Direttore Scientifico: Prof.ssa Avv. Giusella Finocchiaro
Curatrice Editoriale: Dott. Giulia Giapponesi

ratingBlackMirror

Il rating reputazionale rappresentato nell'episodio "Nosedive" della serie Tv "Black Mirror"

Il progetto per la misurazione del “rating reputazionale” viola le norme del Codice sulla protezione dei dati personali e incide negativamente sulla dignità delle persone, lo ha stabilito il Garante per la protezione dei dati personali.

Elaborato da un’associazione e e da una società preposta alla gestione dell’iniziativa, il progetto consiste in una piattaforma web e un archivio informatico che raccoglie grande quantità informazioni personali su diversi tipi di individui (candidati, imprenditori, liberi professionisti ma anche privati cittadini) caricate dagli utenti o provenienti dal web. Attraverso un algoritmo, il sistema sarebbe poi in grado di misurare in modo oggettivo l’affidabilità delle persone in campo economico e professionale, attribuendo un punteggio (rating) alla loro reputazione online.

Il Garante ha rilevato che il sistema comporta rilevanti problematiche per la privacy a causa della delicatezza delle informazioni, del pervasivo impatto sugli interessati e delle modalità di trattamento. Infatti, il progetto presuppone una raccolta massiva, anche on line, di informazioni suscettibili di incidere significativamente sulla rappresentazione economica e sociale di migliaia di cittadini. Il “rating reputazionale” elaborato potrebbe ripercuotersi sulla vita delle persone censite, influenzando le scelte altrui e condizionando l’ammissione degli interessati a prestazioni, servizi o benefici.

L’Autorità ha espresso dubbi anche in merito all’asserita oggettività delle valutazioni, sottolineando che la società non è stata in grado di dimostrare l’efficacia dell’algoritmo che regolerebbe la determinazione dei “rating” al quale dovrebbe essere rimessa, senza possibilità di contestazione, la valutazione dei soggetti censiti. Vista la difficoltà di misurare situazioni e variabili non facilmente classificabili, la valutazione potrebbe basarsi su documenti e certificati incompleti o viziati, con il rischio di creare profili inesatti e non rispondenti alla identità sociale delle persone censite.

Da un punto di vista generale, il Garante ha inoltre manifestato perplessità sull’opportunità di rimettere ad un sistema automatizzato ogni decisione su aspetti così delicati e complessi come quelli connessi alla reputazione.

Anche le misure di sicurezza del sistema, basate, prevalentemente, su sistemi di autenticazione “debole” (user id e password) e su meccanismi di cifratura dei soli dati giudiziari, sono state definite “davvero inadeguate” dall’Autorità Ulteriori criticità, infine, sono state ravvisate nei tempi di conservazione dei dati e nell’informativa da rendere agli interessati.

Il Garante ha pertanto disposto il divieto di qualunque operazione di trattamento presente e futura per il progetto di rating reputazionale.

red-questionEletta a parola inglese dell’anno 2016, la cosiddetta post-truth (post-verità) rimanda ad un concetto apparentemente nuovo. Il termine si riferisce a circostanze in cui i fatti verificati sono meno efficaci nell’indirizzare l’opinione pubblica rispetto a narrazioni che si reggono sulle emozioni o sulle credenze individuali.

Dopo le prime apparizioni in alcuni articoli del 2015, nel corso del 2016 la parola post-truth ha cessato di essere accompagnata dalla sua definizione ed è divenuta di utilizzo comune nei discorsi di commento politico ed in particolare in quelli relativi al referendum Brexit e alle elezioni presidenziali statunitensi. In Italia è stata spesso citata nei commenti sull’esito del referendum costituzionale.

Detta in termini semplici, secondo molti commentatori l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, l’elezione di Trump e il fallimento del referendum proposto da Renzi sarebbero le conseguenze di un’epoca in cui gli aventi diritto al voto decidono di non credere ai fatti reali a favore di notizie dal forte impatto emozionale. Naturalmente non è possibile stabilire quanto questa decisione sia presa dagli elettori in modo consapevole, ma sembra implicito che il discorso sulla post-truth si riferisca anche e soprattutto a quanti non sono in grado di distinguere tra una fonte di informazione attendibile e una palesemente di parte.

