Direttore Scientifico: Prof.ssa Avv. Giusella Finocchiaro
Curatrice Editoriale: Dott. Giulia Giapponesi

Quotidiano Nazionale, testata che riunisce Il Resto del Carlino, Il Giorno e La Nazione, il 15 aprile 2017 ha pubblicato un commento a cura di Giusella Finocchiaro sul tema della privacy e dei minori.

Sono valide le iscrizioni a Facebook (e in generale ad un social network) di bambini e adolescenti? Se per concludere un contratto è necessario essere maggiorenni, perché non occorre esserlo per iscriversi ad un social? Insomma: quanti anni occorre avere per prestare un valido consenso al trattamento dei dati personali? Secondo Facebook tredici, secondo la legge italiana diciotto.

E allora come si spiega la presenza di così tanti bambini e adolescenti italiani sui social? Semplice: secondo la maggior parte dei contratti di iscrizione, non vale la legge italiana, ma quella del social network e quindi per Facebook quella degli Stati Uniti e della California.

Quale legge prevale? È il più classico dei problemi giuridici su Internet: quello della determinazione della legge applicabile e della giurisdizione. Il nuovo Regolamento europeo 679/2016 sul trattamento dei dati personali, che costituisce una nuova disciplina europea sulla privacy, direttamente applicabile dal maggio 2018, lo risolve con un parziale compromesso. Prevede che prevalga il diritto europeo e che bastino 16 anni (ma i singoli Stati membri possono stabilire un’età inferiore, purchè non al di sotto dei 13 anni). Se il minore ha un’età inferiore ai 16 anni, il consenso è prestato o autorizzato dal titolare della responsabilità genitoriale.

Secondo recenti sentenze italiane su casi analoghi (pubblicazioni di foto dei propri figli sui social), in questo caso occorrerebbe il consenso di entrambi i genitori. È evidente che non sarà molto difficile eludere questa norma. Ma, come prevede il Regolamento europeo, è il social che deve controllare, utilizzando la tecnologia disponibile.

Il Quotidiano Nazionale, testata che riunisce Il Resto del Carlino, Il Giorno e La Nazione, il 10 aprile 2017 ha pubblicato oggi un’intervista a Giusella Finocchiaro sul tema della privacy e delle telefonate commerciali.

Il Registro delle opposizioni è stato un tentativo, ma non funziona. Per difenderci abbiamo tre strade giudiziarie. La segnalazione al Garante privacy, la denuncia penale o quella civile.

L’illecito trattamento dei dati è punito dal Codice Privacy con la reclusione dai sei ai diciotto mesi. Si arriva a 24 mesi quando ci sono di mezzo comunicazione e diffusione. Nei casi più gravi, per esempio in caso di violazione delle disposizioni sulle informazioni sensibili, è prevista la reclusione da uno a tre anni.

Il Garante fa un’istruttoria e commina una multa. Il problema è che è oberato di lavoro, i tempi non sono rapidi. Anche se le sanzioni erogate sono state parecchie. Il Garante può anche chiedere una tutela penale per il cittadino. Poi c’è la via civile: se il cittadino riceve disturbi, può chiedere il risarcimento. Alcune decisioni hanno riconosciuto un danno perché era stata turbata la vita di una persona.

Purtroppo per diventare vittime di violazioni della nostra privacy basta stipulare un qualunque contratto. Dovrebbero chiederci un consenso specifico per usare il nostro nome a fini di marketing. Supponiamo di comprare un bene su Internet. per la consegna a casa devo dare indirizzo e email. Sono informazioni necessarie, per legge non dovrebbero nemmeno chiedere il consenso privacy. Ma magari il fornitore vuole usare i miei dati anche per informarmi di altre offerte. Qui il consenso diventa necessario. Ma alcuni pensano che essere poco corretti sia vantaggioso e chiedono un unico sì per fare la consegna prima e il marketing poi. Di solito è scritto tra le righe dell’informativa privacy, ma nessuno la legge, è per addetti ai lavori. Questa cattiva pratica è abbastanza diffusa. Non sono così tanti quelli che si fanno un vanto di seguire le regole.

