Direttore Scientifico: Prof.ssa Avv. Giusella Finocchiaro
Curatrice Editoriale: Dott. Giulia Giapponesi

posted by admin on settembre 1, 2014

PA telematica

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e-governanceLe pubbliche amministrazioni e le società partecipate dalle pubbliche amministrazioni  devono comunicare all’Agenzia per l’Italia digitale l’elenco delle basi di dati in loro gestione e degli applicativi che le utilizzano entro il 18 settembre 2014. Lo prescrive l’art. 24-quater, comma 2, D.L. n. 90/2014, convertito in Legge n. 114/2014 lo scorso 11 agosto.

Le informazioni possono essere trasmesse attraverso la procedura sul sito dell’Agenzia per l’Italia Digitale a partire dal 1° settembre 2014.

La trasmissione dell’elenco delle basi dati è considerato dall’Agid un “adempimento cruciale per l’intero processo di digitalizzazione della PA italiana”. Le informazioni sono raccolte infatti per la realizzazione di un catalogo nazionale che consentirà alle pubbliche amministrazioni di comunicare tra loro e di accedere reciprocamente alle proprie basi di dati.

Sul sito dell’Agenzia sono disponibili una serie di “FAQ” contenenti chiarimenti sull’adempimento richiesto.

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posted by admin on agosto 29, 2014

Diritto d'autore e copyright

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smartphone battleDi comune accordo le due compagnie decidono di deporre le armi e rinunciare alle reciproche rivalse sui brevetti. Restano attivi solo due processi negli Stati Uniti.

Con un comunicato congiunto, Apple e Samsung hanno recentemente annunciato la volontà di annullare le azioni legali attualmente in corso in Australia, Giappone, Corea del Sud, Germania, Olanda, Regno Unito, Francia e Italia.

La decisione mette fine ad una lunga sequela di contenziosi su brevetti legati al mondo delle tecnologia mobile. Nello specifico: Apple accusa Samsung di aver copiato il design di iPhone e iPad mentre Samsung reclama la paternità del sistema di trasmissione wireless, utilizzato da Apple senza autorizzazione.

Le sentenze fino ad oggi emesse, che a volte hanno dato ragione all’una e a volte all’altra compagnia, non hanno di fatto mai influito sull’assetto dei prodotti e sulle vendite. Questo anche grazie al fatto che la maggioranza dei giudici ha spinto per un patteggiamento tra la due società.

A quanto si apprende, le due compagnie – attualmente le più grandi aziende di smartphone esistenti – hanno già sborsato centinaia di milioni di dollari in spese legali nel tentativo di dominare un mercato che nel 2013 è stato stimato intorno ai  338 miliardi di dollari.

La decisione di seppellire l’ascia di guerra potrebbe essere stata dettata dalla necessità di concentrare le forze contro le nuove compagnie emergenti cinesi, Huawei Technologies, Lenovo Group e Xiaomi, che minacciano le quote di mercato dei due colossi.

Apple e Samsung hanno comunque fatto sapere che la loro decisione non sottende alcun accordo commerciale sulle licenze e che non verranno annullati due processi in corso negli Stati Uniti, entrambi in fase di appello.

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tripadvisorL’estate 2014 ha visto accendersi la polemica, da tempo in corso, fra Federalberghi e Tripadvisor, in attesa dell’esito dell’istruttoria avviata in maggio dall’Antitrust.

Recensioni false, pagine dedicate a strutture non più esistenti e un mancato controllo da parte della redazione del portale: queste le principali accuse rivolte dalla Federalberghi alla nota piattaforma che ospita le recensioni degli utenti su hotel e ristoranti.

L’ultima riguarderebbe la pubblicazione di recensioni su soggiorni effettuati nell’ultimo anno presso l’hotel Regency di Roma, che in realtà è chiuso dal 2007. “Per capire che si tratta di una bufala” si legge nel comunicato stampa di Federalberghi del 26 agosto 2014, ”sarebbe bastato uno sguardo al contenuto della recensione: nonostante il cliente affermi che ci sono i lucchetti alle porte, che non c’è personale, che non ci sono ospiti, il sito accetta la dichiarazione attestante il soggiorno nel mese di giugno 2014 e pubblica il relativo giudizio.”