Del tutto prevedibilmente, al cuore dell’allarme troviamo una riflessione sui social network come principali vettori della propagazione incontrollata di notizie false e di propaganda. Sebbene le notizie siano pubblicate e condivise dagli utenti, il ruolo di queste piattaforme sarebbe molto più attivo di quanto si possa presupporre. Su Facebook, ad esempio, la colonna dei “trending feed” incoraggia direttamente la lettura e la condivisione degli articoli più letti sul social network, molti dei quali provenienti da siti inaffidabili contenenti eclatanti notizie false, amplificandone la portata.

Il magazine Buzzfeed ha portato alla luce l’esemplare vicenda di alcuni siti pro-Trump, creati da un gruppo di adolescenti macedoni, che riportavano notizie mirabolanti e totalmente inventate al solo scopo di trarre profitto dalla pubblicità di Google Ad-sense. Calunnie ai danni di Hilary Clinton che hanno generato oltre 140.000 condivisioni da parte di utenti statunitensi.

Dopo la vittoria di Trump si è quindi scatenata una bufera sulla gestione di Facebook, accusato di non voler ammettere le proprie responsabilità sulla formazione dell’opinione pubblica. In risposta alle critiche il 15 dicembre 2016 Mark Zuckerberg ha annunciato il lancio di un sistema di classificazione degli articoli che prevede l’apparizione di un particolare “flag” sulle notizie segnalate come false dagli utenti e da una speciale squadra di “fact-checkers” professionisti.

Tuttavia sono in molti a non voler lasciare alle più grandi piattaforme della rete, i cosiddetti Over The Top, la delega alla discriminazione fra notizie veritiere o meno. Commentatori ed esperti hanno evidenziato il pericolo di lasciare a compagnie private la classificazione dell’accuratezza delle informazioni presenti in rete.

A questo proposito ha destato particolare attenzione l’intervista rilasciata il 30 dicembre 2016 al Financial Times in cui il Presidente dell’Antitust italiana, Giovanni Pitruzzella evidenzia la necessità di organizzare “una rete di organismi nazionali indipendenti capace di identificare e rimuovere le notizie false”. Una sorta di Authority che avrebbe il compito di vigilare sulla verità dell’informazione.

L’idea ha sollevato un certo interesse tra i commentatori ma anche un coro di accuse riguardo ad una supposta volontà di censura da parte delle istituzioni. In Italia l’ex comico e leader politico Beppe Grillo ha definito l’allarme post-truth come “una nuova inquisizione”. Non manca chi, come Riccardo Luna, ex direttore di Wired Italia, chiede di ripensare alle responsabilità del giornalismo di qualità come baluardo contro la dilagante disinformazione, sottolineando che la post verità non è un fenomeno nuovo anche se oggi trova un’enorme amplificazione nella rete e nei social network.

Questo spunto porta tuttavia ad un’ulteriore riflessione. Se è vero che la rete ha amplificato le possibilità di incorrere in notizie false, va anche riconosciuto che la pluralità di fonti informative permette oggi più che mai di poter approfondire le notizie, analizzandole e confrontandole fra loro. Va da sé che occorre una certa capacità di discernimento per farlo, ma è solo nel contesto di una la pluralità di voci che è possibile sviluppare gli strumenti cognitivi utili a discriminare tra una notizia tutto sommato realistica e una bufala sensazionale. Pensare a soluzioni di contenimento e controllo delle notizie potrebbe quindi essere, oltre che di difficile applicazione, persino controproducente.

Sono ancora poche le voci che sottolineano la necessità di aiutare gli elettori presenti e futuri a dotarsi di strumenti intellettuali con cui riconoscere da sé le fonti più attendibili. A prescindere quindi dalle effettive soluzioni pratiche, il solo fatto di parlare pubblicamente di post-truth può costituire un primo passo verso la presa di coscienza di un problema globale che ciascuno di noi può contribuire a limitare in un modo semplice: evitando di condividere notizie non verificate.

Le postille a fine articolo non sono sufficienti. I diritti delle persone che chiedono di aggiornare i dati devono essere garantiti con una maggiore visibilità.

L’aggiornamento di un articolo online deve essere immediatamente visibile al lettore, sia nel titolo sia nella cosiddetta preview, l’anteprima del contenuto. Lo ha affermato il Garante privacy accogliendo parzialmente il ricorso di un uomo che, coinvolto in una vicenda giudiziaria quando rivestiva un ruolo pubblico, era stato poi scagionato.

