Direttore Scientifico: Prof.ssa Avv. Giusella Finocchiaro
Curatrice Editoriale: Dott. Giulia Giapponesi

Respinto il ricorso di un uomo che chiedeva alla ex moglie i danni per avere invaso illecitamente il suo diritto alla riservatezza dei dati chiedendo alla banca i dati del suo estratto conto.

Con sentenza n. 20649 del 31 agosto 2017, la VI sezione Civile della Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo che accusava la ex coniuge di aver chiesto illecitamente alla banca i dati del suo estratto conto, violando la sua privacy, allo scopo di utilizzarli come prova nella causa di separazione personale.

La sentenza della Cassazione ha confermato il rigetto dell’istanza di risarcimento danni già emessa dal Tribunale di Modena, e successivamente della Corte d’Appello di Bologna.

La Cassazione ha richiamato la motivazione del Tribunale, secondo la quale, nel richiedere informazioni o documenti alla banca, la donna non aveva violato alcuna norma di legge né aveva tenuto un comportamento fraudolento; la Corte ha anche ritenuto che il marito non avesse offerto alcuna indicazione circa il danno subito.

Resterebbe, chiaramente, da capire la liceità del comportamento dell’Istituto bancario, che tuttavia non è stato chiamato in causa.

posted by admin on agosto 29, 2017

Miscellanee

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Il 29 agosto entra in vigore il cosiddetto “ddl Concorrenza” la “Legge annuale per il mercato e la concorrenza”,  pubblicata in G.U. il 14 agosto 2017. Molte le novità contenute nel provvedimento, composto da 1 articolo e 192 commi, tra cui importanti novità per gli studi legali e notarli.

La nuova legge prevede che la professione forense possa essere esercitata anche in forma societaria, consentita non solo a società di persone, bensì anche a società di capitali oppure cooperative iscritte in apposita sezione speciale dell’albo territoriale della circoscrizione in cui ha sede la stessa società. Viene vietata la partecipazione societaria tramite società fiduciarie, trust o per interposta persona.

I soci devono essere avvocati iscritti all’albo, ovvero avvocati iscritti all’albo e professionisti iscritti in albi di altre professioni, per almeno due terzi del capitale sociale e dei diritti di voto. Il venire meno di questa condizione costituisce causa di scioglimento della società e il consiglio dell’ordine presso il quale è iscritta la società procede alla cancellazione della stessa dall’albo, salvo che la società non abbia provveduto a ristabilire la prevalenza dei soci professionisti nel termine perentorio di sei mesi. È stato poi abrogato il divieto per gli avvocati di partecipare a più associazioni, previsto dalla riforma forense (legge 247/2012).

Anche la maggioranza dei membri dell’organo di gestione deve essere composta da soci avvocati e comunque tutti i  componenti dell’organo di gestione non possono essere estranei alla compagine sociale. Resta fermo il principio della personalità della prestazione professionale.

La sospensione, cancellazione o radiazione del socio dall’albo nel quale è iscritto costituisce causa di esclusione dalla società.

Le società sono in ogni caso tenute al rispetto del codice deontologico forense e sono soggette alla competenza disciplinare dell’ordine di appartenenza.

Diventa obbligatorio il preventivo scritto: l’avvocato dovrà “comunicare in forma scritta a colui che conferisce l’incarico professionale la prevedibile misura del costo della prestazione, distinguendo fra oneri, spese, anche forfetarie, e compenso professionale“.

Novità in arrivo anche per i notai. La nuova legge abbassa il rapporto tra notai e popolazione: il numero dei notai salirà da 1 ogni 7 mila abitanti a 1 ogni 5 mila. Il registro delle successioni, fino ad oggi tenuto dalle cancellerie dei tribunali, ora sarà curato dal Consiglio nazionale del notariato. Continuerà ad essere richiesto l’intervento del notaio per la costituzione di srl semplificate.

