Direttore Scientifico: Prof.ssa Avv. Giusella Finocchiaro
Curatrice Editoriale: Dott. Giulia Giapponesi

Il 6 giugno 2012 il Parlamento ha eletto, non senza  polemiche, i nuovi componenti dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni e del Garante per la protezione dei dati personali

Il 19 giugno si è insediato il nuovo collegio del Garante per la protezione dei dati personali per l’elezione del Presidente. Erano presenti tutti i componenti dell’Autorità: la dott.ssa Giovanna Bianchi Clerici, la prof. ssa Licia Califano, la dott.ssa Augusta Iannini, il dott. Antonello Soro.

Il dott. Antonello Soro e la dott.ssa Augusta Iannini sono stati eletti all’unanimità rispettivamente Presidente e Vice presidente dell’Autorità.

Dal Giappone giunge notizia dell’approvazione di una nuova legge che annovera il download illegale di materiale coperto da copyright tra gli illeciti penali.

Il parlamento giapponese ha recentemente approvato un emendamento alla legge sul copyright che prevede una pena fino a due anni di prigione e una sanzione fino a 2 milioni di Yen (circa 20.000 euro) per coloro che effettuano dowload illegali o che copiano DVD e Blue-Ray disc coperti da diritto d’autore.

Fino ad oggi la legge giapponese considerava la fruizione di materiale piratato come una violazione del codice civile, ma puniva severamente chi contribuiva attivamente alla pirateria: l’upload non autorizzato di contenuti protetti da diritto d’autore era infatti punito con la reclusione fino a 10 anni e una sanzione economica per un massimo di 10 milioni di Yen (circa 100.000 euro). La nuova legge entrerà in vigore del primo ottobre 2012.

I rappresentanti dell’industria locale dell’intrattenimento hanno applaudito il nuovo provvedimento. Al contrario, la nuova normativa non ha soddisfatto l’Ordine degli avvocati giapponesi secondo il quale si sarebbe dovuta dare maggiore rilevanza alla precdente legge del codice civile che puniva il download illegale.

posted by Giulia Giapponesi on giugno 27, 2012

Brevetti

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microsoft-logo-iconIl Tribunale dell’Unione Europea ha bocciato il ricorso della Microsoft concedendole però una lieve riduzione dell’esorbitante sanzione pecuniaria inflitta nel 2008.

La compagnia americana era stata sanzionata dalla Commissione Europea alla Concorrenza nel 2004, allora presieduta dall’attuale premier italiano Mario Monti, per reiterato abuso di posizione dominante e violazione della normativa antitrust. All’azienda di Redmond veniva contestato lo sbarramento di accesso alle informazioni di interoperatività di alcuni suoi protocolli server. La Commissione aveva quindi ordinato alla Microsoft di garantire l’accesso indiscriminato a tali informazioni agli altri operatori del mercato.

La richiesta tuttavia è stata soddisfatta solo in parte. La compagnia fondata da Bill Gates ha infatti permesso l’accesso alle informazioni dietro pagamento di esorbitanti tassi di remunerazione. Nel 2008, la Commissione è nuovamente intervenuta sancendo “la natura irragionevole” di tali percentuali e infliggendo così una nuova sanzione alla compagnia americana. Applicando la facoltà di imporre alle aziende in violazione delle leggi antitrust una multa fino al 10% del relativo fatturato annuo, la Commissione ha imposto alla Microsoft il pagamento della cifra, allora record, di 899 milioni di euro.

La sentenza del Tribunale dell’Unione Europea, che ha confermato la decisione del 2008, ha ora mitigato di poco la sanzione riducendola di “appena” 39 milioni di euro. L’alleggerimento è stato accordato in relazione ad una sorta di ambiguità comunicativa, derivata da una lettera inviata dalla Commissione Europea alla Microsoft nel 2005 che autorizzava quest’ultima ad applicare alcune restrizioni sulla distribuzione di alcuni prodotti open-source sviluppati dai suoi concorrenti, sulla base di alcuni brevetti non registrati.

Naturalmente, i portavoci dell’azienda di Redmond hanno espresso il loro rammarico per la decisione del Tribunale dell’Unione, tuttavia non hanno ancora annunciato la probabile intenzione di procedere con un ricorso in appello alla Corte di Giustizia Europea.

posted by Giulia Giapponesi on giugno 26, 2012

Trademarks

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Dagli Stati Uniti giunge notizia di un’interessante azione legale incentrata sul typosquatting, termine inglese che identifica un “dirottamento da URL”, ovvero la creazione di una versione alterata di un nome di dominio registrato allo scopo di dirottare gli utenti.

