Direttore Scientifico: Prof.ssa Avv. Giusella Finocchiaro
Curatrice Editoriale: Dott. Giulia Giapponesi

freewifiRecentemente la Corte di Giustizia europea è stata chiamata a giudicare l’utilizzo di Internet e, in particolare, delle reti wi-fi c.d. libere (cioè non protette da password), impiegate sovente da utenti che, approfittando dell’anonimia assicurata dalla Rete, violano le prerogative del diritto d’autore.

Con sentenza del 15 settembre 2016 relativa alla causa C-484/14, la Corte di Giustizia si è pronunciata a favore dell’assoluzione del gestore di una rete locale senza fili ad uso gratuito e accessibile senza autorizzazione che era stata impiegata da un utente per la diffusione di un’opera musicale on line senza il consenso dei titolari dei relativi diritti.

Riconoscendo il servizio di accesso a Internet come un servizio della società dell’informazione consistente nella mera fornitura di accesso a una rete di comunicazione, i giudici di Lussemburgo hanno ritenuto esente da ogni responsabilità il gestore della rete wi-fi ai sensi della direttiva 2000/31/CE. Quest’ultimo, come del resto i fornitori dei servizi di hosting, non ha infatti l’onere (né la materiale possibilità) di conoscere o controllare le informazioni trasmesse tramite la propria rete.

Tuttavia, operando un necessario equilibrio tra diritti fondamentali (nel caso di specie, libertà di impresa e diritto d’autore), la Corte ha aggiunto che l’autorità giudiziaria nazionale può esigere che un prestatore di servizi ponga fine ad una violazione dei diritti d’autore o che la prevenga, purché le misure tecniche a ciò finalizzate non restringano eccessivamente la libertà d’impresa del prestatore. Secondo la Corte di Giustizia, proteggere la rete wi-fi con una password rappresenta una misura tecnica che “non arreca pregiudizio al contenuto essenziale dei diritti” dei fornitori di servizi di accesso e, allo stesso tempo, è idonea a tutelare il diritto d’autore “nei limiti in cui gli utenti di detta rete siano obbligati a rivelare la loro identità e non possano quindi agire anonimamente”.

posted by admin on settembre 2, 2016

Diritto d'autore e copyright

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Venerdì 9 e sabato 10 settembre si terrà a Milano il XXX incontro AIDA “Un bilancio sul diritto d’autore UE. I fondamentali del diritto primario”. Il convegno è organizzato dall’Università di Pavia in collaborazione con la Scuola Superiore della Magistratura e l’Ufficio di Milano della Rappresentanza in Italia.

Sabato 10 settembre 2016 alle ore 9.30 Giusella Finocchiaro interverrà sul tema “L’equilibrio titolare/users”. Gli atti del convegno saranno pubblicati da Giuffrè in Aida 2016. Il Convegno è accreditato dall’Ordine degli avvocati di Milano con 8 crediti dal CNDCEC Consiglio Nazionale dei dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili con 12 crediti evento accreditabile dall’Ordine dei consulenti IP.

L’evento si svolgerà presso l’Aula Magna del Palazzo di Giustizia in Via Freguglia 1.

Per partecipare è necessaria l’iscrizione entro il 7 settembre. Il programma è disponibile QUI.

posted by admin on luglio 20, 2016

Diritto d'autore e copyright

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KickasstorrentsIl fondatore del più grande portale di aggregazione di file torrent è stato arrestato con l’accusa di violazione di copyright e riciclaggio di denaro.

Il Governo degli Stati Uniti ha annunciato l’arresto di Artem Vaulin, un cittadino ucraino di 30 anni sospettato di essere il proprietario e il fondatore di KikAss Torrents (KAT) il sito più utilizzato al mondo per il reperimento dei file torrents. Vaulin è stato arrestato in Polonia e gli Stati Uniti ne hanno chiesto l’estradizione. L’accusa è stata depositata presso la Corte Distrettuale di Chicago.

A quanto si apprende, le autorità statunitensi hanno agito fingendosi una società interessata ad un inserimento pubblicitario sul portale. La trattativa ha portato all’identificazione di un conto bancario associato al sito che è stato sequestrato. Contemporaneamente sono arrivate all’identificazione di Vaulin con la collaborazione della Apple. Sembra infatti che gli investigatori abbiano rilevato che un indirizzo IP usato per iTunes era stato utilizzato nello stesso giorno anche per effettuare il login della pagina Faceobok di KAT.

