Direttore Scientifico: Prof.ssa Avv. Giusella Finocchiaro
Curatrice Editoriale: Dott. Giulia Giapponesi

I cittadini che denunceranno illeciti compiuti da colleghi di lavoro saranno tutelati da eventuali misure di discriminazione riconducibili alla propria segnalazione.

Il testo approvato alla camera mira a permettere una segnalazione tempestiva degli illeciti, prevedendo un rapido riscontro delle autorità e  impedendo al contempo eventuali ritorsioni per la figura del whistleblower, giuridicamente protetta e ritenuta di utilità pubblica. Il termine whistleblower (soffiatore nel fischietto) si riferisce al lavoratore che si trovi a segnalare possibili frodi, pericoli o rischi di danneggiamento di persone e attività, rilevati all’interno dell’ambiente di lavoro.

Il testo prevede che la denuncia dell’illecito sia rivolta all’Autorità Nazionale Anticorruzione (Anac) o alla magistratura ordinaria e contabile. La segnalazione dell’illecito sarà ritenuta valida se fatta in “buona fede” e senza dolo o colpa grave, cioé motivata dalla “ragionevole convinzione fondata su elementi di fatto, che la condotta illecita segnalata si sia verificata”. L’identità del whistleblower non potrà essere rivelata, e non saranno ammesse segnalazioni anonime.

Nel provvedimento è prevista una “Clausola anti-calunnie”: nel caso si accerti la mancanza di buona fede o l’infondatezza della segnalazione sarà avviato un procedimento disciplinare e l’eventuale licenziamento in tronco. Le misure di discriminazione verificate nei confronti del whistleblower saranno sanzionate dall’Anac con multe da 5 a 30mila euro. Per l’autore della segnalazione non è invece previsto alcun genere di premio.

La proposta di legge approvata alla Camera comprenderà gli uffici pubblici, enti pubblici economici, gli enti di diritto privato sotto controllo pubblico e il settore privato.

Il quotidiano Lettera43 ha recentemente intervistato Giusella Finocchiaro sul tema delle recensioni negative anonime su Tripadvisor. Vi proponiamo un estratto dell’articolo.

tripadvisor

[...] In Italia, la levata di scudi di commercianti e imprenditori è sempre più compatta: da Federalberghi, che in una nota ha parlato di «vera emergenza», a causa di «illeciti capaci di turbare il lavoro degli operatori turistici con ricatti e paure», all’associazione Sos albergatori, che con l’applicazione Pirtadvisor provano a smascherare le recensioni ingannevoli, fino a quelli diventati aperti oppositori del portale Usa, tanto da esporre all’entrata del locale un cartello inequivocabile: «Qui non si accettano utenti di TripAdvisor».
Il problema, dibattuto da anni, è innanzitutto giuridico: il decreto legislativo 70/2003 (concepito in attuazione della direttiva europea 2000/31/Ce) prescrive che il titolare del servizio sul web non è responsabile delle informazioni inviate da un utente, a meno che non sia a conoscenza del fatto che l’attività o l’informazione è illecita, o che qualora a conoscenza di tali fatti, su richiesta del giudice, non agisca subito per rimuovere le informazioni o per inibirne l’accesso.
È per questo che TripAdvisor o altri siti simili non hanno l’obbligo di verificare l’identità di chi scrive o le informazioni riportate, e dunque «l’unica tutela possibile è quella a reato già avvenuto: chiedere la rimozione della recensione, direttamente o tramite il proprio legale, e il risarcimento del danno», spiega a Lettera43.it Giusella Finocchiaro, avvocatessa e docente di Diritto di internet all’Università di Bologna, e che dal 2003 studia la privacy e l’anonimato in rete, «o agire in giudizio, anche in caso di diffamazione o lesione del diritto all’identità personale»

Continua su Lettera 43

Quali sono le attuali massime possibilità di utilizzo dei dati personali da parte di organizzazioni e aziende? Perché è importante proteggere a tutti i costi la nostra privacy?

Nel video che vi proponiamo – tratto da TED Global2013 – Alessandro Acquisti, economista comportamentale della Carnegie Mellon University di Pittsburgh Online, racconta come le ricerche nel campo della privacy abbiano portato a dimostrare un paradosso del comportamento umano: desideriamo la privacy ma non riusciamo a fare a meno di diffondere online informazioni, anche personali, su di noi.
Il gruppo di ricerca della Carnagie Mellon University ha elaborato uno studio sulle tecnologie di riconoscimento facciale nelle foto in grado di collegare l’immagine di un volto anonimo alle sue generalità, e al suo account Facebook, in circa 3 secondi. Un’ulteriore analisi ha permesso di dimostrare come sia possibile ottenere un social security number americano utilizzando un algoritmo di base collegato alle informazioni pubblicate online.
In questo video, a tratti angosciante, Acquisti ci spiega perché la protezione dei dati personali sarà la lotta del nostro futuro.

