Direttore Scientifico: Prof.ssa Avv. Giusella Finocchiaro
Curatrice Editoriale: Dott. Giulia Giapponesi

Mentre il Congresso degli Stati Uniti ha deciso di rinviare la discussione sul SOPA a data da destinarsi, in Italia la Commissione per le politiche comunitarie ha recentemente approvato un emendamento alla legge comunitaria 2011 che è stato prontamente rinominato dalla stampa come il SOPA italiano.

La proposta normativa, presentata dall’on.Fava (Lega Nord) interviene modificando l’art.16 del Decreto legislativo 9 aprile 2003, n. 70. stabilendo che qualunque soggetto interessato possa chiedere agli hosting service provider la rimozione di un qualsiasi contenuto semplicemente sostenendone l’illiceità – senza alcun accertamento da parte dell’Autorità giudiziaria o amministrativa – e che, qualora il provider non ottemperi alla richiesta, possa essere ritenuto responsabile.

Da questo punto di vista la proposta di emendamento italiana può essere considerata ancora più estrema del SOPA; infatti, là dove la proposta di legge americana prescriveva che un giudice o il Dipartimento di giustizia avesse facoltà di ordinare la rimozione di un contenuto senza contradditorio, l’emendamento Fava stabilisce addirittura l’ordine possa essere impartito da privati, sula base di affermazioni personali.

Molti commentatori della rete si sono già pronunciati sull’inquietante aspetto di “privatizzazione della giustizia” che una simile legge comporterebbe, e sulla minaccia che le norme come il SOPA rappresentano per la libertà della rete. Alcune tra le più importanti associazioni per i diritti digitali hanno annunciato la volontà di  dare battaglia alla proposta in concomitanza col suo arrivo parlamento.

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account-premium-megaupload-fileserve-hotfile-gratis-freeUna recente operazione dell’FBI, in collaborazione con forze dell’ordine internazionali, ha portato alla chiusura del potrtale Megaupload.com e all’arresto di 7 persone accusate di aver gestito un’organizzazione criminale internazionale responsabile di aver distribuito illegalmente in tutto in mondo un’enorme quantità di materiale protetto da copyright attraverso il sito di condivisione file Megaupload.com e altri siti ad esso collegati.

La notizia, annunciata dall’FBI e dal Dipartimento di Giustizia americano, ha fatto in poche ore il giro del web grazie ad un tam-tam mediatico senza precedenti. Il portale Megaupload gode infatti di una straordinaria popolarità tra gli utenti della rete, tanto da essere stato annoverato fra i siti più conosciuti al mondo. Il Dipartimento di Giustizia ha annunciato che si tratta della più grande operazione contro la pirateria mai portata a termine dagli Stati Uniti. Secondo le stime degli inqirenti, Megaupload.com aveva accumulato dalla sua fondazione nel 2005 un profitto di oltre 175 milioni di dollari, in gran parte provenienti da guadagni su materiale protetto da copyright pubblicato illegalmente.

Le operazioni di arresto e la chiusura del portale sono state intraprese dopo la condanna emessa il 5 gennaio scorso dal Gran Giurì del Distretto della Virginia per associazione a delinquere in crimine organizzato, associazione a delinquere per violazioni del copyright, riciclaggio di denaro e violazione del diritto d’autore, contro le due società responsabili, la Megaupload Limited e la Vestor Limited, e le 7 persone al loro vertice, tra cui i fondatori, conosciuti come Kim Dotcom e Mathias Ortman.

Dotcom e Ortman, insieme al capo del marketing di Megaupload Finn Batao e al programmatore Bram van der Kolk, sono stati arrestati in Nuova Zelanda e sono ora in custodia cautelare. Altri tre collaboratori, tra cui il graphic designer del sito, sono stati arrestati in Europa nei loro paesi di residenza. L’operazione di cattura internazionale ha coinvolto oltre l’FBI e il Dipartimento di giustizia americano anche le forze dell’ordine di Nuova Zelanda, Germania, Regno Unito, Olanda, Hong Kong, Australia, Canada e Filippine.