Ovviamente c’è una strada legale. Ci danno tutte le informazioni corrette, ci chiedono se siamo disponibili affinché i nostri dati vengano usati per fini di marketing. A questo punto le informazioni girano, e non è detto che lo facciano gratuitamente. Nomi numeri e abitudini commerciali hanno un valore. Sono frammenti della nostra personalità ma anche beni economicamente rilevanti. E passano magari da una società all’altra.

Il punto di partenza della violazione è comunque sempre un consenso che non c’è o è mischiato. Poi le liste continuano a viaggiare. I rimedi per opporsi sulla carta ci sono, lo abbiamo verificato. Il problema è che sono parzialmente efficaci. E su internet si vedono anche identità digitali complete.


Facebook ha annunciato l’introduzione di nuovi strumenti per impedire la diffusione online di immagini intime di persone non consenzienti, una forma di vendetta sempre più diffusa, non solo fra gli adolescenti.

Per le vittime di “revenge porn” le conseguenze, sia psicologiche che sociali, sono spesso devastanti. È tristemente noto, non solo in Italia, il caso di Tiziana, la donna di 31 anni che nel settembre 2016 morta suicida in seguito alla diffusione incontrollata di un video intimo pubblicato da un suo ex-partner per vendetta.

Si tratta di un crimine di difficile contrasto perché la condivisione incontrollata del contenuto non permette la cancellazione dalla memoria della rete.

Nell’ottobre 2016 In Irlanda un giudice della corte suprema di Belfast aveva respinto il tentativo di Facebook di evitare il tribunale nel caso di una 14enne, che nonostante vari tentativi di rimozione, non era riuscita a rimuovere una sua foto intima in una “pagina della vergogna” su social perché altri utenti continuavano a condividerla L’azienda californiana si era difesa spiegando di aver rimosso la foto a ogni segnalazione, ma secondo i legali della minorenne Facebook avrebbe avuto il potere di prevenire ogni ripubblicazione usando un sistema di identificazione dell’immagine.

In quest’ottica, il social network ha studiato un meccanismo che possa evitare tempestivamente la condivisione di un contenuto segnalato.

Funziona così: gli utenti possono segnalare le foto con uno speciale contrassegno che allerta il personale tecnico specializzato per una revisione dell’immagine che possa stabilire se il contenuto viola gli standard della community. In caso di accertata violazione l’immagine viene rimossa e, grazie alla tecnologia di foto-matching, individuata anche sulle bacheche di altri utenti che possono averla già condivisa.

Questo intervento non riguarda solo i post su Facebook, anche Messenger e Instagram sono coinvolti nel sistema di segnalazione e rimozione. Per ora però l’innovazione non riguarda WhatsApp.

Dal punto di vista legislativo la “revenge pornography” è considerata un crimine in diverse giurisdizioni nazionali, come ad esempio in 34 stati degli USA, in Australia e nel Regno Unito. Attualmente in Italia non esiste una legge specifica e la casistica rientra nella fattispecie del reato di diffamazione e di violazione della privacy.

il 27 settembre del 2016 è stata presentata una proposta di legge per l’introduzione dell’articolo 612-ter del codice penale , concernente il reato che si manifesta attraverso la pubblicazione via internet di contenuti pornografici, sia fotografici che video, senza l’esplicito consenso dei soggetti interessati. La proposta prevede che la pubblicazione online di simili contenuti sia punita con la reclusione da uno a tre anni e la pena sia aumentata della metà se il fatto è commesso dal coniuge, anche separato o divorziato, o da persona che è o è stata legata da relazione affettiva alla persona offesa.

A seguito del reclamo presentato dalla madre di Tiziana Cantone, il Garante per la protezione dei dati personali ha avviato un’istruttoria chiedendo ai principali motori di ricerca?, ?Google e Yahoo?, ?di giustificare le ragioni per le quali sugli stessi risultino ancora indicizzate pagine sulle quali sono pubblicate immagini o video pornografici associati al nome della donna.

Anche se pubblicati con una modalità di privacy “elevata”,  i post su Facebook non possono essere ritenuti riservati ai soli “amici” pertanto, soprattutto per quanto riguarda le informazioni su minori, l’attenzione deve essere massima.

