Il cosiddetto decreto “Semplifica Italia” approvato venerdì scorso dal Consiglio dei ministri promuove fortemente digitalizzazione e informatica.
Un ruolo fondamentale è attribuito all’agenda digitale che è costituita, secondo il Comunicato stampa ufficiale di quattro punti:
-costituzione di una cabina di regia per lo sviluppo della banda larga e ultra-larga
-open data nella pubblica amministrazione
-cloud computing nella pubblica amministrazione
-smart communities
I temi di maggiore interesse sotto il profilo giuridico sono due: open data e cloud computing.
L’open data, cioè la fruibilità dei dati fra pubbliche amministrazioni, e quindi la valorizzazione e la condivisione del patrimonio informativo delle pubbliche amministrazioni, è già previsto nel Codice dell’amministrazione digitale, in più punti. Attualmente le principali limitazioni giuridiche all’open data sono costituite dalla sussistenza di diritti protetti dalla legge sul diritto d’autore, del diritto alla protezione delle banche di dati (c.d. diritto sui generis), dalla tutela del diritto alla privacy e alla protezione dei dati personali.
Dall’agenda digitale potrà venire un impulso all’attuazione di strategie operative per la diffusione dell’open data.
Il cloud computing può comportare un notevole risparmio di risorse: il rischio è che dei dati su cloud si perda il controllo. Per questa ragione, in Norvegia è stato al momento escluso che i dati della pubblica amministrazione possano utilizzare il cloud.
Le criticità giuridiche sono, ancora una volta, costituite dalla protezione dei dati personali.
Anche a questo riguardo è auspicabile che l’agenda digitale fornisca chiare linee operative.
Il lungo negoziato del Trattato Internazionale Anti Contraffazione (ACTA) sembra aver trovato un punto di arrivo nella firma da parte dei rappresentati dell’Unione Europea, posta in calce al documento durante la cerimonia di sottoscrizione tenutasi a Tokyo lo scorso 26 gennaio.
La versione finale del trattato, che segue una lunga serie di bozze “segrete” circolate in rete grazie a siti come Wikileaks, presenta ancora la maggioranza dei punti che sono stati oggetto delle critiche del mondo accademico internazionale, delle proteste delle associazioni per la difesa dei diritti digitali, nonché dal parere negativo della Direzione Generale per le Politiche Esterne del Parlamento Europeo.
Presentato inizialmente come una proposta per coordinare l’applicazione delle direttive doganali contro la contraffazione, l’ACTA si è nel tempo tramutato in una regolamentazione mondiale della proprietà intellettuale che, sul versante digitale, definisce disposizioni comuni per la repressione delle violazioni del copyright favorendo l’intervento diretto dei detentori di diritti nei casi di sospetta violazione.
Il processo di negoziazione è stato condotto a porte chiuse in assenza di un aperto dibattito democratico e ha coinvolto i rappresentanti di 39 paesi (tra cui i 27 dell’Unione europea) nella produzione di una serie di norme che dovranno ora essere ratificate dai vari stati.
Come già ipotizzato in altre proposte di legge fortemente contestate quali il SOPA e il “nostro” emendamento FAVA, anche l’ACTA (art. 27.3) prescrive una “collaborazione” tra governi e detentori di diritti d’autore che, secondo gli oppositori al trattato, lascerebbe la porta aperta a disposizioni di tipo “extra-giudiziale” o “alternative ai tribunali”. Ciò significa che l’attività delle forze dell’ordine (sorveglianza e raccolta di testimonianze) e le sanzioni potrebbero raggiungere i privati cittadini scavalcando l’autorità giudiziaria.
Molta preoccupazione è stata espressa in particolare sul versante della privacy. L’art. 27.4 dell’ACTA prescrive infatti che i detentori di diritti possano avere la facoltà di ottenere dagli ISP informazioni private relative agli utenti, senza la previa specifica autorizzazione di un giudice.
Dal punto di vista delle sanzioni pecuniarie, le critiche si concentrano sull’inclusione del parametro dei “profitti perduti” (art.9) per la stima del risarcimento danni in seguito a violazione del copyright. Secondo questo metodo, ad ogni file copiato illegalmente corrisponderebbe un mancato prodotto vanduto da parte dell’industria. Tuttavia secondo le crtitiche tale correlazione non sarebbe supportata da alcuna evidenza, non essendo dato sapere se l’utente del prodotto “piratato” avrebbe ugualmente effettuato l’acquisto del bene ai normali prezzi di mercato.