La chiusura del portale e l’arresto dei suoi titolari ha creato grande sconcerto in rete. A pochi minuti dalla diffusione della notizia, l’hashtag #megaupload era già al primo posto dei topic più discussi di Twitter, dove per ore si sono succeduti messaggi di protesta contro l’azione dell’FBI. Tra questi anche i messaggi di molti utenti di Megaupload che lamentavano la chiusura forzata del loro account, dove avevano archiviato materiale – legale – personale.

La protesta non si è limitata a Twitter. Sui siti delle principali associazioni per la salvaguarda dei diritti dei cittadini della rete si è levata la protesta a favore della libertà di espressione e contro l’attribuzione di responsabilità al provider di servizi, mentre sui social network molti commenti denunciavano la sproporzione tra le pene previste per  i gestori di Megaupload e quelle, ad esempio, riservati ai condannati per crimini violenti.

L’operazione dell’FBI non è certo passata inosservata agli hacker di Anonymous. Il gruppo ha risposto alla chiusura di Megaupload con un immane attacco DoS ai principali siti istuzionali americani tra cui quello del Dipartimento di Giustizia e dell’FBI, oltre che ai siti delle grandi compagni dell’Entertainment e delle più attive organizzazioni a favore del copyright come la RIIA (Record Industry Association of America) e la MPAA (Motion Picture Association of America).

L’azione degli hacker è stata, come di consueto, accompagnata da un annuncio su pastebin dove viene esplicitata la correlazione tra la chiusura di Megaupload e l’attacco ai siti americani. L’annuncio è correlato dalla diffusione dei dati personali dei principali esponenti del RIIA.

La portata delle azioni intraprese sia dall’FBI che dagli hacker ha portato molti commentatori a parlare di “prima guerra digitale”. In molti si sono chiesti se non ci sia una correlazione diretta tra questi fatti e la protesta contro il SOPA e il PIPA, di cui abbiamo recentemente parlato.

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“Immagina un mondo senza libera conoscenza. Per oltre dieci anni abbiamo speso milioni di ore costruendo la più ampia enciclopedia della storia umana. In questo momento il Congresso degli Stati Uniti sta vagliando una legislazione che potrebbe fatalmente danneggiare la libertà e l’apertura di Internet. “

Con queste parole Wikipedia ha dato il via all’annunciato blocco di accesso a tutte le sue pagine in lingua inglese, in segno di protesta contro lo Stop Online Piracy Act e il Protect IP Act (SOPA e PIPA), già illustrati nel post di ieri.

La protesta è stata anche sostenuta da Google.com. Pur non avendo sospeso il servizio, infatti, Mountain View ha deciso di oscurare il logo di Google per un giorno, lasciando senza alcuna immagina la pagina delle ricerche.

Tra i siti italiani, segnaliamo l’iniziativa della versione nostrana di Wikipedia, che si è unita alla contestazione introducendo un messaggio di solidarietà all’accesso delle sue pagine, accompagnato da un comunicato che informa gli utenti italiani sulla protesta contro il SOPA.

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posted by Giulia Giapponesi on gennaio 17, 2012

Miscellanee

2 comments

L’interesse internazionale è puntato sul movimento di protesta sul web nei confronti dello Stop Online Piracy Act (SOPA), la proposta di legge americana che amplia i poteri delle forze dell’ordine e dei proprietari di diritti intelletttuali nella lotta al traffico illegale di materiale protetto da copyright.

Se il SOPA dovesse diventare legge, il Dipartimento di Giustizia americano o i detentori di diritti avrebbero facoltà di chiedere ad un giudice di ordinare il blocco immediato da parte degli Internet service provider dei siti ritenuti in violazione di copyright, il blocco dei servizi di pagamento e dei servizi pubblicitari connessi a tali siti e il blocco della loro indicizzazione da parte dei motori di ricerca.

