Direttore Scientifico: Prof.ssa Avv. Giusella Finocchiaro
Curatrice Editoriale: Dott. Giulia Giapponesi

posted by admin on marzo 27, 2015

Eventi, PA telematica

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L’Osservatorio per la Fatturazione Elettronica e la Dematerializzazione organizza un convegno a Bologna dedicato all’obbligo di utilizzo della fattura elettronica da parte delle pubbliche amministrazioni.

Come indicato nel DL n. 66 del 24 aprile 2014, dal 31 marzo tutte le Pubbliche Amministrazioni, Centrali e Locali, potranno ricevere – e pagare – esclusivamente Fatture Elettroniche dai loro fornitori.

Quali conseguenze avrà questo passaggio – epocale – alla Fatturazione Elettronica? Pubblica Amministrazione e Fornitori sono pronti? Come è stata approntata da imprese e Pubbliche Amministrazioni la fatturazione elettronica obbligatoria verso le PA Centrali, scattata lo scorso 6 giugno 2014? Le imprese hanno recepito quest’obbligo come uno dei tanti adempimenti oppure hanno saputo cogliere una reale opportunità di crescita e di innovazione digitale?

La fatturazione elettronica può rappresentare una leva importante nel processo di digitalizzazione che vede coinvolto il nostro Paese: se “azionata” correttamente e consapevolmente, può portare con sé molteplici benefici, a partire da nuovi modelli di gestione per semplificare i rapporti tra imprese e Pubblica Amministrazione.

Obiettivo del Convegno è duplice: rappresentare un momento di interazione e confronto tra PA, Istituzioni e imprese; condividere le esperienze dal campo delle Pubbliche Amministrazioni che hanno già lavorato alla fatturazione elettronica per facilitare le imprese loro fornitori.

La prof. Giusella Finocchiaro interverrà nel corso del convegno con una relazione dedicata all’innovazione digitale nelle pubbliche amministrazioni. Per un approfondimento su questo tema si rimanda al recente articolo della prof. Finocchiaro sui vantaggi della fatturazione elettronica.

Il Convegno si terrà martedì 31 marzo 2015, dalle ore 09.30 alle ore 13.30, presso la sede di Regione Emilia Romagna in Viale della Fiera 12, Bologna.

La partecipazione è gratuita, previa iscrizione. Per maggiori informazioni ed iscrizioni si rimanda alla pagina web dedicata al convegno.

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Cancellato dal decreto antiterrorismo l’emendamento incentrato sulla concessione di misure atte a minare la privacy dei cittadini in nome di un potenziamento degli strumenti di prevenzione delle nuove minacce terroristiche.

Il decreto-legge 18 febbraio 2015, n. 7, prevedeva la possibilità che un magistrato autorizzasse intercettazioni da “remoto”, ovvero concedesse alle autorità di violare i computer dei cittadini, utilizzando strumenti informatici come malware. La norma è stata stralciata dopo un passaggio nelle commissioni Giustizia e Difesa.

Il decreto era stato approvato dal consiglio dei ministri lo scorso 10 febbraio, dalle commissioni per l’esame il 25 marzo, ed è attualmente in discussione alla Camera. Se l’emendamento fosse stato approvato, l’Italia sarebbe divenuta il primo Paese europeo ad autorizzare queste modalità di investigazione.

Nei giorni scorsi, il Presidente del Garante per la protezione dei dati personali, Antonello Soro, aveva espresso seria preoccupazione per degli emendamenti “che alterano il necessario equilibrio tra privacy e sicurezza”, in particolare riferendosi agli emendamenti antiterrorismo sulle intercettazioni preventive e sul prolungamento da uno a due anni dei termini di conservazione dei dati del traffico telefonico.

Le molte perplessità suscitate hanno portato il Presidente del Consiglio a riaprire il confronto alla Camera sollecitando una maggiore cautela nell’affrontare il delicato rapporto tra privacy e sicurezza.