Per quanto riguarda le sanzioni penali, invece, i commentatori hanno evidenziato che l’ACTA (l’art. 23.4) lascia aperta la possibilità che la correità nella violazione del diritto d’autore sia attribuita agli intermediari tecnologici, come gli ISP e gli hosting service provider, spingendoli così ad assecondare prontamente le richieste dei detentori dei diritti per evitare eventuali implicazioni. La correità inoltre potrebbe essere attribuita anche a terze parti, colpevoli magari di aver semplicemente “linkato” o indicizzato un contenuto ritenuto in violazione.
Il Trattato Anti-Contraffazione dovrà ora passare il vaglio delle varie commissioni prima di arrivare alla votazione plenaria del Parlamento Europeo, attesa non prima di giugno.
Mentre il Congresso degli Stati Uniti ha deciso di rinviare la discussione sul SOPA a data da destinarsi, in Italia la Commissione per le politiche comunitarie ha recentemente approvato un emendamento alla legge comunitaria 2011 che è stato prontamente rinominato dalla stampa come il SOPA italiano.
La proposta normativa, presentata dall’on.Fava (Lega Nord) interviene modificando l’art.16 del Decreto legislativo 9 aprile 2003, n. 70. stabilendo che qualunque soggetto interessato possa chiedere agli hosting service provider la rimozione di un qualsiasi contenuto semplicemente sostenendone l’illiceità – senza alcun accertamento da parte dell’Autorità giudiziaria o amministrativa – e che, qualora il provider non ottemperi alla richiesta, possa essere ritenuto responsabile.
Da questo punto di vista la proposta di emendamento italiana può essere considerata ancora più estrema del SOPA; infatti, là dove la proposta di legge americana prescriveva che un giudice o il Dipartimento di giustizia avesse facoltà di ordinare la rimozione di un contenuto senza contradditorio, l’emendamento Fava stabilisce addirittura l’ordine possa essere impartito da privati, sula base di affermazioni personali.
Molti commentatori della rete si sono già pronunciati sull’inquietante aspetto di “privatizzazione della giustizia” che una simile legge comporterebbe, e sulla minaccia che le norme come il SOPA rappresentano per la libertà della rete. Alcune tra le più importanti associazioni per i diritti digitali hanno annunciato la volontà di dare battaglia alla proposta in concomitanza col suo arrivo parlamento.
Una recente operazione dell’FBI, in collaborazione con forze dell’ordine internazionali, ha portato alla chiusura del potrtale Megaupload.com e all’arresto di 7 persone accusate di aver gestito un’organizzazione criminale internazionale responsabile di aver distribuito illegalmente in tutto in mondo un’enorme quantità di materiale protetto da copyright attraverso il sito di condivisione file Megaupload.com e altri siti ad esso collegati.
La notizia, annunciata dall’FBI e dal Dipartimento di Giustizia americano, ha fatto in poche ore il giro del web grazie ad un tam-tam mediatico senza precedenti. Il portale Megaupload gode infatti di una straordinaria popolarità tra gli utenti della rete, tanto da essere stato annoverato fra i siti più conosciuti al mondo. Il Dipartimento di Giustizia ha annunciato che si tratta della più grande operazione contro la pirateria mai portata a termine dagli Stati Uniti. Secondo le stime degli inqirenti, Megaupload.com aveva accumulato dalla sua fondazione nel 2005 un profitto di oltre 175 milioni di dollari, in gran parte provenienti da guadagni su materiale protetto da copyright pubblicato illegalmente.
Le operazioni di arresto e la chiusura del portale sono state intraprese dopo la condanna emessa il 5 gennaio scorso dal Gran Giurì del Distretto della Virginia per associazione a delinquere in crimine organizzato, associazione a delinquere per violazioni del copyright, riciclaggio di denaro e violazione del diritto d’autore, contro le due società responsabili, la Megaupload Limited e la Vestor Limited, e le 7 persone al loro vertice, tra cui i fondatori, conosciuti come Kim Dotcom e Mathias Ortman.
