Direttore Scientifico: Prof.ssa Avv. Giusella Finocchiaro
Curatrice Editoriale: Dott. Giulia Giapponesi

La protezione dei dati personali si aggiunge alla lunga lista di diritti che sono stati fortemente colpiti dalla rivoluzione digitale. Quotidianamente, riversiamo i nostri dati personali, più o meno consciamente, all’interno del world wide web. Questa massa di informazioni personali viaggia indisturbata attraverso le reti telematiche per essere poi utilizzata per le finalità più disparate, non sempre nel rispetto dei presupposti (per esempio il consenso dell’interessato) che il nostro Codice privacy impone ai fini di un legittimo trattamento. In queste circostanze, al fine di tutelare l’interessato in maniera particolarmente rafforzata, il Codice privacy prevede all’art. 167 una specifica fattispecie di illecito volto a punire coloro che, per trarne un profitto o per recare danno, procedono al trattamento dei dati personali in assenza di quelle basilari condizioni grazie alle quali possa essere ritenuto legittimo.

Nel caso un messaggio diffamatorio sia diffuso in Rete e, oltre al contenuto di per sé offensivo indirizzato ad una determinata persona, porti, come spesso accade, alla divulgazione di dati personali della persona offesa, la giurisprudenza si è chiesta se possa configurarsi un concorso tra il reato di diffamazione aggravata e l’illecito trattamento di dati personali.

Con la sentenza n. 44390, pubblicata il 26 settembre 2017, la Corte di Cassazione penale risponde in maniera negativa. Nel caso di specie, l’imputato era stato condannato sia per diffamazione aggravata in quanto, in qualità di redattore, aveva pubblicato sul web due articoli diffamatori, sia per illecito trattamento di dati personali perché, con gli stessi articoli, aveva pubblicato dati personali dei soggetti offesi. La Corte di Cassazione, sulla base del ricorso presentato, delinea il suo ragionamento in due fasi. Innanzitutto la Corte rileva come l’art. 167 del Codice privacy contenga la clausola di sussidiarietà espressa “salvo che il fatto costituisca più grave reato”. La formula comporterebbe dunque l’assorbimento della fattispecie di minor gravità entro quella dell’illecito più gravoso. In secondo luogo, la Corte procede accertando quale tra i reati di diffamazione e illecito trattamento dei dati personali possa ritenersi più grave. In contrasto con l’orientamento che prevede che la gravita? del reato debba stabilirsi avendo riguardo alla pena massima in astratto comminata dai due reati, la Corte ritiene che “la maggiore gravita? del reato, comportando l’assorbimento di una fattispecie nell’altra in considerazione del suo effettivo minor disvalore dell’una a fronte dell’effettivo maggior disvalore dell’altra, va necessariamente valutata avendo riguardo alla pena in concreto irrogabile, e quindi tenendo anche conto delle circostanze in concreto ritenute e dell’esito dell’eventuale bilanciamento tra esse”. Nel caso di specie, alla luce delle pene concretamente inflitte, la Corte conclude che il reato di illecito trattamento di dati personali sia assorbito da quello di diffamazione aggravata.

In conclusione, si può quindi affermare come in materia di protezione degli individui negli ambienti online, la giurisprudenza si stia al momento rivelando il miglior alleato del legislatore. Infatti, l’opera interpretativa dei giudici permette di estendere alle attività effettuate in Rete la disciplina dettata in origine per i soli comportamenti offline, senza la necessità di creare una normativa specifica per il settore digitale. È evidente che date le peculiari caratteristiche di Internet, sono auspicabili alcuni aggiustamenti di stampo normativo. Tuttavia, in generale, il messaggio che è bene far passare è che le norme attualmente previste si applicano indipendentemente dal mezzo, o meglio dal “luogo”, in cui i comportamenti vengono messi in atto. Ciò che accade in Rete è soggetto alle medesime regole previste per ciò che accade fuori dalla Rete.

posted by Maria Chiara Meneghetti on ottobre 24, 2017

Diffamazione

(No comments)

La diffamazione di personaggi pubblici, datori di lavoro o ex fidanzate ha raggiunto con la Rete un nuovo livello di offensività, determinato dalla facilità di condivisione e dall’ampiezza del raggio di diffusione del messaggio lesivo. La necessità di colpire le condotte illecite degli utenti online alla pari di quelle realizzate nel mondo fisico impone il più delle volte una non facile interpretazione normativa, volta ad estendere le attuali fattispecie delittuose alle peculiari caratteristiche della realtà digitale.