Viene esteso l’ambito territoriale nel quale il notaio può esercitare le proprie funzioni: non più limitate al solo distretto di corte d’appello in cui si trova la sede assegnata, potranno essere svolte in tutto il territorio della regione in cui si trova la sede notarile nonché nel territorio del distretto di corte d’appello se questo comprende più regioni. l ministero della Giustizia dovrà aggiornare periodicamente la tabella delle sedi notarili.

La legge interviene anche sul tema della pubblicità professionale dei notai, allineandone la disciplina a quella prevista per tutte le professioni dal regolamento di riforma degli ordinamenti professionali (D.P.R. 137 del 2012). Altre novità infine riguardano le disposizioni sugli obblighi per notai e pubblici ufficiali di depositare alcune somme su conti correnti dedicati.

posted by admin on agosto 25, 2017

Diritto all'oblio

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Il tempo non è l’unico elemento da considerare quando si esaminano casi di Diritto all’oblio, il ruolo pubblico svolto dai soggetti coinvolti e l’attualità della notizia sono fattori importanti che vanno presi in esame.

Sebbene il tempo trascorso dai fatti riportati sui giornali sia l’elemento più importante per valutare l’accoglimento di una richiesta di “diritto all’oblio”, in una recente pronuncia il Garante privacy ha ricordato che è necessario valutare anche ulteriori circostanze.

La decisione riguarda il ricorso presentato da un alto funzionario pubblico che chiedeva a Google la rimozione di alcuni risultati di ricerca ottenuti digitando il proprio nome. Si trattava di link ad articoli nei quali erano riportate notizie relative ad una vicenda giudiziaria risalente a 16 anni fa, che si era conclusa con la condanna del funzionario, che poi negli anni a seguire era stato integralmente riabilitato. Uno degli articoli di cui si chiedeva la rimozione era stato pubblicato all’epoca dei fatti mentre altri, più recenti, avevano ripreso la notizia in occasione dell’assunzione di un nuovo importante incarico da parte dell’interessato.

Il Garante ha affermato che nel valutare un caso di diritto all’oblio occorre prendere in esame tutti i risultati di ricerca ottenuti digitando il nome e cognome dell’interessato, anche associato ad ulteriori parole di specificazione, quali il ruolo ricoperto o la circostanza dell’avvenuta condanna.

Un’interpretazione in linea con la nota sentenza della Corte di Giustizia del 13 maggio 2014 conosciuta come “Google Spain”, nella quale si afferma che il motore di ricerca è obbligato a eliminare, dall’elenco di risultati di una ricerca effettuata a partire dal nome di una persona, i link verso pagine web pubblicate da terzi e contenenti informazioni relative a questa persona, anche nel caso in cui tale nome o tali informazioni non vengano previamente o simultaneamente cancellati dalle pagine web, e anche quando la loro pubblicazione su tali pagine web sia di per sé lecita. Secondo la sentenza devono essere presi in considerazione tutti gli url raggiungibili effettuando una ricerca “a partire dal nome”, senza escludere quindi la possibilità che ad esso possano essere associati ulteriori termini volti ad ottenere risultati specifici.

Chiarito questo punto rilevante, l’Autorità ha dunque ordinato a Google di deindicizzare l’URL che rinviava all’unico articolo avente ad oggetto, in via diretta, la notizia della condanna penale inflitta al ricorrente. Il Garante ha ritenuto infatti che, considerato il tempo trascorso e l’intervenuta riabilitazione, la notizia non risultasse più rispondente alla situazione attuale.