Dotcom e Ortman, insieme al capo del marketing di Megaupload Finn Batao e al programmatore Bram van der Kolk, sono stati arrestati in Nuova Zelanda e sono ora in custodia cautelare. Altri tre collaboratori, tra cui il graphic designer del sito, sono stati arrestati in Europa nei loro paesi di residenza. L’operazione di cattura internazionale ha coinvolto oltre l’FBI e il Dipartimento di giustizia americano anche le forze dell’ordine di Nuova Zelanda, Germania, Regno Unito, Olanda, Hong Kong, Australia, Canada e Filippine.
La chiusura del portale e l’arresto dei suoi titolari ha creato grande sconcerto in rete. A pochi minuti dalla diffusione della notizia, l’hashtag #megaupload era già al primo posto dei topic più discussi di Twitter, dove per ore si sono succeduti messaggi di protesta contro l’azione dell’FBI. Tra questi anche i messaggi di molti utenti di Megaupload che lamentavano la chiusura forzata del loro account, dove avevano archiviato materiale – legale – personale.
La protesta non si è limitata a Twitter. Sui siti delle principali associazioni per la salvaguarda dei diritti dei cittadini della rete si è levata la protesta a favore della libertà di espressione e contro l’attribuzione di responsabilità al provider di servizi, mentre sui social network molti commenti denunciavano la sproporzione tra le pene previste per i gestori di Megaupload e quelle, ad esempio, riservati ai condannati per crimini violenti.
L’operazione dell’FBI non è certo passata inosservata agli hacker di Anonymous. Il gruppo ha risposto alla chiusura di Megaupload con un immane attacco DoS ai principali siti istuzionali americani tra cui quello del Dipartimento di Giustizia e dell’FBI, oltre che ai siti delle grandi compagni dell’Entertainment e delle più attive organizzazioni a favore del copyright come la RIIA (Record Industry Association of America) e la MPAA (Motion Picture Association of America).
L’azione degli hacker è stata, come di consueto, accompagnata da un annuncio su pastebin dove viene esplicitata la correlazione tra la chiusura di Megaupload e l’attacco ai siti americani. L’annuncio è correlato dalla diffusione dei dati personali dei principali esponenti del RIIA.
La portata delle azioni intraprese sia dall’FBI che dagli hacker ha portato molti commentatori a parlare di “prima guerra digitale”. In molti si sono chiesti se non ci sia una correlazione diretta tra questi fatti e la protesta contro il SOPA e il PIPA, di cui abbiamo recentemente parlato.
“Immagina un mondo senza libera conoscenza. Per oltre dieci anni abbiamo speso milioni di ore costruendo la più ampia enciclopedia della storia umana. In questo momento il Congresso degli Stati Uniti sta vagliando una legislazione che potrebbe fatalmente danneggiare la libertà e l’apertura di Internet. “
Con queste parole Wikipedia ha dato il via all’annunciato blocco di accesso a tutte le sue pagine in lingua inglese, in segno di protesta contro lo Stop Online Piracy Act e il Protect IP Act (SOPA e PIPA), già illustrati nel post di ieri.
La protesta è stata anche sostenuta da Google.com. Pur non avendo sospeso il servizio, infatti, Mountain View ha deciso di oscurare il logo di Google per un giorno, lasciando senza alcuna immagina la pagina delle ricerche.
Tra i siti italiani, segnaliamo l’iniziativa della versione nostrana di Wikipedia, che si è unita alla contestazione introducendo un messaggio di solidarietà all’accesso delle sue pagine, accompagnato da un comunicato che informa gli utenti italiani sulla protesta contro il SOPA.
Molti quotidiani internazionali hanno riportato in questi giorni la notizia della sentenza di condanna per infrazione di copyright al pittore e fotografo statunitense Richard Prince.
L’artista, molto noto nel mondo dell’arte contemporanea, ha guadagnato fama internazionale grazie alle sue opere di “appropriation art“, lavori nei quali era solito riproporre opere di altri autori modificate con interventi personali.
Nonostante la nuova definizione, si tratta di una pratica da tempo conosciuta in ambito artistico. Solo nell’ultimo secolo, infatti, sono state prodotte una quantità di opere d’arte originali che in qualche modo inglobano o rielaborano immagini prodotte da terzi. Solo per citarne alcune ricordiamo i quadri delle latine di zuppa Campbell di Andy Warhol, e i collage di Picasso.
Da un punto di vista legale, negli Stati Uniti tale pratica aveva sempre goduto della protezione da accuse di plagio grazie alla dottrina del “fair use”, secondo cui le opere protette da copyright possono venire rielaborate liberamente purché il risultato finale della trasformazione rappresenti una nuova opera che possa arricchire culturalmente la società.