Con un recente provvedimento il Garante privacy ha ordinato a una donna di rimuovere dal proprio profilo Facebook due sentenze sulla cessazione degli effetti civili del matrimonio, che la donna aveva pubblicato in seguito alla sua separazione dal marito.L’Autorità è intervenuta su segnalazione dell’ex marito che lamentava una violazione del diritto alla riservatezza della figlia, citata nelle sentenze.

Il Garante ha effettivamente ritenuto che la divulgazione dei provvedimenti giurisdizionali in questione fosse incompatibile con quanto stabilito dal Codice privacy. Il Codice vieta infatti la pubblicazione “con qualsiasi mezzo” di notizie che consentano l’identificazione di un minore coinvolto in procedimenti giudiziari, nonché la diffusione di informazioni che possano rendere identificabili, anche indirettamente, i minori coinvolti.

Nel caso specifico, il Garante ha rilevato che le sentenze consentono di rendere identificabile la bambina nella cerchia di persone che condividono le informazioni “postate” dalla madre sul proprio profilo e contengono dettagli molto delicati, anche inerenti alla sfera sessuale, al vissuto familiare e a disagi personali della piccola.

L’Authority ha inoltre ritenuto che la violazione di diritti della persona, in questo caso per giunta minore di età, è aggravata dall’estrema pervasività della divulgazione su Internet. Il fatto che il post pubblicato sul profilo fosse accessibile ad una ristretta cerchia di ”amici” non può essere garanzia di riservatezza perché il profilo è facilmente modificabile, da “chiuso” ad “aperto”, in ogni momento da parte dell’utente. A questa eventualità si aggiunge quella in cui un “amico” condivida il post sulla propria pagina, rendendolo visibile ad altri iscritti “determinando così una possibile conoscibilità “dinamica”, più o meno ampia, del contenuto che può estendersi potenzialmente a tutti gli iscritti a Facebook”.

Il provvedimento ha disposto quindi la rimozione delle sentenze pubblicati dalla madre.

Recentemente la Corte di Cassazione si è trovata ad affrontare il tema della qualificazione della causale di bonifico come dato sensibile ove indichi indennizzi elargiti per malattia o invalidità, esplicitati della dicitura “assegno ex l. 210/1992”, legge che riconosce le indennità a favore dei soggetti danneggiati da complicanze di tipo irreversibile a causa di vaccinazioni obbligatorie, trasfusioni e somministrazioni di sangue o, in caso di decesso, in favore dei congiunti delle vittime.

Sul punto i giudici della Suprema Corte si sono espressi a più riprese con orientamenti contrastanti. In tutti i casi esaminati la questione concerneva i rapporti tra la Regione, erogatrice dell’indennizzo e ordinatrice del bonifico, e la banca del soggetto menomato o contagiato, ricevente il bonifico per conto del suo correntista.

Nella prima pronuncia risalente al 2014 (sentenza del 19 maggio 2014, n. 10947), la Corte ha ritenuto la causale di bonifico recante i menzionati riferimenti legislativi alla stregua di un dato sensibile, evidenziando l’illecito trattamento dei dati da parte della Regione e della banca posto che nel diffondere e conservare tali dati non avevano adottato idonee tecniche di cifratura o numeri di codici non identificabili, come prescritto dall’art. 22, 6° comma del Codice in materia di protezione dei dati personali.

Nella seconda pronuncia – più articolata della precedente – (sentenza del 20 maggio 2015, n. 10280) i giudici supremi hanno ribaltato l’orientamento seguendo un iter decisionale del tutto opposto. In primo luogo, hanno negato alla causale di bonifico così compilata la natura di dato sensibile, rilevando come la legge a cui si faceva riferimento prevedeva che beneficiari dell’indennizzo potessero essere, alternativamente, i soggetti direttamente colpiti o anche i loro familiari. Dal momento che l’elargizione dell’assegno non dipendeva dalla malattia del soggetto che materialmente riceveva il bonifico, i giudici concludevano che l’informazione non fosse sufficiente a rivelare lo stato di salute del beneficiario e, dunque, non fosse dato sensibile.

