Direttore Scientifico: Prof.ssa Avv. Giusella Finocchiaro
Curatrice Editoriale: Dott. Giulia Giapponesi

posted by admin on ottobre 1, 2017

Libertà di Internet

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Facebook-loginMulte fino a 50 milioni per le piattaforme che non rimuovono entro 24 ore i commenti o le notizie di incitamento all’odio.

La “Network Enforcement Act“ (NetzDG), conosciuta anche come “Facebook Law“, è stata approvata dal Bundestag lo scorso giugno ed è entrata in vigore il primo ottobre 2017. Si tratta di una norma che potrebbe portare tutti i principali social network tedeschi a dover pagare cospicue multe per non aver eliminato entro 24 ore contenuti ritenuti illegali, inclusi quelli legati all’hate speech, alla diffamazione e all’incitamento alla violenza. In caso di inadempienza, la multa iniziale sarebbe di 5 milioni di euro che nei casi più gravi potrebbe arrivare sino a 50 milioni di euro. Per intervenire sui casi considerati meno urgenti le società avrebbero invece una settimana di tempo.

Il Governo tedesco ha reso noto che il provvedimento non è rivolto solamente a Facebook e Instagram, ma i controlli si estenderanno a tutti le principali piattaforme social tra cui anche YouTube, Twitter, Vimeo, Tumblr, Reddit, il social network russo VK e la piattaforma gab.ai

Le aziende che gestiscono le piattaforme dovranno nominare un responsabile che gestisca i rapporti con Governo Tedesco che,dal canto suo, ha affidato il compito di controllare e vigilare sulle reti social a 50 dipendenti.

Prevedibilmente, la nuova norma ha sollevato molte polemiche riguardo alla  censura alla libertà di espressione e la discrezionalità nello stabilire cosa rappresenti incitamento all’odio e cosa no.

Un portavoce di Facebook ha dichiarato che la gestione di questa incombenza amministrativa sarà “complessa”, e ha annunciato recentemente la volontà di assumere altre 3.000 persone nel corso del prossimo anno per moderare i contenuti segnalati.

Quotidiano Nazionale, testata che riunisce Il Resto del Carlino, Il Giorno e La Nazione, il 28 giugno 2017 ha pubblicato un’analisi di Giusella Finocchiaro sulle implicazioni giuridiche correlate al predominio di Google sul reperimento delle informazioni.

Google ha visto infliggersi una sanzione di 2.4 miliardi di euro, per abuso di posizione dominante, dalla Commissione europea.

Il servizio Google Shopping, infatti, sarebbe favorito nel ranking di ricerca, rispetto ad analoghi servizi dei concorrenti. Secondo l’argomento della Commissione, ad esempio, e l’esempio è di fantasia, se si vuole comprare un iphone e si digita su Google “compra iphone”, il servizio Google Shopping è quello che risulta al primo posto, anche prima dell’annuncio a pagamento effettuato su Google dalla stessa Apple.

Secondo la Commissione, Google avrebbe impedito alle altre società di competere sul mercato, sottraendo ai consumatori europei la possibilità di scegliere liberamente tra i diversi servizi offerti e di beneficiare pienamente dell’innovazione.

Ora, in questo caso, il tema è squisitamente commerciale.

Ma lo scenario muta radicalmente se si sostituisce l’iphone dell’esempio ad un’informazione non commerciale, dal momento che “l’accessibilità universale delle informazioni su Internet dipende dai motori di ricerca, dato che trovare informazioni rilevanti senza di essi sarebbe troppo complicato e difficile e produrrebbe risultati limitati”, come affermava l’avvocato generale della Corte di giustizia dell’Unione europea nella sentenza Google Spain che ha sancito il cosiddetto “diritto all’oblio”. In pratica, oggi se cerchiamo un’informazione su Internet ci serviamo dei motori di ricerca. Ma questo crea le condizioni per un naturale predominio dei motori di ricerca sulle informazioni e non è difficile immaginare scenari che vanno dalla censura alle fake news. Tutto dipende dal punto di vista e il motore di ricerca fornisce un punto di vista che ovviamente è relativo: se non c’è su Internet, allora non esiste. D’altronde, “se un albero cade in una foresta e nessuno lo sente, fa rumore?”