Le gallerie d’arte di tutto il mondo hanno quindi accolto con una grande sorpresa la decisione di un giudice di Manhattan che ha condannato per violazione del copyright Richard Prince accusato di aver indebitamente utilizzato alcune foto dell’artista francese Patrick Cariou nelle sue note rielaborazioni.
Secondo il giudice, tuttavia, le immagini rielaborate di Prince, limitandosi ad aggiungere alcuni elementi grafici al lavoro del fotografo francese – peraltro sfruttato nella sua interezza - non costituirebbero un’opera d’arte con una fruizione differente rispetto alle intenzioni originarie per le quali era stata creata. In altre parole, la rielaborazione sarebbe troppo lieve per portare ad una trasformazione culturale apprezzabile. Sarebbe invece evidente il danno per il mercato delle opere dell’artista francese, illecitamente usurpato dalle opere di Prince.
L’artista statunitense, che ha ricevuto il sostegno da parte delle principali gallerie di New York, oltre che dalla fondazione Andy Warhol, ha già avviato le pratiche per il ricorso in appello, la cui udienza è attesa per i prossimi mesi.
La vicenda di Prince ha portato molti commentatori del web a interrogarsi nuovamente sulla difficoltà di regolamentare la rielaborazione delle opere visuali nell’era digitale. A prescindere dall’esito del caso, infatti, molti stanno delineando uno scenario per l’arte simile a quello lamentato dall’industria musicale per le infrazioni di copyright.
C’è un certo interesse in rete per una vicenda paradossale che vede coinvolte le principali aziende e associazioni note per il loro impegno sul versante antipirateria.
Sembra infatti che alcuni indirizzi IP provenienti dalla sede della RIAA (Recording Industry Association of America), dagli uffici del Dipartimento di sicurezza nazionale statunitense, e da società come Sony, Universal e Fox, siano comparsi nella lista del “BitTorent public tracker”, l’indice dell’attività degli utenti che utilizzano il servizio di filesharing BitTorrent. L’indice avrebbe mostrato che gli indirizzi IP delle sovracitate organizzazioni erano collegati a BitTorrent al fine di scaricare illegalmente materiale audio e video protetto da copyright.
La notizia nasce da una ricerca pubblicata dal magazine Torrentfreak e svolta attraverso l’utilizzo di un nuovo servizio chiamato YouHaveDownloaded. Il servizio, attraverso una sorta di motore di ricerca che interroga il BitTorent public tracker, permette a tutti gli utenti della rete di verificare l’eventuale attività su BitTorrent legata ad uno specifico indirizzo IP pubblico o ad un file. Inserendo il numero di IP di un utente sul sito è possibile quindi sapere se abbia avuto accesso al servizio di BitTorrent e, in caso affermativo, per scaricare quale file.
Il funzionamento del sito YouHaveDownloaded è dunque simile al procedimento richiesto dalla RIAA e da altre associazioni antipirateria per verificare la provenienza delle attività illecite che si compiono su servizi di file sharing simili a BitTorrent.
Risulta quindi paradossale che un simile servizio abbia identificato 6 indirizzi IP registrati dalla RIAA direttamente connessi nel traffico illegale di files.
In seguito alla circolazione della notizia in rete, un portavoce della RIAA ha comunicato alla stampa che gli indirizzi IP pubblici dell’associazione antipirateria sarebbero stati utilizzati da terze parti e che pertanto la RIAA non è responsabile per gli illeciti.
Molti magazine, fra cui Torrentfreak, hanno trovato umoristico il fatto che le attuali affermazioni di discolpa dell’associazione antipirateria siano del tutto simili a quelle degli oltre 20000 cittadini statunitensi portati in tribunale dalla RIAA e condannati per infrazione del copyright.
La fruizione gratuita online di opere protette da copyright non ha un impatto negativo sul mercato culturale pertanto non è necessaria l’introduzione di nuove norme antipirateria.
A questa conclusione è giunto un recente rapporto del Consiglio federale elvetico, interpellato dalla Camera dei cantoni in merito all’opportunità di adottare misure contro le violazioni del diritto d’autore.