In proposito, il viceministro dell’Interno, Filippo Bubbico, ha confermato che data la volontà del Governo di “contemperare le esigenze di sicurezza nella lotta al terrorismo con quelle di tutela della privacy”, sarà “utile approfondire il confronto e la riflessione sulle intercettazioni telematiche da remoto prolungando le consultazioni all’interno provvedimento sulle intercettazioni già in esame in Commissione”.

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posted by admin on marzo 23, 2015

Libertà di Internet

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urn:newsml:dpa.com:20090101:140321-90-002354Una nuova normativa consentirà ai ministeri di ordinare la chiusura di un sito internet senza il via libera dell’autorità giudiziaria.

L’approvazione di una nuova normativa ha riconosciuto al Governo turco il potere di richiedere il blocco immediato all’accesso di contenuti web considerati pericolosi per “la stabilità dello stato”.

La nuova legge permette ai ministri di agire direttamente, senza la decisione di un giudice, e impone ai provider il blocco o la rimozione dei contenuti entro quattro ore dalla comunicazione. Sarà possibile contestare l’azione del Governo appellandosi all’autorità giudiziaria, ma solo dopo che il blocco sia divenuto operativo, e sottoponendo l’azione di censura al vaglio dei giudici entro 48 ore dalla sua attivazione.

Negli ultimi anni, la linea intrapresa dal governo turco per la regolamentazione e il controllo della rete ha più volte suscitato aspre critiche, attirando l’attenzione internazionale.

Nel marzo 2014, a ridosso delle votazioni per il rinnovo dei consigli comunali e provinciali del paese, Twitter e Youtube furono bloccati dall’Autorità per le comunicazioni.

In quell’occasione, il primo ministro Recep Tayyip Erdo?an, che dal 14 febbraio 2015 possiede un suo profilo Twitter, aveva definito il social network “un coltello nelle mani di assassini”.

Nel settembre 2014, Human Rights Watch aveva denunciato la censura applicata a internet, ad opera del Governo turco, come un “controllo dell’attività in rete senza una supervisione indipendente”.

Nel gennaio scorso, una settimana prima della partecipazione alla marcia di Parigi in favore dell’unità e della libertà di espressione, il Governo di Ankara aveva ordinato la chiusura di tutti i siti che avessero scelto di pubblicare le vignette di Charlie Hebdo riguardanti l’islam.

L’attuale legge sulle telecomunicazioni presenta molti punti in comune con quella già avallata dal Parlamento turco nel 2014 e successivamente bocciata dalla Corte costituzionale.

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posted by admin on marzo 20, 2015

Tutela dei consumatori

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ebook-kindle-shelfL’Italia tra i firmatari della lettera che chiede alla Commissione europea la concessione di aliquote ridotte per i libri elettronici.

Il Ministro della Cultura italiano, Dario Franceschini, e i ministri di Francia, Germania e Polonia sono gli autori di una lettera alla Commissione europea nella quale si chiede il ripensamento dell’attuale legislazione che vieta una tassazione equivalente per libri cartacei e libri elettronici.

L’iniziativa congiunta dei ministri è stata intrapresa in seguito alle due sentenze della Corte di Giustizia Europea che hanno bocciato la decisione di Francia e Lussemburgo di ridurre l’aliquota IVA sui libri elettronici. Secondo l’interpretazione dei giudici, una riduzione dell’aliquota può essere applicabile per il supporto fisico, il libro cartaceo, ma non per quello elettronico, da considerarsi un servizio piuttosto che un supporto.

L’Italia, che dal gennaio 2015 ha introdotto un’agevolazione dell’IVA sugli ebook del 4%, si rivolge ora a Bruxelles chiedendo di “superare l’ingiustificata discriminazione fiscale” che coinvolge il mercato dei libri digitali, sottolineando che “è il contenuto che definisce il libro, non il modo in cui il lettore ne ha accesso”.

