Direttore Scientifico: Prof.ssa Avv. Giusella Finocchiaro
Curatrice Editoriale: Dott. Giulia Giapponesi

Il 18 aprile si terrà a Milano il convegno “Le nuove regole su firme elettroniche, firme grafometriche e Regolamento eIAS“, che inaugura le due giornate di studio dedicate ai documenti informatici, organizzate da Optime.

Nel corso delle giornate di studio saranno analizzate le principali novità in materia di dematerializzazione, con un approfondimento particolare sulle nuove regole relative a firme elettroniche, conservazione sostitutiva e fatturazione elettronica.

Il convegno del 18 aprile sarà aperto da un intervento di Giusella Finocchiaro volto ad approfondire i più recenti aspetti normativi del documento informatico e delle firme elettroniche e la relativa prassi operativa. La professoressa analizzerà tematiche quali la definizione di documento informatico e le sue caratteristiche, le diverse tipologie di firme elettroniche e la loro peculiarità, le nuove disposizioni in materia di firme grafometriche e il valore probatorio del documento informatico non sottoscritto o sottoscritto.

L’evento si terrà a Milano, il 18 e il 19 aprile 2013 presso il Grand Hotel et de Milan (Via A. Manzoni, 29).

Per ulteriori informazioni ed iscrizioni è possibile contattare la Segreteria organizzativa al numero telefonico 011.0204111 oppure inviare un messaggio di posta elettronica all’indirizzo info@optime.it.

La brochure dell’evento è disponibile QUI.

posted by admin on marzo 28, 2013

Ecommerce e contrattualistica

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Manage-Your-CrowdsourceLe imprese titolari di siti di Crowdsourcing non sono tenute ad ottenere l’autorizzazione ministeriale preventiva per la somministrazione di lavoro, purché l’attività del sito non sia finalizzata alla selezione di personale.

In risposta ad un’istanza di interpello presentata da Confindustria, il Ministero del lavoro si è pronunciato in merito alla corretta interpretazione dell’art. 4 del D.Lgs. n. 276/2003 (legge Biagi), concernente l’autorizzazione preventiva rilasciata dal Ministero alle Agenzie per il Lavoro ai fini dell’espletamento delle attività di somministrazione, intermediazione, ricerca e selezione del personale e supporto al ricollocamento del professionale.

La richiesta di Confindustria era in particolare orientata a sapere se anche le società che gestiscono siti di crowdsourcing debbano richiedere l’autorizzazione ministeriale.

Il ricorso al crowdsourcing per la realizzazione di progetti aziendali è una pratica sempre più frequente. Il termine definisce un nuovo modello operativo attraverso il quale un’impresa affida un progetto specifico ad un insieme indefinito di persone che rispondono ad una “chiamata” lanciata in rete su siti dedicati. Questo insieme di persone, definito anche community,  può comprendere volontari, intenditori del settore e liberi professionisti. Solitamente, tra le proposte presentate dai partecipanti l’azienda sceglie quella che ritiene più adeguata non in base all’identità del partecipante ma semplicemente valutando l’aderenza della proposta alle caratteristiche tecniche richieste.

Questo peculiare aspetto vale a distinguere il crowdsourcing dal tradizionale outsourcing, proprio in considerazione del fatto che la realizzazione del progetto o la soluzione del problema viene esternalizzata ad un gruppo indeterminato di persone e non invece ad uno specifico soggetto.

Alla luce di questa considerazione il Ministero del lavoro ha ritenuto possibile sostenere che le attività di intermediazione svolte in crowdsourcing risultano, in linea generale, finalizzate non alla conclusione di contratti di lavoro ma alla mera stipulazione di contratti di natura commerciale, tra i quali la compravendita ex art. 1470 c.c. o l’appalto ex art. 1655 c.c. e s.s. Pertanto non risulta necessaria l’autorizzazione preventiva di cui all’art. 4, D.Lgs. n. 276/2003, nè tantomeno quella prevista dall’art.6, comma 1, lett. f), con riferimento all’attività di intermediazione svolta dai gestori di siti internet.