In secondo luogo, secondo la Corte di Cassazione, non poteva parlarsi di “diffusione” di dati da parte della Regione alla banca giacché tale – a norma dell’art. 4, lett. m) del Codice – può considerarsi solo la comunicazione a soggetti indeterminati, mentre nel caso di specie la comunicazione avveniva solo nei confronti della banca del correntista beneficiario dell’indennizzo.

I giudici hanno poi rilevato che il riferimento all’art. 22, 6° comma del Codice Privacy era privo di fondamento posto che, come correttamente riportato, l’adozione di tecniche di cifratura risulta applicabile solo a casi specifici ove i dati provengano da elenchi o registri e la finalità sia quella di gestione ed interrogazione degli stessi. Neppure la banca poteva essere considerata onerata dell’adozione di tali misure per tre ragioni: la disposizione in oggetto si applicava ai soli soggetti pubblici; in capo ai soggetti privati sorgeva l’obbligo di cifratura solo per i dati idonei a rivelare lo stato di salute e se trattati con strumenti elettronici, condizioni entrambi assenti nel caso di specie; la comunicazione al proprio cliente di dati personali riguardanti esso stesso non costituiva trattamento.

Secondo la Cassazione, infine, la banca operava come rappresentante del correntista che riceveva il pagamento della Regione per conto di quest’ultimo: l’imputazione del pagamento dunque valeva come compiuta dal debitore (Regione) direttamente al creditore (beneficiario dell’assegno).

La Suprema Corte ha così ritenuto legittime le condotte della Regione e della banca, non ravvisando alcun trattamento illecito di dati personali.

Il tema è tornato recentemente all’attenzione della Prima sezione civile della Corte di Cassazione, la quale con due ordinanze interlocutorie (rispettivamente nn. 3455 e 3456 depositate il 9 febbraio 2017) ha demandato alle Sezioni Unite il compito di sanare il contrasto giurisprudenziale in oggetto. In tale occasione, senza aderire all’uno o all’altro orientamento, la Cassazione si è solo espressa circa la qualificazione dell’indicazione dei riferimenti normativi nella causale del bonifico come “dato sensibile”, precisando che, sebbene il pagamento possa avvenire tanto nei confronti dei congiunti quanto del soggetto contagiato o menomato, solo verso quest’ultimo il pagamento sarebbe corrisposto in rate (mentre ai congiunti sarebbe corrisposta una somma una tantum). Tale forma di pagamento sarebbe dunque idonea a identificare inequivocabilmente il soggetto destinatario del pagamento come vittima di contagio o menomazione e, per tale motivo, l’indicazione del pagamento dei ratei costituirebbe dato sensibile.

Si rimane dunque in attesa di conoscere come le Sezioni Unite risolveranno il contrasto giurisprudenziale appena descritto e, in particolare, se daranno un’interpretazione estensiva o restrittiva al concetto di dato sensibile.

Il Garante privacy che ha vietato a una società l’uso delle utenze telefoniche reperite on line a fini promozionali in base al mancato consenso degli interessati.

Il fatto che alcuni numeri di telefono presenti in Internet siano liberamente accessibili a chiunque non significa che possano essere legittimamente usati per finalità che, come il marketing, sono diverse da quelle per cui sono stati pubblicati. Con questa motivazione il Garante ha vietato l’uso dei numeri di telefono raccolti da una società che per acquisire nuovi clienti e promuovere i propri prodotti contattava telefonicamente utenze di liberi professionisti e imprese individuali presenti nell’area “contatti” dei siti. Un trattamento non in linea con la disciplina di protezione dei dati personali perché effettuato senza aver prima acquisito il consenso informato dei destinatari e in violazione del principio di finalità.

Tra i clienti che non hanno potuto manifestare il libero e specifico consenso per l’invio di comunicazioni automatizzate promozionali, oltre a imprese individuali e liberi professionisti, vi erano anche numerose persone giuridiche, che in base all’art. 130 del Codice, continuano ad essere tutelate riguardo alle comunicazioni promozionali automatizzate (e-mail, telefonate, sms).

