Direttore Scientifico: Prof.ssa Avv. Giusella Finocchiaro
Curatrice Editoriale: Dott. Giulia Giapponesi

posted by admin on aprile 7, 2010

ISP, Libertà di Internet

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Rallentava forzatamente il traffico degli utenti che scaricavano file da BitTorrent, e l’autorità che regola le comunicazioni degli Stati Uniti, la Federal Communications Commission, le aveva ordinato di smettere per preservare la neutralità della rete. È questo il motivo che ha portato la Comcast corporation, fornitrice di servizi internet, a ricorrere in appello contro la FCC, colpevole secondo l’ISP di avere oltrepassato i limiti delle sue competenze regolative.

La Corte di appello federale del District of Columbia ha dato ragione a Comcast, sancendo che la FCC non ha il potere di regolare la neutralità della rete. La decisione ammette dunque per gli ISP la facoltà di limitare o ostacolare, a propria discrezionalità, l’accesso alla rete da parte degli utenti.

La sentenza ha suscitato il rammarico di diverse associazioni e attivisti della rete libera che hanno attribuito alla recente deregulation messa in atto dalla FCC la responsabilità di questa decisione della Corte; la Commissione Federale ha infatti catalogato gli ISP come “servizi di informazione” invece che “servizi di telecomunicazione” e questo li ha sottratti dall’applicazione delle rigide regole destinate ad altri settori, come quello telfonico, in cui si garantisce la piena libertà di utilizzo di servizi da parte degli utenti.

Il gruppo Public Knowledge, che insieme a Free Press aveva spinto la FCC a intervenire su ComCast, ha commentato la sentenza augurandosi che la decisione della Corte possa essere superata riportando gli ISP sotto una  regolamentazione comune, come prima dei recenti interventi della FCC.

La sentenza della Corte d’appello federale rischia comunque di avere evidenti ripercussioni in quanto concede ai provider di limitare la libertà di accesso ad alcuni contenuti da parte degli utenti. Una condizione che , fra l’altro, sembra stridere con la campagna di libero accesso ai contenuti della rete promossa dal segretario di stato Hillary Clinton nel suo discorso critico sul governo cinese.

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posted by admin on marzo 25, 2010

Libertà di Internet

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A poche settimane dall’entrata in vigore della legge che censura i siti sgraditi, piovono critiche sul governo di Canberra. Le grandi compagnie tecnologiche australiane, gli ISP, così come gli accademici e gli intellettuali del paese, reclamano trasparenza sulla cosiddetta Refused Classification, la lista dei contenuti non voluti dal governo: un elenco che non comprende solo la pedopornografia e la violenza ma anche altri temi tra cui l’aborto, l’eutanasia, alcune esperienze sessuali, l’uso di droghe e i graffiti urbani.

Quali siano esattamente i criteri con i quali vengono scelti i contenuti da censurare e quali siti comprenda tutta la lista sono informazioni al momento inaccessibili ai cittadini. Ed è questo uno dei motivi che ha spinto alcuni esponenti di importanti aziende e docenti universitari a presentare al governo una domanda di chiarimenti e la richiesta di istituire una revisione periodica della lista da parte di una commissione esterna, oltre alla possibilità per i siti oscurati di fare ricorso. Ma non solo: larga parte dei contestatori si dichiara contraria a tutto il sistema di censura, che di fatto risulta inefficace per la lotta alla pedopornografia e alla violenza (dal momento che i filtri sono sempre aggirabili) e può persino essere controproducente sulla tutela dei minori, visto che i genitori potrebbero abbassare la guardia sapendo che la rete è filtrata. Inoltre, secondo i contestatori, la grande quantità di materiale che potrebbe essere classificato come refused dal governo lascerebbe troppa libertà ai politici che potrebbero utilizzare la censura per scopi antidemocratici.

Google, che si era già schierato contro la censura RC, ha dichiarato di avere aperto un dibattito con associazioni di consumatori e di genitori australiani dal quale è emerso che “i genitori hanno la ferma convinzione che la proposta governativa si spinge troppo oltre e li priva della libertà di scelta riguardo al tipo di informazione a cui possono accedere loro e i loro figli“.