L’Autorità Antitrust, l’Autorità per le Garanzie e nelle Comunicazioni e l’Autorità Garante per la protezione dei dati personali hanno avviato, in data 30 maggio 2017, un’indagine conoscitiva congiunta riguardante l’individuazione di eventuali criticità connesse all’uso dei cosiddetti big data e la definizione di un quadro di regole in grado di promuovere e tutelare la protezione dei dati personali, la concorrenza dei mercati dell’economia digitale, la tutela del consumatore, nonché i profili di promozione del pluralismo nell’ecosistema digitale.

Li chiamano Big data e, come suggerisce il nome, si tratta di una gigantesca raccolta di dati così estesa in termini di volume, velocità e varietà da richiedere tecnologie e metodi analitici specifici per l’estrazione di valore. Sono informazioni variegate che possono provenire da fonti eterogenee, non soltanto database, ma anche dati non strutturati, come immagini, email, coordinate GPS, informazioni prese dai social network.La mole di dati di cui si parla è dell’ordine degli Zettabyte, ovvero miliardi di Terabyte. Il loro trattamento richiede una potenza di calcolo parallelo e massivo con strumenti dedicati eseguiti su una moltitudine di server che lavorano in contemporanea.

I risultati delle analisi di big data hanno un alto valore economico e rappresentano un notevole patrimonio informativo. La raccolta delle informazioni e la loro gestione rivestono un ruolo strategico per le imprese, in particolare per le piattaforme online che fornendo servizi gratuiti ricorrono sempre più spesso alle informazioni a carattere personale con l’obiettivo di creare nuove forme di valore.

L’utilizzo di queste informazioni comporta tuttavia rischi per la tutela della riservatezza delle persone anche nel caso la raccolta non comprenda dati personali dal momento che, grazie alle nuove tecnologie e alle tecniche di analisi, risulta possibile “re-identificare” un individuo attraverso l’elaborazione ed interconnessione di informazioni apparentemente anonime. La potenzialità dei big data può quindi tradursi in profilazioni sempre più puntuali ed analitiche, con il rischio di nuove forme di discriminazione per le persone e, più in generale, di possibili restrizioni delle libertà.

Dato il significativo e crescente ruolo svolto dai big data sulla concorrenza dei mercati e sul pluralismo dell’informazione, le Autorità intendono analizzare se, e al ricorrere di quali condizioni, i big data possano tradursi in barriere all’entrata nei mercati o favorire comportamenti restrittivi della concorrenza tali da ostacolare lo sviluppo e il progresso tecnologico nonché ledere il diritto alla protezione dei dati delle persone coinvolte. L’analisi si concentrerà sull’impatto delle piattaforme e dei relativi algoritmi sulle dinamiche competitive nei mercati digitali, sulla tutela della privacy e della capacità di scelta dei consumatori e sulla promozione del pluralismo informativo. Ciò anche al fine di verificare gli effetti sull’ecosistema digitale dell’aggregazione di informazioni e dell’accessibilità ai big data ottenuti attraverso forme non negoziate di profilazione dell’utenza.

La delibera AGCM dell’avvio dell’indagine è consultabile QUI.

posted by admin on maggio 11, 2017

Libertà di Internet

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Sabato 29 aprile 2017 le autorità turche hanno bloccato l’accesso a Wikipedia dalle utenze del paese. Ciò ha comportato la perdita di accesso per la popolazione a una imponente quantità di informazioni storiche, culturali e scientifiche.

In seguito alle accuse di censura da parte della comunità internazionale, il Garante alle telecomunicazioni turco ha giustificato il blocco citando una legge del Paese (legge Nr. 5651 relativa alla regolamentazione di Internet nel paese) che permette di inibire l’accesso ai siti ritenuti osceni o che costituiscono minaccia per la sicurezza nazionale. In particolare, alcuni media turchi hanno fatto sapere che il blocco è stato attuato in risposta a delle voci di Wikipedia che accusavano la Turchia di collegamenti con gruppi islamici militanti.

