Direttore Scientifico: Prof.ssa Avv. Giusella Finocchiaro
Curatrice Editoriale: Dott. Giulia Giapponesi

wikileaks

Le vicende di Wikileaks, il sito che permette la pubblicazione anonima di notizie riservate, interessano ormai da più di un mese le principali testate di tutto il mondo.

L’ultima novità riguarda il recente accordo tra Julian Assange, fondatore del sito, e il Partito Pirata Svedese, che si è offerto di ospitare i server di Wikileaks in nome dei condivisi princìpi di trasparenza e responsabilizzazione del potere.

L’accordo giunge nel pieno di un periodo particolarmente burrascoso per il portale di fughe di notizie. In seguito alla pubblicazione di 77.000 documenti segreti dell’esercito USA sulla guerra in Afghanistan, il Dipartimento di Difesa americano ha dichiarato che l’attività di Wikileaks “minaccia la sicurezza degli Stati Uniti”.

documenti pubblicati riportano informazioni dettagliate sulle operazioni americane in Afghanistan dal 2004 al 2009.

Le rivelazioni principali – definite dalla stampa afghana “non sorprendenti” – riguardano il coinvolgimento di vittime civili in operazioni militari della coalizione americana. Si contano oltre 195 civili uccisi, un numero considerato sottostimato, soprattutto a seguito di incursioni aeree in centri abitati. Ma dai rapporti emergono anche resoconti di violenze agghiaccianti perpetrate dall’Esercito Nazionale Afghano sulla popolazione che si rifiuta di collaborare.

Il vero scenario inedito per l’opinione pubblica degli Stati Uniti è costituito però dal quadro generale che emerge dall’archivio segreto: quello di un’operazione militare dalle poche chances di successo. Molti sono gli elementi di ostacolo per l’esercito USA che sono stati tenuti nascosti alla stampa americana (per i quali si rimanda alla lettura dell‘analisi del New York Times). Tra questi, spicca il coinvolgimento dei paesi limitrofi, Iran e Pakistan, nell’appoggio ai Talebani.

Le rivelazioni di Wikileaks sembrano però non finire qui. Su richiesta dei giornali coinvolti nell’analisi preventiva dei file (New York Times, Guardian e Der Spiegel), altri 15.000 documenti segreti non sono ancora stati resi pubblici. Si tratta di alcuni file in cui compaiono i nomi degli informatori afghani che collaborano con gli Stati Uniti, la cui vita sarebbe messa a repentaglio dalla fuga di notizie. Julian Assange ha dichiarato di volere comunque procedere alla pubblicazione dei documenti.

In realtà molti dei nomi degli informatori sono già stati resi noti nei 77.000 file pubblicati. Per questa ragione Wikileaks ha meritato le dure critiche di molte associazioni per i diritti umani, tra cui Amnesty International e Reporter senza frontiere.

Nel frattempo negli Stati Uniti c’è chi chiede un intervento deciso del Governo contro Wikileaks e il suo fondatore. “Se Assange rimane libero e pubblica i documenti in suo possesso Obama non dovrà che incolpare se stesso” scrive un giornalista del Washington Post.

Tuttavia fermare l’operato di Wikileaks potrebbe non essere così facileWired riporta un precedente tentativo di oscurare il dominio www.wikileaks.org su ordinanza della Corte Federale di San Francisco nel 2008. In quell’occasione Wikileaks era stata coinvolta in una causa su una fuga di informazioni sul riciclaggio di denaro da parte di una banca svizzera. Dopo un breve periodo di oscuramento il sito fu ripristinato per l’incostuzionalità insita nella limitazione preventiva della libertà di parola, diritto garantito dal Primo Emendamento degli Stati Uniti.

Oggi che i server di Wikileaks risiedono in Svezia, sembra ancora più improbabile che si possa procedere alla chiusura del sito attraverso le normali procedure legali. Ed è infatti a procedure straordinarie che si riferisce il Washington Post quando parla di un auspicabile cyberattacco contro Wikileaks.

Julian Assange, dal canto suo, sembra perfettamente conscio dei pericoli a cui sta andando incontro la sua organizzazione. Esistono modi molto poco “legali” con cui l’intelligence USA o qualunque altro nemico di Wikileaks potrebbe costringere al silenzio i responsabili del sito. Per scongiurare simili tentativi recentemente su Wikileaks è apparso un misterioso file chiamato insurance.aes256.

