Direttore Scientifico: Prof.ssa Avv. Giusella Finocchiaro
Curatrice Editoriale: Dott. Giulia Giapponesi

posted by admin on maggio 19, 2017

Tutela dei minori in rete

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La Camera dei deputati ha approvato in via definitiva – senza ulteriori modifiche – la proposta di legge A.C. 3139-B, che detta disposizioni a tutela dei minori per la prevenzione ed il contrasto del fenomeno del cyberbullismo.

Il provvedimento introduce misure di carattere educativo e formativo, allo scopo di favorire una maggior consapevolezza tra i giovani del disvalore di comportamenti persecutori che, generando spesso isolamento ed emarginazione, possono portare a conseguenze anche molto gravi su vittime in situazione di particolare fragilità.

In particolare la disposizione prevede che i minorenni vittime di cyber-bullismo (e chi esercita la responsabilità genitoriale nei loro riguardi) possano rivolgersi al gestore del sito Internet o del social media o, comunque, al titolare del trattamento per ottenere provvedimenti inibitori e prescrittivi a loro tutela (oscuramento, rimozione, blocco di qualsiasi altro dato personale del minore diffuso su Internet, con conservazione dei dati originali). Dal canto suo, il titolare del trattamento o il gestore del sito o del social media deve comunicare, entro 24 ore dall’istanza, di avere assunto l’incarico e deve provvedere sulla richiesta nelle successive 48 ore. In caso contrario l’interessato può rivolgere analoga richiesta, mediante segnalazione o reclamo, al Garante per la protezione dei dati personali che deve provvedere, in base alla normativa vigente, entro le successive 48 ore;

Il provvedimento istituisce inoltre un tavolo tecnico per la prevenzione ed il contrasto del cyberbullismo e prevede l’adozione, da parte del MIUR, sentito il Ministero della giustizia, di apposite linee di orientamento – da aggiornare ogni due anni – che dovranno indicare una specifica formazione del personale scolastico, la promozione di un ruolo attivo degli studenti e la previsione di misure di sostegno e rieducazione dei minori coinvolti;

È prevista la designazione, in ogni istituto scolastico, di un docente referente per le iniziative contro il cyberbullismo che dovrà collaborare con le Forze di polizia, e con le associazioni e con i centri di aggregazione giovanile presenti sul territorio.

In caso di episodi di cyberbullismo in ambito scolastico, si prevede inoltre l’obbligo da parte del dirigente responsabile dell’istituto di informare tempestivamente i genitori (o i tutori) dei minori coinvolti e di attivare adeguate azioni educative.

Come già avviene per il reato di stalking, anche sul cyberbullismo il provvedimento applica la disciplina sull’ammonimento del questore: fino a quando non sia stata proposta querela o presentata denuncia per i reati di ingiuria, diffamazione, minaccia o trattamento illecito di dati personali commessi online da minorenni ultraquattordicenni nei confronti di altro minorenne, il questore – assunte se necessario informazioni dagli organi investigativi e sentite le persone informate dei fatti – potrà convocare il minore responsabile ammonendolo oralmente ed invitandolo a tenere una condotta conforme alla legge.

La proposta di legge contiene inoltre di disposizioni per il finanziamento di progetti e la promozione dell’uso consapevole di internet.

Il provvedimento era stato già  approvato dal Senato, in prima lettura, il 20 maggio 2015, poi modificato dalla Camera il 20 settembre 2016 e, quindi, nuovamente approvato dal Senato, con modificazioni, il 31 gennaio 2017.

Le modifiche apportate nell’ultimo passaggio al Senato hanno dato una nuova impostazione  all’intervento normativo basata esclusivamente su strumenti preventivi di carattere educativo, nei confronti dei minori (vittime e autori del bullismo sul web) da attuare in ambito scolastico. Ciò in contrasto rispetto all’impostazione dell’ultimo testo-Camera che agli interventi educativi affiancava anche strumenti di natura penale. Inoltre, il testo trasmesso dal Senato si riferisce a prevenzione e contrasto del solo cyberbullismo, risultando soppresso ogni riferimento al bullismo.

snapchatLa polizia inglese ha inserito nel database dei trafficanti di immagini pedopornografiche un quattordicenne che ha utilizzato Snapchat per inviare l’autoscatto di un nudo integrale a una compagna di classe.