Tuttavia, il Ministero ha specificato che nei casi in cui il crowdsourcing si configuri quale attività di ricerca e selezione del personale  l’autorizzazione ex art. 4 rimane necessaria. Rimane inoltre necessaria l’autorizzazione prescritta dall’art. 6 qualora la gestione dei siti internet mediante crowdsourcing sia volta alla realizzazione dell’incontro tra domanda ed offerta di lavoro, a condizione che la predetta attività venga svolta senza finalità di lucro e che siano resi pubblici sul sito medesimo i dati identificativi del legale rappresentante.

Pertanto, il Ministero ha chiarito che l’autorizzazione preventiva di cui agli artt. 4 e 6, D.Lgs. n. 276/2003 non è necessaria per lo svolgimento dell’attività di crowdsourcing fintanto che sia volta a promuovere la stipulazione di contratti di natura commerciale tra i quali la compravendita e l’appalto. Nel caso invece l’attività prevedesse la conclusione di contratti d’opera professionale ex art. 2222 c.c., sarebbe necessario richiedere l’autorizzazione qualora dalla stipulazione  del contratto conseguisse un’attività prolungata tale da configurare la costituzione di posizioni lavorative in seno all’azienda committente.

Le notizie presenti negli archivi dei giornali online vanno aggiornate con dati attuali e precisi. È quanto ha stabilito il Garante privacy in due recenti provvedimenti (doc. web n. 2286820 e 2286432) che accolgono i ricorsi di due privati cittadini coinvolti in vicende giudiziarie riportate sulla stampa.

Dopo essersi rivolti invano agli editori delle testate online, i ricorrenti si erano rivolti all’Autorità per chiedere la rimozione di alcuni articoli presenti negli archivi online dei quotidiani che riportavano le vicende giudiziarie che li vedevano coinvolti senza tuttavia riportare gli sviluppi successivi dei procedimenti. In alternativa, chiedevano al Garante l’integrazione o l’aggiornamento delle notizie con gli esiti delle successive sentenze.

Riconoscendo la liceità degli archivi giornalistici online e non volendo comprometterne l’integrità, l’Autorità ha respinto la richiesta di rimozione degli articoli, ma ha ritenuto che i ricorrenti avessero diritto ad ottenere l’aggiornamento o l’integrazione dei dati personali.

Il Garante ha stabilito che spetta all’editore l’individuazione delle modalità con cui segnalare ai lettori gli sviluppi successivi delle vicende (ad esempio, con un link, un banner o una nota all’articolo). Secondo l’Autorità l’aggiornamento garantirebbe il rispetto dell’attuale identità delle persone coinvolte nelle notizie e, allo stesso tempo, fornirebbe un’informazione attendibile e completa al pubblico.

La decisione del Garante si pone in linea con la nota sentenza della Corte di Cassazione n. 5525 del 5 aprile 2012 che ha stabilito l’obbligo per gli editori di aggiornare gli archivi online delle notizie pubblicate in nome del diritto alla contestualizzazione dell’informazione.

La sentenza è stata approfonditamente analizzata nel saggio “Identità personale su Internet: Il diritto alla contestualizzazione dell’informazione” della Prof.ssa Giusella Finocchiaro, pubblicato su “Il diritto dell’informazione e dell’informatica” anno XXVIIC Fasc.3 – 2012, che proponiamo QUI ai lettori.

posted by admin on marzo 26, 2013

Miscellanee

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L’Ordine degli Avvocati di Milano e la Fondazione Forense di Milano organizzano il convegno “Responsabilità dell’internet provider per violazioni delle intellectual properties nella normativa internazionale e interna”. L’incontro si terrà a Milano il 10 aprile 2013.

posted by admin on marzo 25, 2013

Libertà di Internet

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La Commissione dell’Arabia Saudita per le Telecomunicazioni e l’Informazione Tecnologica ha prospettato il rischio chiusura per Skype, WhatsApp e Viber se le rispettive aziende non istituiranno un filtro di controllo delle comunicazioni online.

Le compagnie di telecomunicazione hanno ricevuto un ultimatum di una settimana, a cui, in assenza delle condizioni per un’adeguata sorveglianza delle comunicazioni private, seguirà un blocco dei client coinvolti.