L’Autorità si è riservata di valutare l’applicazione delle sanzioni amministrative previste dal Codice per le violazioni rilevate.

I datori di lavoro non possono accedere in maniera indiscriminata alle email o ai dati contenuti negli smartphone in dotazione ai loro dipendenti. Lo ha ribadito il Garante privacy vietando a una multinazionale l’utilizzo dei dati personali trattati in violazione di legge.

L’Autorità ha affermato che il datore di lavoro, pur avendo la facoltà di verificare lo svolgimento delle attività professionali e le modalità di utilizzo degli strumenti aziendali, deve in ogni caso dare priorità alla salvaguardia della libertà e della dignità dei lavoratori. Quest’ultimi devono essere sempre informati in modo esauriente sulle modalità di utilizzo degli strumenti di lavoro ed eventuali verifiche da parte dei superiori. La disciplina di settore in materia di controlli a distanza, inoltre, vieta di effettuare attività di controllo massivo, anche indiretto, prolungato e indiscriminato dell’attività del lavoratore.

Il Garante è intervenuto sul tema in seguito al reclamo di un ex-dipendente di una multinazionale, che lamentava che l’azienda per cui lavorava avrebbe acquisito informazioni anche private contenute nella e-mail e nel telefono aziendale, sia durante il rapporto professionale sia dopo il suo licenziamento.

L’Autorità ha effettivamente constatato che la società non aveva adeguatamente informato i lavoratori sulle modalità e finalità di utilizzo degli strumenti elettronici in dotazione, né su quelle relative al trattamento dei dati. Inoltre, il sistema di posta elettronica aziendale era configurato in modo da conservare copia di tutta la corrispondenza per dieci anni, un tempo non proporzionato allo scopo della raccolta. Esisteva anche una procedura che consentiva ai datori di lavoro di accedere al contenuto dei messaggi che, in linea con la policy aziendale, potevano avere anche carattere privato. È inoltre emerso che la società continuava a mantenere attive le caselle email fino a sei mesi dopo la cessazione del contratto, senza però dare agli ex dipendenti la possibilità di consultarle o, comunque, senza informare i mittenti che le lettere non sarebbero state visionate dai legittimi destinatari ma da altri soggetti.

Nel corso dell’istruttoria è stato accertato inoltre, che il titolare poteva accedere da remoto – non solo per attività di manutenzione – alle informazioni contenute negli smartphone in dotazione ai dipendenti (anche privatissime e non attinenti allo svolgimento dell’attività lavorativa), di copiarle o cancellarle, di comunicarle a terzi violando i principi di liceità, necessità, pertinenza e non eccedenza del trattamento.

Il Garante ha disposto l’apertura di un autonomo procedimento per verificare l’applicazione di eventuali sanzioni amministrative.

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Il rating reputazionale rappresentato nell'episodio "Nosedive" della serie Tv "Black Mirror"

Il progetto per la misurazione del “rating reputazionale” viola le norme del Codice sulla protezione dei dati personali e incide negativamente sulla dignità delle persone, lo ha stabilito il Garante per la protezione dei dati personali.

Elaborato da un’associazione e e da una società preposta alla gestione dell’iniziativa, il progetto consiste in una piattaforma web e un archivio informatico che raccoglie grande quantità informazioni personali su diversi tipi di individui (candidati, imprenditori, liberi professionisti ma anche privati cittadini) caricate dagli utenti o provenienti dal web. Attraverso un algoritmo, il sistema sarebbe poi in grado di misurare in modo oggettivo l’affidabilità delle persone in campo economico e professionale, attribuendo un punteggio (rating) alla loro reputazione online.

Il Garante ha rilevato che il sistema comporta rilevanti problematiche per la privacy a causa della delicatezza delle informazioni, del pervasivo impatto sugli interessati e delle modalità di trattamento. Infatti, il progetto presuppone una raccolta massiva, anche on line, di informazioni suscettibili di incidere significativamente sulla rappresentazione economica e sociale di migliaia di cittadini. Il “rating reputazionale” elaborato potrebbe ripercuotersi sulla vita delle persone censite, influenzando le scelte altrui e condizionando l’ammissione degli interessati a prestazioni, servizi o benefici.