Attualmente è in corso il sequestro dei vari domini attraverso i quali è possibile raggiungere il portale.

L’avvocato che ha formulato l’accusa ha dichiarato che ci sono evidenze che Vaulin abbia “distribuito illegalmente (tramite Kickass Torrents, ndr) oltre un miliardo di dollari in materiale protetto da copyright”.

siaeL’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha inviato al Parlamento e al Governo un parere in cui segnala che l’attuale monopolio SIAE sulla gestione dei diritti d’autore limita la libertà d’iniziativa economica degli operatori e la libertà di scelta degli utilizzatori.

In un comunicato in merito all’attuazione della Direttiva 2014/26/UE del Parlamento europeo e del Consiglio sulla gestione collettiva dei diritti d’autore nel mercato interno, l’Antitrust ha sottolineato che il nucleo della Direttiva è costituito dalla libertà di scelta, ed in particolare è riconosciuto ai titolari dei diritti la facoltà di individuare un organismo di gestione collettiva “(…) indipendentemente dallo Stato membro di nazionalità, di residenza o di stabilimento dell’organismo di gestione collettiva o del titolare dei diritti (…)”.

L’Authority  ha osservato che in un contesto economico caratterizzato da profondi cambiamenti tecnologici, il mantenimento del monopolio legale appare in contrasto con l’obiettivo di rendere effettiva la libertà dei titolari del diritto di effettuare una scelta tra una pluralità di operatori. Secondo il Garante, “il valore e la ratio stessa dell’impianto normativo europeo risultano gravemente compromessi dalla presenza, all’interno dell’ordinamento nazionale, della disposizione contenuta nell’ art. 180 l. 22 aprile 194, n. 633 (Legge sul Diritto d’autore – LDA) , ormai isolata nel panorama degli ordinamenti degli Stati membri, che attribuisce ad un solo soggetto (SIAE) la riserva dell’attività di intermediazione dei diritti d’autore.”

L’Antitrust sottolinea che il recepimento della Direttiva rappresenta l’occasione per aprire alla concorrenza l’attività di intermediazione in questo campo. Tuttavia il disegno di legge che delega il Governo al recepimento delle direttive europee e all’attuazione di altri atti dell’Unione europea (legge di delegazione europea 2015), approvato alla Camera e attualmente in discussione al Senato, non prevede espressamente un intervento sul regime di monopolio legale della SIAE.

L’Autorità auspica quindi che l’intervento di liberalizzazione dovrebbe essere integrato da una riforma complessiva delle modalità di intermediazione dei diritti delineate dalla LDA, senza trascurare una rivisitazione del ruolo e della funzione della SIAE nel mutato contesto.

Il testo del parere è disponibile QUI.

posted by admin on gennaio 15, 2016

Diritto d'autore e copyright

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Rojadirecta-calcio-streamingIl giudice, dando ragione a Mediaset,  impone al fornitore di connessione internet di disabilitare qualsiasi tipo di collegamento al sito pirata che viola il copyright delle gare di Serie A e Champions League.

Il 13 gennaio 2016 è stata confermata la decisione della Sezione Specializzata Impresa del Tribunale di Milano che il 18 novembre 2015 aveva ordinato, in via cautelare, il blocco ad ogni accesso al popolare sito pirata Rojadirecta che mette a disposizione degli utenti liste di indirizzi di siti che trasmettono eventi sportivi in streaming.

Il provvedimento cautelare giungeva a seguito di un esposto inoltrato nel 2013 da Mediaset e Lega Calcio, che si era concluso con un ordine di sequestro del portale Rojadirecta. L’ordine obbligava gli Internet Service Provider italiani a rendere il sito irraggiungibile dai loro utenti, tramite inibizione dei DNS, un’ingiunzione a cui avevano dato seguito tutti i fornitori di connettività del nostro paese tranne Fastweb.