L’uomo si era rivolto al Garante lamentando che la presenza in rete di “vecchie” informazioni arrecava un danno alla sua reputazione, personale e professionale, non corrispondendo a quanto realmente avvenuto, come dimostrato dalla successiva archiviazione del procedimento penale a suo carico. In particolare l’uomo non era soddisfatto dalle modalità adottate da un quotidiano online, che si era limitato ad inserire una breve nota alla fine di due articoli dei quali aveva chiesto l’aggiornamento.

Seppur ritenendo lecito il trattamento dei dati contenuti negli articoli presenti nell’archivio online del quotidiano, l’Autorità ha rilevato che il diritto della persona di ottenere l’aggiornamento delle informazioni che lo riguardano deve essere rispettato e, per salvaguardare l’attuale identità sociale della persona, le modifiche all’articolo devono essere effettive e non limitate ad una postilla poco visibile.

Non giudicando quindi adeguate le modalità scelte dall’editore, il Garante ha chiesto di rendere visibile, sia nel titolo che nelle preview, l’esistenza di sviluppi della vicenda: mediante, ad esempio, una nota accanto o sotto il titolo dell’articolo.

Il Garante privacy respinge il ricorso di un ex terrorista che chiedeva la deindicizzazione di pagine web in cui erano riportati gravi reati di cui si era macchiato tra la fine degli anni 70 e i primi anni 80.

Dopo aver finito di scontare la sua pena nel 2009, l’uomo si era rivolto a Google chiedendo la rimozione di alcuni url e dei suggerimenti di ricerca che vengono visualizzati dalla funzione di “completamento automatico”, grazie alla quale inserendo nome e cognome dell’interessato compariva la parola “terrorista”.

Non avendo Google dato corso alla richiesta, l’ex terrorista si è rivolto al Garante per la Protezione dei Dati Personali lamentando che la permanenza in rete di contenuti risalenti così indietro nel tempo e fuorvianti rispetto all’attuale percorso di vita, era causa di gravi danni dal punto di vista personale e professionale. Il ricorrente, sostenendo di non essere un personaggio pubblico ma un libero cittadino, reclamava quindi il diritto all’oblio.

L’Autorità ha respinto il ricorso sulla base del fatto che le informazioni di cui si chiede la deindicizzazione fanno riferimento a reati particolarmente gravi, che rientrano tra quelli indicati nelle Linee guida sull’esercizio del diritto all’oblio adottate dal Gruppo di lavoro dei Garanti privacy europei nel 2014, reati per i quali le richieste di rimozione devono essere valutate più severamente.

Il Garante ha inoltre sottolineato come nella fattispecie le informazioni abbiano assunto una valenza storica e segnato la memoria collettiva. Si tratta di una delle pagine più buie della storia italiana, della quale il ricorrente non è stato un comprimario, ma un vero e proprio protagonista. Inoltre, nonostante il lungo lasso di tempo trascorso dagli eventi l’attenzione del pubblico è tuttora molto alta su quel periodo e sui fatti trascorsi, come dimostra l’attualità dei riferimenti raggiungibili mediante gli stessi url.

Il Garante ritenendo quindi prevalente l’interesse del pubblico ad accedere alle notizie in questione, ha dichiarato infondata la richiesta di rimozione degli url indicati dal ricorrente ed indicizzati da Google.

Il provvedimento è pubblicato QUI.

tripadvisorL’hosting provider non deve rispondere degli illeciti commessi dai propri utenti, né è tenuto a rimuovere contenuti su richiesta di chi si dichiara parte lesa. Il Tribunale di Grosseto solleva TripAdvisor dalla responsabilità per le recensioni negative della sua community.

Con sentenza n. 46 del 2016, il Tribunale di Grosseto ha stabilito che un servizio come Tripadvisor debba essere considerato un hosting provider, e in quanto tale non debba rispondere degli illeciti commessi dai propri utenti.

Il caso è stato sollevato da una struttura alberghiera dell’Argentario che nel 2013 ha denunciato il portale di viaggi per la pubblicazione di una recensione negativa ritenuta dall’albergatore falsa e diffamatoria. Secondo l’accusa TripAdvisor sarebbe stato corresponsabile della diffamazione in quanto non avrebbe impedito la pubblicazione della recensione, non avrebbe rimosso la recensione con sufficiente tempestività a seguito della segnalazione e non avrebbe acconsentito a consegnare i dati del recensore.