Internet ha da tempo superato i confini che lo relegavano a mero mezzo di comunicazione tra persone, paragonabile alla televisione o al telefono, per acquisire i connotati di una vera e propria dimensione sociale. Si parla non a caso di “ciberspazio” per fare riferimento a quel luogo, privo di confini fisici e di limitazioni temporali, che è oggi contenitore e fornitore del più grande numero di dati e informazioni diversificate che la storia abbia mai visto.

Uno dei caratteri più interessanti della realtà digitale è la messa a disposizione di nuovi modi e nuove forme di espressione e condivisione della propria personalità. Ciò avviene, soprattutto per i c.d. nativi digitali, cioè coloro che sono nati e cresciuti in corrispondenza della diffusione delle tecnologie informatiche, attraverso l’utilizzo di piattaforme social che permettono con un tweet, un post o un video di condividere i propri pensieri con un vasto pubblico di internauti, amici o solo visitatori di passaggio. La Rete diventa uno spazio condiviso di espressione e sviluppo della personalità e al tempo stesso, grazie al suo carattere ubiquitario e alla sua facile accessibilità, uno strumento grazie a cui le informazioni condivise riescono a raggiungere una diffusione impensabile nel mondo fisico.

Tutto ciò, se dal punto di vista sociale e tecnologico è frutto di crescente entusiasmo, dal punto di vista giuridico pone il legislatore di fronte a nuove sfide. Da un lato, infatti, è sempre più sentita la necessità di tutelare questa nuova forma di espressione della persona e questo immenso bagaglio di cultura digitale da tutte quelle azioni che ne potrebbero illegittimamente ostacolare l’utilizzo. Dall’altro lato, cresce l’esigenza di trasporre le regole che governano il vivere civile offline anche nel mondo digitale, soprattutto alla luce della dilagante percezione che ciò che accade online, in quanto virtuale, sia immune da reali conseguenze legali.

In materia di diffamazione a mezzo Internet è stata particolarmente importante l’opera interpretativa della giurisprudenza, che negli ultimi anni ha adottato un corposo numero di decisioni sulle questioni più controverse.

La Corte di Cassazione ha ormai fugato ogni dubbio sulla qualificazione della condotta diffamatoria in Rete. Recenti sentenze hanno infatti confermato che, anche la diffusione di un messaggio diffamatorio attraverso l’uso di una bacheca Facebook o di un forum integra un’ipotesi di diffamazione aggravata ai sensi dell’art. 595, comma 3° c.p. poiché le modalità di comunicazione offerte da queste piattaforme virtuali hanno la capacita? di raggiungere un numero indeterminato di persone (v. Cass. pen. Sez. V, 23/01/2017, n. 8482 e Cass. pen. Sez. V, Sent., 20/01/2016, n. 2333). Lo stesso ragionamento è stato inoltre applicato alla condivisione di video offensivi attraverso un sistema peer-to-peer. La Corte ha rilevato infatti che la circostanza per cui la condivisione di materiali sia tecnicamente possibile solo tra due utenti per volta, non esclude le potenzialità diffusive e lesive dello strumento (v. Cass. pen. Sez. V, 19/03/2015, n. 41276).

La giurisprudenza non si è limita ad analizzare unicamente i profili di inquadramento giuridico della materia ma ha ampliato il suo campo di indagine anche agli aspetti concernenti la responsabilità e la competenza territoriale. Con riferimento al primo profilo, i giudici hanno avuto modo di affermare la responsabilità a livello concorsuale del gestore di un sito che, pur essendo a conoscenza del contenuto diffamatorio del messaggio caricato da un utente, non si era attivato per la sua immediata rimozione (v. Cass. pen. Sez. V, 14/07/2016, n. 54946). La sentenza si colloca sulla scia dell’orientamento giurisprudenziale europeo e nazionale che, pur non ponendo in capo agli Internet Service Provider un dovere di puntuale vigilanza su tutti i contenuti pubblicati dai propri utenti, ne sancisce la responsabilità ogni qual volta non provvedano ad eliminare un contenuto lesivo da loro conosciuto.