Il primo Maggio 2017 il Tribunale di Ankara ha legittimato il blocco imposto dall’Authority per l’informazione e le tecnologie della comunicazione turca (BTK). Il capo dell’agenzia Turca delle comunicazioni, Omer Fatih Sayan, il 10 maggio ha dichiarato che l’inibizione all’accesso continuerà fino a quando Wikipedia non adempierà all’ordine del Tribunale di Ankara che impine di rimuovere i contenuti anti-governativi pubblicati sull’enciclopedia.

L’undici maggio 2017 Ahmet Arslan il ministro dei trasporti turco, in una dichiarazione all’emittente NTV, riferendosi a Wikipedia ha detto: “Ci sono molte questioni che ci disturbano ma soprattutto siamo molto irritati dal fatto che la Turchia è menzionata insieme a organizzazioni terroristiche e dal fatto che le loro pubblicazioni includono contenuti parziali che danno la percezione che la Turchia supporti queste organizzazioni”. Dopo aver sottolineato che Wikipedia ha rifiutato di correggere le “informazioni sbagliate” con le “informazioni precise” inviatele dal governo, il ministro ha aggiunto dichiarazioni di scontento riguardo alla situazione fiscale di Wikipedia in Turchia: “Vogliamo avere un interlocutore locale e vogliamo che Wikipedia paghi le giuste tasse alla Turchia secondo la nostra legislazione fiscale aprendo un ufficio fisico. Loro hanno dei ricavi dalle loro pubblicazioni in Turchia quindi noi vogliamo che siano soggetti al pagamento di tasse grazie all’apertura di un ufficio nel paese.”

Il ministro non ha citato il fatto che Wikipedia è un’organizzazione no-profit e non ha aggiunto particolari a supporto della sua dichiarazione su un supposto guadagno da parte di Wikipedia.

Contro il blocco all’accesso il 9 maggio Wikipedia ha presentato ricorso presso la Corte Costituzionale turca dopo il rifiuto da parte di un tribunale ordinario del Paese. Il giudice che ha rigettato l’appello contro il blocco ha dichiarato che sebbene la libertà di espressione è un diritto fondamentale  può essere limitato in casi di “necessità di regolazione”.

red-questionEletta a parola inglese dell’anno 2016, la cosiddetta post-truth (post-verità) rimanda ad un concetto apparentemente nuovo. Il termine si riferisce a circostanze in cui i fatti verificati sono meno efficaci nell’indirizzare l’opinione pubblica rispetto a narrazioni che si reggono sulle emozioni o sulle credenze individuali.

Dopo le prime apparizioni in alcuni articoli del 2015, nel corso del 2016 la parola post-truth ha cessato di essere accompagnata dalla sua definizione ed è divenuta di utilizzo comune nei discorsi di commento politico ed in particolare in quelli relativi al referendum Brexit e alle elezioni presidenziali statunitensi. In Italia è stata spesso citata nei commenti sull’esito del referendum costituzionale.

Detta in termini semplici, secondo molti commentatori l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, l’elezione di Trump e il fallimento del referendum proposto da Renzi sarebbero le conseguenze di un’epoca in cui gli aventi diritto al voto decidono di non credere ai fatti reali a favore di notizie dal forte impatto emozionale. Naturalmente non è possibile stabilire quanto questa decisione sia presa dagli elettori in modo consapevole, ma sembra implicito che il discorso sulla post-truth si riferisca anche e soprattutto a quanti non sono in grado di distinguere tra una fonte di informazione attendibile e una palesemente di parte.

Del tutto prevedibilmente, al cuore dell’allarme troviamo una riflessione sui social network come principali vettori della propagazione incontrollata di notizie false e di propaganda. Sebbene le notizie siano pubblicate e condivise dagli utenti, il ruolo di queste piattaforme sarebbe molto più attivo di quanto si possa presupporre. Su Facebook, ad esempio, la colonna dei “trending feed” incoraggia direttamente la lettura e la condivisione degli articoli più letti sul social network, molti dei quali provenienti da siti inaffidabili contenenti eclatanti notizie false, amplificandone la portata.