Dal rapporto, che si basa su alcuni studi esistenti, emerge che in Svizzera il 30% delle persone sopra i 15 anni scarica gratuitamente musica, film e videogiochi. Tuttavia, la quota percentuale di reddito destinato ai consumi in questo ambito resta costante. Quello che si verifica è uno spostamento nella scelta di prodotti per cui questa cifra viene spesa.
Sembra infatti che il denaro che gli utenti risparmiano utilizzando la condivisione di contenuti culturali venga speso comunque nel settore dell’intrattenimento. Invece di acquistare supporti audio e video, però, i consumatori investano la parte risparmiata in concerti, cinema e merchandising.
Secondo il rapporto, dato lo spostamento dei consumi delineato, i timori che questi sviluppi possano influire negativamente sul settore culturale sono da ritenersi infondati. Il Consiglio federale non ha pertanto ritenuto necessario nessun intervento legislativo.
È in aumento il numero di utenti di YouTube che lamentano “furti” di paternità sui video pubblicati sul noto portale.
Le storie raccontate sono fra loro molto simili: dopo aver caricato su YouTube video originali – come ad esempio filmati del proprio animale domestico – gli utenti ricevono una mail da YouTube che annuncia che il copyright del video è stato reclamato da terze parti attraverso il sistema di Content ID.
In seguito alla segnalazione il filmato tuttavia non viene in rimosso, al contrario viene “arricchito” di banner pubblicitari, i proventi dei quali finiscono nelle tasche del nuovo supposto proprietario dei diritti d’autore.
La “truffa” utilizza in questo modo il particolare sistema adottato da YouTube per individuare i video che contengono materiale protetto. Content ID è infatti un sistema automatico (recentemente trattato sul nostro blog) in grado di confrontare ogni video caricato con oltre sei milioni di filmati segnalati come protetti da copyright dai legittimi proprietari dei diritti.
La policy di YouTube prevede che le segnalazioni per il Content ID siano accettate solo da parte di società private e non da semplici cittadini.
Gli utenti che ricevono da YouTube l’avviso che il copyright di un video da loro caricato è stato reclamato da un’azienda possono comunque inviare un contro-reclamo entro alcuni giorni; a quanto pare, tuttavia, nonostante molti utenti protestino contro questi abusi la maggior parte preferisce non essere coinvolta in contenziosi con le aziende.
Secondo il magazine Wired, approfittando di questo sistema, molte società – tra cui spiccherebbe in particolare un’azienda russa chiamata “Netcom Partners” - hanno iniziato a segnalare come propri alcuni popolari filmati di privati cittadini, assegnandosi così i proventi derivati dagli AD pubblicitari.
I ricavi ottenuti da questi “dirottamenti” non sono stato ancora quantificati. Le migliaia di proteste degli utenti pubblicate sui forum di YouTube sembrerebbero suggerire un volume d’affari piuttosto elevato. Il fenomeno sembrerebbe comunque in continua crescita.
Cinque siti appartenenti al network Italianshare e due siti ad esso affiliati sono stati sequestrati dalla Guardia di Finanza di Agropoli (SA) in seguito ad un’indagine sulla condivisione illecita di materiale protetto da copyright.
Sembra infatti che i siti offrissero agli utenti un servizio di indicizzazione di link attraverso i quali si accedeva a materiale protetto da copyright, come film, software, videogiochi, musica e libri.
Sebbene il materiale illecito non fosse ospitato sui server di Italianshare, attraverso il servizio di indicizzazione era possibile individuare pagine esterne – appartenenti ad altri siti – sulle quali era possibile visualizzare o scaricare i file.
Le indagini, attualmente ancora in corso, sono ora volte a quantificare i proventi derivanti dalla gestione del network, che ospitava sulle sue pagine diversi banner pubblicitari, nonché a identificare tutti i soggetti che hanno partecipato alla sua organizzazione.
Come già accaduto in casi simili, il “sequestro” dei siti si traduce nella pratica in un oscuramento, attuato tramite un blocco di accesso effettuato dai singoli ISP.
Il principale gestore di Italianshare è stato identificato in un uomo di 49 anni di Agropoli che operava in rete con il nickname “Tex Willer”. L’uomo rischia ora sanzioni penali, così come coloro che hanno contribuito alla condivisione illecita delle opere.
Stando a quanto viene riportato da diversi magazine online, gli inquirenti stanno anche esaminando la provenienza delle donazioni al sito effettuate attraverso account PayPal.