Il Tribunale di Grosseto rigettando le richieste degli albergatori ha stabilito che la piattaforma avrebbe agito in maniera conforme a quanto prescrive la legge italiana. Secondo il giudice ciò che conta per la qualificazione del servizio di hosting è il ruolo svolto in relazione al contenuto pubblicato: nel caso in esame il portale non interferisce con il contenuto delle recensioni e quindi non può essere considerato responsabile.

In relazione alle motivazioni dell’accusa il Tribunale ha chiarito che Tripadvisor si qualifica come mero hosting provider nonostante abbia adottato dei filtri automatizzati per scongiurare la pubblicazione di recensioni esplicitamente inopportune o fraudolente, come previsto dalle proprie policy. Il giudice ha inoltre precisato che le piattaforme che pubblicano user generated content (Ugc), ocontenuti forniti dagli utenti, abbiano la facoltà, ma non l’obbligo, di rimuovere i contenuti su richiesta del soggetto che si ritiene leso, essendo l’autorità giudiziaria l’unica competente ad accertare l’eventuale natura diffamatoria degli stessi.

I cittadini che denunceranno illeciti compiuti da colleghi di lavoro saranno tutelati da eventuali misure di discriminazione riconducibili alla propria segnalazione.

Il testo approvato alla camera mira a permettere una segnalazione tempestiva degli illeciti, prevedendo un rapido riscontro delle autorità e  impedendo al contempo eventuali ritorsioni per la figura del whistleblower, giuridicamente protetta e ritenuta di utilità pubblica. Il termine whistleblower (soffiatore nel fischietto) si riferisce al lavoratore che si trovi a segnalare possibili frodi, pericoli o rischi di danneggiamento di persone e attività, rilevati all’interno dell’ambiente di lavoro.

Il testo prevede che la denuncia dell’illecito sia rivolta all’Autorità Nazionale Anticorruzione (Anac) o alla magistratura ordinaria e contabile. La segnalazione dell’illecito sarà ritenuta valida se fatta in “buona fede” e senza dolo o colpa grave, cioé motivata dalla “ragionevole convinzione fondata su elementi di fatto, che la condotta illecita segnalata si sia verificata”. L’identità del whistleblower non potrà essere rivelata, e non saranno ammesse segnalazioni anonime.

Nel provvedimento è prevista una “Clausola anti-calunnie”: nel caso si accerti la mancanza di buona fede o l’infondatezza della segnalazione sarà avviato un procedimento disciplinare e l’eventuale licenziamento in tronco. Le misure di discriminazione verificate nei confronti del whistleblower saranno sanzionate dall’Anac con multe da 5 a 30mila euro. Per l’autore della segnalazione non è invece previsto alcun genere di premio.

La proposta di legge approvata alla Camera comprenderà gli uffici pubblici, enti pubblici economici, gli enti di diritto privato sotto controllo pubblico e il settore privato.

posted by admin on ottobre 27, 2015

Diritto all'oblio, reputazione online

(No comments)

erasePubblicato un bilancio delle richieste inviate dai cittadini all’Autorità Garante per la protezione dei dati per ottenere la rimozione di alcuni link dai risultati dei motori di ricerca.

In seguito della sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea del 13 maggio 2014 – che ha stabilito che Google deve cancellare dai risultati di ricerca le informazioni “inadeguate, non pertinenti o non più pertinenti” qualora gli interessati lo richiedano – la compagnia di Mountain View ha pubblicato un modulo per il “diritto all’oblio”, grazie al quale gli utenti possono chiedere la cancellazione dei risultati associati al loro nome. Ogni richiesta di rimozione viene valutata dal motore di ricerca che acconsente alla cancellazione solo quando la notizia viene ritenuta priva di rilevante interesse per il pubblico.

A partire da maggio 2014, le richieste di rimozione pervenute a Google dai cittadini italiani sono state 25.118, per un totale di 82.603 URL. Sebbene le richieste siano state rifiutate nel 70,5% dei casi, l’Authority ha evidenziato come solo una esigua percentuale degli applicanti respinti si sia successivamente rivolta al Garante per un ricorso.

Le istanze inoltrate da comuni utenti e figure pubbliche locali dopo la mancata rimozione sono circa 50, delle quali una decina “in via di definizione” . La maggior parte dei ricorsi si è conclusa con un rigetto, e solo in un terzo dei casi sono state accolte le richieste.