Si tratta di un archivio dal contenuto criptato di cui nessuno sa il contenuto esatto. La sua dimensione supera di 19 volte quella dei logs sull’Afghanistan. Abbastanza grande dunque da poter contenere l’intero database militare americano sulla guerra in Afghanistan o altri documenti riservati che si credono in possesso di Wikileaks. Ad esempio i 500.000 rapporti segreti sulla guerra in Iraq e i 260.000 file diplomatici per cui è stato arrestato il soldato scelto Bradley Manning, documenti mai pubblicati dal sito.

L’archivio insurance.aes256 è già stato scaricato da migliaia di utenti in tutto il mondo attraverso The Pirate Bay. “Tenetelo al sicuro” ammonisce Wikileaks nel messaggio di benvenuto della sua chatroom. Il meccanismo dell’insurance di Julian Assange è piuttosto chiaro. Il fondatore di Wikileaks ha annunciato che la password per decriptare il contenuto dell’archivio può essere rilasciata da un momento all’altro. Se dovesse succedere qualcosa a lui o al sito, migliaia di utenti nel mondo avranno istantaneamente accesso ad un enorme database di informazioni riservate.

Sempre più simile alla trama di un film di spionaggio, la vicenda di Wikileaks sembra non essere che agli inizi.

Le vicende del sito di fughe di notizie Wikileaks, che abbiamo iniziato a seguire lo scorso maggio con l’arresto del soldato ventiduenne Bradley Manning, interessano ormai da più di un mese le principali testate di tutto il mondo.

L’ultima novità riguarda il recente accordo tra Julian Assange, fondatore di Wikileaks, e il Partito Pirata Svedese che si è offerto di ospitare i server del sito in nome dei condivisi princìpi di trasparenza e responsabilizzazione del potere.

L’accordo giunge nel pieno di periodo particolarmente burrascoso per Wikileaks. In seguito alla pubblicazione sul sito, alla fine di luglio, di 77.000 documenti segreti dell’esercito USA sulla guerra in Afghanistan, il Dipartimento di Difesa americano ha dichiarato che l’operato di Wikileaks “minaccia la sicurezza della nazione”.

I documenti, analizzati prima della pubblicazione online da giornalisti del New York Times, dal Guardian e dal Der Spiegel, riportano informazioni dettagliate sulle operazioni americane in Afghanistan dal 2004 al 2009. Le rivelazioni principali – bollate dalla stampa afghana come “nessuna novità per noi” – riguardano il numero di vittime civili coinvolte dalle operazioni militari della coalizione americana. Sono venuti alla luce infatti rapporti su incursioni aeree che hanno ucciso esclusivamente abitanti di villaggi, insieme a resoconti di violenze agghiaccianti perpetrate dall’Esercito Nazionale Afghano sulla popolazione che si rifiuta di collaborare.

Ma il vero scenario inedito per l’opinione pubblica degli Stati Uniti è costituito dal quadro generale rivelato dall’archivio segreto: quello di un’operazione militare dalle poche chances di successo.

Molti sono gli elementi di ostacolo per l’esercito USA che sono stati tenuti nascosti alla stampa americana (per i quali si rimanda alla lettura dell’analisi del New York Times) tra questi spicca il coinvolgimento dei paesi limitrofi, Iran e Pakistan, nell’appoggio ai Talebani.

Le rivelazioni di Wikileaks sembrano però non finire qui. Su richiesta dei giornali coinvolti nell’analisi preventiva, altri 15.000 documenti segreti non sono mai stati resi pubblici. Tra questi, alcuni files in cui compaiono i nomi degli informatori afghani che lavorano per gli Stati Uniti, la cui vita sarebbe messa a repentaglio dalla fuga di notizie. Julian Assange ha dichiarato di volere comunque procedere alla pubblicazione dei documenti.

D’altra parte molti nomi di informatori sono già stati resi noti nei 77.000 file pubblicati. Per questa ragione Wikileaks ha meritato le dure critiche di molte associazioni per i diritti umani, tra cui Amnesty International e Reporter senza frontiere.

Nel frattempo negli Stati Uniti c’è chi chiede un intervento deciso del Governo contro Wikileaks e il suo fondatore. “Se Assange rimane libero e pubblica i documenti in suo possesso Obama non dovrà che incolpare se stesso” ha scritto un editorialista del Washington Post.