Il compito di risolvere la questione è affidato alle compagnie in causa, che avranno sette giorni per trovare una soluzione che eviti la cessazione forzata dei loro servizi.

Il ministro alla Cultura Abdel Aziz Khoga aveva già annunciato nel febbraio scorso possibili provvedimenti nei riguardi dei social network “fuori controllo”, come Twitter, implicitamente pericolosi per la sicurezza nazionale e perciò suscettibili ad un blocco precauzionale.

Un precedente si era già verificato nel 2010, quando le autorià saudite avevano minacciato il blocco definitivo per il servizio di messaggistica BlackBerry Messenger dell’azienda canadese Research In Motion (RIM).

Come previsto, l’introduzione della possibilità di personalizzare i domini di primo livello ha portato ad una lotta tra multinazionali per l’esclusiva su alcune delle parole più ambite. Al centro della contesa, i termini scelti dai colossi Google ed Amazon.

Da oltre un anno l’ICANN (Internet Corporation for Assigned Names and Numbers) ha aperto a tutti i player del web la possibilità di registrare qualsiasi parola da utilizzare come dominio di primo livello. Si è quindi grandemente ampliata la scelta dei termini, che fino ad un anno fa erano limitati a “.com”, “.info”, “.org” ecc.ecc. Tuttavia, non tutte le parole sono ugualmente ricercate, e la spartizione di termini-chiave sta causando una vera e propria battaglia tra le principali aziende che operano in rete.

Mentre Amazon è bersaglio di pesanti contestazioni per il tentativo di accaparrarsi domini come  ”.book” e  ”.read”, Google è stato oggetto di una lamentela formale per aver richiesto l’esclusiva su termini quali  ”.search”, “.app”, “.earth”, “.car”, “.fly” , “.map” e “.cloud”.

La contestazione proviene dall’organizzazione FairSearch, un gruppo di pressione formato da aziende contrarie al controllo operato da Google sul web. Il gruppo conta fra i suoi membri altre aziende che operano in rete, tra cui  Microsoft, Nokia, Oracle, Expedia e TripAdvisor.

In un recente comunicato, FairSearch ha fatto sapere di aver presentato una lamentela all’ICANN sostenendo che se l’ente avesse accetato le richieste di Mountain View “avrebbe permesso a Google di ottenere un ingiusto vantaggio nei confronti degli altri membri della comunità attraverso l’inopportuna garanzia di un monopolio perpetuo di una sola compagnia su generici termini industriale”.

Il gruppo di pressione ha quindi intrapreso un ricorso formale  all’ICANN per impedire a Google di aggiudicarsi, in particolare, le parole “.search,” “.map” e “.fly”.

La risposta dell’ente è attesa entro cinque mesi.

È stato pubblicato sul sito dell’Autorità Garante per la Protezione dei Dati Personali un provvedimento relativo ad un sistema di rilevazione biometrica utilizzato in ambito bancario.

Con il provvedimento il Garante ha espresso una valutazione relativa ad un servizio di firma digitale remota con autenticazione biometrica “basato sull’utilizzo di dispositivi che consentono di rilevare le caratteristiche dinamiche distintive della firma autografa” apposta dagli utenti in occasione della sottoscrizione con firma digitale di contratti o di modulistica bancaria.

Il provvedimento fa  seguito ad una richiesta di verifica preliminare relativa ad una fattispecie di rilevazione dei dati biometrici dei clienti di una banca, nell’ambito della fornitura di servizi bancari e finanziari.

Il testo del documento è reperibile al seguente link: http://www.garanteprivacy.it/web/guest/home/docweb/-/docweb-display/export/2311886

posted by admin on marzo 20, 2013

Diritto d'autore e copyright

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Il Tribunale di Arezzo ha condannato il proprietario di un sito di indicizzazione di link a video protetti da diritto d’autore a 5 mesi di reclusione e al pagamento di un risarcimento di 15mila euro.

L’uomo, un 43enne di Fucecchio (Firenze) era stato identificato dagli inquirenti come il principale gestore del sito “Vedogratis.it”, situato su un server di Arezzo. Aperto nel 2008, il sito indicizzava una serie di link che reindirizzavano gli utenti sui film ospitati dalla piattaforma Megavideo, chiusa nel 2012 dall’FBI per violazione massiva del diritto d’autore.

