironizzato sulle “dichiarazioni epocali” di YouTube sulla libertà di espressione. A questo proposito hanno sottolineato una frase della sentenza:

“probabilmente, c’è molto di retorica e di dichiarazione epocale nelle ripetute invocazioni (di YouTube) al principio sacralizzato della libertà di espressione e la pretesa funzione che in questo contesto afferma occupare”.

La decisione del Tribunale di Madrid segue così la recente sentenza dell’analogo caso Viacom/YouTube. In quell’occasione, il giudice federale di Manhattan aveva sancito la non responsabilità della piattaforma di condivisione video per il principio del safe harbor: il provider di servizi non è responsabile dei contenuti generati dagli utenti se assicura la rimozione immediata di materiale segnalato come in violazione.

L’esito della causa spagnola si scosta invece dalle ultime sentenze italiane nei casi di attribuzione di responsabilità ai provider:  la sentenza  YouTube-Mediaset e l’ordinanza della Cassazione su The Pirate Bay hanno infatti dimostrato come la giurisprudenza in Italia si stia orientando sempre di più verso un modello che attribuisce responsabilità ai fornitori di servizi sui contenuti generati dagli utenti.

posted by admin on settembre 21, 2010

Miscellanee

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I legislatori statunitensi hanno presentato lunedì un nuovo disegno di legge volto a combattere la pirateria digitale. Si tratta del Combating Online Infringement and Counterfeits Act (atto per la lotta alla violazione e alla Contraffazioni in rete) una normativa che attribuisce al Dipartimento di Giustizia la facoltà di inibire per sempre l’accesso ai siti di tutto il mondo che contribusicono alla condivisione di file coperti da diritto d’autore.

La norma prevede, nello specifico, che il Dipartimento di Giustizia possa ordinare alle varie Corti Federali di emettere un’ingiunzione contro i responsabili della registrazione dei domini e  i gestori degli spazi web che concorrono alla violazione della legge sul copyright. Nel caso in cui il registro di dominio di un sito sia fuori degli Stati Uniti, il disegno di legge prevede che la responsabilità dello sbarramento ricada sui registri di dominio di primo livello, la maggior parte dei quali (come dot-com, dot-net, dot-org) sono archiviati negli States. Se il dominio di primo livello è invece registrato fuori dagli USA,  la nuova normativa attribuisce agli ISP la responsabilità del blocco di accesso al dominio estero.

Il disegno di legge, che ha appena iniziato il suo iter, è stato salutato con entusiasmo delle associazioni che difendono i dententori di copyrights, prime fra tutte la MPAA (Motion Picture Association of America) e la RIAA (Record Industry Association of America).

Public Knowledge, il gruppo per la difesa dei diritti dei cittadini nella cultura digitale, ha invece espresso perplessità sulla normativa proposta. Le principali preoccupazioni del gruppo riguardano il tentativo di espandere il controllo degli Stati Uniti sui siti di tutto il mondo attraverso i domini di primo livello e la vaga definizione con cui il disegno di legge individua i siti in violazione di copyright.

posted by admin on settembre 20, 2010

Responsabilità dei provider

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vvvLa questione della responsabilità degli intermediari sui contenuti generati dagli utenti, solitamente indirizzata ai siti che offrono la condivisione di file, sembra oggi essere tornata in primo piano nel settore dei servizi di annunci on line.

Dopo la vicenda di Craigslist, conclusasi con la chiusura definitiva della pagina delle inserzioni vietate ai minori, un secondo sito di annunci è stato denunciato per aver contribuito al traffico sessuale di minorenni.

L’accusa giunge da un’adolescente vittima di induzione alla prostituzione che ha intrapreso un’azione legale contro l’azienda Village Voice Media per aver diffuso l’annuncio e le foto postate dal suo sfruttatore attraverso il sito backpage.com.

L’uomo, che utilizzava il servizio di inserzioni per le prestazioni sessuali della ragazza, è già stato condannato all’inizio del mese per aver fotografato una minorenne in posizioni pornografiche, per avere pubblicato le immagini, per aver pagato il sito per la pubblicazione, per avere esposto la giovane al mercato della prostituzione e per avere raccolto soldi dalle sue prestazioni sessuali.

Ora, la ragazza e i suoi legali ravvisano anche un illecito nella condotta di Village Voice. Secondo l’accusa l’intermediario, pur essendo consapevole che le foto ritraevano una minorenne, avrebbe rinunciato a investigare per paura di ciò che avrebbe scoperto. In particolare, i legali della ragazza accusano il sito di non aver voluto accertarsi della legalità dell’annuncio per non subire un danno economico.

Nel testo della querela gli avvocati della giovane hanno giocato d’anticipo, dichiarando che la condotta di Village Voice non può essere protetta dalla Section 230 del Communications Decency Act, una legge statunitense che è stata più volte utilizzata nella difesa di servizi web considerati responsabili del contenuto sessualmente esplicito postato dagli utenti.