In relazione invece alla competenza territoriale del giudice penale nei casi di diffamazione a mezzo Internet, si sono posti problemi di individuazione del luogo in cui l’azione criminosa poteva dirsi effettivamente consumata. Più in generale, in materia di reati informatici, mentre parte della giurisprudenza ritiene che competente per territorio sia il tribunale del luogo nel quale il soggetto, a mezzo del client, si è connesso alla Rete effettuando il collegamento abusivo; per altra parte deve invece individuarsi nel tribunale del luogo ove è fisicamente allocato il server che costituisce l’oggetto dell’intrusione. Recente giurisprudenza, in materia di upload di un articolo dal contenuto diffamatorio, ha ritenuto di privilegiare il primo dei due criteri. Dunque, ai fini dell’individuazione della competenza territoriale, ha stabilito doversi far riferimento non al luogo dove si trovava il server che conservava e rendeva disponibili i dati per l’accesso degli utenti, bensì il luogo in cui il caricamento del dato “informatico” era stato effettivamente eseguito (v. Cass. pen. Sez. V, 19/05/2015, n. 31677).

[continua]

posted by admin on febbraio 1, 2017

Diffamazione

(No comments)

Facebook non può essere equiparato alla stampa, pertanto l’utilizzo del social network non può costituire un’aggravante per il reato di diffamazione.

Con sentenza n. 4873 depositata il 1° febbraio 2017, la Quinta Sezione della Cassazione ha stabilito che in caso di diffamazione attraverso Facebook, non può ritenersi applicabile l’aggravante “a mezzo stampa” di cui all’articolo 13 della Legge 47/1948 sulla stampa. Facebook, infatti, differisce dalla stampa in quanto è un servizio di rete sociale, “basato su una piattaforma software scritta in vari linguaggi di programmazione, che offre messaggistica privata ed instaura una trama di relazioni tra più persone dello stesso sistema”.

Il caso è stato portato davanti alla Corte Suprema su richiesta del procuratore della Repubblica di Imperia che aveva impugnato per «abnormità» l’ordinanza con cui il Gip locale aveva qualificato come diffamazione aggravata dal solo «mezzo di pubblicità» un reato relativo ad alcune offese pubblicate su Facebook da un imputato catanese 60enne nei confronti di un terzo, fatto avvenuto a Diano Marina nell’estate del 2013.

Il giudice preliminare ha qualificato il reato come una diffamazione aggravata dalla sola circostanza dell’offesa recata mediante l’attribuzione di un fatto determinato con un qualunque mezzo di pubblicità (articolo 595, commi 2 e 3, del Codice penale), pertanto nella valutazione del reato non ha trovato applicazione la Legge sulla stampa, che avrebbe raddoppiato la pena edittale (da un massimo di 3 a un massimo di 6 anni) e, come conseguenza, avrebbe determinato processualmente la citazione diretta a giudizio.

posted by admin on novembre 23, 2016

Diffamazione

(No comments)

facebookNei casi di separazione un utilizzo non accorto dei social network può avere conseguenze legali: una donna è stata condannata a risarcire all’ex marito  5000 euro per aver diffuso su Facebook la notizia di una sua nuova relazione prima dell’effettiva separazione legale.

Secondo il Tribunale di Torre Annunziata sebbene la violazione della fedeltà coniugale sia determinante nell’attribuzione delle responsabilità nei casi di separazione non sufficiente di per sè a integrare una responsabilità risarcitoria del coniuge che l’abbia compiuta. Tuttavia è possibile individuare un profilo di danno non patrimoniale nei casi dove l’infedeltà “per le sue modalità abbia trasmodato in comportamenti che, oltrepassando i limiti dell’offesa di per sé insita nella violazione dell’obbligo in questione, si siano concretizzati in atti specificamente lesivi della dignità della persona, costituente bene costituzionalmente protetto”.