Il Garante ha reso noto che per ogni singolo caso è stato valutato se le informazioni fossero di interesse pubblico e se da ritenersi eccedenti o potenzialmente dannose per la reputazione e la vita privata del ricorrente. I casi rigettati riguardano infatti “vicende processuali di sicuro interesse pubblico, anche a livello locale, spesso recenti o per le quali non erano ancora stati esperiti tutti i gradi di giudizio. I dati personali riportati, tra l’altro, risultavano trattati nel rispetto del principio di essenzialità dell’informazione”.

Google dovrà procedere alla rimozione dei link segnalati per tutti i ricorsi accolti dall’Autorità Garante.

Nella nota pubblicata dal Garante non si fa riferimento ai ricorsi che coinvolgono altri motori di ricerca, poiché il numero delle richieste di deindicizzazione da parte dei cittadini è in questo caso di gran lunga inferiore.

posted by admin on ottobre 23, 2015

reputazione online

(No comments)

Volge al termine del periodo di sperimentazione il progetto “Sportello web reputation”, presentato dall’Autorità Garante delle comunicazioni.

Lo sportello è un servizio automatico pensato per la segnalazione e la verifica della presenza di contenuti digitali non pertinenti o negativi per la reputazione digitale degli utenti.

È possibile segnalare tramite gli sportelli online di CORECOM Lazio,CORECOM Abruzzo e CORECOM Marche, la diffusione nel web, all’insaputa del cittadino interessato, di:

  • video, immagini, foto personali
  • scritti personali
  • dati personali (nome, cognome, indirizzo, vita privata)
  • articoli, commenti, immagini, video offensivi della reputazione, della dignità o dell’immagine
  • articoli, commenti, immagini, video discriminatori su tematiche sensibili (età, sesso, orientamento sessuale, salute, etnia, religione)

Tramite la piattaforma il cittadino è in grado di effettuare in autonomia:

  • segnalazione dei contenuti lesivi
  • screening della propria identità digitale

La raccolta dei dati, contribuirà all’individuazione dei fattori di maggiore criticità per le attività dei minori in rete, oltre che sondare l’utilità dello sportello nella doppia veste di deterrente e controllore.

Il progetto è il primo attivo in Italia che consenta ai cittadini la possibilità di monitorare online la propria identità digitale e segnalare i possibili illeciti. Entro il 31 ottobre sarà possibile iscriversi gratuitamente al servizio, che sarà inoltre fruibile per ottenere chiarimenti sulle azioni adeguate da intraprendere per la tutela della propria reputazione online.

posted by Giulia Giapponesi on settembre 21, 2015

reputazione online

(No comments)

neve_niveaIl colosso tedesco Beiersdorf, proprietario del brand “Nivea”, ha vinto la causa contro la piccola azienda piemontese Neve Cosmetics, accusata di  violazione di diritti di esclusiva sul nome “Neve”, considerato troppo simile a “Nivea”. Ma la reazione dei consumatori fa riflettere sull’opportunità della querela.

La notizia risale a fine luglio: il Tribunale di Milano ha dichiarato nulli i marchi “Neve” e “Neve Make up” a favore del celebre marchio tedesco e ha stabilito che la parola “Neve” non può essere utilizzata come marchio da nuove compagnie del settore cosmetico in quanto confondibile con “Nivea”.

La Neve Cosmetics è una piccola società (con 10 addetti) dedita alla produzione di cosmetici naturali, esclusivamente commercializzati tramite internet. Come ricordato anche in sede giudiziale, i suoi prodotti, proposti come “cosmetici vegetariani e vegani”, sono privi di “siliconi che occludono i pori, niente petrolati che non fanno respirare la pelle, niente conservanti pesanti, niente derivati dalla macellazione di mammiferi”. In sostanza, si tratta di una linea cosmetica che si pone non solo come concorrente ma come antagonista dei prodotti di bellezza delle grandi distribuzioni.

Secondo il Tribunale, nonostante la differenza nella comunicazione dei prodotti, il nome “Neve” è troppo simile a “Nivea” in quanto deriva etimologicamente dal latino niveus/nivea/nivum ossia “bianco come la neve”. Pertanto il Tribunale ha dichiarato la nullità del marchio Neve e ne ha vietato l’utilizzazione.

