Rallentava forzatamente il traffico degli utenti che scaricavano file da BitTorrent, e l’autorità che regola le comunicazioni degli Stati Uniti, la Federal Communications Commission, le aveva ordinato di smettere per preservare la neutralità della rete. È questo il motivo che ha portato la Comcast corporation, fornitrice di servizi internet, a ricorrere in appello contro la FCC, colpevole secondo l’ISP di avere oltrepassato i limiti delle sue competenze regolative.
La Corte di appello federale del District of Columbia ha dato ragione a Comcast, sancendo che la FCC non ha il potere di regolare la neutralità della rete. La decisione ammette dunque per gli ISP la facoltà di limitare o ostacolare, a propria discrezionalità, l’accesso alla rete da parte degli utenti.
La sentenza ha suscitato il rammarico di diverse associazioni e attivisti della rete libera che hanno attribuito alla recente deregulation messa in atto dalla FCC la responsabilità di questa decisione della Corte; la Commissione Federale ha infatti catalogato gli ISP come “servizi di informazione” invece che “servizi di telecomunicazione” e questo li ha sottratti dall’applicazione delle rigide regole destinate ad altri settori, come quello telfonico, in cui si garantisce la piena libertà di utilizzo di servizi da parte degli utenti.
Il gruppo Public Knowledge, che insieme a Free Press aveva spinto la FCC a intervenire su ComCast, ha commentato la sentenza augurandosi che la decisione della Corte possa essere superata riportando gli ISP sotto una regolamentazione comune, come prima dei recenti interventi della FCC.
La sentenza della Corte d’appello federale rischia comunque di avere evidenti ripercussioni in quanto concede ai provider di limitare la libertà di accesso ad alcuni contenuti da parte degli utenti. Una condizione che , fra l’altro, sembra stridere con la campagna di libero accesso ai contenuti della rete promossa dal segretario di stato Hillary Clinton nel suo discorso critico sul governo cinese.
A poche settimane dall’entrata in vigore della legge che censura i siti sgraditi, piovono critiche sul governo di Canberra. Le grandi compagnie tecnologiche australiane, gli ISP, così come gli accademici e gli intellettuali del paese, reclamano trasparenza sulla cosiddetta Refused Classification, la lista dei contenuti non voluti dal governo: un elenco che non comprende solo la pedopornografia e la violenza ma anche altri temi tra cui l’aborto, l’eutanasia, alcune esperienze sessuali, l’uso di droghe e i graffiti urbani.
Quali siano esattamente i criteri con i quali vengono scelti i contenuti da censurare e quali siti comprenda tutta la lista sono informazioni al momento inaccessibili ai cittadini. Ed è questo uno dei motivi che ha spinto alcuni esponenti di importanti aziende e docenti universitari a presentare al governo una domanda di chiarimenti e la richiesta di istituire una revisione periodica della lista da parte di una commissione esterna, oltre alla possibilità per i siti oscurati di fare ricorso. Ma non solo: larga parte dei contestatori si dichiara contraria a tutto il sistema di censura, che di fatto risulta inefficace per la lotta alla pedopornografia e alla violenza (dal momento che i filtri sono sempre aggirabili) e può persino essere controproducente sulla tutela dei minori, visto che i genitori potrebbero abbassare la guardia sapendo che la rete è filtrata. Inoltre, secondo i contestatori, la grande quantità di materiale che potrebbe essere classificato come refused dal governo lascerebbe troppa libertà ai politici che potrebbero utilizzare la censura per scopi antidemocratici.
Google, che si era già schierato contro la censura RC, ha dichiarato di avere aperto un dibattito con associazioni di consumatori e di genitori australiani dal quale è emerso che “i genitori hanno la ferma convinzione che la proposta governativa si spinge troppo oltre e li priva della libertà di scelta riguardo al tipo di informazione a cui possono accedere loro e i loro figli“.
Questa volta Google non è però solo nella battaglia contro il controllo della rete. Anche da parte di Microsoft è giunta la richiesta di protenzione contro “decisioni esecutive arbitrarie” sui contenuti banditi, mentre quelli di Yahoo! Australia si sono uniti alla protesta ribadendo come “il filtraggio di tutto il materiale compreso nella classificazione potrebbe bloccare contenuti con un forte valore sociale, politico e/o educativo“.