Il magazine Buzzfeed ha portato alla luce l’esemplare vicenda di alcuni siti pro-Trump, creati da un gruppo di adolescenti macedoni, che riportavano notizie mirabolanti e totalmente inventate al solo scopo di trarre profitto dalla pubblicità di Google Ad-sense. Calunnie ai danni di Hilary Clinton che hanno generato oltre 140.000 condivisioni da parte di utenti statunitensi.

Dopo la vittoria di Trump si è quindi scatenata una bufera sulla gestione di Facebook, accusato di non voler ammettere le proprie responsabilità sulla formazione dell’opinione pubblica. In risposta alle critiche il 15 dicembre 2016 Mark Zuckerberg ha annunciato il lancio di un sistema di classificazione degli articoli che prevede l’apparizione di un particolare “flag” sulle notizie segnalate come false dagli utenti e da una speciale squadra di “fact-checkers” professionisti.

Tuttavia sono in molti a non voler lasciare alle più grandi piattaforme della rete, i cosiddetti Over The Top, la delega alla discriminazione fra notizie veritiere o meno. Commentatori ed esperti hanno evidenziato il pericolo di lasciare a compagnie private la classificazione dell’accuratezza delle informazioni presenti in rete.

A questo proposito ha destato particolare attenzione l’intervista rilasciata il 30 dicembre 2016 al Financial Times in cui il Presidente dell’Antitust italiana, Giovanni Pitruzzella evidenzia la necessità di organizzare “una rete di organismi nazionali indipendenti capace di identificare e rimuovere le notizie false”. Una sorta di Authority che avrebbe il compito di vigilare sulla verità dell’informazione.

L’idea ha sollevato un certo interesse tra i commentatori ma anche un coro di accuse riguardo ad una supposta volontà di censura da parte delle istituzioni. In Italia l’ex comico e leader politico Beppe Grillo ha definito l’allarme post-truth come “una nuova inquisizione”. Non manca chi, come Riccardo Luna, ex direttore di Wired Italia, chiede di ripensare alle responsabilità del giornalismo di qualità come baluardo contro la dilagante disinformazione, sottolineando che la post verità non è un fenomeno nuovo anche se oggi trova un’enorme amplificazione nella rete e nei social network.

Questo spunto porta tuttavia ad un’ulteriore riflessione. Se è vero che la rete ha amplificato le possibilità di incorrere in notizie false, va anche riconosciuto che la pluralità di fonti informative permette oggi più che mai di poter approfondire le notizie, analizzandole e confrontandole fra loro. Va da sé che occorre una certa capacità di discernimento per farlo, ma è solo nel contesto di una la pluralità di voci che è possibile sviluppare gli strumenti cognitivi utili a discriminare tra una notizia tutto sommato realistica e una bufala sensazionale. Pensare a soluzioni di contenimento e controllo delle notizie potrebbe quindi essere, oltre che di difficile applicazione, persino controproducente.

Sono ancora poche le voci che sottolineano la necessità di aiutare gli elettori presenti e futuri a dotarsi di strumenti intellettuali con cui riconoscere da sé le fonti più attendibili. A prescindere quindi dalle effettive soluzioni pratiche, il solo fatto di parlare pubblicamente di post-truth può costituire un primo passo verso la presa di coscienza di un problema globale che ciascuno di noi può contribuire a limitare in un modo semplice: evitando di condividere notizie non verificate.

posted by admin on agosto 31, 2016

Libertà di Internet

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Su mandato del regolamento del Mercato Unico delle Telecomunicazioni in materia di Open Internet Access, l’Organismo dei regolatori europei delle comunicazioni elettroniche (Body of European Regulators for Electronic Communications – BEREC) ha pubblicato le linee guida per le autorità nazionali di regolamentazione sulla neutralità della rete.

