Direttore Scientifico: Prof.ssa Avv. Giusella Finocchiaro
Curatrice Editoriale: Dott. Giulia Giapponesi

Dagli Stati Uniti giunge notizia di un caso legale, dal sapore alquanto anacronistico, che vede contrapposte alcune importanti reti televisive e una società che distribuisce quello che si può considerare come la versione moderna di un videoregistratore VHS.

L’apparecchio al centro del contenzioso è “Hopper”, un videoregistratore digitale che permette ai suoi utenti di salvare un programma televisivo per riguardarlo senza pubblicità per otto giorni sucessivi alla sua programmazione.

Alcuni tra i principali network televisivi statunitensi tra cui FOX, CBS, e NBC hanno portato in tribunale la società Dish Network accusandola di violazione di copyright e violazione di accordi commerciali di ritrasmissione.

Secondo i network, attraverso Hopper, la Dish produrrebbe copie non autorizzate dei loro show, violando gli accordi di licenza stipulati. Ma la posta in gioco pare essere più alta. I legali dei colossi televisivi hanno infatti dichiarato davanti alla Corte che se il servizio fornito da Hopper non sarà bloccato distruggerà l’ecosistema televisivo, basato sulle inserzioni pubblicitarie, che garantisce agli utenti la libertà di godere di una programmazione gratuita di qualità.

La Dish Network ha replicato con la richiesta formale ad un giudice federale perché venga definitivamente sancità la legalità del suo servizio di registrazione. Secondo la società, gli utenti di Hopper hanno il diritto di guardare i programmi quando vogliono, considerato che pagano per l’abbonamento al servizio e che una parte dei loro pagamenti finisce in tasca alle stesse reti televisive sottoforma di diritti di ritrasmissione.

Ai tempi  dell’avvento dei videoregistratori VHS, nei primi anni 80, la Corte Suprema degli Stati Uniti aveva già stabilito che i cittadini americani avevano il diritto di posticipare la fruizione di spettacoli televisivi legalmente distribuiti. Tuttavia l’odierna tecnologia dei videoregistratori digitali come Hopper permette performance di registrazione impensabili all’epoca dei VHS. Il servizio Prime time offerto dalla Dish network permette infatti di registrare fino a 6 spettacoli televisivi in HD trasmessi contemporaneamente in prima serata per un massimo di 2000 ore di registrazione. Il tutto senza l’autorizzazione delle relative reti televisive.

Il giudice potrebbe quindi pronunciarsi diversamente.

L’uso del cloud computing nelle attività e nei servizi delle pubbliche amministrazioni è uno degli obiettivi della cabina di regia per l’attuazione dell’Agenda Digitale italiana.

Tuttavia, se da un lato la “nuvola” offre soluzioni innovative per gestire molteplici attività con efficienza e possibili risparmi, dall’altro l’uso di questa tecnologia presenta criticità e rischi per la privacy di cui occorre tenere conto.

Per facilitare la scelta della soluzione più sicura per le attività isttuzionali, il Garante per la Protezione dei Dati Personali  ha reso disponibile online il vademecum “Cloud computing. Proteggere i dati per non cadere dalle nuvole”.

L’obiettivo è quello di promuovere un utilizzo corretto delle nuove modalità di erogazione dei servizi informatici attraverso una riflessione su alcuni degli aspetti giuridici, economici e tecnologici del settore.

Le indicazioni contenute nel vademecum sono indirizzate a tutti gli utenti,  in particolare imprese e amministrazioni pubbliche. L’opuscolo in formato cartaceo può essere richiesto all’Ufficio stampa, Piazza di Monte Citorio n. 121, 00186 Roma, e-mail: ufficiostampa@garanteprivacy.it, oppure scaricato in formato elettronico dal sito www.garanteprivacy.it.

Dopo la bocciatura dell’emendamento definito dalla stampa come il “SOPA italiano”, l‘On. Fava (Lega Nord) presenta ora ulteriori proposte normative volte ad imporre agli hosting provider la cancellazione di contenuti web su richiesta di terze parti.

La precedente proposta emendativa (emendamento alla legge Comunitaria 2011), simile al SOPA americano, era stata fortemente cricata sul web dagli esperti di diritto della rete e dagli attivisti per i diritti digitali dai cittadini ed era infine stata cassata dalla Camera attraverso sei identici emendamenti soppressivi (presentati da Pdl, Idv, Fli, Api, Pd e Udc) passati con 365 voti a favore, 57 contrari e 14 astensioni.