Nel caso specifico, la donna condannata aveva affermato a terzi di essere divorziata e sul proprio profilo Facebook si attribuiva lo stato di “separata” prima dell’instaurazione del procedimento de quo e, con terzi, nel riferirsi al marito, lo chiamava “il verme” e affermava che aveva tendenze omosessuali, da questi negate. Secondo il giudice, non è in dubbio che il comportamento descritto abbia gravemente offeso la dignità e la reputazione dell’ex coniuge in quanto “la connotazione pubblica della relazione adulterina, la dichiarazione pubblica della esistenza di un rapporto di fidanzamento tra la ricorrente ed altro uomo e la gravità delle offese rivoltegli, sono sufficienti per ritenere lesa la dignità e la reputazione”.

La sentenza è disponibile a QUESTO LINK.

tripadvisorL’hosting provider non deve rispondere degli illeciti commessi dai propri utenti, né è tenuto a rimuovere contenuti su richiesta di chi si dichiara parte lesa. Il Tribunale di Grosseto solleva TripAdvisor dalla responsabilità per le recensioni negative della sua community.

Con sentenza n. 46 del 2016, il Tribunale di Grosseto ha stabilito che un servizio come Tripadvisor debba essere considerato un hosting provider, e in quanto tale non debba rispondere degli illeciti commessi dai propri utenti.

Il caso è stato sollevato da una struttura alberghiera dell’Argentario che nel 2013 ha denunciato il portale di viaggi per la pubblicazione di una recensione negativa ritenuta dall’albergatore falsa e diffamatoria. Secondo l’accusa TripAdvisor sarebbe stato corresponsabile della diffamazione in quanto non avrebbe impedito la pubblicazione della recensione, non avrebbe rimosso la recensione con sufficiente tempestività a seguito della segnalazione e non avrebbe acconsentito a consegnare i dati del recensore.

Il Tribunale di Grosseto rigettando le richieste degli albergatori ha stabilito che la piattaforma avrebbe agito in maniera conforme a quanto prescrive la legge italiana. Secondo il giudice ciò che conta per la qualificazione del servizio di hosting è il ruolo svolto in relazione al contenuto pubblicato: nel caso in esame il portale non interferisce con il contenuto delle recensioni e quindi non può essere considerato responsabile.

In relazione alle motivazioni dell’accusa il Tribunale ha chiarito che Tripadvisor si qualifica come mero hosting provider nonostante abbia adottato dei filtri automatizzati per scongiurare la pubblicazione di recensioni esplicitamente inopportune o fraudolente, come previsto dalle proprie policy. Il giudice ha inoltre precisato che le piattaforme che pubblicano user generated content (Ugc), ocontenuti forniti dagli utenti, abbiano la facoltà, ma non l’obbligo, di rimuovere i contenuti su richiesta del soggetto che si ritiene leso, essendo l’autorità giudiziaria l’unica competente ad accertare l’eventuale natura diffamatoria degli stessi.

I cittadini che denunceranno illeciti compiuti da colleghi di lavoro saranno tutelati da eventuali misure di discriminazione riconducibili alla propria segnalazione.

Il testo approvato alla camera mira a permettere una segnalazione tempestiva degli illeciti, prevedendo un rapido riscontro delle autorità e  impedendo al contempo eventuali ritorsioni per la figura del whistleblower, giuridicamente protetta e ritenuta di utilità pubblica. Il termine whistleblower (soffiatore nel fischietto) si riferisce al lavoratore che si trovi a segnalare possibili frodi, pericoli o rischi di danneggiamento di persone e attività, rilevati all’interno dell’ambiente di lavoro.

Il testo prevede che la denuncia dell’illecito sia rivolta all’Autorità Nazionale Anticorruzione (Anac) o alla magistratura ordinaria e contabile. La segnalazione dell’illecito sarà ritenuta valida se fatta in “buona fede” e senza dolo o colpa grave, cioé motivata dalla “ragionevole convinzione fondata su elementi di fatto, che la condotta illecita segnalata si sia verificata”. L’identità del whistleblower non potrà essere rivelata, e non saranno ammesse segnalazioni anonime.

Nel provvedimento è prevista una “Clausola anti-calunnie”: nel caso si accerti la mancanza di buona fede o l’infondatezza della segnalazione sarà avviato un procedimento disciplinare e l’eventuale licenziamento in tronco. Le misure di discriminazione verificate nei confronti del whistleblower saranno sanzionate dall’Anac con multe da 5 a 30mila euro. Per l’autore della segnalazione non è invece previsto alcun genere di premio.