Basandosi sugli errori di battitura (typos) fatti dagli utenti quando digitano gli URL nel loro browser, i typosquatter creano dei siti ingennevoli, simili a quelli originali, nei quali inserirscono banner pubblicitari da cui traggono guadagni. Secondo Wikipedia, i domini typosquatted sono milioni, e includono storpiature di nomi di siti celebri come ad esempio, facebok.com, yutube.com, goggle.it, etc.

Uno studio legale di New York, il Gioconda Law Group, ha chiesto un risarcimento di 1 milione di dollari ad un uomo accusato di aver creato un nome di dominio simile a quello dello studio legale. Secondo l’accusa, il dominio di proprietà dall’imputato, GiocondoLaw.com, è stato creato appositamente per intercettare le email degli utenti che sbagliavano a digitare il nome corretto del sito dello studio legale, GiocondaLaw.com.

A quanto si apprende, l’uomo accusato sarebbe un veterano di questo genere di pratiche, avendo già creato siti utili ad intercettare le mail di società ultranote come McDonald’s, MasterCard, NewsCorp e McAfee.

Il typosquatter seriale avrebbe anche già affrontato un’azione legale. Lo scorso anno infatti era finito in sede di arbitrato commerciale su richiesta della società Lockheed Martin, a causa di due dominii di sua appartenenza: LockheedMarton.com,  LockheedMartun.com. L’uomo si è difeso sostenendo di stare portando avanti delle ricerche utili a mettere a punto un servizio di protezione dal typosquatting da offrire alle aziende. Il collegio arbitrale ha però rigettato la sua tesi costringendolo a cedere i domini registrati alla società.

È dunque atteso con una certa curiosità il verdetto della Corte di New York che dovrà pronunciarsi sull’ingente resarcimento danni richiesto dallo studio legale.

posted by Giulia Giapponesi on giugno 22, 2012

Miscellanee

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L’ ACTA, il discusso trattato internazionale anti-contraffazione che definisce disposizioni comuni per la repressione delle violazioni della proprietà intellettuale, è stato bocciato della Commissione Commercio Internazionale (INTA) al Parlamento d’Europa. La commissione, formata da membri del Parlamento Europeo, si è espressa con 19 voti contrari e 12 a favore, senza astensioni.

La votazione dell’INTA rappresenta il penultimo gradino dell’iter burocratico dell’ACTA al quale resta da affrontare solo la discussione al Parlamento Europeo, programmata per il 3 luglio, seguita dalla votazione plenaria, prevista per il 4 luglio.

Tutte le quattro commissioni chiamate a pronunciarsi nei mesi scorsi sull’ACTA (Libertà Civili, Industria, Sviluppo e giuridica) hanno espresso parere negativo, così come il Garante Europeo per la Protezione dei dati.

Le sedi istituzionali sembrerebbero aver dunque accolto le critiche provenienti dalle parti civili, che da anni protestano contro l’ACTA. Come è noto, l’aspetto del trattato più criticato riguarda la regolamentazione mondiale della proprietà intellettuale che, sul versante digitale, definisce disposizioni comuni per la repressione delle violazioni del copyright favorendo l’intervento diretto dei detentori di diritti nei casi di sospetta violazione.

Come molti commentatori hanno sottolineato, la votazione della Commissione Commercio Internazionale dovrebbe essere decisiva per la decisione finale del Parlamento Europeo. C’è dunque grande attesa per la votazione del 4 luglio, che se dovesse confermare la bocciatura sancirà l’esclusione dell’Unione Europea dai paesi coinvolti nell’accordo.

posted by admin on giugno 21, 2012

Eventi

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Il prossimo venerdì, 22 giugno, dalle 17 alle 19, si terrà l’incontro del comitato scientifico dell’agenda digitale di Bologna.

Ricordiamo a tutti i cittadini che è possibile inviare proposte per l’agenda digitale fino a venerdì 29 giugno, nelle modalità descritte a questo link.

Immagine 1Dagli Stati Uniti giunge la notizia di un nuovo fronte di criticità per la condivisione non autorizzata di contenuti web.