Il mancato controllo sulle recensioni è la principale critica della federazione degli albergatori, che nel comunicato cita uno studio a riguardo: “i ricercatori di Gartner, famoso centro di ricerca americano, stimano che le recensioni false raggiungano una percentuale tra il 10% ed il 14%. Ciò significa che, se Tripadvisor pubblica più di cento milioni di recensioni, quasi quindici milioni sono “truccate”. In ogni caso, anche un singolo episodio, che a Tripadvisor può sembrare poca cosa, assume una dimensione rilevante per il cliente o per l’impresa che vede compromessa la propria reputazione.”

In una replica diffusa il 27 agosto,  il portale ha respinto la ricerca citata da Federalberghi perché considerata datata e perché non si basa su dati ufficiali. Per quanto riguarda l’hotel Regency  di Roma, invece, la compagnia ha dichiarato di averlo prontamente rimosso dal suo elenco non appena verificata la cessazione dell’attività.

La risposta di Tripadvisor si è però concentrata soprattutto sull’accusa di mancato controllo delle recensioni. “Abbiamo sistemi sofisticati e team dedicati all’individuazione dei truffatori, forti sanzioni per dissuaderli e oltre 250 specialisti a lavoro”, ha fatto sapere Tripadvisor, “ogni singola recensione passa attraverso il nostro sistema di monitoraggio, che ne mappa il come, cosa, dove e quando. Utilizziamo sofisticati strumenti automatizzati e algoritmi per individuare modelli di attività, impiegando le migliori pratiche adottate in vari settori, come le carte di credito e le agenzie bancarie, e supportiamo tutto ciò con un team di oltre 250 specialisti dei contenuti, che lavorano 24 ore su 24, 7 giorni su 7 per mantenere la qualità delle nostre recensioni”.

La parola ora spetta all’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato che lo scorso maggio ha avviato un procedimento per pratica commerciale scorretta per verificare se Tripadvisor adotti misure idonee a prevenire e limitare il rischio di pubblicazione di false recensioni, sia sotto il profilo informativo che relativamente alle procedure di registrazione. La decisione è stata adottata in seguito a segnalazioni pervenute da consumatori, proprietari di strutture turistiche e dall’Associazione Unione Nazionale Consumatori.

In un’intervista pubblicata sul magazine Lettera43, Giusella Finocchiaro ha fornito alcuni chiarimenti sulla situazione normativa relativa alla responsabilità del portale e alle possibilità di ricorso da parte di albergatori. L’articolo è disponibile QUI.

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downloadIl Copyright Office degli Stati Uniti ha recentemente chiarito i dubbi emersi nel dibattito sull’autoscatto della scimmia pubblicato su Wikimedia: negli USA le opere prodotte da animali non sono coperte da copyright.

Sulla disputa fra il fotografo inglese David Slater e Wikimedia Commons relativa ai diritti d’autore sul “selfie” della scimmia indonesiana, si è recentemente pronunciato il Copyright Office della libreria del Congresso.

Nella bozza della terza edizione del suo Compendium l’agenzia governativa ha sancito che solo le opere create dagli esseri umani possono essere soggette a copyright e sono quindi escluse le fotografie scattate da animali o da sistemi automatizzati.

Sarebbe dunque supportata dalla legge americana l’affermazione di Wikimedia secondo cui l’autoscatto dell scimmia sarebbe appartenente al pubblico dominio.

“Dal momento che la legge sul copyright si riferisce a “la concezione intellettuale originale dell’autore” il Copyright Office non può registrare richieste che implichino che un essere umano non ha creato l’opera” si legge nella bozza. Il testo cita poi specificatamente “una fotografia scattata da una scimmia” come esempio di un lavoro che non può essere coperto da diritto d’autore.

Nello stesso capitolo del compendium viene riportato anche l’orientamento normativo riguardante i casi di “intervento divino: “allo stesso modo, l’ufficio non può registrare un’opera che si presume essere creata da una divinità o un essere soprannaturale, mentre è possibile registrare lavori accompagnati dalla dichiarazione che l’opera è stata ispirata ad uno spirito divino”.