Due recenti decisioni giurisprudenziali inducono a riflettere sul tema della responsabilità della Rete. Si tratta della decisione dalla Corte Europea per i Diritti Umani nel caso Delfi AS contro Estonia e della recente sentenza del Tribunale di Grande Istanza di Parigi nel caso Max Mosley contro Google Inc.

Le due sentenze affermano rispettivamente la responsabilità del portale e del motore di ricerca per i contenuti pubblicati dagli utenti.

Queste decisioni, ritengo, impongono al giurista il dovere di interrogarsi sull’attualità della direttiva europea 31/2000 sul commercio elettronico e sul regime di responsabilità del provider. Va peraltro precisato che la responsabilità del provider non può che essere ulteriore rispetto a quella dell’utente dell’illecito.

La decisione della Corte Europea per i Diritti Umani evidenzia una sostanziale compatibilità della condanna ad un risarcimento danni del portale informativo estone, per i commenti diffamatori ivi pubblicati da lettori anonimi, con l’art. 10 della Convenzione che tutela la libertà di espressione. Risarcimento molto esiguo che ammonta a soli 320 euro per danno non patrimoniale, ma che evidenzia in modo netto il principio espresso dalla Corte: chi è stato diffamato deve essere in condizione di ottenere un risarcimento (non era possibile individuare l’autore nel caso di specie).

La sentenza dal Tribunale di Grande Istanza di Parigi, che ha suscitato ultimamente molti interrogativi, ha condannato Google Inc. alla rimozione dei link relativi alle fotografie non autorizzate riguardanti l’ex presidente della Fia (Federazione internazionale dell’automobilismo), Max Mosley. Due mesi sono stati assegnati a Google dal giudice Marie Mongin per conformarsi alla decisione e per rimborsare l’ex presidente con la simbolica cifra di 1 euro di danni e 5000 euro per le spese legali.

È evidente per gli addetti ai lavori il disallineamento fra dato normativo e giurisprudenza.

Se si considera il solo dato normativo non ci sono dubbi: la responsabilità del provider è disciplinata dalla direttiva europea e, nell’ordinamento italiano, dall’art. 17 del d.lgs. 70/2003 che esclude un obbligo di sorveglianza e configura una responsabilità successiva alla commissione dell’illecito solo a determinate condizioni.

Dal punto di vista storico, questa norma nacque per soddisfare le esigenze dell’economia, approccio che del resto caratterizza la stessa direttiva 31/2000 nonché lo stesso approccio dell’UE al commercio elettronico: l’esigenza era quella di favorire lo sviluppo di Internet. È, d’altronde, assai peculiare una norma sulla responsabilità che esonera da responsabilità. Questa esigenza economica è accompagnata anche dalla necessità di soddisfare ulteriori esigenze: libertà e neutralità della Rete.

Oggi, tuttavia, la giurisprudenza pare cercare sempre più frequentemente soluzioni interpretative che consentano di superare il dettato normativo.

Emblematico in Italia il recente caso Google- Vividown (Trib. Milano, 12 aprile 2010, poi riformato dal Tribunale di Appello di Milano il 21 dicembre 2012) in cui il fondamento della reposnsabilità in capo a Google fu ravvisato nella normativa sulla protezione dei dati personali.

È dunque necessario riflettere sulle ragioni storiche ed economiche alla base di questo cambiamento di scenario. Dal 2000 ad oggi, in poco meno di un quindicennio, Internet è radicalmente cambiata. La necessità, oggi, non è più quella di “far crescere la rete”, ma quella di ripensare la disciplina normativa nonché l’allocazione di responsabilità, in questa fase di maturità di Internet.

È d’obbligo inoltre una riflessione sul ruolo dei motori di ricerca. Sono davvero neutri? O generano una sorta di realtà parallela per l’utente medio di Internet?

Si registrano già alcune decisioni che affermano la responsabilità dei motori di ricerca: nel Regno Unito la sentenza della Royal Courts of Justice del 14 febbraio 2013, in Australia la sentenza Trkulja v. Google del 12 novembre 2012 ed infine in Francia la sentenza del Tribunal de Grand Istance de Paris che ha condannato Google per diffamazione con la sentenza dell’8 settembre 2010.

Queste decisioni impongono al giurista il dovere di interrogarsi sull’attualità del d.lgs. 70/2003 e sulle esigenze di riforma.

È il momento dunque di cominciare a porsi delle domande e di ripensare ad una norma nata nel 2000, ma pensata ancora prima, quando l’obiettivo principale era far crescere Internet.

Qual è la funzione della responsabilità civile e il suo obiettivo in questo nuovo contesto?