La proposta di legge approvata alla Camera comprenderà gli uffici pubblici, enti pubblici economici, gli enti di diritto privato sotto controllo pubblico e il settore privato.

Il Tribunale di Roma si è pronunciato in merito alla querela per diffamazione e alla richiesta di risarcimento danni presentata dal Movimento Italiano Genitori (Moige) nei confronti di Wikimedia Foundation Inc. Il giudice ha rigettato le richieste di rimozione dei contenuti ritenuti dannosi e diffamatori pubblicati su Wikipedia nelle pagine dedicate all’associazione, negando la concessione di un risarcimento di oltre 200.000 euro avanzato per la mancata rimozione.

Il contenzioso aveva avuto origine nel 2011, quando il Moige aveva denunciato la Fondazione Wikimedia, chiedendo la rimozione di alcuni contenuti che ne avrebbero offerto una descrizione particolarmente negativa, riducendone l’immagine a quella di un “manipolo di bigotti censori”. Il Moige aveva anche richiesto la rimozione di alcune citazioni provenienti dal sito ufficiale della stessa associazione. In seguito all’invio di richieste scritte e diffide, al vano tentativo di modifica e blocco della pagina incriminata, il Moige si era rivolto al Tribunale di Roma.

Con la conferma del ruolo di Wikimedia quale hosting provider neutrale, il giudice ha riconosciuto all’enciclopedia online la mancanza di responsabilità civile in merito al contenuto delle pagine create dagli utenti. Nella sentenza, si specifica che la procedura messa a disposizione da Wikimedia per permettere la modifica delle pagine di Wikipedia, estremamente chiara, oltre che confermata dalla documentazione allegata, “esclude l’obbligo di garanzia di verità e validità” e “trova il suo bilanciamento nella possibilità lasciata a chiunque di modificarne i contenuti e di chiederne la cancellazione”. A riprova di ciò, “conformemente allo spirito della libera enciclopedia, la pagina della medesima dedicata al Moige ed oggetto di contestazione è stata ripetutamente modificata dall’epoca dell’introduzione del giudizio sino all’attualità, per come evidenziato da entrambe le parti anche in sede di precisazione delle conclusioni e di scritti conclusivi”.

Non è perciò riscontrato alcun tipo di condotta omissiva a titolo di concorso nella diffamazione. L’eventuale responsabilità di tale condotta è da imputare ai singoli utenti, “dei quali viene peraltro conservato dal provider l’indirizzo a scopo cautelativo”. Infine, la procedura dell’enciclopedia online “prevede il blocco dell’account degli utenti che hanno cercato ripetutamente di modificare voci esistenti senza il supporto di fonti attendibili o di motivazioni verificabili o in contrasto con le regole redazionali, ciò al fine di tutela del servizio e della sua integrità”.

La Fondazione Wikimedia ha commentato la sentenza sottolinenando come costituisca “una vittoria per tutti i Wikipedians e per la libertà di espressione su Internet”.

posted by admin on aprile 13, 2015

Diffamazione, Libertà di Internet

(No comments)

Esempio di un meme satirico nei confronti del Presidente Putin

Esempio di un meme satirico nei confronti del presidente russo Vladimir Putin.

Il governo russo ha vietato la pubblicazione delle immagini virali che prendono in giro personaggi pubblici.

Il Roskomnadzor, l’ente statale russo per il monitoraggio delle telecomunicazioni, ha annunciato che in futuro sarà illegale pubblicare meme satirici che ritraggono personaggi noti. I cosiddetti internet meme, contenuti virali spesso composti da immagini associate a frasi umoristiche, saranno oscurati non solo quando riconosciuti causa di un danno per l’onore e la dignità del soggetto ritratto, ma anche se colpevoli di distorcere la “personalità del soggetto”.

Le nuove disposizioni del Roskomnadzor non si riferiscono all’entrata in vigore di una legge, quanto all’estensione dell’applicazione di regole già esistenti per la difesa dell’immagine di personaggi pubblici.