L’Autorità ha espresso dubbi anche in merito all’asserita oggettività delle valutazioni, sottolineando che la società non è stata in grado di dimostrare l’efficacia dell’algoritmo che regolerebbe la determinazione dei “rating” al quale dovrebbe essere rimessa, senza possibilità di contestazione, la valutazione dei soggetti censiti. Vista la difficoltà di misurare situazioni e variabili non facilmente classificabili, la valutazione potrebbe basarsi su documenti e certificati incompleti o viziati, con il rischio di creare profili inesatti e non rispondenti alla identità sociale delle persone censite.

Da un punto di vista generale, il Garante ha inoltre manifestato perplessità sull’opportunità di rimettere ad un sistema automatizzato ogni decisione su aspetti così delicati e complessi come quelli connessi alla reputazione.

Anche le misure di sicurezza del sistema, basate, prevalentemente, su sistemi di autenticazione “debole” (user id e password) e su meccanismi di cifratura dei soli dati giudiziari, sono state definite “davvero inadeguate” dall’Autorità Ulteriori criticità, infine, sono state ravvisate nei tempi di conservazione dei dati e nell’informativa da rendere agli interessati.

Il Garante ha pertanto disposto il divieto di qualunque operazione di trattamento presente e futura per il progetto di rating reputazionale.

Il 10 gennaio 2017 la Commissione ha presentato una proposta di regolamento sulle comunicazioni elettroniche che completa il quadro dell’UE in materia di protezione dei dati.

Il regolamento sulla riservatezza e le comunicazioni elettroniche proposto dalla Commissione garantirà una maggiore tutela della vita privata delle persone e schiuderà nuove opportunità commerciali. Le misure presentate sono volte ad aggiornare le norme attuali, estendendone il campo di applicazione a tutti i fornitori di servizi di comunicazione. Le norme in materia di riservatezza si applicheranno d’ora in poi anche ai nuovi operatori che forniscono servizi di comunicazione elettronica – ad esempio WhatsApp, Facebook Messenger, Skype, Gmail, iMessage, Viber. Sarà quindi aggiornata la vigente direttiva ePrivacy che si applica unicamente agli operatori di telecomunicazioni tradizionali.

L’obiettivo è quello di rafforzare la fiducia e la sicurezza nel mercato unico digitale creando un giusto equilibrio tra elevata protezione dei consumatori e possibilità di innovazione per le imprese. La proposta inoltre prevede che il trattamento dei dati personali ad opera delle istituzioni e degli organismi dell’UE garantisca lo stesso livello di tutela della riservatezza previsto negli Stati membri, così come disposto dal regolamento generale sulla protezione dei dati, e definisce un approccio strategico alle questioni concernenti i trasferimenti internazionali dei dati personali.

La riservatezza sarà garantita non solo per i contenuti delle comunicazioni ma anche per i cosiddetti metadati (ad esempio, l’ora della chiamata e il luogo) che, secondo le norme proposte, dovranno essere anonimizzati o eliminati in caso di mancato consenso degli utenti, a meno che non siano necessari, ad esempio per la fatturazione. Una volta ottenuto il consenso al trattamento dei dati relativi alle comunicazioni (contenuti e/o metadati), gli operatori di telecomunicazioni tradizionali avranno maggiori opportunità di utilizzare i dati e fornire servizi aggiuntivi.

È prevista la semplificazione della cosiddetta “legge sui cookie”, che ha causato una proliferazione di richieste di consenso per gli utenti. La proposta chiarisce che il consenso non è necessario per i cookie non intrusivi che migliorano l’esperienza degli utenti (ad esempio, quelli che permettono di ricordare la cronologia del carrello degli acquisti) e nemmeno per i cookie che contano il numero di utenti che visitano un sito web.

Per quanto riguarda lo spamming, la proposta odierna vieta le comunicazioni elettroniche indesiderate, indipendentemente dal mezzo utilizzato, quindi in linea di principio varrà anche per le chiamate telefoniche per le quali gli utenti non hanno dato il consenso al trattamento dei dati. Gli Stati membri possono optare per una soluzione che conferisca ai consumatori il diritto di opporsi alla ricezione delle telefonate a scopo commerciale, per esempio mediante la registrazione del loro numero in un elenco di nominativi da non chiamare. Gli autori delle telefonate a scopo commerciale dovranno mostrare il proprio numero telefonico o utilizzare un prefisso speciale che indichi la natura della chiamata.