Le linee guida, che forniscono indicazioni l’attuazione delle norme e la valutazione dei casi specifici, sono state definite in seguito ad uno studio portato avanti con esperti del mondo accademico, giuridico e tecnico, e una consultazione pubblica di sei settimane. La consultazione ha ottenuto 481,547 contributi – un numero record per una consultazione del BEREC – provenienti da esponenti della società civile, delle istituzioni pubbliche, di esperti indipendenti, da ISP e da fornitori di contenuti. Una valutazione approfondita dei contributi, ha permesso al BEREC l’aggiornamento circa un quarto dei paragrafi della bozza.

Le linee guida sono disponibili, in inglese, a QUESTO indirizzo.

ISchermata 08-2457630 alle 09.02.14l web non è sempre esistito. Tantomeno Internet. Quando ricordo questi fatti evidenti ogni anno, all’inizio del mio corso di Diritto di Internet, alcuni studenti mi guardano stupiti. Quando pensiamo che 25 o 27 anni fa (a seconda delle ricostruzioni: di Facebook che ha lanciato l’idea del venticinquesimo compleanno e dell’inventore del web, Tim Berners-Lee, citato dal Post, che ha autorevolmente corretto) non c’era il web e nemmeno Google, Facebook, i social network e gli smart phone, sembra davvero che si tratti di un’altra era geologica.

Eppure, anche se a raccontarlo mi sento il “Numero Uno” di Alan Ford (per i più giovani non esperti di fumetti: riferimenti su wikipedia) c’era una volta un’epoca senza il www… Certamente è stata un’invenzione che ha cambiato il mondo e il modo di comunicare e di interagire con gli altri, con impatti di enorme rilevanza, di cui ancora osserviamo le conseguenze, nell’economia, nella politica e ovviamente nel diritto.

Internet, come è noto, e come ci ricorda anche il bel documentario di Herzog, Lo and Behold, è nato alla fine degli anni ‘60. Il world wide web, che non coincide con Internet, ma è uno dei più rilevanti servizi che utilizzano la Rete, molto più recentemente. I progenitori erano gli ipertesti, la cui idea innovativa era quella di collegare fra loro contenuti in un ordine non più necessariamente sequenziale, ma relazionale.

Nel 1969 l’uomo è andato sulla Luna e questo evento lo ricordano tutti. Pochi ricordano la contemporanea nascita di Internet, ma certo questo ha sconvolto molto di più la nostra quotidianità.

Le applicazioni commerciali di Internet si vedono negli Stati Uniti alla fine degli anni ‘90: da neolaureata approfondivo le mie ricerche sui contratti informatici. E negli spot pubblicitari non mancava l’indirizzo www del produttore, che ancora in Italia non si vedeva. E ancora, il primo acquisto on line: un portatile (grande come una valigetta) consegnato overnight.

Tutto questo è oggi la nostra quotidianità: non ha più senso nemmeno la distinzione reale/virtuale. È tutto reale e anzi la nostra realtà può essere aumentata. Ma quanto ne siamo davvero consapevoli? Quanto abbiamo davvero compreso che il nostro agire anche on line ha precise conseguenze nella vita nostra e degli altri e non è affatto al di fuori delle regole?

Il 12 maggio 2016 l’Avvocato generale Campos Sànchez-Bordona ha presentato le sue conclusioni in merito ad una questione pregiudiziale sollevata, dinanzi alla Corte di giustizia europea, dalla Corte federale di giustizia tedesca (Bundesgerichtshof) riguardante, in particolar modo, la qualificazione degli indirizzi IP dinamici come dati personali ai sensi dell’art. 2, lett. a) della direttiva 95/46/CE, attualmente ancora normativa europea di riferimento in materia di trattamento dei dati personali.

Per ragioni di chiarezza, si precisa che un indirizzo IP (indirizzo di protocollo Internet) è una sequenze di numeri binari che, assegnata da un fornitore di accesso alla rete a un determinato dispositivo (es. computer), ne permette l’univoca identificazione e ne consente l’accesso alla rete di comunicazioni elettroniche. Si parla di “indirizzo IP dinamico” quando il fornitore di accesso alla rete assegna al dispositivo del cliente un indirizzo IP temporaneo per ciascun collegamento a Internet, modificandolo in occasione di successivi accessi alla Rete.