La vittoria della multinazionale tedesca ha provocato lo sdegno dei consumatori dei prodotti Neve, che hanno intrapreso una campagna sul web a sostegno della PMI piemontese creando banner di protesta e utilizzando l’hastag #StoConNeve e lo slogan “Se Compro Neve è perché so che non è Nivea!”.

Anche se è lecito ipotizzare che la campagna sia nata dall’intervento di professionisti della comunicazione, è di fatto divenuta virale in pochi giorni. Le centinaia di messaggi di critica apparsi sulle varie pagine social di Nivea hanno attirato l’attenzione dei media tradizionali che riportando la notizia, ne hanno ampliato la portata. Con un interessante effetto valanga, alla protesta dei consumatori di cosmetici Neve si sono uniti anche altri utenti del web colpiti dalla sproporzione economica tra accusatore e accusato, letta come un sopruso del forte sul debole.

I messaggi degli utenti sembrerebbero in parte rivolti anche al Tribunale di Milano perché sostengono l’impossibilità di confondere i due marchi, nonostante l’etimologia comune dei due nomi, e sottolineano la totale differenza tra le due case cosmetiche, le cui filosofie, formulazioni e proposte commerciali sono agli antipodi. Una differenza che, ovviamente, sarebbe tutta a vantaggio di Neve, e della sua offerta naturale, rispettosa e benefica, in opposizione ad una supposta dannosità di Nivea e dei suoi prodotti artificiali e chimici.

Per tutta risposta, i professionisti della comunicazione del marchio Nivea hanno scelto la via del silenzio e portano avanti da giorni una paziente opera di rimozione dei messaggi. Com’era prevedibile, la censura, vissuta come un oltraggio, ha provocato un ulteriore motivo di irritazione per i dimostranti, che sono arrivati persino ad aprire sul sito Change.org una petizione per il ritiro della causa da parte di Nivea.

Esulando da un’analisi giuridica della vicenda, questi risvolti in ambito comunicativo offrono un interessante spunto di riflessione. Nel caso di contenziosi che potrebbero esporre le parti ad una particolare attenzione mediatica si delinea la necessità di prevedere un piano d’azione della comunicazione post-sentenza, che tenga conto di eventuali risvolti negativi anche in caso di vittoria. Giocare d’anticipo potrebbe essere determinante per scongiurare danni alla reputazione aziendale. Tuttavia, un’analisi preventiva accurata dei possibili scenari comunicativi sul web potrebbe portare a riconsiderare l’opportunità della querela stessa.

Il quotidiano Lettera43 ha recentemente intervistato Giusella Finocchiaro sul tema delle recensioni negative anonime su Tripadvisor. Vi proponiamo un estratto dell’articolo.

tripadvisor

[...] In Italia, la levata di scudi di commercianti e imprenditori è sempre più compatta: da Federalberghi, che in una nota ha parlato di «vera emergenza», a causa di «illeciti capaci di turbare il lavoro degli operatori turistici con ricatti e paure», all’associazione Sos albergatori, che con l’applicazione Pirtadvisor provano a smascherare le recensioni ingannevoli, fino a quelli diventati aperti oppositori del portale Usa, tanto da esporre all’entrata del locale un cartello inequivocabile: «Qui non si accettano utenti di TripAdvisor».
Il problema, dibattuto da anni, è innanzitutto giuridico: il decreto legislativo 70/2003 (concepito in attuazione della direttiva europea 2000/31/Ce) prescrive che il titolare del servizio sul web non è responsabile delle informazioni inviate da un utente, a meno che non sia a conoscenza del fatto che l’attività o l’informazione è illecita, o che qualora a conoscenza di tali fatti, su richiesta del giudice, non agisca subito per rimuovere le informazioni o per inibirne l’accesso.
È per questo che TripAdvisor o altri siti simili non hanno l’obbligo di verificare l’identità di chi scrive o le informazioni riportate, e dunque «l’unica tutela possibile è quella a reato già avvenuto: chiedere la rimozione della recensione, direttamente o tramite il proprio legale, e il risarcimento del danno», spiega a Lettera43.it Giusella Finocchiaro, avvocatessa e docente di Diritto di internet all’Università di Bologna, e che dal 2003 studia la privacy e l’anonimato in rete, «o agire in giudizio, anche in caso di diffamazione o lesione del diritto all’identità personale»

Continua su Lettera 43