Per rispondere a questa domanda occorre rispondere ad altre due domande. E si tratta di domande di metodo, in un contesto in cui invece sempre più spesso si scrivono leggi senza avere un progetto, senza chiedersi perché, abbandonando quello che dovrebbe invece essere il vero ruolo del giurista che è quello di porre e porsi domande e solo dopo di scrivere le norme.

E le (almeno due) domande da porsi sono queste.

La prima: quali sono i valori che attraverso il diritto è chiamato a tutelare in questo caso?

La seconda: chi decide? Il giudice o il legislatore?

twitter-bird-white-on-blueTwitter dovrà consentire alle autorità francesi i dati identificativi degli utenti che utlizzano la piattaforma per incitare all’odio razziale.

Questo quanto stabilito dal Tribunal de grande instance di Parigi, che ha ordinato al social network di fornire i dati utili all’identificazione degli autori anonimi di tweet ritenuti illegali per il sistema giuridico francese, come quelli con cotenenuto antisemita. I dati degli utenti che Twitter dovrà rivelare possono icludere nomi, indirizzi email e indirizzi IP. L’ingiunzione del tribunale francese impone anche alla piattaforma l’istituzione un agevole sistema per la segnalazione di tali abusi da parte dei cittadini.

La sentenza giunge a seguito di un’azione di protesta della Union des Étudiants Juifs de France (UEJF) che, nel 2012, si è rivolta alla giustizia per ottenere la rimozione di tutti i cinguettii da ritenersi “palesemente illegali”, e per chiedere a Twitter la consegna alle autorità dei dati necessari ad identificarne gli autori.

Twitter ha ora due settimane di tempo per prendere provvedimenti ed evitare una sanzione di mille euro per ogni giorno di inadempienza. Tuttavia la questione della giurisdizione territoriale potrebbe “salvare” il social network: i legali di Twitter hanno infatti comunicato al Tribunale parigino che la piattaforma adempirà all’ordine solo se sarà emesso da un tribunale statunitense.

posted by admin on novembre 12, 2012

Libertà di Internet, anonimato

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Nuovo stop per la Proposition 35, il disegno di legge californiano che prevede una sorveglianza speciale sulle attività online di cittadini condannati per traffico di esseri umani per sfruttamento sessuale.

La proposta normativa, oggetto di un referendum popolare lo scorso 6 novembre, imporrebbe ai condannati l’obbligo di registrare presso le autorità statali alcuni dati identificativi utili a tracciare l’attività in rete, quali gli username, gli indirizzi email e l’ISP di riferimento. I condannati sarebbero inoltre tenuti ad informare la polizia ogni qualvolta lasciassero un commento su di un sito web.

Il referendum sulla proposta ha avuto un esito senza precedenti con l’approvazione della legge da parte dell’81% dei votanti.

Tuttavia, quella che sembrava dover essere una legge plebiscitaria ha sollevato invece molte polemiche e la ferma opposizione di alcuni gruppi per la protezione dei diritti civili, tra cui la Electronic Frontier Foundation (EFF) e American Civil Liberties Union (ACLU), che hanno avviato un ricorso contro la conversione in legge.

Il ricorso si basa sulla presunta incostituzionalità della Proposition 35 che, nel proibire il diritto all’anonimato dei condannati violerebbe il primo emendamento della costituzione degli Stati Uniti. “Fortunatamente la nostra costituzione si applica a tutti i cittadini” avrebbe dichiarato il legale dell’ALCU “ed è percoloso per una democrazia affermare che un diritto costituzionale non vale per alcuni reietti”.

Secondo la EFF, la Proposition 35 consente al governo il monitoraggio degli account online, ma non salvaguarda i diritti civili e la privacy. Inoltre, la proposta non chiarisce a chi dovrebbe essere riconosciuta la competenza di un controllo accurato delle liste degli account online, e manifesta una certa vaghezza intorno l’utilizzo dei dati disponibili.

Al fine di verificare la costituzionalità della proposta, il giudice Thelton Henderson ne ha quindi temporaneamente bloccato l’entrata in vigore del provvedimento, attualmente in attesa di giudizio formale, fissando l’udienza per i riccorenti al 20 novembre 2012.

posted by admin on ottobre 24, 2011

Libertà di Internet, anonimato

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A seguito della richiesta formale della Electronic Frontier Foundation, il vice presidente di Google+ ha annunciato che presto il social network permetterà ai suoi utenti anche l’utilizzo di pseudonimi.

Ad oggi, infatti, la policy anti-psudonomi di Google+ bloccava i profili degli utenti che non presentavano il nome e cognome reale dell’intestatario dell’account. Una pratica duramente criticata dall’Electronic Frontier Foundation, che, pur riconoscendo il diritto delle aziende di determinare le loro regole interne, ha sostenuto la causa di quanti reclamavano l’uso di uno pseudonimo come garanzia di una maggiore libertà di espressione.