Nel novembre del 2015, il tribunale di Milano aveva disposto che Fastweb provvedesse a oscurare qualunque dominio riconducibile a Rojadirecta, indipendentemente dal fatto che fosse o meno in violazione delle leggi. Una penale di 30.000 euro sarebbe stata versata per ogni giorno di ritardo nell’esecuzione del blocco. Dal 18 novembre Fastweb aveva provveduto al blocco all’accesso del sito.

La sentenza del 13 gennaio impone  a tutti i provider la disabilitazione all’accesso “sia ai DNS, sia agli indirizzi IP associati”. La novità in fatto di tutela del copyright online sta nell’imposizione rivolta al fornitore di connessione internet di inibire totalmente ai propri clienti l’accesso a tutti gli indirizzi IP collegati al sito in questione.

In un recente comunicato, Mediaset spiega che «mai prima d’ora, infatti, la magistratura civile aveva imposto a un fornitore di connessione internet di inibire ai propri clienti l’accesso a tutti gli indirizzi Ip collegati a un sito, Rojadirecta nel caso in oggetto. In questo modo, il provvedimento del Tribunale di Milano fornisce una tutela effettiva ai diritti esclusivi degli editori, individuando nei fornitori di connettività gli operatori più idonei a contrastare la pirateria digitale». Mediaset ha annunciato che «farà valere questa decisione anche presso le Autorità regolamentari dove il tema del blocco degli Ip è fondamentale per evitare che i provvedimenti del Garante possano essere facilmente aggirati».

Rojadirecta-calcio-streamingI giudici milanesi hanno imposto al fornitore di connessione l’inibizione all’accesso al sito di streaming illegale di eventi sportivi.

La decisione del Tribunale di Milano, giunge a seguito di un esposto inoltrato nel 2013 da Mediaset e Lega Calcio, che si era concluso con un ordine di sequestro del portale Rojadirecta. L’ordine obbligava gli Internet Service Provider italiani a rendere il sito irraggiungibile dai loro utenti, tramite inibizione dei DNS. L’attuale provvedimento si rivolge quindi solo a Fastweb, unico ISP a non aver dato seguito all’ingiunzione.

I giudici hanno ribadito l’ordine di sequestro fissando una penale di 30mila euro per ogni giorno di ritardo nell’attuazione del provvedimento. La decisione è stata recepita da Fastweb, che ha reso immediatamente irraggiungibile il sito it.rojadirecta.eu.

In una nota ufficiale, Mediaset ha sottolineato come “la decisione del Tribunale di Milano riveste una particolare rilevanza giurisprudenziale in tema di lotta alla pirateria”. Per l’azienda milanese la battaglia allo streaming illegale degli eventi sportivi sarebbe giunta a una importante svolta, grazie a un provvedimento preso nei confronti di “uno dei principali siti che viola sistematicamente il copyright delle gare di Serie A e Champions League”: la magistratura milanese ha infatti “vincolato l’azienda di tlc all’immediata rimozione di tutti i siti con nome “rojadirecta”, indipendentemente dal paese in cui sono registrati”.

La decisione  si trova in linea con i provvedimenti intrapresi nelle settimane scorse dall’Agcom, che sempre su segnalazione di Mediaset, aveva disposto la chiusura di alcuni siti specializzati nello streaming di “pirateria sportiva”.

posted by admin on settembre 10, 2015

Diritto d'autore e copyright

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L’attività svolta da un ragazzo irlandese attraverso portali finalizzati alla raccolta dei link utili alla fruizione di materiale protetto da copyright, è stata valutata dalla Corte britannica sanzionabile con 2 anni di reclusione e 2 di arresti domiciliari.

La Federation Against Copyright Theft (FACT) aveva accusato il Paul Mahoney di essere il gestore di FastPassTV e del forum BedroomMedia, siti dedicati alla raccolta e all’organizzazione di link verso piattaforme terze su cui è possibile guardare film protetti da copyright. I due siti sono stati attivi dal 2008 al 2013, e ritenuti responsabili di danni all’industria cinematografica: in quell’arco di tempo hanno registrato oltre 12 milioni di visite di utenti.

Le indagini svolte dalla FACT britannica avevano condotto la polizia irlandese all’individuazione di Mahoney già nel marzo 2011. Una perquisizione si era allora conclusa con il sequestro di materiale informatico e di 83.000 sterline in contanti rinvenute all’interno della sua abitazione. Nonostante ciò il giovane non si era dissuaso dal continuare le attività incriminate fino al 2013, anno della chiusura di entrambi i siti.