I siti raggiunti dall’ordinanza del giudice avrebbero cinque giorni di tempo per presentare ricorso, una procedura che non ostacolerebbe comunque il blocco dei finanziamenti e dei contenuti del sito, che avverrebbe quindi in forma preventiva. I detentori di diritti sarebbero comunque ritenuti responsabili qualora si dimostrasse la loro malafede nella procedura di richiesta di blocco nei confronti di un sito che agisce nella legalità.

La proposta di legge prevede inoltre che lo streaming illegale di opere protette da copyright diventi un reato penale, punibile con una pena massima di cinque anni di reclusione. Garantirebbe invece l’immunità agli Internet Service Provider che si impegnassero di propria iniziativa a bloccare i siti sospettati di infrazione del copyright.

Il SOPA è attualmente al vaglio della Commissione Giudiziaria della Camera. La Commissione Giudiziaria del Senato sta invece valutando il Protect IP Act (PIPA), una proposta di legge dai contenuti del tutto simili a quelli del SOPA.

Le proteste contro il SOPA e il PIPA sono giunte da giuristi, accademici, dalle aziende di Silicon Valley e dai gruppi impegnati nella difesa dei diritti civili dei cittadini della rete. Alle proposte di legge viene infatti contestata la minaccia al libero scambio di informazioni su Internet. La possibilità di far oscurare qualunque sito a discrezione del Dipartimento di Giustizia o delle compagnie dell’Entertainment viene definita come un attacco alla libertà di espressione.

Le critiche al SOPA riguardano anche un certo grado di ambiguità che pare essere contenuto nella proposta normativa. Non è infatti chiaro se i portali che ospitano contenuti generati dagli utenti siano considerati responsabili per il materiale eventualmente illecito che potrebbe venire segnalato e possano venire di conseguenza oscurati.

Com’è stato ampiamente riportato, anche la Casa Bianca si è pronunciata contro le due proposte di legge. Nonostante sia del tutto favorevole alla lotta contro la piaga della pirateria l’amministrazione Obama non può sostenere un tentativo di legislazione che riduce la libertà di espressione, aumenta i rischi di attacchi alla cybersecurity e mina le dinamiche innovative della rete globale, ha sostenuto un portavoce.

Il movimento contro SOPA ha recentemente preso una forma attiva quando Sue Gardner, Direttrice Esecutiva di Wikimedia Foundation, ha annunciato che il 18 gennaio 2012 Wikipedia in lingua inglese verrà oscurata per 24 ore in segno di protesta. La decisione ricalca l’azione già intrapresa da Wikipedia Italia in occasione del vaglio del cosiddetto DDL Intercettazioni, che sanciva l’obbligo di rettifica per i siti web. L’oscuramento dell’intera Enciclopedia in lingua inglese avrà senz’altro un impatto maggiore ed è considerata un’azione senza precedenti.

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Nuovi sviluppi sui rapporti tra la Commissione Europea e l’Ungheria, al centro dell’attenzione internazionale in seguito alla revisione costituzionale di stampo nazionalista operata dal governo di Viktor Orban.

Tra i nuovi elementi normativi che hanno destato la preoccupazione della Commissione Europea e del Fondo Monetario Internazionale spicca il provvedimento che limita l’indipendenza della Banca centrale nazionale. La Commissione ha anche espresso forti perplessità sulla norma che ha sostituito l’autorità ungherese per la protezione dei dati personali con una nuova autorità amministrativa il cui vertice viene nominato direttamente dal Primo Ministro, minandone così l’indipendenza. Un terzo elelmento critico è invece rappresentato dalla norma sulla pensione obbligatoria anticipata per giudici e magistrati.

In risposta alle pressioni provenienti dalla UE e dal FMI, il Primo Ministro ungherese ha recentemente dichiarato che il suo governo sarebbe pronto a trattare una modifica della controversa legge sulla Banca centrale magiara, giudicata dagli organi internazionali come non conforme ai Trattati europei. Orban ha però respinto gli altri appunti mossi dalla Commissione europea sull’ indipendenza della giustizia e sull’ autorità per la protezione dei dati personali.