Tuttavia fermare l’operato di Wikileaks potrebbe non essere così facile. Wired riporta un precedente tentativo da parte di una Corte Federale di San Francisco di oscurare il dominio www.wikileaks.org in seguito al coinvolgimento in una causa su una fuga di notizie sul riciclaggio di denaro da parte di una banca svizzera nel 2008. Dopo un breve oscuramento il sito fu ripristinato per l’incostuzionalità della limitazione preventiva della libertà di parola garantita dal Primo Emendamento degli Stati Uniti.

Oggi che i server di Wikileaks risiedono in Svezia, sembra ancora più improbabile che si possa procedere alla chiusura del sito attraverso le normali procedure legali. Ed è infatti a procedure straordinarie che si riferisce il Washington Post quando parla di un auspicabile cyberattacco contro Wikileaks.

Julian Assange, dal canto suo, sembra perfettamente conscio dei pericoli a cui sta andando incontro la sua organizzazione. Esistono modi molto poco “legali” con cui l’intelligence USA o qualunque altro nemico di Wikileaks potrebbe costringere al silenzio i responsabili del sito. Per scongiurare simili tentativi recentemente su Wikileaks è apparso un voluminoso file chiamato insurance.aes256

Si tratta di un archivio dal contenuto criptato di cui nessuno sa il contenuto esatto. La sua dimensione supera di 19 volte quella dei logs sull’Afghanistan. Abbastanza grande dunque da poter contenere l’intero database militare americano sulla guerra in Afghanistan o altri documenti riservati che si credono in possesso di Wikileaks. Ad esempio i 500.000 rapporti segreti sulla guerra in Iraq e i 260.000 file diplomatici per cui è stato arrestato il soldato scelto Bradley Manning, documenti mai pubblicati dal sito.

L’archivio insurance.aes256 è già stato scaricato da migliaia di utenti in tutto il mondo attraverso The Pirate Bay. “Tenetelo al sicuro” ammonisce Wikileaks nel messaggio di benvenuto della sua chatroom. L’insurance di Julian Assange è piuttosto chiara. Il fondatore di Wikileaks ha annunciato che la password per decriptare il contenuto dell’archivio può essere rilasciata da un momento all’altro. Se dovesse succedere qualcosa a lui o al sito migliaia di utenti nel mondo avranno istantaneamente accesso ad un enorme database di informazioni riservate.

Sempre più simile alla trama di un film di spionaggio, la vicenda di Wikileaks sembra non essere che agli inzi.

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Il ddl intercettazioni, ancora in fase di approvazione, come è ampiamente noto, minaccia di incidere anche su Internet.

Il comma 29, infatti, prevede alcune modifiche alla legge stampa, imponendo l’obbligo di dichiarazione e rettifica, entro quarantotto ore dalla richiesta, anche ai “siti informatici, ivi compresi i giornali quotidiani e periodici diffusi per via telematica”. Le rettifiche dovranno essere pubblicate con analoghe caratteristiche grafiche, metodologia di accesso al sito e pari visibilità della notizia cui si riferiscono.

Ma nel caos che ha scatenato questa proposta di legge, è necessario fare un po’ di chiarezza e precisare in quale contesto giuridico si inserisce la proposta di modifica.

10 cose che non si possono non sapere quando si parla di diritto di rettifica….

1) Che cos’è il diritto di rettifica?

È il diritto di fare pubblicare gratuitamente dichiarazioni dei soggetti interessati dalla pubblicazione di immagini, dichiarazioni, notizie ritenute lesive della loro dignità o contrarie a verità.

In sostanza, è il diritto – riconosciuto a certe condizioni – di affermare la propria verità.

2) Dove o come è pubblicata la notizia, la dichiarazione o l’immagine?

Nei giornali o in televisione.