Molti canali di informazione russi hanno messo in relazione il nuovo divieto con una sentenza su un contenzioso tra il cantante russo V. Syutkin e un sito satirico. Syutkin aveva querelato il sito a causa della pubblicazione di un meme che utilizzava il suo volto, e il tribunale russo ha dato ragione all’artista. Sebbene la stretta sui meme sia stata annunciata proprio qualche giorno dopo la sentenza che tutelava il cantante, molti hanno ipotizzato che la censura sui contenuti satirici sia stata voluta da Vladimir Putin, considerato da diversi analisti della comunicazione il bersaglio più frequente dell’umorismo politico online.

Stando alle nuove disposizioni del governo russo, un personaggio pubblico che si ritenga offeso da un meme può informare il Roskomnadzor, che a sua volta può valutare se inoltrare una denuncia al tribunale. In tal caso, il sito incriminato avrà poche ore per rimuovere l’immagine offensiva e non incorrere nel provvedimento di oscuramento.

Diversi commentatori ritengono che il concetto di “distorsione della personalità del soggetto” risulti estremamente sfumato, al punto da divenire strumento da rivolgere arbitrariamente contro la libertà di espressione. L’imposizione di una responsabilità diretta nell’atto di pubblicazione o di condivisione di immagine su Internet potrebbe sollecitare l’incremento delle cause per diffamazione. Più che fungere da deterrente, le nuove disposizioni rischiano di innescare un processo di autocensura molto restrittivo.

La presa di posizione rispetto i meme può essere considerata in linea con i recenti provvedimenti restrittivi disposti dal governo russo nei confronti di internet. Nel corso del 2014 era già stata introdotta una legge che di fatto impediva ai cittadini di gestire blog anonimi, e una legge che permette al Roskomnadzor di bloccare temporanemente qualsiasi sito senza dover fornire spiegazioni.

posted by admin on aprile 7, 2015

Diffamazione

(No comments)

Secondo il Tribunale di Ivrea gli insulti a colleghi e superiori pubblicati su Facebook sono una causa sufficientemente grave da giustificare il licenziamento di un dipendente.

Con ordinanza del 28 gennaio 2015, il Tribunale di Ivrea ha rigettato il ricorso di un ex-dipendente che chiedeva il reintegro al lavoro in seguito ad un licenziamento per giusta causa. Il collaboratore era stato licenziato per aver postato su Facebook pesanti ingiurie nei confronti dei datori di lavoro e di alcune colleghe.

Il ricorrente, pur ammettendo di aver pubblicato sulla propria bacheca di Facebook le offese, si era rivolto al tribunale sostenendo che tale condotta non poteva essere considerata così grave da giustificare il licenziamento e chiedendo, oltre al reintegro, un indennizzo risarcitorio.

Si tratta del secondo procedimento che vede l’impiegato ricorrere in giudizio per chiedere il reintegro lavorativo presso la stessa azienda. Il rapporto di lavoro era infatti già stato interrotto nel 2012. Tuttavia, alcune irregolarità nei contratti avevano portato l’uomo ad intentare un ricorso e alla fine del 2012 il Tribunale aveva accolto la sua richiesta, annullando i termini di collaborazione a tempo determinato che aveva stipulato con la società e condannando la stessa al ripristino del rapporto di lavoro e al pagamento delle retribuzioni maturate.

Nel 2014 l’azienda aveva quindi riassunto il dipendente, ma aveva deciso di esonerarlo dal rendere effettivamente la prestazione lavorativa, e di fatto il collaboratore aveva iniziato a ricevere uno stipendio senza dover lavorare.

Paradossalmente questa condizione, che ad alcuni potrebbe sembrare vantaggiosa, ha portato il dipendente a diffamare i propri datori di lavoro su Facebook. L’uomo ha infatti pubblicato sul social network la lettera di riassunzione, accompagnandola con espressioni altamente ingiuriose nei confronti dei superiori che lo avevano reintegrato e di alcune colleghe.

Come il giudice del Tribunale di Ivrea ha sottolineato, i post non erano riservati agli “amici” del ricorrente, ma erano “potenzialmente visibili dal circa miliardo di utenti del social network” e sono stati rimossi solo in seguito ad una diffida da parte dell’azienda. Questi fattori hanno pesato sulla decisione finale del giudice, secondo cui la gravità della condotta dell’ex-dipendente è da considerarsi “tanto grave da non consentire la prosecuzione, anche provvisoria, del rapporto di lavoro.”