Questa volta l’attenzione è rivolta ai siti web che offrono la possibilità di scaricare gratuitamente le tracce audio dei filmati di YouTube. Si tratta di pagine in cui, inserendo l’url corrispondente al video scelto, è possibile effettuare il download dell’audio del filmato in formato mp3. Le tracce musicali così ottenute possono poi naturalmente essere ascoltate su qualsiasi lettore, dagli iphone alle autoradio.

I servizio offerto da questi siti rappresenta sicuramente una risorsa in più per la pirateria e una nuova minaccia per l’industria musicale. Tuttavia non è dagli industriali che è partita la denuncia, bensì da Google-YouTube, che nei giorni scorsi ha inviato una lettera di minaccia di azioni legali contro uno dei principali siti che offrono il servizio di decodifica audio, YouTube-MP3.org.

Secondo Google, siti come YouTube-MP3.org violerebbero le condizioni d’uso dell’API (Application Programming Interface) di YouTube, ovvero dell’interfaccia di programmazione che consente ad altri siti di accedere alle risorse del portale video.  Nelle condizioni d’uso è infatti stabilito che qualunque download dei contenuti di YouTube è proibito. Il divieto sarebbe stato posto per tutelare proprio gli utenti del portale video dalle violazioni di copyright sul materiale caricato.

La compagnia di Mountain View ha quindi intimatoYouTube-MP3.org di cessare la sua attività entro sette giorni, al termine dei quali, se il servizio sarà ancora attivo, Google darà inizo ad un’azione legale.

L’amministratore di YouTube-MP3.org, di cui è noto solo il nickname Philip, ha risposto alle minccia di Google spiegando che il sito non utilizza l’API di YouTube è pertanto non può violarne le condizioni d’uso. Per quanto riguarda le accuse di violazione del copyright, in un post apparso sul suo sito Philip ha citato una sentenza tedesca nella quale si afferma che le attività di registrazione di contenuti pubblicati sul web è comparabile a quella di un videoregistratore sui contenuti televisivi.

A quanto si apprende da TorrentFreak, Google starebbe inviando lettere analoghe anche ad altri siti che offrono il servizio di conversione dell’audio dei suoi filmati.

Secondo alcune testate, l’offensiva di Mountain View sarebbe la conseguenza delle pressioni esercitate su YouTube dalle principali major discografiche statunitensi.

Pubblichiamo di seguito la richiesta, pervenuta da colleghi ricercatori, di collaborazione relativamente ad una ricerca accademica in ambito europeo. Precisiamo che non siamo direttamente coinvolti nella ricerca: facciamo solo da tramite. Ogni chiarimento va dunque richiesto solo al recapito sotto riportato.

L’Agenzia dell’Unione Europea per i Diritti Fondamentali (FRA) ha assegnato ad una unità di ricerca composta di giuristi e sociologi del Polo Scientifico Didattico di Forlì – Università di Bologna e coordinata dai professori Marco Balboni e Paolo Zurla, il compito di fornire approfondimenti sul tema dei meccanismi di ricorso in materia di protezione dei dati personali (Data protection: redress mechanisms and their use).

Per condurre l’approfondimento, l’unità di studio è alla ricerca di partecipanti alla ricerca afferenti a due categorie:

- persone che abbiano avuto esperienze con meccanismi di ricorso/risarcimento nel campo della protezione dei dati personali (ricorrenti)

- persone che hanno pensato di intraprendere la strada verso un ricorso/risarcimento, ma che hanno poi deciso di non arrivare a un vero e proprio meccanismo di ricorso (non ricorrenti).

L’avviso si rivolge a tutta la categoria degli operatori giuridici (avvocati, professori, ricercatori…) in grado di fornire informazioni circa possibili partecipanti (ricorrenti e non ricorrenti).

Sia l’equipe di ricerca che la FRA si impegnano a garantire l’anonimato di quanti prenderanno parte alla ricerca. In nessun caso, qualsiasi nominativo comparirà nelle relazioni preparatorie e finali dell’equipe di ricerca e dell’Agenzia Europea. I dati raccolti verranno utilizzati solo ed esclusivamente per le finalità di questa ricerca.

Per ulteriori informazioni e per partecipare contattare DIRETTAMENTE il Prof. Paolo Zurla, e-mail paolo.zurla at unibo.it, telefono 0543 374165.