Viceversa, per quanto riguarda gli altri articoli indicati dal ricorrente, il Garante ha riconosciuto che questi, pur richiamando la stessa vicenda giudiziaria, “inseriscono la notizia in un contesto informativo più ampio, all’interno del quale sono fornite anche ulteriori informazioni” legate al ruolo istituzionale attualmente ricoperto dall’interessato e che tali risultati erano di indubbio interesse pubblico “anche in ragione del ruolo nella vita pubblica rivestito dal ricorrente”. Pertanto, riguardo alla richiesta di una loro rimozione, ha dichiarato il ricorso infondato.

posted by Giulia Giapponesi on agosto 21, 2017

Miscellanee

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Incitamento all’odio, fake news, cyberbullismo e campagne di denigrazione. Umiliazioni online che hanno portato le vittime a tracolli psicologici e gesti estremi. Negli ultimi tempi sembra che Internet abbia svelato il suo lato più oscuro e pericoloso, che colpisce nella semplice forma di commenti pubblicati sui forum e social network.

“La penna è più potente che la spada”, l’adagio attribuito a Edward Bulwer-Lytton dovrebbe oggi essere ribaltato in “la tastiera è più potente della spada”, o “del mitra” se si vuole modernizzare fino in fondo. Righe di testo cariche di rabbia, nella migliore delle ipotesi scritte di fretta da cittadini irresponsabili, con effetto valanga si tramutano in centinaia di messaggi ingiuriosi che non solo provocano ai destinatari situazioni di forte stress psicologico ma sembrano rafforzare negli utenti dei social network la credenza che quando si tratta di commentare, qualunque discorso sia lecito e qualsiasi offesa impunita.

Com’è oramai noto, nel tentativo di fermare i flusso di offese che imperversa sulle sue pagine social  Laura Boldrini, da anni bersaglio di commenti ingiuriosi sul web,  ha recentemente dichiarato la volontà di perseguire penalmente chi insulta online. La Presidente della Camera si era già espressa più volte sulle campagne di odio, aprendo un dibattito sull’eventuale necessità di ripensare alle norme su alcuni aspetti della rete, come l’anonimato.

Eppure il diritto all’anonimato, tutelato dall’Art.10 della Dichiarazione dei diritti di Internet, sembra non essere connesso dell’allarme sulla diffusione dell’incitamento all’odio e alla violenza. Oggi la maggioranza dei commenti offensivi e denigratori che si leggono su social network non sono affatto anonimi, bensì accompagnati da nome e cognome e foto. Ma non solo. Lungi dall’essere protetti da uno pseudonimo, gli aggressori verbali sono esposti a un’identificazione molto maggiore di quella limitata al dato anagrafico. Attraverso i profili Facebook dei commentatori è possibile venire a conoscenza di una grande quantità di informazioni personali. Si tratta quindi di un reato per i quali i responsabili non sentono in alcun modo il bisogno di proteggersi dalle pene previste dalla legge.

È possibile che questi cittadini non siano consapevoli che l’utilizzo dei social network e delle nuove tecnologie non li rende immuni alle disposizioni di legge, che sono chiare: hate speech, fake news, vignette ingiuriose, fotomontaggi offensivi, sono declinazioni di un un’unica tipologia di reato che rientra nella definizione giuridica di diffamazione.

La diffamazione, anche attraverso Facebook, è un reato adeguatamente normato dalla legislazione italiana.

Secondo le disposizioni dell’art. 595 c.p. chiunque offende l’altrui reputazione comunicando con più persone è punito con la reclusione fino a un anno o con la multa fino a euro 1.032. Se l’offesa consiste nell’attribuzione di un fatto determinato, la pena è della reclusione fino a due anni, o della multa fino a euro 2.065.

Se l’offesa è recata col mezzo della stampa o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità (tra cui Facebook, come confermato dalla sentenza n. 4873 depositata il 1° febbraio 2017, la Quinta Sezione della Cassazione), la pena è della reclusione da sei mesi a tre anni o della multa non inferiore a euro 516.

E le pene aumentano se l’offesa è recata a un corpo politico, amministrativo o giudiziario, o ad una sua rappresentanza o ad una Autorità costituita in collegio.