Con l’avvio del processo presso la corte britannica di Derry, nel 2015, Mahoney aveva ammesso la propria colpevolezza, riconoscendo di avere accumulato un totale di 300mila sterline attraverso la promozione della diffusione illegale di contenuti protetti dal diritto d’autore. Nonostante la FACT avesse denunciato un danno derivato quantificabile in 12 milioni di sterline, non era stato chiesto alcun risarcimento: la parte lesa aveva auspicato una pena esemplare che potesse fungere da vero deterrente per la pirateria.

La corte britannica si è infine espressa ridimensionando il danno potenziale procurato da Mahoney, ma rimarcando come il giovane irlandese abbia messo assieme “uno schema particolarmente sofisticato” con il quale permettere agli utenti di avere a disposizione un elevato numero di titoli gratuiti, e contemporaneamente guadagnare somme di denaro attraverso advertising. Le azioni condotte non lasciano alternativa “a mostrare che questo genere di comportamenti non possono rimanere impuniti”.

Il direttore della FACT Kieron Sharp, ha espresso la propria soddisfazione, affermando che la sentenza rappresenta un precedente importante per la lotta alla pirateria.

posted by admin on luglio 2, 2015

Diritto d'autore e copyright

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L’Alta Corte britannica ha giudicato illegale la legge che dal novembre 2014 esonerava i cittadini inglesi dall’obbligo del pagamento di una quota sul diritto di copia per uso privato.

Il Governo Cameron aveva infatti avviato una revisione delle leggi sul diritto d’autore che prevedeva la possibilità di fare copie di opere protette dal diritto d’autore per uso personale. L’eccezione introdotta muoveva dal principio che il compenso per copia privata delle opere regolarmente acquistate dai cittadini non fosse realmente necessario, in quanto “i compensi per copia privata sono inefficienti, burocratici e sleali e penalizzano le persone che pagano per i contenuti”. Nel Regno Unito si era perciò deciso di non applicare il sistema dell’equo compenso per la copia privata.

Nello stesso mese del 2014, le associazioni Musicians’ Union, British Academy of Songwriters, Composers and Authors (BASCA) e UK Music si erano rivolte alla giustizia per chiedere la revisione della normativa: la contestazione non verteva sull’eccezione introdotta con la revisione delle leggi sul copyright, quanto sulla errata valutazione del danno economico recato ai possessori dei diritti.

Già nel gennaio 2015, i giudici avevano riconosciuto legittimo il diritto di contestare la decisione del governo acconsentendo che l’udienza per la Judicial Review della normativa si fosse tenuta in tempi brevi.

L’Alta Corte londinese si è ora pronunciata, giudicando illegale l’assenza di un sistema pensato per compensare il danno economico derivato dalla produzione delle copie private, causa di una condizione di assenza di tutela del copyright non giustificata.

Nei prossimi mesi l’Alta Corte stabilirà le conseguenze della sentenza sul quadro normativo inglese.

Il motore di ricerca non è un editore, ma un semplice intermediario.

Questa, in estrema sintesi, la motivazione alla base della decisione della Corte d’Appello di Milano, che ha rigettato il ricorso di RTI (Gruppo Mediaset), non riconoscendo in capo a Yahoo! Italia una violazione del diritto d’autore, e confermando la sentenza di primo grado di giugno 2014.

Secondo i giudici milanesi il motore di ricerca non è responsabile dei risultati automatici delle ricerche, e non ha il dovere di intervenire sull’indicizzazione di siti terzi che ospitano opere protette da diritto d’autore senza il consenso del titolare dei diritti.

Questa sentenza va a confermare non solo l’analoga decisione del Tribunale di primo grado, ma anche la sentenza d’appello del gennaio 2015 relativa ad un precedente contenzioso tra Yahoo! e RTI.

Il caso aveva avuto origine nel 2009 quando RTI aveva citato in giudizio “Yahoo! Video”, la piattaforma di condivisione di video caricati dagli utenti, oggi non più attiva, per la pubblicazione non autorizzata di filmati tratti da trasmissioni televisive prodotte da RTI, quali Amici, Il Grande Fratello, Striscia La Notizia, ecc.

