Il sito di annunci più famoso degli Stati Uniti ha acconsentito inaspettatamente alla richiesta dei procuratori generali e ha chiuso la sezione del sito dedicata ai soli adulti.
La decisione, non accompagnata da una dichiarazione ufficiale alla stampa, si è palesata direttamente sulla pagina principale di Craigslist dove da alcuni giorni una banda nera con scritto “censored” copre la colonna delle inserzioni vietate ai minori.
L’autocensura di Craigslist sottolinea così l’esasperazione del sito per i continui attacchi da parte del gruppo di procuratori generali di 17 stati che dal 2008 accusano Craigslist di diffondere l’attività di prostituzione e facilitare l’abuso sui minori.
L’ultima protesta dei procuratori risale alla lettera mandata al sito alla fine di agosto, nella quale la sezione per adulti di Craigslist viene apertamente definita come “brothel businness“, affari da postribolo.
Tuttavia pare che negli anni Craigslist abbia cercato più volte di venire incontro alle richieste del gruppo di procuratori. Sono stati attuati diversi tentativi per impedire che il servizio di inserzioni venisse sfruttato per commettere illeciti.
Negli ultimi tempi la procedura per pubblicare un annuncio nella sezione per adulti richiedeva l’autenticazione attraverso carta di credito e il pagamento di una piccola tariffa. Oltre a ciò gli impiegati di Craigslist provvedevano a controllare “manualmente” che le inserzioni non contenessero riferimenti ad attività illegali.
Nonostante queste precauzioni, tuttavia, sono continuate a girare storie di abusi che iniziavano con un annuncio su Craigslist. I procuratori generali hanno quindi ripreso la loro protesta affinché la sezione per adulti venisse definitivamente chiusa.
Non è dato sapere se l’autocensura sarà definitiva o se sia solo una provocazione. Si attendono con interesse gli sviluppi di questa ennesima versione del problema della responsabilità in rete del fornitore di servizi.
Il Partito Pirata svedese ha annunciato il lancio di Pirate ISP, il nuovo servizio di fornitura anonima di connettività ad internet che sarà presto disponibile per i cittadini svedesi.
Un’intervista di TorrentFreak a Gustav Nipe, studente di economia e membro del Partito Pirata, spiega che Pirate ISP sarà un provider in linea con i princìpi del partito, primo fra tutti il diritto alla privacy e all’anonimato. Gli utenti del servizio potranno navigare anonimamente in rete grazie al supporto operativo di ViaEuropa, la società nota per aver creato IPREDator anonimity service.
Il Beta test del nuovo fornitore di connettività è partito lunedì 19 Luglio nella città di Lund su un campione di 100 abitanti. Le previsioni di espansione per ora sono limitate alla conquista del 5% del mercato di Lund. Gustav Nipe, che è diventato CEO di Pirate ISP, confida che presto il servizio possa estendersi in altre località svedesi. Nel frattempo si augura che l’iniziativa possa stimolare la competizione degli altri provider sul piano della privacy.
Durante la Hacknight Conference, Nipe ha anche annunciato che il Pirate ISP non permetterà al governo il monitoraggio degli utenti. Per impedirlo, il servizio non archivierà i log di accesso.
Naturalmente l’idea non piace a Henrik Pontén dell’autorità anti-pirateria svedese, che ha tagliato corto: “Quando la polizia busserà alla loro porta, saranno costretti a rilasciare le informazioni“.
Tuttavia, se davvero il Pirate ISP non registrerà alcun log, la questione potrebbe farsi più complessa.
Ha suscitato l’ira di moltissimi utenti americani l’improvvisa chiusura della piattaforma di blog Blogetery.com, che ospitava oltre 73.000 blog personali.
I blog sono stati improvisamente tagliati fuori dalla rete dal web host BurstNET Technologies che ospitava il servizio Blogetery.com. Il web host non ha rilasciato dichiarazioni sui motivi della chiusura della piattaforma per oltre una settimana, durante la quale gli utenti-blogger hanno cercato informazioni in rete.
Tra le spiegazioni più accreditate quella del sito TorrentFreak che aveva inquadrato la chiusura di Blogetery all’interno della “Operation in our site“, un’azione governativa a tutela del copyright che aveva fatto già chiudere nove portali sospettati di streaming illegale.