La controversia (causa C-582/2014) è nata dalla proposizione da parte del sig. Breyer di un’azione inibitoria contro la Repubblica federale di Germania a causa della memorizzazione, da parte dei siti istituzionali da questa gestiti, degli indirizzi IP associati al sistema host del sig. Beyer ogni volta che questi vi effettuava un accesso. A seguito del ricorso per Cassazione, la Corte federale di giustizia tedesca ha sollevato, tra le altre, una questione pregiudiziale in cui chiedeva se un indirizzo IP memorizzato da un fornitore di servizi in relazione ad un accesso al suo sito Internet costituisse per quest’ultimo un dato personale già nel momento in cui un terzo (nel caso di specie un fornitore di accesso alla rete) disponesse delle informazioni aggiuntive necessarie ai fini dell’identificazione della persona interessata.

In attesa della sentenza del giudice europeo, sembra interessante esaminare le conclusioni raggiunte dall’Avvocato generale. Prima di affrontare il merito della questione, l’Avvocato generale ne delimita l’ambito di analisi precisando che oggetto della questione sono esclusivamente gli “indirizzi IP dinamici”, non rientrando nell’analisi anche gli “indirizzi IP fissi o statici”, e che la valutazione che un indirizzo IP sia un dato personale deve inquadrarsi nelle specifiche circostanze della controversia (cioè quando soggetto conservatore è un fornitore di pagine web e soggetto terzo, che dispone di informazioni aggiuntive, è un fornitore di accesso alla rete). L’Avvocato generale entra poi nel cuore della questione. Innanzitutto viene chiarito che un indirizzo IP dinamico (che fornisce la data e l’ora di un collegamento) se associato ad altre informazioni consente indubbiamente l’identificazione indiretta del titolare del dispositivo utilizzato per l’accesso alla pagina web e debba quindi considerarsi un dato personale. Tali informazioni “aggiuntive” possono essere in possesso del medesimo soggetto che conosce l’indirizzo IP o possono essere in possesso di un terzo (nel caso di specie un fornitore di accesso alla rete). In secondo luogo l’Avvocato generale precisa che, per considerare un indirizzo IP quale dato personale, non è sufficiente la mera possibilità, in abstracto, di conoscere le informazioni aggiuntive in possesso di un soggetto terzo, ma è necessario che il fornitore di servizi possa “ragionevolmente” rivolgersi a quest’ultimo al fine di ottenere tali informazioni. Non sarà da considerarsi ragionevole il contatto che sia di fatto molto costoso in termini umani ed economici o praticamente irrealizzabile o vietato dalla legge. Nella fattispecie, essendo il terzo a cui si fa riferimento un fornitore di accesso alla rete, la possibilità del fornitore di servizi Internet di contattarlo e ottenere da lui la trasmissione delle informazioni aggiuntive risulta essere perfettamente “ragionevole”. L’Avvocato generale conclude quindi che, nello specifico caso così come inquadrato, l’indirizzo IP dinamico deve essere qualificato, ai fini dell’attività esercitata dal fornitore di servizi Internet, come dato personale.

Seguiranno aggiornamenti sull’esito della controversia.

Prof. Avv. Giusella Finocchiaro

Dott. Maria Chiara Meneghetti

posted by admin on marzo 9, 2016

Libertà di Internet

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L’ICANN, l’ente no profit a supervisione statunitense che assegna gli indirizzi IP, ha proposto al governo degli Stati Uniti di decentralizzare alcune funzioni.

In occasione del suo 55esimo meeting, lInternet Corporation for Assigned Names and Numbers, il regolatore globale responsabile della convalida dei nomi dei domini web, ha approvato un piano sviluppato dalla comunità di Internet internazionale che consegnerà alla comunità globale alcuni dei principali poteri della governance sulla rete, finora appannaggio degli States.

Il processo di “decentramento” delle funzioni di DNS (il Domain Name System di Internet) è stato avviato nel 1998, ma negli anni è stato rallentato dalle preoccupazioni espresse dal Congresso degli Stati Uniti riguardo alla possibilità che Icann potesse diventare l’ostaggio di governi totalitari e repressivi che avrebbero potuto mettere a rischio la liberà di Internet. La nuova proposta, una volta approvata, diventerà operativa a fine settembre.