3) Quali sono oggi le norme di riferimento?

a) La legge sulla stampa (e precisamente l’art. 8 della l. n. 47 del 1948) che afferma: il diritto di rettifica è il diritto di fare inserire “gratuitamente nel quotidiano o nel periodico o nell’agenzia di stampa le dichiarazioni o le rettifiche dei soggetti di cui siano state pubblicate immagini od ai quali siano stati attribuiti atti o pensieri o affermazioni da essi ritenuti lesivi della loro dignità o contrari a verità, purché le dichiarazioni o le rettifiche non abbiano contenuto suscettibile di incriminazione penale” .

b) Il T.U. dei servizi di media audiovisivi e radiofonici (e precisamente l’art. 32 quinquies del d. lgs. n. 177 del 2005) che dispone: “chiunque si ritenga leso nei suoi interessi morali (…) o materiali da trasmissioni contrarie a verità ha diritto di chiedere (…) che sia trasmessa apposita rettifica, purché questa ultima non abbia contenuto che possa dar luogo a responsabilità penali”.

4) Il diritto di rettifica elimina altri diritti?

Il diritto di rettifica si aggiunge, ma non elimina le azioni, cioè gli strumenti giuridici di tutela riconosciuti da altri diritti (querela per diffamazione, risarcimento del danno, ecc.).

5) Qual è il presupposto ad oggi per l’esercizio del diritto di rettifica?

Ad oggi, il diritto di rettifica è previsto per la stampa (quotidiani, periodici, agenzie di stampa) e per le radiotelevisioni, che trasmettono in via analogica o digitale.

Il presupposto è che la notizia o la dichiarazione siano state diffuse da un mezzo di informazione. Si presuppone che ci sia una struttura organizzativa creata allo scopo di produrre “informazione”, in altri termini, un’impresa a ciò finalizzata.

6) Il “sito informatico” è un giornale o una trasmissione televisiva?

E’ banale affermare che il sito telematico possa essere qualunque cosa. Anche un giornale (ad esempio un quotidiano on line). Ma certo non tutti i siti sono giornali. QUI STA L’ERRORE CONCETTUALE.

7) Il blog è un giornale?

No. Ci sono tanti tipi di blog, ma il blog tipicamente non ha i caratteri di periodicità di un giornale e non è registrato.

8) Il blogger è un imprenditore?

Non in quanto blogger.

9) Quali sono rischi maggiore derivante da questa norma del ddl intercettazioni?

Oltre alle pesanti sanzioni (da Euro 7.746 ad Euro 12.911), oltre ai termini stringenti per la rettifica (appena quarantotto ore dalla richiesta) che appaiono concretamente non praticabili, il grave pericolo è che, a lungo termine, questa norma, se approvata, consentirà di equiparare siti (e blog) ai giornali, creando il presupposto per l’applicazione di norme severe (amministrativamente impegnative, e corredate di sanzioni penali) nate per le imprese di informazione ai “siti informatici” e magari ad ogni trasmissione telematica (perchè no? anche social network e Twitter).

10) Allora, la conclusione è affermare che Internet sia o debba essere il Far West?

No. Oggi, esistono già validi strumenti giuridici di tutela (quali: diffamazione, risarcimento dei danni patiti, pubblicazione della sentenza). Se ne possono introdurre anche altri, ma meglio ponderati.

La libertà di espressione non è (SOLO) degli imprenditori dell’informazione, ma di tutti. Espressione del pensiero e attività imprenditoriale sull’informazione non coincidono.

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googleDue notizie, una buona e una cattiva, vedono nuovamente Google protagonista di vicende legali e politiche in diverse parti del mondo.

La notizia buona, almeno per gli affari di Google,  proviene dalla Cina, dove il governo di Pechino ha rinnovato all’azienda di Mountain View la licenza per operare nel paese come Internet Content Provider. È quindi risultato salvifico il recente dietrofront dal reindirizzamento automatico anti-censura sui server di Hong Kong. Per i cittadini cinesi rimane la possibilità di cliccare sul link Google.com.hk, presente nella pagina Google.cn, per effettuare ricerche non filtrate.

La notizia cattiva proviene invece dall’Australia, dove si è conclusa l’indagine sulla presunta violazione dei dati personali del servizio Google Street View. Il commissario locale sulla privacy ha raggiunto le stesse conclusioni precedentemente espresse dai commissari europei e statunitensi: Google ha violato massicciamente la privacy dei cittadini registrando, attraverso le apparecchiature del servizio Streeet View, pacchetti di dati inviati attraverso reti wi-fi per un totale di 600GB di dati sensibili.

Il Privacy Act australiano, tuttavia, non concede al governo l’autorizzazione a imporre sanzioni all’azienda. La vicenda si è così conclusa con le pubbliche scuse da parte di Google accompagnate dall’impegno a produrre per il governo locale una valutazione dell’impatto sulla privacy del servizio Street View in Australia.