A quanto pare la ragione è però un’altra. Ieri un comunicato della BurstNET Technologies ha reso noto che la decisione di chiudere la piattaforma di blog è stata presa in seguito ad una richiesta di informazioni da parte dell’FBI su Blogetery.com. Secondo il Federal Bureau of Investigation la piattaforma blog avrebbe infatti pubblicato del “materiale terroristico” come istruzioni per costruire bombe e una lista degli “obiettivi caldi” di Al-Qaeda.
Dopo un controllo BurstNET ha rilevato che il materiale pubblicato, oltre ad essere potenzialmente pericoloso, ha violato i termini di contratto tra host provider e content provider e pertanto ha disabilitato l’operatività di Blogetery.
Le proteste di alcuni delle migilaia di utenti privati dei loro blog si possono leggere sul forum di webhostingtalk.
Nonostante l’ultima bozza dell’accordo anti-contraffazione (ACTA) fosse stata resa pubblica in nome della trasparenza, l’ultimo negoziato confidenziale di Lucerna non ha diffuso alcuna documentazione sul nuovo stato dei lavori.
Anche il rapporto ai membri del Parlamento Europeo sullo stato dei negoziati si è svolto a porte chiuse, escludendo la partecipazione del pubblico. Una mossa che non è piaciuta al membro del Partito Pirata svedese Christian Engström che all’avvio della discussione ha chiesto se fossero previste restrizioni per la diffusione delle informazioni sul negoziato e, dopo aver ricevuto risposta affermativa, ha lasciato l’aula.
Alcune informazioni ufficiali sull’ultima seduta ACTA sono state comunque rese note il 13 luglio in una presentazione al Parlamento Europeo del Commissario del Commercio Karel De Gucht. Dopo aver sottolineato l’importanza dell’accordo per la competitività commerciale dell’Unione Europea, De Gucht ha dichiarato che l’ACTA si occuperà solo delle violazioni su larga scala con un forte impatto sul commercio.
Alcuni controversi aspetti del trattato sono stati cambiati. Ad esempio, le violazioni del copyright sui brevetti sono state rimosse dalla lista dei controlli sulle merci alla frontiera. Questo significa che l’ACTA non creerà problemi al transito internazionale dei medicinali, ha puntualizzato De Gucht.
Inoltre, rispondendo ad una domanda di un membro del parlamento, De Gucht ha dichiarato che l’adozione e l’implementazione della “regola dei three-strikes” contro il download illegale verrà lasciata alla discrezione degli Stati Membri.
Nonostante alcuni miglioramenti, tuttavia, rimangono disaccordi tra gli Stati Uniti e l’Europa su alcuni aspetti dell’ACTA. Il più importante riguarda la volontà da parte della UE di inserire nell’accordo anti-contraffazione la tutela delle Indicazioni Geografiche Protette (es. Champagne e Parmigiano-Reggiano) contro l’opinione degli Stati Uniti secondo i quali l’ACTA non dovrebbe espandersi oltre la protezione del copyright e dei marchi registrati. Un’opinione considerata ipocrita visto che le indicazioni geografiche americane, equivalenti negli USA a marchi registrati, sono già tutelate dall’accordo.
Riguardo alla riservatezza dell’ACTA, De Gucht ha annunciato che la Commissione ha trasmesso il testo della bozza di Lucerna al Parlamento Europeo e i membri del parlamento possono riceverlo “sotto alcune restrizioni”. A questo proposito il membro del parlamento Ska Keller ha chiesto al Commissario del Commercio quale delegazione coinvolta nel negoziato abbia fatto nuovamente richiesta di segretezza, dal momento che il 10 Marzo una risoluzione comunitaria aveva domandato che il testo fosse reso pubblico. In risposta De Gucht ha fatto riferimento a precedenti posizioni degli Stati Uniti sulla trasparenza.
La prossima riunione dei negoziati dell’ACTA si terrà a Washington DC alla fine di Luglio.
Si è concluso con una decisione a favore di YouTube il caso legale nel quale il colosso mediatico Viacom aveva chiesto un miliardo di dollari di risarcimento danni alla piattaforma di video, accusata di aver lucrato consapevolmente su decine di migliaia di filmati protetti da diritto d’autore.