Questa volta Google non è però solo nella battaglia contro il controllo della rete. Anche da parte di Microsoft è giunta la richiesta di protenzione contro “decisioni esecutive arbitrarie” sui contenuti banditi, mentre quelli di Yahoo! Australia si sono uniti alla protesta ribadendo come “il filtraggio di tutto il materiale compreso nella classificazione potrebbe bloccare contenuti con un forte valore sociale, politico e/o educativo“.

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Immagine 2Google ha ufficialmente dichiarato di avere terminato di censurare i risultati delle ricerche voluti da Pechino. Da ieri attraverso Google Search, Google News e Google Images è possibile accedere ai contenuti proibiti dal governo cinese, dalle immagini del Dalai Lama fino alle esecuzioni capitali di stato.

L’escamotage trovato dal colosso di Mountain View per mantenere fede alla sua promessa di terminare la censura, nonostante la rigida opposizione del governo cinese, risiede in un semplice reindirizzamento. Gli utenti che si collegano a Google.cn vengono dirottati su Google.com.hk, il motore di ricerca che risiede sui server di Hong Kong, dove da ora è possibile ottenere risultati di ricerca liberi da filtri in caratteri cinesi semplificati (usati nella Cina continentale) oltre che nel cinese tradizionale di Hong Kong.

Google ha quindi trovato un modo di agire nella legalità pur disattendendo le richieste di Pechino, anche se nulla impedirà al governo cinese di bloccare l’accesso ai servizi di Hong Kong. Per questa ragione, si legge sul blog di Google, è stata creata una pagina aggiornata ogni giorno che monitorerà lo stato di effettiva accessibilità al motore di ricerca e ai suoi servizi in Cina.

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posted by admin on marzo 19, 2010

Responsabilità dei provider

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google chinaSecondo il quotidiano China Businness News il prossimo 10 Aprile Google annuncerà la chiusura della versione cinese del motore di ricerca.

Sembra dunque questo l’epilogo dello scontro tra il gigante di Mountain View e il governo cinese sul tema della censura voluta dalla Pechino su argomenti come il Tibet e i fatti di piazza Tienanmmen. Sebbene i dirigenti di Google China non abbiano ancora commentato la notizia, il China Business News ha citato fonti locali secondo cui lunedì saranno annunciati gli indennizzi per lo staff cinese.

La notizia, già anticipata nei giorni scorsi dal Financial Times, non sembra includere la chiusura anche degli altri servizi gestiti da Google in Cina quali  la telefonia mobile, il browser Google Chrome, Google Answers e le attività pubblicitarie. Quest’ultima voce risulta essere quella economicamente più rilevante dato che la maggior parte dei ricavi di Google sul mercato cinese provengono da società occidentali di export che utilizzano il servizio pubblicitario di Mountain View.

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posted by admin on marzo 15, 2010

Libertà di Internet, Web 2.0

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internet_vertgrisÈ stato assegnato a Parvin Ardalan, attivista iraniana per i diritti delle donne, il primo “Netizen Pize“, il nuovo premio al cittadino della rete assegnato da Reporters Sans Frontières in collaborazione con Google. L’iniziativa, inaugurata quest’anno, intende premiare il privato utente – blogger, giornalista, attivista, dissidente – che si distingua per l’attività di difesa della libertà d’espressione online.

Non stupisce quindi che il premio sia stato assegnato a un cittadino iraniano: l’Iran è infatti tra i princpali paesi della lista dei nemici di Internet 2010, il documento che stila un elenco dei peggiori violatori della libertà di espressione online.  La lista, così come il Netizen Prize, è stata presentata il 12 marzo, in occasione  della prima giornata mondiale contro la cyber-censura, una ricorrenza ideata da Reporters Sans Frontiéres per incoraggiare i cittadini a dimostrare il loro sostegno ad una rete libera e accessibile a tutti. Sono infatti molti i governi che esercitano un controllo censorio su Internet. Oltre al già citato Iran, l’elenco include Arabia Saudita, Burma, North Korea, Cuba, Egitto, Uzbekistan, Siria, Tunisia, Turkmenistan, Vietnam e,  naturalmente, Cina, il paese di cui ultimamente si è parlato di più.

Proprio dalla Cina giungono infatti notizie che riguardano la censura di stato. Il Financial Times ha riportato un aggiornamento sulla vicenda che vede contrapposti Google e il governo di Pechino. Pare che il motore di ricerca abbia concluso la pianificazione della sua uscita dal mercato della Cina, un’eventualità data al 99,9 % di probabilità in seguito all’ultima dichiarazione del ministro dell’industria cinese Li Yizhong: “Se [Google] si muoverà in direzione di una violazione delle leggi Cinesi, sarà ostile, sarà irresponsabile e dovrà pagarne le conseguenze“.