Negli altri paesi del mondo la compagnia di Mountain View è invece esposta al rischio di sanzioni molto severe.

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Del rapporto fra Google e la Privacy si è parlato giovedì 8 luglio in occasione dell’incontro “Privacy, social network e motori di ricerca” coordinato dalla Prof. Giusella Finocchiaro con la partecipazione del Cons. Giovanni Buttarelli, Garante europeo aggiunto dei dati personali, e il Dott. Marco Pancini, European Policy Counsel and Director of institutional relations of Google Italia. Verrà presto pubblicato un resoconto dei temi principali trattati durante l’incontro.

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posted by admin on giugno 30, 2010

Libertà di Internet

(No comments)

google chinaScade il 30 giugno la licenza di Google per operare in Cina e la compagnia di Mountain View sta cercando di ammorbidire i rapporti col governo cinese, che non sembra disposto a concedere il rinnovo.

Dopo aver annunciato in gennaio di non voler più collaborare con la censura di stato, Google ha continuato ad offrire i suoi servizi agli utenti cinesi aggirando le leggi del governo grazie ad un reindirizzamento automatico da Google.cn a Google.hk, il sito di Hong Kong, libero da censura.

Una mossa che non è piaciuta a Pechino, che recentemente ha fatto sapere di non essere ben disposto verso il rinnovo della licenza, senza la quale la compagnia di Mountain View non può operare come Internet Content Provider nel territorio cinese.

Il motore di ricerca è quindi corso ai ripari e martedì scorso ha interrotto il reindirizzamento automatico. Oggi collegandosi a Google.cn viene visualizzata una pagina che offre servizi “neutri” su cui non si applica la censura, come musica e traduzioni testi. Rimane comunque la possibilità di fare ricerche non filtrate tramite il link al sito di Hong Kong.

Google ha annunciato la nuova linea verso la censura di stato cinese sul suo blog: “Come azienda aspiriamo a rendere disponibile l’informazione agli utenti di ogni luogo, inclusa la Cina. Questa è la ragione per cui abbiamo lavorato così duramente per mantenere in vita Google.cn e per continuare la nostra ricerca e il nostro sviluppo in Cina. Il nuovo approccio è coerente con il nostro proposito di non autocensurarci e anche, crediamo, con la legge locale“.

Il governo di Pechino non ha ancora rilasciato dichiarazioni ufficiali in merito alla decisione di rinnovo della licenza.

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wcl_itunes_logoNovanta accademici provenienti da cinque continenti, insieme a praticanti e membri di associazioni a sostegno del pubblico interesse, si sono incontrati ad una conferenza organizzata dall’American University Washington College of Law per analizzare il testo dell’ACTA, l’accordo anti-contraffazione che sta cercando di regolare a livello globale il controllo sulla proprietà intellettuale in rete.

La discussione ha prodotto un comunicato nel quale si dichiara che l’accordo anti-contraffazione, ancora in fase di negoziazione, rappresenta una minaccia per l’interesse pubblico.  In particolare i termini del trattato arrecherebbero danni proprio a quegli aspetti della pubblica utilità che i negoziatori dell’ACTA hanno annunciato come salvaguardati.

Ciò che è iniziato come una proposta per coordinare l’applicazione delle direttive doganali” si legge nel comunicato “si è tramutato in una nuova massiccia regolamentazione della proprietà intellettuale e di internet con gravi conseguenze per l’economia globale e per la capacità dei vari governi di promuovere e proteggere il pubblico interesse“.

All’accordo ACTA viene criticato anzitutto un processo di produzione “difettoso”: un negoziato su temi così importanti avrebbe richiesto un’ampia consultazione delle diverse parti in causa, dai detentori di copyright ai difensori dei diritti civili. Al contrario, è stato portato avanti segretamente da esponenti scelti dei vari governi senza possibilità di intervento esterno per oltre due anni. Le varie versioni dell’accordo sono rimaste “confidenziali”  fino all’Aprile di quest’anno, quando la commissione europea ha deciso di rendere pubblica l’ultima bozza del documento, che comunque era già stato oggetto di una fuga di notizie pubblicata su La Quadrature du Net.

Il comunicato sottolinea poi come i termini dell’ACTA siano totalmente sbilanciati a favore dei detentori di diritti economici e a discapito degli utenti.