La fotografia, inviata utilizzando la app che cancella automaticamente entro 10 secondi le immagini spedite, è stata salvata dalla ragazza sul proprio telefono, per poi essere condivisa con altri coetanei. L’accaduto è giunto all’attenzione della polizia, che pur non incriminando il ragazzo ha classificato l’atto come “produzione e distribuzione di immagini oscene di minorenni”. Il quattordicenne non sarà incriminato per avere flirtato in modo esplicito con una coetanea, ma vedrà il proprio nome iscritto nel dossier della polizia per 10 anni.

Il Guardian, riportando l’accaduto, ha sottolineato come l’inserimento del nome del ragazzo nel registro dei trafficanti pedopornografici oltre che umiliante risulterà inevitabilmente dannoso: sarà impossibile per lui accedere a lavori a contatto con bambini, e ogni potenziale datore di lavoro potrà individuarlo nel Criminal Records Bureau (CBR).

La BBC ha riferito che al momento dell’interrogatorio il ragazzo era solo e privo di tutela legale, perciò non consapevole delle implicazioni cui sarebbe andato incontro con le sue risposte. Al riguardo, l’agente di polizia che lo ha interrogato ha spiegato che in tali circostanze non sia necessario informare familiari.

L’incidente ha ravvivato il dibattito che da tempo si incentra sul paradosso cui conducono leggi rigorose ma non adeguate alla continua evoluzione dei social network, al punto di giungere talvolta a colpire le stesse persone che si vorrebbe proteggere. Infatti, se la distribuzione dell’immagine fosse stata intesa e classificata come atto di “revenge porn”, il giovane inglese sarebbe stato restituito al ruolo di vittima anziché di carnefice.

app_storeGoogle ha annunciato che, per venire incontro alle prescrizioni della Commissione Europea, cesserà di etichettare come “gratuite” le App che contengono opzioni di pagamento.

In seguito al considerevole numero di ricorsi di genitori in merito ai cosiddetti acquisti “in-app” dei videogiochi, che spesso vengono effettuati inconsapevolmente dai bambini, nel dicembre 2013 la Commissione Europea di concerto con le Autorità nazionali aveva formulato una serie di richieste indirizzate ad Apple, Google e all’Interactive Software Federation of Europe.

Le richieste vertevano sulle modalità di comunicazione delle possibilità di acquisto contenute nelle App. In particolare veniva richiesto ai distributori di presentare soluzioni concrete rispetto ad azioni da intraprendere quali:

- evitare di presentare i giochi come “gratuiti” se contengono opzioni di  pagamento;

- non inserire esortazioni dirette ai bambini né sull’acquisto diretto né sul ricorso ai genitori per acquistare parti del gioco;

- evitare l’addebito diretto attraverso impostazioni di default ma richiedere l’esplicito consenso al pagamento agli utenti, che devono essere correttamente informati  sui metodi di pagamento;

- inserire un indirizzo email di contatto per l’inoltro di eventuali reclami.

Recentemente, Google ha fatto sapere di avere in programma una serie di modifiche risolutive che saranno operative dal prossimo settembre. Tra queste, l’eliminazione della parola “gratis” dalla descrizione di App che hanno opzioni di pagamento, lo sviluppo di linee guida per gli sviluppatori e l’introduzione di alcune impostazioni prestabilite che prevedano un’esplicita autorizzazione ai pagamenti.  Per quanto riguarda la Apple, al momento l’azienda di Cupertino non ha annunciato cambiamenti in vista.