Nei giorni scorsi la Commissione ha reso noto di essere pronta a lanciare procedure d’infrazione contro l’Ungheria se l’analisi delle spiegazioni chieste a Budapest e fornite dal governo magiaro non saranno sufficienti a fugare il sospetto che le norme varate siano in contrasto con il diritto comunitario. La decisione della Commissione è attesa per il 17 gennaio, in occasione della riunione settimanale a Strasburgo.

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google-adwords-logoUn’indagine di Scotland Yard ha portato in evidenza il fenomeno degli annunci di Google AdWords che rimandano a siti illegali, attraverso i quali vengono veicolati reati penali.

Il caso è scoppiato in seguito alla segnalazione di una ragazza inglese che aveva cercato di comprare dei biglietti per le Olimpiadi 2012 attraverso il sito LiveOlympicTickets.com che compariva al primo posto dei siti sponsorizzati da Google sulla pagina dei risultati della query “Olympic tickets”.

Dopo aver completato l’acquisto di 2 biglietti per un totale di 750 sterline, la ragazza si era insospettita in seguito alla richiesta da parte della società di inoltrare un fax con la propria firma per completare la trattativa. Ha quindi contattato la polizia per una verifica, e ha scoperto che la società LiveOlympicTickets non era riconosciuta come rivenditore ufficiale dei biglietti per le Olimpiadi di Londra del 2012. Purtroppo, tuttavia, la sua banca aveva già inoltrato il pagamento e la giovane non è riuscita a recuperare il suo denaro.

La rivendita non autorizzata di biglietti per i Giochi Olimpici del 2012 è un reato penale secondo la legge del Regno Unito. In seguito alla segnalazione della ragazza, la polizia di Londra ha contattato Google chiedendo la rimozione dell’annuncio pubblicitario dai suoi risultati, non potendo intervenire direttamente sulla società truffaldina, avendo essa sede oltreoceano.

La compagnia di Mountain View ha impiegato oltre una settimana per adempiere all’ordine ricevuto, e ha rimosso l’inserzione solo dopo l’interessamento della redazione di 5 Live Investigates, un programma della BBC a cui si era precedentemente rivolta la ragazza truffata.

La copertura mediatica del caso ha portato nuovamente Google al centro del dibattito sulla responsabilità sui contenuti veicolati dai suoi servizi. Un’ulteriore indagine della BBC ha infatti scoperto annunci di AdWords legati anche ad altri tipi di attività illecite quali la diffusione di cannabis e la vendita di documenti d’identità e passaporti falsi.

Contattato dalla redazione di 5 Live Investigates, il colosso del web ha fornito una spiegazione che suona familiare a quanti negli anni hanno seguito i diversi tentativi di attribuzione di responsabilità dei fornitori di servizi sui contenuti generati dagli utenti: l’associazione tra parole chiave e annunci di AdWords funziona in modo automatico ed è correlata da un sistema di filtraggio – anch’esso automatico – che segnala le parole che potrebbero essere collegate a siti illegali ad una redazione “umana”, pronta a verificare gli annunci. Inoltre Google è pronto a rimuovere ogni contenuto che sia legittimamente segnalato come in violazione della sua policy.

I media anglosassoni, tuttavia, non sembrano disposti a accettare la versione di Mountain View, e puntano il dito contro i lauti profitti che gli annunci illegali di AdWords hanno fornito alla compagnia negli anni. In particolare, gli annunci più redditizi risultano essere quelli che, come LiveOlympicTickets.com, compaiono al primo posto nelle pagine dei risultati, una posizione che può costare agli inserzionisti fin oltre 28 sterline a “click”. Secondo alcuni commentatori, questo spiegherebbe la lunga pratica burocratica richiesta per ottenere la rimozione dell’annuncio di un sito.

D’altra parte, la BBC ricorda come già in passato il mancato controllo sugli inserzionisti abbia causato un discreto danno economico a “Big G”. Lo scorso agosto Google ha patteggiato per un risarcimento forfettario di 500 milioni di dollari per aver pubblicato la pubblicità di alcune farmacie online canadesi che vendevano ai cittadini americani alcuni farmaci illegali negli Stati Uniti.