Google ha ufficialmente dichiarato di avere terminato di censurare i risultati delle ricerche voluti da Pechino. Da ieri attraverso Google Search, Google News e Google Images è possibile accedere ai contenuti proibiti dal governo cinese, dalle immagini del Dalai Lama fino alle esecuzioni capitali di stato.
L’escamotage trovato dal colosso di Mountain View per mantenere fede alla sua promessa di terminare la censura, nonostante la rigida opposizione del governo cinese, risiede in un semplice reindirizzamento. Gli utenti che si collegano a Google.cn vengono dirottati su Google.com.hk, il motore di ricerca che risiede sui server di Hong Kong, dove da ora è possibile ottenere risultati di ricerca liberi da filtri in caratteri cinesi semplificati (usati nella Cina continentale) oltre che nel cinese tradizionale di Hong Kong.
Google ha quindi trovato un modo di agire nella legalità pur disattendendo le richieste di Pechino, anche se nulla impedirà al governo cinese di bloccare l’accesso ai servizi di Hong Kong. Per questa ragione, si legge sul blog di Google, è stata creata una pagina aggiornata ogni giorno che monitorerà lo stato di effettiva accessibilità al motore di ricerca e ai suoi servizi in Cina.
Secondo il quotidiano China Businness News il prossimo 10 Aprile Google annuncerà la chiusura della versione cinese del motore di ricerca.
Sembra dunque questo l’epilogo dello scontro tra il gigante di Mountain View e il governo cinese sul tema della censura voluta dalla Pechino su argomenti come il Tibet e i fatti di piazza Tienanmmen. Sebbene i dirigenti di Google China non abbiano ancora commentato la notizia, il China Business News ha citato fonti locali secondo cui lunedì saranno annunciati gli indennizzi per lo staff cinese.
La notizia, già anticipata nei giorni scorsi dal Financial Times, non sembra includere la chiusura anche degli altri servizi gestiti da Google in Cina quali la telefonia mobile, il browser Google Chrome, Google Answers e le attività pubblicitarie. Quest’ultima voce risulta essere quella economicamente più rilevante dato che la maggior parte dei ricavi di Google sul mercato cinese provengono da società occidentali di export che utilizzano il servizio pubblicitario di Mountain View.
Il tema delle responsabilità del provider torna ad essere di attualità in Australia. Questa volta non si tratta di questioni legate al copyright ma del netto rifiuto da parte di Google di rimuovere da YouTube alcuni contenuti sgraditi al governo australiano.
Stephen Conroy, ministro delle comunicazioni, aveva infatti chiesto al motore di ricerca di procedere alla rimozione di alcuni video che ricadono nella lista della cosiddetta RC - refused classification del governo australiano: un elenco di contenuti che, pur non essendo illegali, sono unwanted, “non voluti” da Canberra.
L’autoregolamentazione di YouTube già da anni blocca tutti i video con contenuto sessualmente esplicito, violento, bestiale o pedopornografico, ma la lista della refused classification del governo australiano si estende molto oltre e include argomenti tra cui l’eutanasia, i graffiti urbani e l’uso di droghe. Temi politicamente controversi ma che Google non considera “dannosi”.
“Le categorie della RC sono troppo estese e possono sollevare delle legittime perplessità sulla restrizione dell’accesso alle informazioni” ha dichiarato Iarla Flynn, capo della policy di Google Australia, ”La RC include tutto quel materiale che fornisce informazioni su ogni genere di reati, dai graffiti fino a crimini politicamente controversi come l’eutanasia. Esporre questi temi al dibattito pubblico è essenziale per la democrazia.“
La reazione del ministro australiano è arrivata dagli studi televisivi dell’ABC durante un’intervista di un talk show. “Quello che diciamo noi è: in Australia queste sono le nostre leggi e noi vorremmo che voi le applicaste” ha dichiarato Conroy aggiungendo che Google già applica la censura voluta dal governo cinese e da quello thailandese quindi dovrebbe obbedire anche al governo australiano.
A questo proposito il governo di Canberra sta preparando una serie di leggi che entro poche settimane obblighino gli ISP a filtrare tutti i siti che rientrano nella lista nera della Refused Classification.
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