L’annuncio dell’apertura agli pseudonimi arriva dopo un lungo dibattito che è stato denominato “Nymwars” (da pseudonyms wars), nel quale diverse organizzazioni, associazioni e privati cittadini hanno discusso sui vantaggi e gli svantaggi della regola di Google+ che obbligava gli utenti ad identificarsi con il loro vero nome.

Il vice presidente di Google+ non ha tuttavia ancora specificato quando entrerà in vigore la nuova policy.

posted by admin on ottobre 17, 2011

anonimato

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La questione dell’anonimato online, attualmente molto dibattuta in rete, è il tema di un interessante intervento ospitato sulla piattaforma TED.

Il relatore, Christoper “m00t” Poole, è il giovane fondatore di “4Chan“, un portale che ospita discussioni e immagini pubblicate dagli utenti, caratterizzato dal completo anonimato di tutti i partecipanti e dall’assenza di una “memoria”, e cioè di un archivio, del portale.

La relazione di Poole, volta a mettere in luce gli aspetti positivi, sociali e collaborativi, dell’anonimato e il suo contributo alla cultura underground della rete, è bilanciata dall’intervento di Chris Anderson, direttore di Wired USA e curatore di TED, che pone alcuni interrogativi che stimolano ulteriori riflessioni.

Per maggiori informazioni si rimanda alla pagina TED dell’intervento.

posted by Giulia Giapponesi on ottobre 14, 2011

Web 2.0, anonimato

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2011tripadvisorFederalberghi, la federazione italiana degli albergatori, ha dato il via ad una protesta formale contro i siti che raccolgono le recensioni anonime degli utenti.

In una recente lettera indirizzata al Ministero del Turismo e al Ministero delle Attività Produttive, il presidente della federazione Bernabò Bocca, ha chiesto l’introduzione di norme su blog e siti, tra cui il diritto di replica, l’obbligo della firma comprensiva di nome e cognome sulle recensioni o, in alternativa la presa di responsabilità da parte del sito.

Il principale bersaglio della protesta della Federazione sarebbe Tripadvisor, il portale di viaggi in cui gli utenti scambiano opinioni su hotel, ristoranti e attrazioni turistiche di tutto il mondo.

Considerato come uno dei servizi “pionieri” del web 2.0, Tripadvisor dal 2000 raccoglie le recensioni degli utenti, in forma anche anonima, senza nessun controllo o censura. Il portale, che oggi raccoglie oltre 40 milioni di visitatori mensili, è di proprietà di Expedia Inc., la compagnia americana di viaggi, colosso delle prenotazioni online, che gestisce popolari siti quali Expedia.com, Hotels.com, Hotwire.com.

È proprio la concomitanza tra l’anonimato e la gestione di Expedia del sito a non convincere il presidente Bocca, secondo il quale l’obbligo per gli utenti di autenticarsi sul portale con nome e cognome, e magari anche con l’aggiunta delle date del soggiorno, sarebbe una garanzia sull’autenticità delle recensioni e fugherebbe il sospetto che le opinioni siano in realtà create ad hoc.

Il comunicato stampa in cui la Federalberghi annuncia la richiesta di adozione di un provvedimento contro le recensioni anonime riporta anche la notizia di una sentenza del Tribunale di Parigi che ha condannato nei giorni scorsi Expedia, TripAdvisor ed Hotels.com a pagare una multa da 430mila Euro per pratiche commerciali sleali e ingannevoli.

Il Tribunale ha così accolto le richieste della Synhorcat (l’associazione francese degli albergatori) che accusava Expedia di aver fornito al pubblico informazioni sbagliate circa la disponibilità di posti in alcuni alberghi a beneficio di altri hotel, partner commerciali del sito stesso. La Synhorcat contestava inoltre il fatto che la partnership tra Expedia e Tripadvisor non fosse in alcun modo esplicitata agli utenti.

La condanna, anche se solo in parte pertinente alla protesta della Federalberghi, è stata annunciata come un importante successo dell’azione che Hotrec (l’organizzazione europea degli alberghi, ristoranti e bar), insieme a Federalberghi e alle altre associazioni nazionali, sta promuovendo in tutti i paesi europei per contrastare le pratiche commerciali scorrette.

Sembra tuttavia che non tutte le associazioni nazionali siano unite nella lotta contro le recensioni anonime di Tripadvisor. Confindustria Alberghi e Confindustria AICA (Associazione Italiana Compagnie Alberghiere) hanno recentemente inaugurato una collaborazione continuativa con TripAdvisor for Business orientata a superare le criticità e ad individuare le principali aree di miglioramento delle funzionalità di TripAdvisor dedicate alle aziende del settore ricettivo.