Il giudice federale di Manhattan ha avvalorato la teoria della difesa, secondo la quale il Digital Millenium Copyright Act sancisce la non responsabilità di YouTube per il principio del safe harbor: il provider di servizi non è responsabile dei contenuti generati dagli utenti se assicura la rimozione immediata di materiale segnalato come in violazione.
Secondo il giudizio, sebbene genericamente consapevole di ospitare sulla sua piattaforma materiale protetto da copyright, YouTube avrebbe dimostrato la sua buona fede nell’aver sempre prontamente rimosso tutti i video segnalati, come accadde nel 2007 quando 100000 video protetti da diritto d’autore furono rimossi il giorno dopo la segnalazione inviata da Viacom.
La sentenza a favore di YouTube è stata emessa nella formula del summary judegement, un giudizio espresso della Corte senza il parere di una giuria. La richiesta di utilizzo di questa procedura, che permette di giungere più velocemente ad una decisione senza il normale processo, era giunta da entrambi gli schieramenti.
L’esito del giudizio è stato accolto con entusiasmo da YouTube: “Questa è una vittoria molto importante non solo per noi, ma anche per i miliardi di persone che in tutto il mondo usano il web per comunicare e condividere esperienze con gli altri”.
Dal canto suo Viacom comunica di confidare in una vittoria in appello: “Questo caso è sempre stato intorno al decidere se il furto intenzionale di opere protette da diritto d’autore fosse permesso dalla legge esistente e noi abbiamo sempre saputo che la questione critica soggiacente avrebbe dovuto essere indirizzata alle corti di grado superiore. La decisione di oggi accelera la nostra opportunità di farlo”.
Alcuni commentatori hanno però osservato che il fatto che nel giudizio di primo grado non si sia arrivati nemmeno al processo costituisce un precdente a favore di YouTube.
Novanta accademici provenienti da cinque continenti, insieme a praticanti e membri di associazioni a sostegno del pubblico interesse, si sono incontrati ad una conferenza organizzata dall’American University Washington College of Law per analizzare il testo dell’ACTA, l’accordo anti-contraffazione che sta cercando di regolare a livello globale il controllo sulla proprietà intellettuale in rete.
La discussione ha prodotto un comunicato nel quale si dichiara che l’accordo anti-contraffazione, ancora in fase di negoziazione, rappresenta una minaccia per l’interesse pubblico. In particolare i termini del trattato arrecherebbero danni proprio a quegli aspetti della pubblica utilità che i negoziatori dell’ACTA hanno annunciato come salvaguardati.
“Ciò che è iniziato come una proposta per coordinare l’applicazione delle direttive doganali” si legge nel comunicato “si è tramutato in una nuova massiccia regolamentazione della proprietà intellettuale e di internet con gravi conseguenze per l’economia globale e per la capacità dei vari governi di promuovere e proteggere il pubblico interesse“.
All’accordo ACTA viene criticato anzitutto un processo di produzione “difettoso”: un negoziato su temi così importanti avrebbe richiesto un’ampia consultazione delle diverse parti in causa, dai detentori di copyright ai difensori dei diritti civili. Al contrario, è stato portato avanti segretamente da esponenti scelti dei vari governi senza possibilità di intervento esterno per oltre due anni. Le varie versioni dell’accordo sono rimaste “confidenziali” fino all’Aprile di quest’anno, quando la commissione europea ha deciso di rendere pubblica l’ultima bozza del documento, che comunque era già stato oggetto di una fuga di notizie pubblicata su La Quadrature du Net.
Il comunicato sottolinea poi come i termini dell’ACTA siano totalmente sbilanciati a favore dei detentori di diritti economici e a discapito degli utenti.
Per quanto riguarda internet l’accordo incoraggia gli Internet Service Provider a sorvegliare gli utenti e sanzionarli limitando la loro attività, senza supervisione di una Corte e senza un dovuto processo legale. Allo stesso modo, fuori dalla rete, l’ACTA estende i poteri dei controllori doganali autorizzandoli a ispezionare e sequestrare un’ampia gamma di beni, tra cui computer e dispositivi elettronici, senza alcuna garanzia per gli acquirenti contro confische arbitrarie e invasioni della privacy.
Il comunicato del College of Law di Washington si sofferma anche sugli aspetti dell’accordo che implicano un cambiamento sostanziale dell’attuale legislatura sulla proprietà intellettuale in diversi stati aderenti. L’ACTA infatti vuole rendere globali (impedendo così ulteriori modifiche) alcune pratiche esecutive degli Stati Uniti ed europee che si sono già rivelate problematiche e bisognose di revisioni.