La conversione delle prescrizioni in provvedimenti e le eventuali sanzioni sono ora affidate alle singole Authority nazionali.

googleIl capo di Google Eric Schmidt ha annunciato che la compagnia sta introducendo nuove modalità per eliminare i siti pedopornografici dai risultati delle sue ricerche.

Schmidt ha spiegato che Google ha pianificato diverse azioni volte a contrastare il fenomeno: da un affinamento dell’algoritmo del motore di ricerca che dovrebbe portare alla ”pulizia” di oltre 100.000 risultati, all’introduzione di avvisi che ricordano che la pedopornografia è illegale, correlati da informazioni su dove trovare aiuto.

Per quanto riguarda le immagini che appaiono nei risultati delle ricerche, Google ha messo a punto una squadra di dipendenti che avranno il compito di distinguere tra immagini in violazione dei diritti dei minori e immagini socialmente accettabili. Una volta che un’immagine verrà identificata come pedopornografica Google assegnerà un codice identificativo alla foto, che la renderà non visualizzabile dai comuni computer. 

Sul versante dei filmati, il CEO di Mountain View ha annunciato che i suoi ingegneri stanno mettendo a punto un sofisticato sistema di blocco dei video illegali che sarà testato a breve.

In ultimo, Schmidt ha anticipato che Google promuoverà delle internship di tecnici specializzati e invierà alcuni ingegneri a supporto delle associazioni UK’s Internet Watch Foundation e l’US National Center for Missing and Exploited Children per aiutarle nel lavoro di individuazione e arginamento dei contenuti illegali.

Le nuove funzionalità di Google per la lotta agli abusi sui minori sono state presentate da Schmidt in un articolo a sua firma apparso sul quotidiano britannico Daily Mail. La scelta del tabloid inglese è da ricondursi alla recente campagna di pressione da parte di alcuni politici inglesi sulle misure contro la pedopornografia online.

Tuttavia c’è chi ha già sostenuto che purtroppo le nuove misure di Google non saranno sufficienti a frenare il fenomeno. Il Child Exploitation and Online Protection Centre in un’intervista alla BBC ha spiegato che la maggioranza dei consumatori di pedopornografia  non utilizza i motori di ricerca per procurarsi il materiale illegale ma predilige reti peer-to-peer o utilizza protocolli per l’anonimato online, come Tor.

L’articolo di Eric Schmidt sul Daily Mail è disponibile cliccando QUI.

Il Movimento italiano genitori (Moige) ha presentato formale denuncia alla Procura di Roma nei confronti di Facebook per omesso controllo e vigilanza sui contenuti web ritenuti la causa del suicidio della 14enne di Novara. La giovane si era tolta la vita lo scorso gennaio in seguito alle umiliazioni perpetrate in rete da parte di alcuni suoi coetanei.

L’azione legale del Moige contro Facebook segue di poche settimane l’iscrizione sul registro degli indagati da parte della Procura di Torino di otto minorenni novaresi accusati di istigazione al suicidio e detenzione di materiale pedopornografico. L’accusa formale arriva a conclusione dell’indagine avviata dopo il suicidio della studentessa 14enne, suicidatasi dopo essere stata oggetto di cyberbullismo su Facebook da parte di alcuni compagni di scuola.

La procura di Novara ha avviato una seconda indagine che, a quanto si apprende dalla stampa, si basa su alcune testimonianze che riferiscono di richieste inascoltate di rimuovere le frasi ingiuriose contro la giovane pubblicate su diversi profili Facebook di suoi conoscenti.

Secondo l’ipotesi dell’accusa il suicidio dell’adolescente potrebbe essere stato istigato dalle ingiurie e da alcuni video che circolavano sul social network.

L’attribuzione della responsabilità che il Moige vorrebbe imputare a Facebook ricorda il celebre caso Google-Vividown, che nel 2010 ha causato una condanna di primo grado a 4 dirigenti di Google, condannati a 6 mesi di carcere e successivamente assolti in appello.