L’Associazione Italiana Editori (Aie) si era unita al coro degli editori europei che avevano sottoscritto una lettera aperta rivolta alle massime cariche del Consiglio e del Parlamento Europeo, nella quale si esortava un intervento volto a “eliminare la stortura che penalizza lo sviluppo del libro e della lettura nell’intero continente”. Il presidente dell’Associazione Italiana Editori ha espresso la propria soddisfazione per l’iniziativa appena intrapresa dal Ministro italiano.

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posted by admin on marzo 20, 2015

Tutela dei consumatori

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Annunciate procedure più agevoli per la segnalazione alle forze dell’ordine dei tweet con contenuti offensivi e minacciosi.

La nuova funzione offerta da Twitter consentirà a chi segnala messaggi che “possano far temere per la propria incolumità fisica” di ricevere un documento riepilogativo nel quale saranno contenute le informazioni necessarie per avviare rapidamente un’azione di controllo delle autorità competenti.

Con la procedura di segnalazione sarà possibile non solo richiedere la rimozione di un tweet del social network, ma anche specificare ulteriormente il tipo di infrazione che si intende sottoporre all’attenzione dello staff di Twitter.

Il nuovo modulo di segnalazione prevede l’inserimento i dati della persona che segnala i contenuti ritenuti lesivi e quelli della vittima delle offese o delle minacce, in modo da consentire un’azione di denuncia personale o per conto di terzi.

Successivamente, sarà possibile scegliere di ricevere via mail un documento riassuntivo nel quale saranno contenuti la descrizione del tweet e i dati dell’account di chi lo ha realizzato.

Nel documento sarà presente anche un link di riferimento che offrirà alle forze dell’ordine le indicazioni necessarie per avviare la procedura di controllo. A quel punto non resterà che consegnare il documento alle autorità competenti.

Twitter ha inteso rafforzare la sicurezza della piattaforma puntando su strumenti più semplici e tempestivi, utilizzabili con qualunque supporto, al fine di accelerare gli interventi di controllo ed evitare impedimenti di carattere procedurale e burocratico.

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posted by admin on marzo 16, 2015

Tutela dei consumatori, data breach

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OBCTre fra le maggiori case automobilistiche sono accusate di avere omesso le informazioni sui rischi legati ai sistemi informatici installati nelle proprie vetture.

In una class action depositata presso una Corte Distrettuale californiana, diversi acquirenti accusano General Motors, Ford e Toyota di avere deliberatamente nascosto ai consumatori i rischi connessi alle tecnologie presenti nelle autovetture di ultima generazione. L’accusa è stata formulata dopo che “60 Minuti” un popolare show televisivo americano, ha dimostrato che il sistema informatico di bordo è vulnerabile ad intrusioni digitali non autorizzate e i sistemi di comando, come frenata e accelerazione, possono essere controllati da terzi contro la volontà del guidatore.

Secondo gli acquirenti, la mancanza di informazioni offerte sui propri nuovi equipaggiamenti, sulla scarsa sicurezza e la conseguente esposizione a violazioni da parte di malintenzionati, renderebbe le tre case automobilistiche responsabili di frode, falsa pubblicità e violazione della normativa sulla tutela dei consumatori.

L’accusa collettiva ha offerto a sostegno delle proprie ragioni un documento della DARPA, agenzia Governativa del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, nel quale viene confermata l’impossibilità del conducente di mantenere controllo della vettura nell’eventualità di un intervento dall’esterno sul codice di supervisione dell’impianto elettrico.

Sono molti i modelli di ultima generazione a rischio di “hackeraggio” che affidano la gestione della parte elettronica, e dunque la sicurezza dei viaggiatori, a una rete CAN (Controller Area Network), a quanto pare, tutt’altro che invalicabile.

Si attende la che Ford, General Motors e Toyota rispondano alle accuse.