Nonostante il netto rifiuto bipartisan, l’Onorevole Fava chiede nuovamente il parere del Parlamento presentando due nuove proposte normative: un emendamento alla Legge Comunitaria 2012 e un nuovo disegno di legge AC 5224 recante “Modifica degli articoli 16 e 17 del decreto legislativo 9 aprile 2003, n. 70, in materia di responsabilità e di obblighi dei prestatori di servizi della società dell’informazione”.

Per quanto riguarda il nuovo emendamento proposto, si delinea un profilo di responsabilità per il gestore di servizi di hosting qualora esso sia al corrente di fatti o di circostanze “in base ai quali un operatore economico diligente avrebbe dovuto constatare l’illiceità dell’attività o dell’informazione, avvalendosi a tal fine di tutte le informazioni di cui disponga, comprese quelle che gli siano state trasmesse dal titolare del diritto violato”.

La nuova proposta prevede anche che in casi specifici l’autorità giudiziaria o amministrativa possa assoggettare gli hosting provider ad un obbligo di sorveglianza sui contenuti pubblicati dagli utenti dei loro servizi “in particolare in relazione a prodotti che possono essere pericolosi per la salute o il cui commercio costituisca reato, e fermo restando il divieto di imporre al prestatore di predisporre un sistema di filtraggio di tutte le comunicazioni elettroniche che transitano per i suoi servizi, in particolare mediante programmi “peer-to-peer”, che si applichi indistintamente a tutta la sua clientela, a titolo preventivo, a sue spese esclusive e senza limiti di tempo“.

Nell’attesa di conoscere il contenuto del disegno di legge, si registrano in rete le prime dure reazioni alla proposta di emendamento.

KickasstorrentsKickasstorrent.com, uno dei siti di condivisione di file più popolari al mondo, è da pochi giorni oggetto di un oscuramento preventivo ordinato dalla Procura di Cagliari, impegnata nell’ennesima indagine nell’ambito della pirateria informatica.

Sebbene attraverso portali come Kickasstorrents non sia possibile effettuare il download diretto di file contenti musica, film o programmi, questi siti permettono agli utenti di scambiarsi i cosiddetti “torrent”: file generati dagli utenti che svolgono la funzione di indicizzare le parti frammentate da cui è composto il contenuto che si desidera scaricare. Inserendo i torrent all’interno di un apposito software è quindi possibile rintracciare gli utenti in possesso delle varie parti del file che interessa e scaricarle.

Nonostante questo protocollo sia utilizzato dagli utenti specialmente per lo scambio illegale di file protetti da copyright, attraverso l’uso dei torrent è possibile diffondere e scambiare qualunque documento creato dagli utenti.

Secondo quanto riportato dalla stampa internazionale, Kickasstorrents mette a disposizione dei suoi visitatori oltre nove milioni e mezzo di file torrent, un numero comunque in crescita per via dei continui upload di nuovi torrent da parte degli utenti. Il noto portale, che ha sede legale nelle Filippine, riceve infatti giornalmente oltre 3 milioni di visite collocandosi al 321° posto tra i siti web più consultati nel mondo e al 96° posto tra quelli visitati in Italia. Nella classifica della provenienza degli utenti di Kickasstorrents l’Italia risulta infatti essere il terzo paese dopo India e Usa.

Da alcuni giorni tuttavia i cittadini italiani non possono più raggiungere il sito per via dell’oscuramento risultato dall’operazione “Last paradise” del Nucleo di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza di Cagliari, che, attraverso l’ordine del sostituto procuratore della Repubblica Giangiacomo Pilia, ha obbligato gli ISP italiani a inibire la visualizzazione del portale.

L’utilizzo dell’ordine di inibizione preventivo, già utilizzato in casi analoghi come quello di The Pirate Bay e di Btjunkie (peraltro oscurati anch’essi dalla GdF di Cagliari), ha nuovamente suscitato critiche da parte di giuristi e attivisti della rete, che hanno segnalato una diffusione sempre maggiore di questo strumento cautelare nel nostro paese. È stato notato infatti come negli ultimi anni si siano moltiplicati i casi di oscuramento di siti e blog attraverso ordini impartiti non da giudici, ma da altri soggetti quali pubblici ministeri o Authority.