In quell’occasione il Tribunale di primo grado aveva ritenuto la piattaforma responsabile delle violazioni, perché aveva ravvisato nel suo servizio un’attività di tipo editoriale, in virtù della funzione di indicizzazione automatica e, paradossalmente, proprio della possibilità di rimozione di contenuti segnalati come illeciti. Nel 2015 la Corte d’Appello ha però smentito la precedente sentenza, sottolineando come non sussista alcuna responsabilità del provider poiché l’attività di cercare e organizzare in un elenco i siti pertinenti ai criteri di ricerca richiesti dell’utente si basa sulla memorizzazione automatica, intermedia e temporanea delle informazioni. L’embedding dei video, la scelta del frame dell’anteprima, i suggerimenti di ricerca sono “di carattere automatico e neutro”.

L’attuale sentenza della Corte d’Appello, quindi, pur avendo come oggetto l’attività di Yahoo! come motore di ricerca e non come piattaforma di video sharing, si è espressa sulla stessa linea di principio. Ha aggiunto inoltre una constatazione sulla mancata sussistenza di “elementi tali da far desumere che l’attività di Yahoo! Italia SRL sia intenzionalmente orientata ad agganciare links in aperta violazione dei diritti altrui”.

RTI ha già dichiarato l’intenzione di impugnare in Cassazione la sentenza della Corte d’Appello.

In una recente sentenza, la Corte di Giustizia dell’Unione Europea si è espressa in merito ai contributi sull’equo compenso per copia privata.

La vendita di dispositivi di memorizzazione a soggetti diversi dalle persone fisiche per fini diversi alla riproduzione per uso privato dovrebbe essere esentata dall’obbligo di compenso per copia privata.

Così si è pronunciata la Corte di Giustizia dell’Unione Europea, chiamata dall’Alta Corte danese a intervenire con una pronuncia pregiudiziale su alcune questioni riguardanti l’applicazione della normativa nazionale sull’equo compenso, la “tassa” sui supporti digitali atti a duplicare opere coperte da diritto d’autore.

In particolare, la richiesta riguarda l’interpretazione degli articoli 5, paragrafo 2, lettera b), e 6 della direttiva 2001/29/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 22 maggio 2001, sull’armonizzazione di alcuni aspetti del diritto d’autore e dei diritti connessi nella società dell’informazione.

La domanda di pronuncia pregiudiziale dei giudici danesi nasce da una controversia che ha visto la Nokia contestare l’obbligo di pagamento dei contributi alla Copydan, la società di gestione che rappresenta i titolari dei diritti di autore danesi su opere sonore e audiovisive, equivalente alla nostra SIAE. Oggetto della contesa, le memory card incluse nell’acquisto dei dispositivi mobili Nokia venduti in Danimarca ad aziende e privati.

Il colosso finlandese si era appellato ai giudici in base al principio che la polivalenza delle memorie degli smartphone, che non hanno come principale utilizzo quello di conservare copie di opere audiovisive o sonore,  non possa di per sè implicare un utilizzo in violazione dei diritti di proprietà intellettuale. A maggior ragione, secondo la Nokia, non dovrebbe esser dovuto l’equo compenso là dove tali supporti  vengano venduti a professionisti ed aziende per evidenti fini professionali, che escludono lo sfruttamento di contenuti tipicamente destinati all’intrattenimento.

La Corte di Giustizia, pur ritenendo l’eventualità che un supporto di memoria venga utilizzato per creare delle copie private come sufficiente ad ammettere l’obbligo di riscossione anche per supporti in cui questa funzionalità è secondaria, ha stabilito che il carattere principale o secondario di questa funzione e l’importanza relativa della capacità del supporto di realizzare copie possono incidere sull’entità dell’equo compenso dovuto. Inoltre, laddove il danno causato ai titolari dei diritti fosse da ritenersi minimo, la messa a disposizione di tale funzione potrebbe non far sorgere alcun obbligo di versamento del compenso.

La Corte ha inoltre stabilito che qualora dimostrino di aver fornito le schede di memoria per telefoni cellulari a soggetti diversi da persone fisiche a fini manifestamente estranei a quelli della riproduzione per uso privato; i debitori possono essere esonerati dal prelievo.

La sentenza della Corte di Giustizia Europea è disponibile QUI.