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In una recente sentenza, la Corte di Giustizia dell’Unione Europea si è espressa in merito ai contributi sull’equo compenso per copia privata.

La vendita di dispositivi di memorizzazione a soggetti diversi dalle persone fisiche per fini diversi alla riproduzione per uso privato dovrebbe essere esentata dall’obbligo di compenso per copia privata.

Così si è pronunciata la Corte di Giustizia dell’Unione Europea, chiamata dall’Alta Corte danese a intervenire con una pronuncia pregiudiziale su alcune questioni riguardanti l’applicazione della normativa nazionale sull’equo compenso, la “tassa” sui supporti digitali atti a duplicare opere coperte da diritto d’autore.

In particolare, la richiesta riguarda l’interpretazione degli articoli 5, paragrafo 2, lettera b), e 6 della direttiva 2001/29/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 22 maggio 2001, sull’armonizzazione di alcuni aspetti del diritto d’autore e dei diritti connessi nella società dell’informazione.

La domanda di pronuncia pregiudiziale dei giudici danesi nasce da una controversia che ha visto la Nokia contestare l’obbligo di pagamento dei contributi alla Copydan, la società di gestione che rappresenta i titolari dei diritti di autore danesi su opere sonore e audiovisive, equivalente alla nostra SIAE. Oggetto della contesa, le memory card incluse nell’acquisto dei dispositivi mobili Nokia venduti in Danimarca ad aziende e privati.

Il colosso finlandese si era appellato ai giudici in base al principio che la polivalenza delle memorie degli smartphone, che non hanno come principale utilizzo quello di conservare copie di opere audiovisive o sonore,  non possa di per sè implicare un utilizzo in violazione dei diritti di proprietà intellettuale. A maggior ragione, secondo la Nokia, non dovrebbe esser dovuto l’equo compenso là dove tali supporti  vengano venduti a professionisti ed aziende per evidenti fini professionali, che escludono lo sfruttamento di contenuti tipicamente destinati all’intrattenimento.

La Corte di Giustizia, pur ritenendo l’eventualità che un supporto di memoria venga utilizzato per creare delle copie private come sufficiente ad ammettere l’obbligo di riscossione anche per supporti in cui questa funzionalità è secondaria, ha stabilito che il carattere principale o secondario di questa funzione e l’importanza relativa della capacità del supporto di realizzare copie possono incidere sull’entità dell’equo compenso dovuto. Inoltre, laddove il danno causato ai titolari dei diritti fosse da ritenersi minimo, la messa a disposizione di tale funzione potrebbe non far sorgere alcun obbligo di versamento del compenso.

La Corte ha inoltre stabilito che qualora dimostrino di aver fornito le schede di memoria per telefoni cellulari a soggetti diversi da persone fisiche a fini manifestamente estranei a quelli della riproduzione per uso privato; i debitori possono essere esonerati dal prelievo.

La sentenza della Corte di Giustizia Europea è disponibile QUI.

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Approvata la bozza che ridefinisce le norme sulla net neutrality che dovrà essere discussa al Parlamento Europeo.

Il Consiglio europeo ha raggiunto un accordo sulla bozza del Connected Continent, il processo legislativo di modifica del quadro regolamentare europeo delle comunicazioni elettroniche per la realizzazione di un “continente connesso”. Le modifiche proposte suscitano particolare attenzione per quanto riguarda il futuro della neutralità della rete in Europa.

Le nuove norme introdotte intendono garantire agli utenti che accedono a internet parità di trattamento per uguali tipologie di traffico, proibendo ai provider di intervenire per bloccare, rallentare, alterare, degradare o discriminare contenuti, applicazioni e servizi specifici.

Contemporaneamente, le nuove misure concedono ai provider delle eccezioni per situazioni che riguardino la sicurezza della rete o le congestioni del traffico. Le eccezioni sono ammesse solo temporaneamente, e a patto che non rechino danno all’accesso per gli altri utenti.