La norma, che prevede che i”servizi informatici interattivi” non possano essere giudicati alla stregua di editori, si era già rivelata salvifica per Craigslist lo scorso anno nella causa intentata dal Dipartimento dello Sceriffo della Contea di Cook, che accusava il sito di annunci di promuovere e trarre profitto da atti sessuali illegali.

L’accusa contro Village Voice segue di pochi giorni la dichiarazione della legale di Craigslist che, commentando la chiusura della sezione per adulti del servizio, ha lasciato intendere che non sarebbe stato facile trovare collaborazione nella lotta al traffico minorile da parte degli altri siti di annunci.

posted by admin on settembre 17, 2010

Responsabilità dei provider

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Il più famoso sito di inserzioni online degli Stati Uniti non ospiterà più annunci vietati ai minori sulle proprie pagine. Ne hanno dato l’annuncio il legale e il responsabile delle relazioni con le forze dell’ordine del sito durante un’udienza davanti alla Commissione giudiziaria che sta indagando sul traffico sessuale di minorenni all’interno degli States.

Dopo avere ricordato alla Commissione i numerosi tentativi messi in atto da Craigslist per arginare i possibili usi criminali del proprio servizio, i rappresentanti del sito hanno annunciato, senza ulteriori spiegazioni, la chiusura permanente della sezione dedicata agli annunci per adulti.

Craigslist finisce così per accogliere la richiesta del gruppo di procuratori generali che per anni si è impegnata attivamente, scrivendo lettere e minacciando inchieste giudiziarie, affinchè la lista di inserzioni a luci rosse venisse definitivamente censurata.

I rappresentanti del sito, nell’annunciare la decisione, hanno commentato con amarezza che non sarà facile trovare aziende che si impegnino più di Craigslist nel tentativo di impedire usi illeciti dei propri servizi. Negli ultimi tempi, infatti, il sito di annunci era arrivato addirittura ad attuare un meticoloso controllo manuale su ogni singolo annuncio vietato ai minori.

Quelli che prima pubblicavano inserzioni per adulti su Craigslist ora dovranno pubblicizzarsi attraverso altri operatori, ha dichiarato il direttore delle relazioni con le forze dell’ordine della società, la nostra sincera speranza è che le forze dell’ordine e i gruppi di procuratori trovino in essi degli utili  collaboratori.

posted by admin on settembre 16, 2010

Professione forense

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Le comunicazioni tra un avvocato dipendente da un’impresa e il suo datore di lavoro non possono godere del diritto di riservatezza goduto da chi svolge indipendentemente la professione forense. Questo ciò che è emerso da una recente sentenza della Corte di giustizia europea.

La decisione della Corte chiude così il ricorso da parte di una multinazionale del ramo chimico contro una sentenza del Tribunale di primo grado che aveva negato il riconoscimento della tutela della riservatezza alle comunicazioni tra un dirigente e un giurista interno all’azienda.

Le comunicazioni a cui si fa riferimento erano state raccolte nel 2003, nel corso di un’indagine della Commissione europea volta a indagare su eventuali pratiche anticoncorrenziali da parte della multinazionale. Tra i vari documenti prelevati come prove i funzionari della Commissione avevano incluso due messaggi e-mail scambiati tra il direttore generale della società e un avvocato dipendente dalla stessa, ma iscritto all’ordine forense olandese.

Appellandosi al principio di tutela della riservatezza alle comunicazioni tra clienti e avvocati, la multinazionale aveva fatto ricorso contro la Commissione europea domandando al Tribunale di primo grado la restituzione della corrispondenza e-mail e la sua esclusione dagli atti. La domanda è stata rigettata e nel 2008 la società chimica ha presentato ricorso alla Corte di giustizia.

Il 14 settembre la Corte ha tuttavia confermato la sentenza del Tribunale, specificando che la tutela della riservatezza nelle comunicazioni tra avvocato e cliente è strettamente legata alla qualifica di avvocato indipendente, in quanto deriva dalla concezione della funzione dell’avvocato come collaborazione all’amministrazione della giustizia e attività intesa a fornire, in piena indipendenza e nell’interesse superiore della giustizia, l’assistenza legale di cui il cliente ha bisogno.

Un legale stipendiato da una società, nonostante l’iscrizione all’Ordine forense, non gode dello stesso grado di indipendenza dal suo datore di lavoro di cui gode, nei confronti dei suoi clienti, un avvocato che lavora in uno studio legale esterno. Pertanto, per un avvocato interno è più difficile che per un avvocato esterno risolvere eventuali conflitti tra i suoi doveri professionali e gli obiettivi del suo cliente.

L’avvocato interno ad un’azienda non può quindi essere equiparato ad un esterno a causa della situazione di lavoratore subordinato in cui si trova, situazione che, per sua stessa natura, non consente all’avvocato interno di discostarsi dalle strategie commerciali perseguite dal suo datore di lavoro e che dunque influisce sulla sua capacità di agire con indipendenza professionale. A causa di questa discrepanza la Corte ha altresì sostenuto l’insussistenza di qualunque violazione del principio della parità di trattamento.