Sebbene sia riconosciuto come strumento efficace per intervenire su siti che hanno la loro base giuridica all’estero, il provvedimento cautelare di oscuramento è uno strumento in grado di chiudere definitivamente l’attività di un sito web. Sempre dalla Guarda di Finanza di Cagliari giunge infatti un comunicato in cui viene reso noto che , dopo il provvedimento di oscuramento ordinati lo scorso anno dalla Procura del capoluogo sardo, il sito canadese Bitjunkie è stato definitivamente chiuso a causa del crollo della pubblicità, sua unica fonte di sostentamento.

Da più parti giugono nuovamente richieste per una normativa che affronti il tema dell’inibizione dei siti web e che possa prevedere, in presenza di circostanze di fatto che permettano di ricondurre in modo evidente l’attività illecita al territorio nazionale dell’Autorità procedente, anche un intervento extra-territoriale.

faceporn-facebookFallisce il nuovo tentativo della società che gestisce Facebook di far valere la paternità dell’uso del prefisso “Face” all’interno di un marchio.

Il 21 maggio 2012 un giudice di San Francisco, California, ha respinto la denuncia presentata da Facebook contro Faceporn.no, un social network norvegeseper soli adulti. La querela era stata inoltrata nel 2010 quando Facebook aveva citato il sito norvegese per i danni economici derivanti da una possibile confusione del pubblico tra i due social network. La compagnia californiana lamentava infatti un’eccessiva somiglianza fra le pagine del sito a luci rosse e quelle di Facebook, in particolare per quanto riguardava il nome e il logo.

La decisione del giudice distrettuale Jeffrey S. White si basa sull’assunto che la Corte Californiana non può far valere il suo potere giurisdizionale sul privato cittadino Norvegese proprietario del sito. Facebook infatti non ha potuto provare che l’attività di Faceporn.no avesse sufficienti contatti in California tali da giustificare un provvedimento giuridico.

Non è la prima volta che la Facebook Inc. tenta di far valere un diritto di esclusiva sul suo nome o sulle parole che lo compongono. In particolare il suffissso -book è stato già al centro di diversi casi contro siti quali Shagbook, Teachbook o Lamebook.

posted by admin on maggio 22, 2012

Eventi

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L’Osservatorio Fatturazione Elettronica e Dematerializzazione della School of Management del Politecnico di Milano anche quest’anno organizza il consueto convegno nel quale sono presentati i risultati della ricerca svolta durante l’anno.

La  Ricerca 2012 ha analizzato la diffusione e gli impatti dei progetti di Fatturazione Elettronica, Conservazione Sostitutiva e Integrazione del Ciclo Ordine-Pagamento in organizzazioni pubbliche e private e ha esplorato le molteplici opportunità derivanti dall’adozione di soluzioni di Dematerializzazione e Digitalizzazione dei processi di business (per esempio, nella gestione dei principali documenti di sportello firmati e dei contratti, con particolare riferimento all’ambito dei processi bancari).

Il Convegno si terrà giovedì 24 Maggio 2012, dalle ore 8.45 alle ore 13.30, presso l’ Auditorium – Palazzo Lombardia, P.zza Città di Lombardia, 1 – Milano.

L’Evento affronterà le tematiche chiave su cui da anni si sviluppano le Ricerche dell’Osservatorio: la Fatturazione Elettronica e la Dematerializzazione.

La prima parte del Convegno tratterà attuale stato di adozione delle soluzioni di Fatturazione Elettronica, Conservazione Sostitutiva e Integrazione del Ciclo Ordine-Pagamento in Italia. In questa sezione saranno discusse criticamente le principali barriere all’adozione, mettendole a confronto con le testimonianze concrete di chi queste stesse barriere le ha già affrontate e risolte.

La Prof. Avv. Giusella Finocchiaro, membro dell’Osservatorio, interverrà alle ore 12 sul tema della digitalizzazione dei processi.

Nella seconda parte del Convegno si esporranno le principali opportunità della Dematerializzazione estesa ad altri processi aziendali, con particolare riferimento alla digitalizzazione dei processi di supporto alla consegna delle merci e dei processi che prevedono l’impiego della firma autografa con focus principale sul contesto bancario.

Il programma dettagliato dell’evento è disponibile QUI. Per maggiori informazioni e per le iscrizioni si rimanda alla pagina dedicata all’evento.