Alcuni analisti ritengono che con le nuove disposizioni siano poste le condizioni per un attacco alla neutralità della rete, dato che ogni service provider potrebbe invocare lo stato di emergenza per giustificare prestazioni scadenti per certi tipi di traffico, introducendo così costi aggiuntivi per servizi che garantiscano una certa qualità di connessione. Da questo punto di vista, le “condizioni eccezionali” classificate nel testo potrebbero essere interpretate come una apertura a un internet a due velocità, oltre che un allontanamento significativo della posizione europea da quella appena adottata in merito dalla Federal Communications Commission (FCC) americana.

Il percorso legislativo, ancora in corso, prevede che il testo del Consiglio Europeo venga discusso nuovamente al Parlamento Europeo prima di essere sottoposto al voto dell’assemblea.

Il Connected Continent dovrebbe giungere alla approvazione definitiva entro pochi mesi.

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posted by admin on marzo 9, 2015

Diritto d'autore e copyright

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youkioske_n-672xXx80Sei anni di carcere ai due ideatori dell’edicola pirata online.

I giudici della Audiencia Nacional di Madrid, hanno condannato David González Hernández e Raúl Antonio Luque, i due gestori di Youkioske, il sito che offriva agli utenti della rete riviste e quotidiani provenienti da tutta Europa scaricabili gratuitamente in formato pdf.

I giudici hanno ritenuto gli imputati colpevoli di violazione del diritto d’autore e di avere promosso e costituito una organizzazione criminale. La pena detentiva è stata inflitta in considerazione della gravità del danno economico procurato agli editori, stimato per 3 milioni e 700mila euro.

Pena aggiuntiva ai 6 anni di carcere, l’interdizione alla professione di gestori web per cinque anni e l’obbligo di indennizzo alle società danneggiate, corrispondente alla cifra del guadagno proveniente dalle inserzioni pubblicitarie ottenuto nei tre anni di attività di youKioske.

Il sito, avviato a scopo di lucro tra il 2009 e il 2012, avrebbe infatti ricavato circa 200mila euro per mezzo di annunci pubblicitari che accompagnavano il catalogo di pubblicazioni provenienti dalle edicole di Spagna, Germania, Regno Unito, Portogallo, Russia, Olanda e Italia.

I contenuti di Youkioske erano ospitati su un server canadese, la società aveva sede legale nel Belize, ma operava da Madrid.

Si tratta della prima condanna inflitta dalla Audiencia Nacional in applicazione della nuova legge recentemente approvata dal Governo spagnolo per la tutela della proprietà intellettuale.

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La maggioranza degli utenti sopravvaluta il livello di protezione della segretezza delle proprie email. La consapevolezza della vulnerabilità delle nostre comunicazioni è il primo passo verso la creazione di una rete più sicura.

In questo intervento, Andy Yen, scienziato del CERN, racconta che, dal punto di vista della priacy, se dovessimo paragonare le nostre email ad una comunicazione di tipo analogico non dovremmo pensare alle lettere, ma alle cartoline postali. Come le cartoline, infatti, le nostre email possono essere lette da chiunque intercetti il loro viaggio dal mittente al destinatario.

Nonostante il contenuto delle email venga sempre criptato, la vulnerabilità del sistema riguarda il fatto che la chiave di crittografia risiede negli stessi server che recapitano ai mittenti le nostre comunicazioni. Quindi le nostre parole sono di fatto accessibili alle compagnie che gestiscono il servizio di email, alle autorità governative che richiedono alle aziende l’accesso ai messaggi e a chiunque sia in grado accedere, legalmente o meno, ai server.

La soluzione per alzare il livello di segretezza è quella di affidare il compito di avviare il processo crittografico agli utenti, in modo che gli intermediari non abbiano possibilità di decodificare. È quanto offre il servizio Protonmail, avviato dal team di ricerca di Andy Yen.

Per saperne di più, vi proponiamo la presentazione del progetto ai TED talks:

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