L’emendamento alla Legge Comunitaria 2012 proposto dall’On.Fava è stato respinto dalla Commissione Politiche dell’Unione Europea alla Camera dei deputati.

Come già altre normative proposte dal parlamentare, l’emendamento mirava a delineare un profilo di responsabilità per il gestore di servizi di hosting in caso di contenuti illeciti ospitati sui suoi server. In particolare il provider di servizi sarebbe stato corresponsabile qualora avesse mancato di rimuovere i contenuti pur essendo al corrente di fatti o di circostanze “in base ai quali un operatore economico diligente avrebbe dovuto constatare l’illiceità dell’attività o dell’informazione, avvalendosi a tal fine di tutte le informazioni di cui disponga, comprese quelle che gli siano state trasmesse dal titolare del diritto violato”.

La proposta prevedeva anche che in alcuni casi l’autorità giudiziaria o amministrativa potesse assoggettare gli hosting provider ad un obbligo di sorveglianza sui contenuti pubblicati dagli utenti dei loro servizi “in particolare in relazione a prodotti che possono essere pericolosi per la salute o il cui commercio costituisca reato, e fermo restando il divieto di imporre al prestatore di predisporre un sistema di filtraggio di tutte le comunicazioni elettroniche che transitano per i suoi servizi, in particolare mediante programmi “peer-to-peer”, che si applichi indistintamente a tutta la sua clientela, a titolo preventivo, a sue spese esclusive e senza limiti di tempo“.

L’on.Fava aveva già proposto lo stesso emendamento, con poche differenze formali, nella legge Comunitaria 201, ma anche in quell’occasione era stato respinto.

La nuova bocciatura in commissione è stata accompagnata questa volta da un commento del Presidente della Commissione, Mario Pescante, che ha ricordato che la Legge Comunitaria è lo strumento attraverso il quale il Parlamento deve dare attuazione ad obblighi imposti al nostro Paese dall’Unione Europea e che, pertanto, non è la sede nella quale proporre interventi normativi ispirati da altre finalità ed obiettivi.

posted by Giulia Giapponesi on giugno 14, 2012

Diffamazione

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Il network di informazione Indymedia ha subito l’oscuramento di alcune sue pagine su richiesta di un giudice delle indagini preliminari di Milano, nell’ambito di un indagine per diffamazione a mezzo stampa.

L’ordine di “sequestro preventivo” è stato emesso dalla procura milanese lo scorso 24 maggio e riguarda il sito di Indymedia della regione Piemonte e alcune pagine dell sito della Toscana.

Dal momento che i server di Indymedia hanno sede all’estero, il sequestro preventivo è stato attualizzato ordinando agli ISP italiani di istituire un blocco di accesso alle pagine web incriminate. L’ordine, trasmesso il 13 giugno, impedisce ora agli utenti la lettura del testo all’origine della querela di diffamazione.

A quanto risulta da una superficiale ricerca sui motori di ricerca, si tratterebbe di un articolo dall’eloquente titolo “mafioso è bello” che, riportando documenti confidenziali,  attesterebbe la disponibilità di una società multinazionale ad allacciare rapporti con la mafia russa.

Nonostante l’articolo sia anonimo, com’è prassi su Indymedia, l’autore sarebbe stato rintracciato dagli inquirenti.

Alcuni commentatori hanno sottolineato che l’inibizione all’accesso per i cittadini italiani attraverso i provider di accesso è di solito considerata l’extrema ratio da parte degli organi di pubblica accusa e che raramente viene impiegata per reati che hanno a che fare con la stampa. Tuttavia si tratta della seconda volta nel giro di pochi mesi che un portale attivo in italia subisce l’inibizione all’accesso per l’accusa di diffamazione a mezzo stampa.

Lo scorso febbraio un provvedimento emesso dal Gip di Belluno aveva ordinato di oscurare  il portale www.vajont.info a causa di una frase ritenuta diffamatoria nei riguardi del parlamentare Maurizio Paniz (Pdl). L’accesso al sito era stato poi ripristinato dal tribunale del riesame di Belluno, che aveva definito illegittimo il sequestro preventivo, sottolineando che, nei casi di presunta diffamazione, il blocco degli accessi per gli utenti a carico dei provider dovesse ritenersi eccessivo rispetto al bene giuridico da tutelare.