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posted by Giulia Giapponesi on maggio 21, 2012

Miscellanee

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googleLa commissione antitrust dell’Unione Europea ha inviato una lettera al quartier generale di Google per sollecitare una risposta alle preoccupazioni sollevate in materia di abuso di posizione dominante nell’ambito delle ricerche su Internet e della portabilità.

Secondo quanto emerso da un’indagine conoscitiva di 18 mesi svolta dalla commissione, Google violerebbe le norme anti-monopolio europee attraverso quattro pratiche operative quali: l’indicizzazione privilegiata di servizi offerti da Google stesso a discapito degli altri operatori, la visualizzazione non autorizzata dei contenuti di altri portali o altri motori di ricerca, il contratto di semi-esclusività con il quale Google vincola i suoi partner pubblicitari e la mancata portabilità dei Google Ads su altri motori di ricerca e portali.

Joaquin Almunia, vicepresidente della commissione Antitrust dell’Unione Europea ha spiegato che la lettera inviata a Google rappresenta un’opportunità per evitare alcune possibili pesanti sanzioni, attraverso la formulazione di proposte da parte della società Californiana che possano risolvere le criticità evidenziate. Le proposte dovranno tuttavia giungere “nel giro di poche settimane”.

Un portavoce di Google ha annunciato che per ora la società ha solamente iniziato ad analizzare la lettera della commssione.

posted by admin on maggio 18, 2012

Miscellanee

(No comments)

La protezione dei dati personali è di nuovo al centro di un incontro con gli esperti nazionali del diritto delle nuove tecnologie.

Martedì 22 maggio, dalle ore 10 alle ore 13.30, nell’Aula Magna della facoltà di Economia dell’Università di Pisa (via C. Ridolfi 10) si terrà l’incontro di studi “Data Protection -Tra evoluzioni tecnologiche e sviluppi di diritto europeo”, secondo appuntamento di una serie di corsi di aggiornamento professionale organizzati dall’Ordine dei Giornalisti della Toscana e dall’Università di Pisa.

Dopo l’introduzione di Francesco Busnelli, Emerito di Diritto civile della Scuola Sant’Anna, interverranno Giusella Finocchiaro, ordinario di Diritto privato e di Diritto di Internet dell’Università di Bologna con un intervento su “La protezione dei dati personali e il diritto europeo”, Guido Scorza, docente di Diritto delle nuove tecnologie all’Università La Sapienza, con “Identità digitale e diritto all’oblio nell’era di Internet” e Alessandro Mantelero, ricercatore del Politecnico Torino e del Nexa Center for Internet and Society, con “Data protection impact assessment”. Seguiranno le testimonianze Giancarlo Ghirra, Segretario Ordine Nazionale Giornalisti e Pier Luigi Dal Pino, direttore Affari istituzionali Microsoft. Chiuderà l’incontro Dianora Paoletti, Ordinario di Diritto privato e di Diritto dell’informatica e preside della facoltà di Economia di Pisa.

L’incontro sarà anche l’occasione per presentare al pubblico il nuovo volume di Giusella Finocchiaro, “Privacy e protezione dei dati personali. Disciplina e strumenti operativi” (Zanichelli 2012).

Per scaricare il programma cliccare QUI.

the_pirate_bay_logoSembra esserci un nuovo risvolto nella vicenda giudiziaria che da oltre quattro anni coinvolge il sito di condivisione di file The Pirate Bay. Dopo la condanna inflitta un anno fa dalla Corte d’Appello svedese, Fredrik Neji, uno dei quattro fondatori del sito, ha deciso di portare il caso davanti alla Corte di Giustizia Europea.

La vicenda ha avuto inizio nel 2009 quando un tibunale svedese ha condannato i quattro ad un anno di carcere e 905.000 dollari di risarcimento danni ciascuno per concorso in violazione di diritto d’autore.

La sentenza di secondo grado del 2010 ha poi confermato la precedente sentenza, modificando in parte la condanna. Il periodo di detenzione è stato abbassato da un anno ad alcuni mesi ma la quota di risarcimento danni è stata alzata ad un totale di oltre 6,8 milioni di dollari, da dividere fra gli imputati. Nel determinare l’esorbitante cifra, il giudice della Corte d’appello ha tenuto conto delle stime di perdite economiche dichiarate dai legali di alcune fra le più importanti major mondiali dell’intrattenimento. Un tipo di calcolo molto criticato da quanti sostengono che un’equivalenza tra file scaricati illegalmente e prodotti non venduti non possa essere stabilita logicamente, in quanto non c’è alcuna prova che il fruitore di un file piratato sarebbe stato anche disposto a pagare per avere lo stesso prodotto.