Internet Corporation for Assigned Names and Numbers (ICANN) Board Chair Dr. Stephen D. Crocker today submitted to the U.S. Government a plan developed by the international Internet community that, if approved, will lead to global stewardship of some key technical Internet functions.
“This plan is a testament to the hard work of the global Internet community and the strength of the multistakeholder model,” said Crocker, who transmitted the plan on behalf of the global community. “The plan has now been sent to the U.S. Government for its review, and assuming it meets the necessary criteria, we will have reached an historic moment in the history of the Internet.”
The plan provides a comprehensive package to transition the U.S. Government’s stewardship of these technical functions, called the IANA (Internet Assigned Numbers Authority), which are critical to the Internet’s smooth operation. It also proposes ways to enhance ICANN’s accountability as a fully independent organization. The transition is the final step in the long-anticipated privatization of the Internet’s Domain Name System (DNS), first outlined when ICANN was incorporated in 1998.
The ICANN Board received the package from the community during its 55th public meeting in Morocco, and today transmitted it to the U.S. National Telecommunication and Information Administration (NTIA).
On 14 March 2014, NTIA announced its desire to transition its stewardship of the IANA functions to the global multistakeholder community. The package is the result of an inclusive, global discussion amongst representatives from government, large and small business, technical experts, civil society, researchers, academics and end users.
“The Internet community has exhibited remarkable dedication to the IANA stewardship transition because we know just how important it is to complete,” said Alissa Cooper, Chair of the IANA Stewardship Transition Coordination Group (ICG) that coordinated the development of the transition proposal. “Internet users the world over stand to benefit from its stability, security, and accountability enhancements to Internet governance once the proposal takes effect.”
The global Internet community has worked tirelessly to develop a plan that meets NTIA’s criteria, logging more than 600 meetings and calls, more than 32,000 mailing list exchanges and more than 800 working hours.
The package combines the technical requirements of a transition coordinated by the IANA Stewardship Transition Group (ICG) and enhancements to ICANN’s accountability identified by the Cross Community Working Group on Enhancing ICANN Accountability (CCWG-Accountability). The two groups were composed of volunteers representing a broad range of interests from the wider multistakeholder Internet community.
“This plan enjoys the broadest possible support from this very diverse community and I’m confident it will meet NTIA’s criteria,” said Thomas Rickert, one of the CCWG-Accountability co-Chairs. “The work of this group shows just how well the inclusive multistakeholder approach is working.”
The U.S. Government will now review the package to ensure that it meets NTIA’s criteria. If approved, implementation of the plan is expected to be completed prior to the expiration of the contract between NTIA and ICANN in September 2016.

“Questo documento è un attestato del duro lavoro della comunità globale di Internet e della forza del modello multi-stakeholder” ha dichiarato Stephen D. Crocker, Presidente dell’ICANN. ”La proposta è stata inviata al governo degli Stati Uniti per revisione e, contando sul fatto che soddisfi i criteri necessari, abbiamo raggiunto un momento cruciale nella storia di Internet”.

La proposta si concentra in particolare sulle funzioni di IANA (Internet Assigned Numbers Authority) che sono alla base del sistema della rete globale. La decisione è il risultato di una discussione internazionale che ha coinvolto un gruppo di lavoro formato da rappresentanti governativi, grandi e piccole imprese, esperti tecnici , società civile, ricercatori, accademici e semplici utenti.

Grazie alla nuova governance per ottenere un nuovo dominio di primo livello (ad esempio .org) non si dovrà più passare al solo vaglio americano ma a quello di una pluralità di soggetti internazionali.

C’è chi ha sottolineato che la proposta potrebbe essere nuovamente fermata dal Congresso americano. Di recente il candidato alle primarie repubblicane, Ted Cruz, insieme a due altri senatori, ha espresso serie preoccupazioni perché l’ente normativo vorrebbe approvare il registro dei domini Internet della Cina.