Per quanto riguarda internet l’accordo incoraggia gli Internet Service Provider a sorvegliare gli utenti e sanzionarli limitando la loro attività, senza supervisione di una Corte e senza un dovuto processo legale. Allo stesso modo, fuori dalla rete, l’ACTA estende i poteri dei controllori doganali autorizzandoli a ispezionare e sequestrare un’ampia gamma di beni, tra cui computer e dispositivi elettronici, senza alcuna garanzia per gli acquirenti contro confische arbitrarie e invasioni della privacy.

Il comunicato del College of Law di Washington si sofferma anche sugli aspetti dell’accordo che implicano un cambiamento sostanziale dell’attuale legislatura sulla proprietà intellettuale in diversi stati aderenti. L’ACTA infatti vuole rendere globali (impedendo così ulteriori modifiche) alcune pratiche esecutive degli Stati Uniti ed europee che si sono già rivelate problematiche e bisognose di revisioni.

In particolare, specifica il comunicato, l’accordo anti-contraffazione romperà l’equilibrio, fondamentale nel Diritto alla proprietà intellettuale, tra gli interessi dei detentori di copyright e quelli degli utenti. L’ACTA introduce infatti specifici diritti e procedure a favore dei proprietari di diritti d’autore senza correlarli di quelle eccezioni e contromisure necessarie per tutelare, ad esempio, il “fair use” o il Pubblico Dominio.

Più in generale, sottolineano gli accademici, i termini inclusi nel negoziato ACTA impediranno di godere interamente di diritti e di libertà fondamentali tra cui il diritto alla privacy e alla protezione dei dati personali, l’accesso all’informazione, la libertà di espressione, il dovuto processo e la presunzione di innocenza, la partecipazione culturale, la salute (l’ACTA prevede anche limitazioni alla circolazione dei medicinali generici) e altri diritti umani protetti internazionalmente.

Il comunicato dell’American University Washington College of Law è aperto fino al 23 Giugno per ulteriori contributi e sottoscrizioni da parte di individui e organizzazioni a sostengono del dominio pubblico culturale. È possibile aderire qui.

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posted by admin on giugno 15, 2010

Libertà di Internet

(No comments)

La Corte di Giustizia Europea si è recentemente pronunciata a favore delle restrizioni applicate dal governo olandese sull’offerta di servizi di gioco d’azzardo online.

La questione è giunta davanti alla corte comunitaria in seguito alla richiesta della Corte Suprema dell’Olanda di determinare se le limitazioni poste dal governo fossero compatibili con l’art.49  - sulla libera offerta di servizi commericali –  del Trattato che istituisce la Comunità Europea.

All’origine del caso il rifiuto da parte delle autorità olandesi di concedere licenze a due società di scommesse, la Ladbrokes International e la Betfair, che hanno cercato di intromettersi nel monopolio del gioco d’azzardo, detenuto da un’agenzia statale senza scopo di lucro. Per ottenere le licenze le società inglesi hanno fatto quindi ricorso alla Corte Suprema nazionale che ha interpellato la Corte di Giustizia Europea.

La pronuncia europea ha confermato la compatibilità delle restrizioni con il trattato comunitario: le limitazioni sono lecite se corrispondono a misure interne statali volte a combattere la frode e a contrastare il fenomeno della dipendenza dal gioco d’azzardo.

Ora la Corte Suprema olandese dovrà determinare se le restrizioni siano state effettivamente ispirate da questi obiettivi o se alla base della mancata erogazione delle licenze ci sia semplicemente la volontà di conservare il monopolio commerciale. Va a discapito di questa seconda ipotesi il carattere non lucrativo dell’agenzia statale che gestisce il gioco d’azzardo in Olanda. Tutti i fondi raccolti dalle scommesse vengono infatti investiti in progetti a scopo educativo, sportivo e culturale.

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La notizia dell’imminente chiusura del software per il file -sharing Limewire porta nuovamente in primo piano lo scontro ideologico fra l’industria dell’intrattenimento e il movimento per la cultura libera. E proprio sulla necessità di una convivenza tra la dffusione commerciale e la condivisione gratuita dei contenuti ha parlato Lawrence Lessig in un divertente discorso  all’ultima conferenza TED.