Nel tentativo di rovesciare la sentenza, i legali dei quattro hanno quindi tentato la strada del ricorso alla Corte Suprema, ma lo scorso primo febbraio la loro richiesta è stata rigettata e la condanna della Corte d’appello è così diventata definitiva. A quel punto le strade dei tre fondatori si sono separate, Carl Lundström ha commutato il periodo di detenzione con la libertà vigilata, Peter Sunde ha tentato la via della richiesta di clemenza al Governo svedese, Gottfrid Svartholm si è dato alla macchia e il Fredrik Neji ha deciso di continuare l’iter giudiziario tentando un ricorso alla Corte di giustizia europea.

Annunciando il ricorso il legale di Neji ha sottolineato che il sito The Pirate Bay non ha mai trasmesso file coperti da copyright, dal momento che i file torrent contengono informazioni di per sé non illegali e possono essere usati per scambiarsi qualunque tipo di file. Sono piuttosto gli utenti che hanno scelto di utilizzare il servizio offerto dal sito per scambiare materiale protetto da diritto d’autore. Pertanto, secondo il legale, il sito di condivisione di file dovrebbe essere protetto dell’Art.10 della Convenzione sui Diritti Umani che garantisce la libertà di informare e di essere informati.

“Sarebbe come essere ritenuti responsabili perché qualcuno ha inviato una lettera dai contenuti illegali attraverso il sistema postale. Oppure, un’altra analogia forse più rilevante, sarebbe se i fondatori di un sito di compravendite fossero ritenuti responsabili per la vendita di una bicicletta rubata attraverso un annuncio pubblicato sul sito”, ha aggiunto il legale di Neji.

Un blog non è comparabile a un periodico giornalistico e pertanto non è soggetto alle sanzioni previste per la mancata registrazione della testata al Tribunale competente.

Sulla base di questo assunto una recente decisione della Corte di Cassazione ha annullato le sentenze di primo e secondo grado che vedevano il blogger Carlo Ruta colpevole del reato di stampa clandestina secondo l’art.16 della legge 8 febbraio 1948, conosciuta come “legge sulla stampa”.

La vicenda giudiziaria era iniziata nel 2008 quando Carlo Ruta, saggista, giornalista e autore del blog “Accade in Sicilia”, era stato condannato dal tribunale di Modica per il reato di diffamazione a mezzo stampa e stampa clandestina, pronuncia confermata poi nel 2011 dalla corte d’appello di Catania.

L’accusa proveniva dal procuratore della Repubblica di Ragusa Agostino Fera che si era sentito diffamato da alcuni contenuti del blog, che offriva un approfondimento su fenomeni a carattere mafioso presenti sul territorio siciliano.

Il tribunale di Modica aveva ritenuto in primo grado che il blog fosse equiparabile ad una vera e propria testata giornalistica, e che, pertanto, dovesse essere registrato presso il tribunale competente, secondo quanto prescritto dall’art. 5 della già citata legge sulla stampa.

La difesa aveva tentato invano di far notare come il blog non fosse altro che uno strumento di documentazione, neanche aggiornato regolarmente e quindi non paragonabile ad un giornale vero e proprio.

Nonostante le vive proteste che la condanna di primo grado aveva suscitato fra storici, blogger e attivisti della rete, la corte d’appello di Catania aveva confermato la decisione precedente e il blogger era stato nuovamente condannato.

L’esito del ricorso in Cassazione, intrapreso da Ruta nonostante l’ormai prossima prescrizione del reato, era quindi atteso con apprensione dai difensori dei diritti dei cittadini in rete. La conferma delle precedenti sentenze avrebbe infatti rappresentato l’introduzione di un anacronistico obbligo di legge per tutte le migliaia di blog italiani, un appesantimento burocratico che realisticamente avrebbe portato molti siti alla chiusura.

La decisione della III Sezione della Corte di Cassazione presieduta da Saverio Felice Mannino è stata quindi accolta con sollievo da molti commentatori del diritto in rete che hanno colto l’occasione per invocare un intervento normativo chiarificatorio che impedisca il ripetersi di simili vicende giudiziarie.