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Con una serie di recenti provvedimenti il Garante privacy ha dichiarato illecito l’uso del sistema di videosorveglianza  installato in alcuni luoghi di lavoro, quali un’amministrazione pubblica, un’azienda privata e due strutture sociosanitarie.

In tutti e quattro i casi,  le videocamere di sorveglianza erano state installate in violazione dello Statuto dei lavoratori, che vieta il controllo a distanza dei dipendenti, e della normativa in materia di protezione dei dati personali.

L’intervento del Garante, sollecitato da alcuni cittadini, ha sancito l’illiceità del trattamento di dati effettuato e ha pertanto reso inutilizzabili le immagini riprese in violazione di legge.

In particolare, nel provvedimento nei confronti di una casa di risposo l’uso delle telecamere installate nell’area dove i dipendenti timbrano il cartellino è stato vietato definitivamente.

Negli altri tre casi, il Garante ha inibito l’uso delle telecamere collocate presso gli accessi ai luoghi di lavoro, in attesa dell’eventuale attuazione delle procedure previste dallo Statuto dei lavoratori (accordo con le rappresentanze sindacali aziendali, o autorizzazione della Direzione provinciale del Lavoro).

Nel motivare i divieti il Garante ha ribadito che il controllo a distanza dell’attività lavorativa si configura anche qualora la sorveglianza non sia a carattere continuativo o le telecamere siano segnalate da cartelli: per essere in regola nell’installazione di telecamere occorre comunque e sempre rispettare le procedure stabilite dallo Statuto a tutela dei lavoratori.

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bandiera_cubaNuove attribuzioni di responsabilità dei social network sui contenuti postati dagli utenti. Questa volta la polemica giunge da Cuba a seguito della diffusione su Twitter di una notizia falsa che riportava la morte del lider maximo Fidel Castro.

Il portale web filogovernativo Cubadebate ha pubblicato un articolo di protesta contro Twitter accusando il social network di avere facilitato la diffusione della “bufala” posizionando l’hashtag “#FidelCastro” al primo post nella lista degli argomenti più “twittati” del momento.

L’articolo riporta anche che il messaggio sulla morte del lider è stato originariamente postato sull’account di un utente chiamato “@naroh” che, attraverso la creazione di una moltitudine di account secondari, ha inondato la sfera di twitter con migliaia di messaggi che simultaneamente riportavano la falsa notizia.

L’account apparterrebbe a un utente spagnolo, David Fernandez, che però ha dichiarato di essere stato vittima di un attacco tramite botnet al suo profilo di Twitter. Tale ipotesi è sostenuta anche dal magazine cubano, che infatti sottolinea come, curiosamente, i messaggi diffusi attraverso l’account @naroh sarebbero stati postati tramite un server italiano.

Secondo Cubadebate, l’attacco botnet è stato inscenato da “controrivoluzionari necrofili” e la notizia della morte di Fidel sarebbe stata amplificata volontariamente da Twitter attraverso la manipolazione della classifica degli hashtag più popolari.

A sostegno di questa tesi, l’articolo riporta un precdente.  Sembra infatti che, in occasione di un convegno sui social network recentemente tenutosi a L’Avana, una gran quantità di utenti di Twitter abbiano postato messaggi di sostegno a Cuba contraddistinti dal tag “#derechosdecuba”. Tuttavia, sebbene alcune statistiche web indicassero il topic come uno dei più attivi, Twitter non ha mai riportato tale hashtag nelle sue liste degli argomenti più “twittati”.

Un portavoce di Twitter, Jodi Olson, ha dichiarato che la compagnia non ha intenzione di commentare le critiche provenienti dal Governo cubano, ma ha aggiunto che, com’è noto, il social network non interviene sui contenuti.

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L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha sanzionato la società Estesa Limited titolare del sito www.italia-programmi.net con 1.500.00o euro di multa per pratiche commerciali ingannevoli e aggressive.