L’oscuramento del sito Vedogratis.it risale al 2010 quando operazione condotta dalla Polizia Postale di Genova la Guardia di Finanza di Venezia avevano identificato il server italiano del sito. L’identificazione del gestore fiorentino è stata invece resa possibile dai conti aperti per ricevere i proventi della vendita di spazi pubblicitari sul sito.

Il giudice Giampiero Mantellassi ha condannato l’impotato a cinque mesi di carcere e al pagamento di un’ammenda da 5mila euro e di un risarcimento di 15mila euro per la Società Italiana degli Autori ed Editori (SIAE), che si era costituita parte civile lesa.


posted by admin on marzo 18, 2013

Miscellanee

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La Struttura Didattica Territoriale del Distretto della Corte di Appello di Bologna invita a partecipare all’incontro sul tema “I servizi telemetci dell’area civile” che si terrà lunedì 8 aprile 2013 dalle 14,45 alle 18,15 presso la Sala Traslazione del Convento San Domenico, Piazza San Domenico 13,  Bologna.

Nel corso del convegno la Prof. Giusella Finocchiaro interverrà sul tema  “Il CAD – identificazione informatica, documento informatico, firma elettronica e PEC”. L’intervento vedrà la partecipazione del Sig. Paolo Ori, Assistente informatico CISIA di Bologna. Il programma completo del convegno è disponibile QUI.

La partecipazione è gratuita ma essendo i post limitati è necessaria la prenotazione. L’evento in fase di accreditamento presso il Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Bologna. Per informazioni e prenotazioni rivolgersi all’ufficio del referente (tel. 051- 201886 fax 051 – 201885; uff.magformazdec.ca.bologna@giustizia.it).

facebook-likeUn recente studio inglese ha dimostrato come sia possibile ricostruire l’identità degli utenti della rete tramite i “mi piace” su Facebook, un tipo di informazione accessibile a tutti per impostazione predefinita e facilmente individuabile grazie ai motori di ricerca.

Un semplice click di apprezzamento può dire molto di noi, specialmente se analizzato alla luce di altri apprezzamenti segnalati in passato.

La ricerca, pubblicata sulla rivista scientifica americana Pnas, ha dimostrato che a partire da informazioni facilmente accessibili come i “Mi piace” su Facebook è possibile individuare con un alto grado di accuratezza una serie di dati personali sensibili quali l’età, il genere, l’orientamento sessuale, l’etnia, le opinioni politiche, il credo religioso, l’uso di sostanze stupefacenti e persino aspetti della personalità quali il grado di felicità, il quoziente intellettivo o l’esperienza di un divorzio in famiglia.

I ricercatori del Cambridge’s Psychometrics Centre, in collaborazione con il Microsoft Research Cambridge, hanno analizzato i dati provenienti dall’attività su Facebook di oltre 58.000 volontari, che hanno offerto dettagli sui propri “Mi piace”, sul loro profilo demografico e sui risultati di test psicometrici. Confrontando questi dati è stato così possibile creare un modello statistico in grado di prevedere in modo automatico una serie di informazioni personali solamente a partire dai “like”.

Il modello si è rivelato estremamente accurato: nell’88% dei casi ha individuato l’appartenenza al sesso maschile degli utenti, nel 95% dei casi si è rivelata corretta la distinzione tra afro-americani e bianchi, mentre nell’85% dei casi è stato possibile distinguere accuratamente tra repubblicani e democratici. Cristiani e musulmani sono stati correttamente classificati nell’82% dei casi, mentre il fatto di essere in coppia o di abusare di sostanze è stato previsto correttamente rispettivamente nel 65% e 73% dei casi. Il tratto della personalità denominato  “apertura” è stato predetto con un’accuratezza quasi uguale a quella dei test standard sulla personalità.

Mettendo quindi in evidenza le implicazioni sulla privacy dell’atttuale policy di Facebook, che rende i “mi piace” obbligatoriamente pubblici, lo studio sembrerebbe aprire la strada per un richiamo ufficiale indirizzato al social network da parte delle Autorità Garanti per la protezione dei dati.