Il professore di Harvard e presidente di Creative Commons è tornato sul concetto di fair use come dottrina necessaria per l’armonico sviluppo culturale della società. In particolare il discorso di sofferma sul concetto di “remix” come appropriazione di contenuti culturali condivisi con i quali rimediare le proprie relazioni con gli altri. Una pratica che diventa una sorta di linguaggio tra gruppi sociali.

Ma è una pratica a cui hanno anche partecipato anche multinazionali dell’intrattenimento come la Disney, che ha “remixato” ciò che era di dominio pubblico – come le favole dei fratelli Grimm – rendendoli prodotti commerciali protetti da copyright. Da questo punto di vista il copyright diventa una forma di controllo della creatività sociale che andrebbe limitato proteggendo pratiche quali la condivisione gratuita senza scopo di lucro e la libertà di creare contenuti nuovi remixando i prodotti culturali. Questo è lo scopo delle licenze Creative Commons.

Ecco il discorso integrale di Lessig in inglese (presto sarà disponibile con sottotitoli in italiano):

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posted by admin on giugno 9, 2010

Libertà di Internet

(No comments)

Il governo cinese incoraggia e supporta lo sviluppo delle inziative di comunicazione di notizie su Internet, fornisce il pubblico con una gamma completa di notizie, e allo stesso tempo garantisce la libertà di espressione dei cittadini e il diritto del pubblico ad essere informato, a partecipare, ad essere ascoltato e a sorvegliare in conformità con la legge.

Questo l’incipit del capitolo sulla libertà di espressione online del rapporto su internet in Cina – giugno 2010.

Si tratta di documento, diramato dall’ufficio di informazione del consiglio di stato di Pechino, che analizza l’attuale stato della Rete in Cina: al momento l’accesso alla rete è disponibile per 384 milioni di abitanti, il 30% della popolazione. Il governo spera che entro cinque anni si estenda al 45% della popolazione, che in tutto conta 1 miliardo e 300mila abitanti.

Il documento, che esordisce defininendo la rete come “una cristallizzazione della saggezza umana”, tocca anche il tema della censura e spiega per quale motivo la popolazione non può avere usufruire di tutti i contenuti della rete; l’obiettivo è “limitare gli effetti dannosi dell’informazione illegale sulla sicurezza di Stato, l’interesse pubblico e i bambini”.

E il tema della sicurezza dei bambini ritorna anche nella seconda notizia che giunge oggi dalla Cina.

Il tribunale di Chengdu, nella provincia cinese del Sichuan, ha confermato in appello la condanna a 5 anni di prigione per Tan Zuoren, blogger e attivista dei diritti civili noto per avere investigato sul crollo di diverse scuole durante il terremoto del Sichuan nel 2008.

Secondo le fonti ufficiali il crollo delle scuole ha coinvolto circa 7000 classi ed è costato la vita a  5335  bambini. In molti hanno sostenuto  che la maggioranza delle scuole fossero state costruite malamente, senza uscite di emergenza e altre fondamentali misure di sicurezza. L’opinione si è diffusa anche in considerazione del fatto che gli altri edifici intorno alle scuole, fra cui alcuni uffici governativi, sono rimasti intatti . Il Governo di Pechino non ha mai risposto a queste critiche.

Tan Zuoren ha condotto un’indagine su 64 scuole distrutte e ha stimato che siano morti nel crollo molti più studenti di quanti dichiarati ufficialmente. Secondo l’attivista sono circa 5600. Il dato è stato pubblicato sul suo blog.

Il blogger è stato processato in Agosto e la sentenza, pronunciata in Febbraio, si basa sul vago reato di “incitamento alla sovversione del potere statale“.  Il processo tuttavia non si è basato sull’investigazione di Zuoren sul terremoto, ma su un post scritto a proposito dei fatti di piazza Tienanmenn. Nonostante questo i supporter di Zuoren e gli attivisti dei gruppi civili ritengono che il blogger stia pagando per le notizie sulle scuole crollate.

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Questa settimana il Parlamento Europeo ha compiuto un altro passo in direzione della definitiva approvazione dell’ACTA, Anti Counterfeiting Trade Agreement, l’accordo multilaterale per la repressione della contraffazione – tra cui le sanzioni obbligatorie per le violazioni del copyright – che abbiamo già trattato qui.