In particolare, specifica il comunicato, l’accordo anti-contraffazione romperà l’equilibrio, fondamentale nel Diritto alla proprietà intellettuale, tra gli interessi dei detentori di copyright e quelli degli utenti. L’ACTA introduce infatti specifici diritti e procedure a favore dei proprietari di diritti d’autore senza correlarli di quelle eccezioni e contromisure necessarie per tutelare, ad esempio, il “fair use” o il Pubblico Dominio.
Più in generale, sottolineano gli accademici, i termini inclusi nel negoziato ACTA impediranno di godere interamente di diritti e di libertà fondamentali tra cui il diritto alla privacy e alla protezione dei dati personali, l’accesso all’informazione, la libertà di espressione, il dovuto processo e la presunzione di innocenza, la partecipazione culturale, la salute (l’ACTA prevede anche limitazioni alla circolazione dei medicinali generici) e altri diritti umani protetti internazionalmente.
Il comunicato dell’American University Washington College of Law è aperto fino al 23 Giugno per ulteriori contributi e sottoscrizioni da parte di individui e organizzazioni a sostengono del dominio pubblico culturale. È possibile aderire qui.
Dopo The Pirate Bay, un altro storico strumento per la condivisione di file online è sull’orlo della chiusura definitiva per concorso in violazioni del copyright. Questa volta si tratta di Limewire, il popolare software di file-sharing americano che si stima essere usato da quattro milioni di utenti nel mondo.
Creato nel 2000, dal 2006 Limewire è stato coinvolto dalla RIAA (Record industry association of America) in una causa legale che si è recentemente conclusa con una decisione a favore dei discografici. All’inizio di maggio il giudice Kimba Wood ha decretato che il gruppo Lime, che gestisce Limewire, è colpevole di induzione alla violazione del copyright. La decisione del giudice si basa sulla considerazione che i gestori del softwarep2p, pur essendo pienamente consapevoli delle pratiche illegali perpetrate attraverso il servizio, non abbiano preso provvedimenti adeguati per arginare il fenomeno, e anzi ne abbiano tratto un considerevole vantaggio economico. La sentenza non si discosta quindi dalle decisioni dei due precedenti casi, MGM vs. Groekster e A&M Records vs. Napster, rispettivamente nel 2005 e nel 2001, che hanno sancito la chiusura di due tra i più noti programmi per il file-sharing.
Il giudice Wood ha tempo fino al prossimo gennaio per decidere l’ammontare del risarcimento danni che Limewire dovrà pagare ai discografici. Nel caso peggiore Mark Gorton, CEO del Lime Group, potrebbe essere costretto a risarcire 450 milioni di dollari. Nel frattempo la RIIA ha presentato una richiesta formale alla Corte per fare cessare immediatamente ogni attività connessa al software di condivisone file, allo scopo di prevenire ulteriori danni all’industria. Ora Limewire ha due settimane di tempo per dimostrare di aver attuato precauzioni contro il download illegale, altrimenti dovrà chiudere.
Sull’onda del successo dell’IPad, il nuovo tablet della Apple, Steve Jobs ha rilasciato alcune interessanti dichiarazioni alla conferenza All Things Digital, tenutasi recentemente in California.
Jobs è stato interrogato dai giornalisti sugli argomenti che in questo momento riguardano più da vicino l’azienda, dai campi applicativi di concorrenza con Google alle condizioni psicologiche dei lavoratori della fabbrica cinese Foxconn, che tratta prodotti della Apple.
Il parere del famoso CEO è stato chiesto anche in merito al futuro dei contenuti in rete. Alla domanda “I computer tablet come l’ipad salveranno l’industria editoriale?” Steve Jobs ha risposto: “Non voglio vederci ridotti a una nazione di blogger. Penso che abbiamo bisogno della supervisione editoriale più che mai. Qualunque cosa possiamo fare per aiutare i giornali a trovare nuove vie di espressione, io la sosterrò“.
Il capo della Apple è convinto che la gente sia disposta a pagare per i contenuti e che i content providers stiano “svendendo” i loro servizi. “Dovrebbero stabilire prezzi più aggressivi basati sulla quantità di contenuti scaricati“, ha dichiarato.