L’Icann ha avuto problemi con diversi altri Paesi nelle ultime settimane, a proposito del livello del controllo che questi dovrebbero avere sul suo operato. A mettere in allarme il Congresso americano, riporta il Financial Times, non sono soltanto Cina e Russia, ma anche Argentina, Brasile e Francia.

posted by admin on gennaio 8, 2016

Libertà di Internet

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Cine_InternetLa Electronic Frontier Foundation denuncia il caso di alcuni cittadini nella provincia dello Xinjiang, obbligati a cancellare i servizi di messaggistica istantanea per mantenere il servizio di connessione internet.

L’obbligo di rimozione delle app di messaggistica istantanea sarebbe stato imposto dalle autorità cinesi per garantire il controllo delle attività degli smartphone di alcuni cittadini. Stando a quanto riferito dalla Electronic Frontier Foundation (Eff), alcuni utenti dello Xinjiang avrebbero subito un’interruzione improvvisa del servizio telefonico: i fornitori interpellati per il disguido li avrebbero indirizzati alle forze dell’ordine per eventuali spiegazioni.

A quanto si apprende, l’interruzione sarebbe il risultato di un ordine di blocco impartito dalle autorità in seguito alla verifica d’uso di reti private virtuali (Vpn) e del download di app di messaggistica istantanea da parte alcuni utenti. Per riottenere la connessione, i cittadini coinvolti dovranno provvedere alla rimozione dei software incriminati.

La gestione della censura da parte del governo Cinese ha più volte destato l’attenzione degli osservatori internazionali. Lo Xinjiang è già stato al centro dell’attenzione per la repressione che negli anni recenti ha portato all’incarcerazione di blogger e giornalisti accusati di terrorismo, separatismo ed estremismo; mentre nel 2009 una vasta porzione del territorio era stata isolata con un “provvedimento di interruzione delle reti”.

Con la diffusione degli smartphone, l’argine della censura ha dovuto fare i conti con software versatili e di ampia diffusione, come Telegram e WhatsApp. Le forze dell’ordine hanno perciò deciso di ricorrere alle ispezioni più accurate degli strumenti tecnologici anche ai posti di blocco autostradali, con il conseguente provvedimento di sequestro nel caso ad esempio di rilevazione di software di cifratura, e adesso anche per alcuni software di uso generico.

Attualmente, il governo Cinese blocca l’accesso ad alcuni dei più importanti siti mondiali, come Google, Facebook, Youtube e Twitter, a scapito dei servizi omologhi offerti all’interno dei confini del paese, come Weibo, Youku e Baidu. A questo si aggiunge il blocco permanente di siti ritenuti ostili al governo, come nel caso di Amnesty International, o sospesi per via di pubblicazioni sgradite, come per il sito del New York Times, bloccato nel 2012 per la pubblicazione di un dettagliato articolo incentrato sul patrimonio del primo ministro Cinese Wen Jiabao.

Dati i limiti imposti per l’accesso alla rete, accade che alcuni utenti cinesi decidano di eludere la censura scaricando software VPN che consentono di sfruttare il collegamento alla rete privata di un altro paese per navigare eludendo i blocchi di stato. Il software provvede a mascherare l’indirizzo IP offrendo un ampio numero di protocolli di connessione e rendendo possibile l’accesso a qualsiasi sito internet.

Tuttavia, la larga parte dei 650 milioni di Cinesi che naviga quotidianamente su internet si limita a utilizzare siti nazionali in lingua cinese, sconosciuti al pubblico occidentale e agevolmente monitorati dalle autorità. Il motore di ricerca cinese Baidu, è stato più volte accusato di censurare contenuti e siti non graditi al governo: alla richiesta di notizie riguardanti fatti storici controversi, una eloquente frase del motore di ricerca ricorderà all’utente che, in accordo con le leggi e le politiche in vigore, non è possibile mostrare alcuni dei risultati inerenti alla ricerca intrapresa.

Nel World Press Freedom Index, rapporto annuale sulla libertà di stampa e d’informazione pubblicato da Reporters Sans Frontieres, la Cina si colloca al 176 posto dei 180 paesi esaminati.