La  Commissione Affari Legali JURI, che  si occupa dell’interpretazione e l’applicazione del diritto internazionale nell’Unione Europea, ha approvato il rapporto di Marielle Gallo, membro dell’ala del centro-destra, sul rafforzamento del diritto alla proprietà intellettuale nel mercato interno. Il documento presenta una mozione al Parlamento Europeo per l’adozione di effettive contromisure al fenomeno della pirateria, che viene intesa sia come contraffazione di prodotti a marchio registrato sia come condivisione online di contenuti protetti da copyright. Nel rapporto si incoraggia la Commissione a portare avanti il negoziato dell’ACTA e a promuovere una collaborazione innovativa fra dipartimenti amministrativi e settori industriali.

L’approvazione del documento è stata molto criticata dall’ala socialista del Parlamento Europeo e dai movimenti per le libertà civili in rete. Marielle Gallo, già vicina politicamente a Nicolas Sarkozy, è stata accusata di voler introdurre in Europa la cosidetta regola dei three strikes, di cui si era fatto portatore il partito del primo ministro francese. L’europarlementare ha tuttavia replicato di non essere a favore di un simile provvedimento, ma di propendere per un’attribuzione di responsabilità ai provider, nella quale vengano oscurati i siti che offrono download illegali ai propri utenti.

Sul rapporto Gallo è intervenuto criticamente anche il gruppo francese attivo per i diritti e le liberà su internet La Quadrature du NET, che ha ipotizzato forti pressioni da parte di “poche e anacronistiche industrie” sull’Unione Europea; “La loro influenza politica rema contro l’interesse generale e impedisce al Parlamento Europeo di esplorare strade per una nuova economia creativa” ha dichiarato un portavoce del gruppo.

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home_facebookLa responsabilità del fornitore di servizi sui contenuti generati dagli utenti eccheggia anche nelle notizie provenienti dai paesi del sud dell’Asia dove la censura governativa è una pratica sovente applicata.

Così, non sembra aver fatto distinzioni tra servizio e contenuto  il governo di Lahore, Pakistan, dove Facebook, youTube e altri 800 siti sono stati totalmente oscurati per dieci giorni per aver pubblicato immagini ritenute sacrileghe dalla religione islamica. L’accesso alla maggioranza dei siti è stato ripristinato in seguito a una richiesta del ministro degli interni Rehman Malik, che pare essere utente di diversi social network.

Solo per Facebook, colpevole di ospitare la pagina di un concorso di caricature sul profeta Maometto, è stato necessario attendere l’autorizzazione dell’Alta Corte di Giustizia, che ha concesso lo sblocco del sito dodici giorni dopo l’oscuramento. La Corte ha tuttavia chiesto al Governo di sviluppare un filtro che garantisca il blocco delle pagine offensive per l’Islam pubblicate sul social network.

La pagina del concorso “Everybody draw Muhammad Day” ha creato problemi a Facebook anche in Bangladesh. L’idea del concorso era nata per protestare contro le minacce dei fondamentalisti islamici ai disegnatori di South Park, il cartone animato satirico che nella sua duecentesima puntata ha mostrato Maometto travestito da orsacchiotto. Tuttavia la pagina nella quale si invitava la gente ad inviare disegni del profeta è stata considerata offensiva dal governo di Dacca, in quanto, secondo alcune interpretazioni, l’Islam vieta di raffigurare Maometto.

Il Governo ha così ordinato agli ISP locali di bloccare l’accesso a Facebook fino a data da destinarsi. Secondo quanto dichiarato dal presidente provvisorio della Commissione per la regolazione delle telecomunicazioni, Mahmud Delwar, la decisione è stata presa perché il sito ha “ferito la sensibilità religiosa della maggioranza musulmana della popolazione”, ma comunque “Facebook sarà riaperto nel momento in cui saranno cancellate tutte le pagine che contengono queste immagini odiose”.

Naturalmente, non tutta la comunità araba è in linea con la censura di questi paesi. Nihad Awad, attivista musulmano americano dei diritti civili e Direttore Esecutivo del Council on American-Islamic Relations (CAIR), ha scritto un interessante articolo sull’argomento nel quale dichiara:

La risposta migliore  e più produttiva a campagne bigotte come “Everybody Draw Muhammad Day” non è offrire meno comunicazione, ma  offrirne di più – e non limitare il libero flusso delle idee con misure come il blocco di Facebook.

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