Un’ulteriore domanda ha sollevato la questione dell’eccessivo potere della Apple sui contenuti veicolati attraverso i suoi apparecchi, come le App per Iphone e Ipad. Ci si chiede se ci sia il rischio che l’azienda possa censurare materiale ritenuto “scomodo”, anche da un punto di vista politico. Il riferimento va al caso di Mark Fiore, il cartoonist satirico vincitore di un pulitzer al quale è stata negata la distribuzione dell’App con le sue vignette. Jobs risponde citando la vecchia policy della Apple che non ammetteva nessun tipo di diffamazione. Ricorda poi che la piattaforma i-phone è proprietaria e ha quindi le sue regole, ma che comunque “approviamo il 95% delle App che ci sono sottoposte ogni settimana – che sono tra le 10 e le 20 mila – e le rendiamo operative entro sette giorni“.
Verso la fine dell’incontro è stata posta anche la questione della privacy. Un giornalista ha chiesto se a Silicon Valley il concetto di privacy non fosse diverso dal resto del mondo. “No” ha risposto Jobs “Prendiamo la questione della privacy molto seriamente….Facciamo un sacco di cose per assicurare che le persone capiscano come vengono trattati i loro dati. Per questo motivo seguiamo attentamente l’App Store…La privacy significa che la gente sa che cosa sta firmando, è scritto in un inglese chiaro“.
Sull’onda del successo dell’IPad, il nuovo tablet della Apple, Steve Jobs ha rilasciato alcune interessanti dichiarazioni alla conferenza All Things Digital, tenutasi recentemente in California.
Jobs è stato interrogato dai giornalisti sugli argomenti che in questo momento riguardano più da vicino l’azienda, dai campi applicativi di concorrenza con Google alle condizioni psicologiche dei lavoratori della fabbrica cinese Foxconn, che tratta prodotti della Apple.
Il parere del famoso CEO è stato chiesto anche in merito al futuro dei contenuti in rete. Alla domanda “I computer tablet come l’ipad salveranno l’industria editoriale?” Steve Jobs ha risposto: “Non voglio vederci ridotti a una nazione di blogger. Penso che abbiamo bisogno della supervisione editoriale più che mai. Qualunque cosa possiamo fare per aiutare i giornali a trovare nuove vie di espressione, io la sosterrò“.
Il capo della Apple è convinto che la gente sia disposta a pagare per i contenuti e che i content providers stiano “svendendo” i loro servizi. “Dovrebbero stabilire prezzi più aggressivi basati sulla quantità di contenuti scaricati“, ha dichiarato.
Un’ulteriore domanda ha sollevato la questione dell’eccessivo potere della Apple sui contenuti veicolati attraverso i suoi apparecchi, come le App per Iphone e Ipad. Ci si chiede se ci sia il rischio che l’azienda possa censurare materiale ritenuto “scomodo”, anche da un punto di vista politico. Il riferimento va al caso di Mark Fiore, il cartoonist satirico vincitore di un pulitzer al quale è stata negata la distribuzione dell’App con le sue vignette. Jobs risponde citando la vecchia policy della Apple che non ammetteva nessun tipo di diffamazione. Ricorda poi che la piattaforma i-phone è proprietaria e ha quindi le sue regole, ma che comunque “approviamo il 95% delle App che ci sono sottoposte ogni settimana – che sono tra le 10 e le 20 mila – e le rendiamo operative entro sette giorni“.
Verso la fine dell’incontro è stata posta anche la questione della privacy. Un giornalista ha chiesto se a Silicon Valley il concetto di privacy non fosse diverso dal resto del mondo. “No” ha risposto Jobs “Prendiamo la questione della privacy molto seriamente….Facciamo un sacco di cose per assicurare che le persone capiscano come vengono trattati i loro dati. Per questo motivo seguiamo attentamente l’App Store…La privacy significa che la gente sa che cosa sta firmando, è scritto in un inglese chiaro“.
Questa settimana il Parlamento Europeo ha compiuto un altro passo in direzione della definitiva approvazione dell’ACTA, Anti Counterfeiting Trade Agreement, l’accordo multilaterale per la repressione della contraffazione – tra cui le sanzioni obbligatorie per le violazioni del copyright – che abbiamo già trattato qui.