Delle conseguenze di una rete controllata e dei tentativi di regolamentazione che minacciano la libertà dei cittadini si è parlato anche in Italia durante il convegno «Internet è libertà, perché dobbiamo difendere la rete» che si è svolto venerdì a Montecitorio. La conferenza ha visto la partecipazione straordinaria del prof.Lawrence Lessig che ha tenuto una  Lectio magistralis sul tema (qui è possibile ascoltare il discorso). Per l’occasione pare che un’enorme affluenza di pubblico abbia stipato la Sala della Regina, destando la perplessità dei Commessi della Camera dei Deputati. Su Punto Informatico c’è un interessante resoconto dell’incontro.

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posted by admin on marzo 9, 2010

Miscellanee

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Il Dipartimento del Tesoro americano ha annunciato ieri una una revoca all’embargo verso Cuba, Iran e Sudan su alcuni servizi di comunicazione via internet – social network, instant messaging, chat e e-mail –  per “assicurare che in questi paesi i cittadini possano esercitare il loro diritto universale di libertà di espressione e di accesso all’informazione nel modo più vasto possibile“.

L’emendamento, che dà il via libera alle operazioni commerciali di società come Microsoft, Google e Facebook nei paesi soggetti a embargo da parte degli USA, è in linea con il nuovo fondamentale principio della politica estera americana, la libertà di Internet nel mondo, un concetto espresso dal segretario di Stato Hillary Rodham Clinton in seguito al caso Google China.

A questo proposito il Segretario del Dipartimento del Tesoro, Neal Wolin ha dichiarato: “L’autorizzazione di queste licenze commerciali faciliterà le persone  in Iran, Sudan e Cuba ad utilizzare Internet per comunicare tra di loro e con il mondo esterno. La decisione di oggi renderà i cittadini Iraniani, Sudanesi e Cubani in grado di esercitare i loro diritti più basilari.

La notizia, riportata sui giornali internazionali, ha suscitato comunque qualche perplessità. Ci si chiede infatti come potranno i cittadini del Sudan, di Cuba e dell’Iran utilizzare le risorse messe loro a disposizione evitando i controlli che vigono nei loro paesi.

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posted by admin on febbraio 12, 2010

Responsabilità dei provider

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rcIl tema delle responsabilità del provider torna ad essere di attualità in Australia. Questa volta non si tratta di questioni legate al copyright ma del netto rifiuto da parte di Google di rimuovere da YouTube alcuni contenuti sgraditi al governo australiano.

Stephen Conroy, ministro delle comunicazioni, aveva infatti chiesto al motore di ricerca di procedere alla rimozione di alcuni video che ricadono nella lista della cosiddetta RC - refused classification del governo australiano: un elenco di contenuti che, pur non essendo illegali, sono unwanted, “non voluti” da Canberra.

L’autoregolamentazione di YouTube già da anni blocca tutti i video con contenuto sessualmente esplicito, violento, bestiale o pedopornografico, ma la lista della refused classification del governo australiano si estende molto oltre e include argomenti tra cui l’eutanasia, i graffiti urbani e l’uso di droghe. Temi politicamente controversi ma che Google non considera “dannosi”.

Le categorie della RC sono troppo estese e possono sollevare delle legittime perplessità sulla restrizione dell’accesso alle informazioni” ha dichiarato Iarla Flynn, capo della policy di Google Australia, ”La RC include tutto quel materiale che fornisce informazioni su ogni genere di reati, dai graffiti fino a crimini politicamente controversi come l’eutanasia. Esporre questi temi al dibattito pubblico è essenziale per la democrazia.

La reazione del ministro australiano è arrivata dagli studi televisivi dell’ABC  durante un’intervista di un talk show. “Quello che diciamo noi è:  in Australia queste sono le nostre leggi e noi vorremmo che voi le applicaste” ha dichiarato Conroy aggiungendo che Google già applica la censura voluta dal governo cinese e da quello thailandese quindi  dovrebbe obbedire anche al governo australiano.

A questo proposito il governo di Canberra sta preparando una serie di leggi che entro poche settimane obblighino gli ISP a filtrare tutti i siti che rientrano nella lista nera della Refused Classification.

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