In relazione all protezione dei dati personali da parte delle istituzioni e degli organismi europei il regolamento proposto punta ad allineare le disposizioni vigenti, che risalgono al 2001, alle nuove norme più stringenti fissate nel regolamento generale del 2016 sulla protezione dei dati.

La comunicazione proposta definisce un approccio strategico ai trasferimenti internazionali di dati personali che agevolerà gli scambi commerciali e promuoverà una migliore cooperazione fra le autorità di contrasto.  La Commissione intende avvalersi dei meccanismi alternativi previsti dalle norme del regolamento generale sulla protezione dei dati e dalla direttiva sulla protezione dei dati nell’ambito della cooperazione giudiziaria e di polizia al fine di agevolare lo scambio di dati personali con i paesi terzi con i quali non sia possibile giungere a decisioni di adeguatezza.

Con la presentazione delle proposte la Commissione invita il Parlamento europeo e il Consiglio a lavorare in tempi rapidi e a garantire un processo agevole per l’adozione entro il 25 maggio 2018, data di applicazione del regolamento generale sulla protezione dei dati. L’intento è quello di offrire entro tale data a cittadini e imprese un quadro giuridico pieno e completo in materia di tutela della vita privata e protezione dei dati in Europa.

Pubblicate le linee guida dei Garanti privacy europei relative all’attuazione del nuovo Regolamento privacy. Le linee guida riguardano, in particolare, il “responsabile per la protezione dei dati” (Data Protection Officer – DPO), il diritto alla portabilità dei dati, e la ”autorità capofila” che fungerà da “sportello unico” per i trattamenti transnazionali.

Il 13 dicembre 2016 il Gruppo dei Garanti Ue riuniti nell’Article 29 Working Party ha approvato tre documenti con indicazioni e raccomandazioni sulle novità del Regolamento 2016/679 sulla protezione dei dati, che dovrà essere applicato dagli Stati membri a partire dal maggio 2018.

Per quanto riguarda il Data Protection officer, la cui designazione sarà obbligatoria per tutti i soggetti pubblici e per alcuni soggetti privati sulla base di criteri chiariti nel documento, vengono specificati i requisiti soggettivi e oggettivi di questa figura, tra cui le competenze professionali e le garanzie di indipendenza e inamovibilità di cui il DPO deve godere nello svolgimento delle proprie attività di indirizzo e controllo all’interno dell’organizzazione del titolare.

Per quanto riguarda il diritto alla portabilità, si evidenzia il suo valore di strumento per l’effettiva libertà di scelta dell’utente, che potrà decidere di trasferire altrove i dati personali forniti direttamente al titolare del trattamento (social network, fornitore di posta elettronica etc.) oppure generati dall’utente stesso navigando in rete. Il documento esamina anche gli aspetti tecnici legati soprattutto ai requisiti di interoperabilità fra i sistemi informatici e alla necessità di sviluppare applicazioni che facilitino l’esercizio del diritto.

Infine, le linee guida hanno chiarito le caratteristiche di un elemento importante del nuovo quadro normativo, che aiuterà i titolari o responsabili del trattamento a individuare correttamente l’Autorità competente nei casi in cui il titolare o il responsabile trattino dati personali in più stabilimenti nell’Ue o offrano prodotti o servizi in più Paesi Ue anche a partire da un solo stabilimento. Per evitare controversie e garantire un’attuazione efficace del Regolamento i Garanti Ue hanno chiarito i criteri per la individuazione della “Autorità capofila” che deve fungere da “sportello unico” per i trattamenti transnazionali.

Su ciascuno di questi documenti, disponibili per ora solo in lingua inglese cliccando QUI, il Garante predisporrà delle apposite schede di approfondimento volte a far meglio comprendere e utilizzare i nuovi strumenti introdotti dal Regolamento.