La Commissione Affari Legali JURI, che si occupa dell’interpretazione e l’applicazione del diritto internazionale nell’Unione Europea, ha approvato il rapporto di Marielle Gallo, membro dell’ala del centro-destra, sul rafforzamento del diritto alla proprietà intellettuale nel mercato interno. Il documento presenta una mozione al Parlamento Europeo per l’adozione di effettive contromisure al fenomeno della pirateria, che viene intesa sia come contraffazione di prodotti a marchio registrato sia come condivisione online di contenuti protetti da copyright. Nel rapporto si incoraggia la Commissione a portare avanti il negoziato dell’ACTA e a promuovere una collaborazione innovativa fra dipartimenti amministrativi e settori industriali.
L’approvazione del documento è stata molto criticata dall’ala socialista del Parlamento Europeo e dai movimenti per le libertà civili in rete. Marielle Gallo, già vicina politicamente a Nicolas Sarkozy, è stata accusata di voler introdurre in Europa la cosidetta regola dei three strikes, di cui si era fatto portatore il partito del primo ministro francese. L’europarlementare ha tuttavia replicato di non essere a favore di un simile provvedimento, ma di propendere per un’attribuzione di responsabilità ai provider, nella quale vengano oscurati i siti che offrono download illegali ai propri utenti.
Sul rapporto Gallo è intervenuto criticamente anche il gruppo francese attivo per i diritti e le liberà su internet La Quadrature du NET, che ha ipotizzato forti pressioni da parte di “poche e anacronistiche industrie” sull’Unione Europea; “La loro influenza politica rema contro l’interesse generale e impedisce al Parlamento Europeo di esplorare strade per una nuova economia creativa” ha dichiarato un portavoce del gruppo.
La responsabilità del fornitore di servizi sui contenuti generati dagli utenti eccheggia anche nelle notizie provenienti dai paesi del sud dell’Asia dove la censura governativa è una pratica sovente applicata.
Così, non sembra aver fatto distinzioni tra servizio e contenuto il governo di Lahore, Pakistan, dove Facebook, youTube e altri 800 siti sono stati totalmente oscurati per dieci giorni per aver pubblicato immagini ritenute sacrileghe dalla religione islamica. L’accesso alla maggioranza dei siti è stato ripristinato in seguito a una richiesta del ministro degli interni Rehman Malik, che pare essere utente di diversi social network.
Solo per Facebook, colpevole di ospitare la pagina di un concorso di caricature sul profeta Maometto, è stato necessario attendere l’autorizzazione dell’Alta Corte di Giustizia, che ha concesso lo sblocco del sito dodici giorni dopo l’oscuramento. La Corte ha tuttavia chiesto al Governo di sviluppare un filtro che garantisca il blocco delle pagine offensive per l’Islam pubblicate sul social network.
La pagina del concorso “Everybody draw Muhammad Day” ha creato problemi a Facebook anche in Bangladesh. L’idea del concorso era nata per protestare contro le minacce dei fondamentalisti islamici ai disegnatori di South Park, il cartone animato satirico che nella sua duecentesima puntata ha mostrato Maometto travestito da orsacchiotto. Tuttavia la pagina nella quale si invitava la gente ad inviare disegni del profeta è stata considerata offensiva dal governo di Dacca, in quanto, secondo alcune interpretazioni, l’Islam vieta di raffigurare Maometto.
Il Governo ha così ordinato agli ISP locali di bloccare l’accesso a Facebook fino a data da destinarsi. Secondo quanto dichiarato dal presidente provvisorio della Commissione per la regolazione delle telecomunicazioni, Mahmud Delwar, la decisione è stata presa perché il sito ha “ferito la sensibilità religiosa della maggioranza musulmana della popolazione”, ma comunque “Facebook sarà riaperto nel momento in cui saranno cancellate tutte le pagine che contengono queste immagini odiose”.
Naturalmente, non tutta la comunità araba è in linea con la censura di questi paesi. Nihad Awad, attivista musulmano americano dei diritti civili e Direttore Esecutivo del Council on American-Islamic Relations (CAIR), ha scritto un interessante articolo sull’argomento nel quale dichiara:
La risposta migliore e più produttiva a campagne bigotte come “Everybody Draw Muhammad Day” non è offrire meno comunicazione, ma offrirne di più – e non limitare il libero flusso delle idee con misure come il blocco di Facebook.