Nell’ordinanza viene esplicitato che le ingiurie, e soprattutto gli insulti sessisti proferiti ai danni delle colleghe del tutto estranee al precedente contenzioso tra i datori di lavoro e l’impiegato, denotano “la volontà del ricorrente di diffamare sia la società, sia parte dei dipendenti, con le modalità potenzialmente più offensive dell’altrui reputazione.”

Invano il ricorrente aveva tentato di giustificare la sua condotta come “una reazione, anche se eccessiva ed abnorme (ma anche istintiva)”. Il giudice ha osservato che se fosse stata generata da un gesto istintivo –anche se inconsulto – il dipendente avrebbe provveduto all’eliminazione dei post prontamente e non dopo oltre due settimane, come in realtà accaduto. Questa lunga permanenza online dei commenti sembrerebbe inoltre suggerire da parte del ricorrente la mancata percezione della gravità del proprio comportamento.

Alla luce di queste considerazioni, il Tribunale ha rigettato con ordinanza il ricorso e ha condannato il ricorrente al pagamento delle spese processuali sostenute dall’azienda, liquidate in euro 3.500.

La decisione del giudice del tribunale di Ivrea conferma l’orientamento giurisprudenziale del licenziamento per giusta causa per post denigratori a danno del datore di lavoro, come già stabilito dalla Corte d’Appello di Torino (sentenza del 17 luglio 2014, n. 164) e dalla sezione lavoro del Tribunale Milano (ordinanza del 1 agosto 2014).

Si registra un nuovo caso di querela per diffamazione nei confronti di un sito nonostante il gestore avesse provveduto a rimuovere il contenuto ritenuto diffamatorio in seguito alla prima segnalazione.

Dopo il recente episodio relativo alla querela del senatore Scilipoti, che abbiamo riportato nei giorni scorsi, la stampa ha dato notizia di un analogo caso che coinvolge un politico ed un forum online: l’ex deputato di Forza Italia Maurizio Paniz ha denunciato per diffamazione a mezzo stampa il blogger Matteo Gracis, gestore del sito nuovocadore.it.

A motivare l’azione dell’ex deputato, un commento di un utente anonimo intervenuto sul forum del portale il 4 maggio del 2011 con alcune frasi ritenute dal politico offensive e diffamatorie. Il commento, rimasto visibile fino al 27 maggio, era stato rimosso 11 giorni dopo la segnalazione fatta pervenire via mail dallo stesso Paniz. Nonostante l’avvenuta cancellazione, vista l’impossibilità di individuare l’autore del commento, il deputato ha deciso di sporgere querela nei confronti del gestore del sito.

Il processo si è aperto in questi giorni, e pone ancora una volta la questione della responsabilità del provider di servizi, nella fattispecie il gestore del forum.

Secondo la difesa, la responsabilità editoriale non può cadere in capo al gestore del sito. Infatti, Nuovocadore.it non è da considerarsi una testata giornalistica, come un avviso del blog precisa, in quanto non è aggiornato periodicamente e, come specificato nel disclaimer, “ciascun commento inserito nei post e nel forum viene lasciato dall’autore dello stesso accettandone ogni eventuale responsabilità civile e penale”.

Secondo l’accusa, tuttavia, nell’impossibilità di individuare il diretto colpevole, sarebbe da attribuire a Gracis la responsabilità della pubblicazione della frase ingiuriosa, nonostante non esista evidenza di un legame tra il blogger e il nickname dell’anonimo autore delle parole lesive, nel contesto di un forum che non prevede l’approvazione preventiva dei post da parte dell’amministratore.

A meno di un mese di distanza dal caso di Scilipoti e stopcensura.com, si ripropone quindi un episodio di denuncia per diffamazione contro un fornitore di servizi che provvede prontamente a rimuovere il contenuto considerato diffamante.

A quanto si apprende, lo stesso Paniz era già stato protagonista di una simile vicenda giudiziaria. Il politico aveva infatti già avviato un’azione legale per un caso analogo nel 2012, ottenendo la condanna per diffamazione dell’amministratore del sito Vajont.info, Tiziano Del Farra.