Il Garante della Privacy si è nuovamente pronunciato sul consenso al trattamento dei dati personali richiesto per la partecipazione a concorsi promozionali online.

In seguito ad un’indagine svolta nel 2008, è emerso che una società che gestisce i siti web di note emittenti radio nazionali ha raccolto per oltre un anno i dati personali dei suoi utenti attraverso una procedura in violazione della disciplina vigente.

Per partecipare ai concorsi online o per registrarsi ai siti l’utente era di fatto obbligato a esprimere il consenso al trattamento dei dati. In particolare la società richiedeva, attraverso un unico consenso, l’autorizzazione al trattamento dei dati sia per le finalità strettamente necessarie alla fornitura del servizio sia per ulteriori trattamenti, quali il trasferimento dei propri dati ad altre società, l’invio di comunicazioni commerciali e alcune “operazioni di profiling” i cui risultati potevano essere comunicati a società del gruppo ed a partners commerciali.

Il Garante ha rilevato l’illeicità di questa procedura sotto diversi aspetti. La società, infatti, non è tenuta a chiedere il consenso al trattamento dei dati personali necessari per attuare un servizio richiesto dall’utente. Tale richiesta è superflua dal momento che l’utente è parte interessata del contratto e il trattamento dei dati è un’operazione finalizzata all’esecuzione dallo stesso.

La normativa sulla privacy, inoltre, stabilisce che il consenso deve essere specifico. Gli utenti devono poter esprimere il consenso in relazione ad ogni diverso trattamento dei propri dati. È necessario poi che venga specificata l’identità di ogni soggetto coinvolto nell’utilizzo delle informazioni, un’indicazione non presente nei form dei siti in esame.

Ma soprattutto, una procedura di registrazione che renda obbligatorio autorizzare il trattamento dei propri dati per usufruire di un servizio risulta in violazione del Codice della privacy, art.23, secondo cui “il consenso è validamente prestato solo se è espresso liberamente e specificamente in riferimento ad un trattamento chiaramente individuato“.

Il provvedimento nega quindi l’utilizzo dei dati raccolti e prescrive alla società di riformulare correttamente il modulo di registrazione ai concorsi e ai siti.

Il Garante della Privacy ha così ribadito il principio per cui il consenso al trattamento dei dati personali dev’essere frutto di un atto libero e consapevole (Provv. 12 ottobre 2005 , doc. web n. 1179604; Provv. 3 novembre 2005 , doc. web n. 1195215; Provv. 10 maggio 2006 , doc. web n. 1298709; Provv. 31 gennaio 2008, doc. web n. 1490553 in www.garanteprivacy.it).

La direttiva 2010/45/UE del Consiglio del 13 luglio 2010 innova in materia di fatturazione elettronica, comportando modifiche alla direttiva 2006/112/CE relativa al sistema comune d’imposta sul valore aggiunto per quanto riguarda le norme in materia di fatturazione.

In particolare, si segnala che il nuovo art. 233 della direttiva dispone che “ogni soggetto passivo stabilisce il modo in cui assicurare l’autenticità dell’origine, l’integrità del contenuto e la leggibilità della fattura”. Fra i modi, la direttiva segnala “i controlli di gestione che creino una pista di controllo affidabile tra una fattura e una cessione di beni o una prestazione di servizi”. Per autenticità dell’origine, si intende la prova dell’identità del fornitore e per integrità, la non modificabilità del contenuto della fattura.

Quindi, non soltanto utilizzo di firma elettronica avanzata o di sistemi EDI, come già previsto nel precedente testo della direttiva, ma anche di ulteriori sistemi che assicurino l’autenticità dell’origine, l’integrità del contenuto e la leggibilità della fattura. Questi sistemi potranno essere individuati, secondo la direttiva, dal soggetto passivo. Minori vincoli, quindi nell’emissione della fattura, ma anche maggiori responsabilità, dovendo poi il soggetto che non usa la firma elettronica avanzata o i sistemi EDI dimostrare che il sistema utilizzato era adeguato. Resta da vedere come la direttiva verrà attuata nel quadro normativo italiano.

La protezione dei dati personali e, più in generale, della privacy, non si estende fino a negare ogni possibilità di controllo da parte del datore di lavoro. Questo è un equivoco.

Il datore di lavoro può controllare l’uso degli strumenti di lavoro da parte del lavoratore, se il lavoratore è stato informato e se si tratta, appunto, di strumenti di lavoro, fatti salvi alcuni limiti dettati dallo Statuto dei lavoratori.

Questo principio vale per la posta elettronica aziendale, per il telefono fisso, per il telefono cellulare. In questo senso non manca la giurisprudenza di merito e si è pronunciato con un provvedimento anche il Garante per la protezione dei dati personali.

L’essenziale è che le regole del gioco siano chiare e note a tutti gli attori coinvolti. E sono sempre di più gli enti e le imprese che hanno adottato policy per dettare le regole.

Sembrano quindi fuori luogo alcune recenti polemiche sul controllo dell’utilizzo dei cellulari aziendali se, come pare, questi principi sono stati rispettati.