La pesante sanzione giunge a conclusione dell”indagine dell’AGCM in collaborazione con la Polizia Postale avviata lo scorso luglio in seguito alle segnalazioni di migliaia di cittadini vittime di un raggiro commerciale veicolato attraverso il sito www.italia-programmi.net.

Sul sito, che compariva su Google come primo risultato di ricerche relative al download di vari software gratuiti, gli utenti erano invitati a registrarsi, fornendo i dati personali, per poter scaricare il programma da loro cercato. In realtà, attraverso la procedura di registrazione il consumatore sottoscriveva sostanzialmente a sua insaputa, un contratto biennale con la società Estesa Limited, con sede alle Seychelles, per la fornitura di software al costo annuale di 96 euro da pagare anticipatamente una volta l’anno.

Secondo l’Antitrust, la pagina di registrazione riportava i termini dell’abbonamento con un’evidenza grafica non sufficiente ad una loro immediata percezione. In sostanza “il consumatore era indotto a credere che si trattasse di un servizio gratuito”.

L’Authority ha ravvisato nelle pratiche della società Estesa anche un’indebita pressione psicologica ai danni dei cittadini. Dopo la registrazione, infatti,  senza dare al consumatore alcuna conferma del perfezionamento del contratto, la società Estesa Ltd iniziava a sollecitare via posta il pagamento dell’abbonamento biennale, minacciando, in caso di mancato adempimento, il ricorso ad azioni legali con conseguenti ingenti costi aggiuntivi. Addirittura, in alcune lettere ricevute dai cittadini si faceva riferimento a possibili ripercussioni legali in ambito penale, inesistenti nel nostro Paese.

Secondo le stime dell’Authority, la truffa ha coinvolto oltre 25mila consumatori. L’entità del raggiro è stata avvertita anche attraverso il nostro blog Diritto & Internet. I diversi post che abbiamo dedicato alle indagini hanno infatti suscitato l’interesse di quasi un centinaio di lettori, che ci hanno inviato commenti segnalando di essere stati vittime pratiche commerciali scorrette della società Estesa limited.

Da quanto si apprende dal comunicato stampa dell’Autorità ad oggi non risulta che Estesa abbia mai proposto alcuna azione legale nei confronti dei consumatori che si sono rifiutati di effettuare i pagamenti sollecitati.

La delibera dell’Antitrust, che ha accertato le condotte illecite di Estesa in violazione del Codice del Consumo, verrà diffusa nel circuito internazionale delle autorità di tutela dei consumatori trattandosi di una pratica suscettibile di essere “riprodotta” con caratteristiche analoghe in altri Paesi.

Una copia del provvedimento dell’Antitrust è stata inviata anche alla Procura di Roma che aveva già aperto un fascicolo sul caso in Novembre, a seguito di segnalazioni di cittadini giunte direttamente in procura.

La società non ha ancora replicato in alcun modo alla delibera dell’Autorità.

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FacebookEntro sei mesi Facebook cambierà la sua privacy policy in Europa.

A darne l’annuncio è il Garante d’Irlanda per la protezione dei dati personali in collaborazione con il vertice europeo di Facebook, che ha la sua sede a Dublino.

La decisione accompagna la pubblicazione del rapporto del Garante irlandese che conclude un’indagine di tre mesi sulle procedure del social network legate alla privacy dei suoi utenti. Il Garante è giunto alla conclusione che sia necessario ”aumentare la trasparenza e i controlli riguardo all’uso dei dati personali a fini pubblicitari”.

I portavoci di Facebook hanno annunciato che entro luglio sarà operata una revisione del sito che comprenderà l’introduzione di numerosi miglioramenti al servizio.

In particolare, sembra che il  social network si sia dichiarato disponibile a migliorare la comunicazione agli utenti su ciò che accade quando cancellano o rimuovono un contenuto, e a semplificare le informative sulla privacy rivolte agli utenti.

Il rapporto dall’Autorità Irlandese è consultabile QUI.

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