Chiarito questo punto va però ricordato che in molti hanno commentato che se le vittime degli campagne d’odio online querelassero tutte i responsabili di diffamazione le procure verrebbero sommerse di lavoro, e le risorse per gestire tutti i casi potrebbero venire a mancare. Si tratta di un’osservazione di ordine pratico che tuttavia non deve incidere sulla scelta delle vittime di querelare chi diffama. Anche poche punizioni esemplari potrebbero sortire un effetto deterrente utile.

La questione del sovraccaricamento di lavoro delle procure dovrebbe però preoccupare tutti i cittadini perché le campagne d’odio hanno un costo collettivo in termini di spesa pubblica che ricade su tutti e quindi anche sugli stessi haters, che vengano querelati o meno. Sarebbe quindi auspicabile un’alzata di scudi collettiva non solo per la spregevolezza del reato di incitamento all’odio ma anche per via dei costi della giustizia che incidono direttamente sul bilancio dello stato. Basti pensare a cosa accadrebbe se tutte le vittime di diffamazione online querelassero i responsabili, com’è loro diritto.

Purtroppo, stando a quanto viene riportato online, i commenti violenti nei riguardi della Presidente della Camera non sono cessati dopo la minaccia di querele a tappeto, com’è possibile verificare seguendo l’hashtag #adessobasta. Dunque è possibile che ci troveremo ad assistere ad una serie di azioni giudiziarie i cui esiti potrebbero influire, se non altro, auspicabilmente, sulla diffusa percezione di impunità.

firma_digitale2È stata pubblicata sul sito AgID la pagina del progetto eIGOR con l’annuncio della consultazione pubblica della Core Invoice User Specification italiana elaborata nell’ambito dal progetto da un gruppo di lavoro coordinato da AgID e composto tra gli altri da Agenzia delle Entrate, Unioncamere e Intercent-ER.

eIGOR (eInvoicing GO Regional) è il progetto nazionale finanziato dalla Commissione Europea per abilitare il sistema di fatturazione elettronica nazionale allo scambio di fatture conformi allo standard comune europeo. L’obiettivo è quello di rendere il processo di fatturazione elettronica nazionale negli appalti pubblici conforme alla Direttiva 2014/55/UE, implementando lo standard comune sviluppato dal CEN, l’organo di normazione europeo.

Il progetto mira ad aggiornare il sistema nazionale di scambio delle fatture elettroniche (Sistema di Interscambio – SDI) gestito dall’Agenzia delle Entrate al fine di garantire che le pubbliche amministrazioni italiane possano ricevere fatture conformi allo standard europeo. Si prospetta un’ipotesi di evoluzione orientata alla flessibilità del processo di fatturazione elettronica verso le Pubbliche Amministrazioni tramite il Sistema di Interscambio, al fine di consentire una transizione graduale all’utilizzo dei nuovi formati europei che dovranno essere accettati dalle PA. Infatti le PA potranno scegliere il formato in cui ricevere le fatture, oltre ai canali di ricezione e trasmissione, grazie ai nuovi servizi integrati nel SDI. Gli interventi di evoluzione del Sistema di Interscambio consentiranno di minimizzare l’impatto del cambiamento sulle PA, le quali potranno preservare gli investimenti fatti e scegliere modalità e termini per il passaggio alla gestione delle fatture elettroniche in formato europeo.

Lo standard europeo è stato sviluppato in modo da poter essere utilizzato anche per la fatturazione elettronica tra imprese, nel contesto business-to-business. L’Agenzia per l’Italia Digitale ha avviato la consultazione pubblica del documento CIUS-IT (Italian Core Invoice Usage Specification), la cui definizione è uno dei principali obiettivi del progetto eIGOR. I contributi, in lingua italiana o inglese, dovranno pervenire via mail entro e non oltre il 30/09/2017.

Per partecipare e per ulteriori informazioni si rimanda alla pagina eIGOR del sito dell’Agid.