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eredità account online Lo stato americano approva un’innovativa legge sulla trasmissione del diritto di accesso agli account digitali delle persone decedute. Ma non tutti sono d’accordo.

La nuova legge, denominata Fiduciary Access to Digital Assets Act stabilisce che i parenti di persone defunte o incapaci di intendere e di volere possano avere accesso alle “proprietà digitali” dei loro cari, tra cui profili dei social network, account di posta elettronica e dispositivi elettronici.

Il Delaware è il primo stato degli USA ad convertire in legge la proposta normativa, che è stata messa a punto dalla Uniform Law Commission, un’organizzazione no-profit che punta a proporre modelli di legge uniformi a tutte le giurisdizioni degli Stati uniti.

La nuova norma è stata presentata con soddisfazione dal promotore della legge, membro della Camera dei rappresentanti del Delaware, che l’ha definita al passo con un mondo in rapido cambiamento.

Fino ad oggi, in teoria, alla morte di una persona corrisponde la conclusione dell’attività sui relativi account digitali. Nel suo regolamento Facebook, addirittura, vieta espressamente la condivisione delle password di pagine pubbliche e account. La legge del Delaware tenta ora di equiparare, in materia di successione, i documenti digitali a quelli cartacei.

Tuttavia, la novità ha trovato anche un fronte di opposizione. Jim Halpert, avvocato e direttore della “State and Privacy Coalition”, un gruppo che rappresenta aziende fra cui Yahoo!, Faceboook e Google, ha criticato il fatto che la legge minimizza l’introduzione nella privacy delle terze parti entrate in comunicazione con il defunto. In particolare, ha sottolineato, vanno considerate le informazioni altamente confidenziali che possono essere state scambiate tra la persona morta e persone ancora vive, come nel caso di pazienti di dottori deceduti.

Alla domanda sul perché una lettera cartacea debba essere trattata diversamente da un’email, Halpert avrebbe risposto: “il volume delle email scambiate è ampiamente superiore e le persone normalmente stanno più attente a quello che scrivono su una lettera di carta”.

Il dibattito resta acceso in attesa che altri stati adottino normative sul tema.

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macacaWikipedia rifiuta di rimuovere un’immagine segnalata come in violazione di copyright: se la foto è scattata da un macaco, non è protetta da diritto d’autore.

In queste settimane ha fatto il giro del mondo la notizia del contenzioso scaturito tra Wikimedia Commons, la comunità no-profit che gestisce l’archivio di immagini utilizzate nelle pagine Wikipedia, ed un fotografo naturalistico inglese, David J Slater, in merito al copyright della foto che vedete in questo post.

Si tratta di un autoritratto fotografico, o di un “selfie”  - come pare piaccia definirlo ora –  ad opera di un esemplare femmina di macaco indonesiano (macaca nigra).

L’incredibile foto è stata scattata nel 2011 in una foresta indonesiana. Un gruppo di scimmie si impossessarono della macchina fotografica di Slater abbandonata per qualche minuto su un cavalletto nella foresta. Tra le oltre 100 immagini scattate dai primati, gran parte delle quali fuori fuoco, alcuni autoritratti risultarono sorprendentemente ben fatti.

Comprensibilmente, in seguito alla sua pubblicazione sul web, le immagini si sono diffuse in poco tempo. Una di esse è stata inserita nell’archivio di immagini “libere da copyright” di Wikimedia per poter essere collegata alla pagina di Wikipedia dedicata al macaca nigra.

L’idea non è piaciuta a Slater, che ha inviato ripetute richieste alla comunità di Wikimedia reclamando il diritto d’autore sull’immagine e chiedendone la rimozione.

I membri dell’enciclopedia libera non hanno però accettato le rimostranze, sostenendo che essendo un autoritratto, l’autorialità dell’opera non poteva essere ricondotta al fotografo. Facendo riferimento al Copyright Compendium § 202.02(b) del Copyright Office degli Stati Uniti, Wikimedia ha sottolineato che “il termine “autorialità” implica, per un’opera, che sia stata originata da un essere umano. Materiali prodotti dalla natura, dalle piante o dagli animali non possono essere soggetti a copyright.”

Slater ha replicato sostenendo che sebbene la scimmia avesse premuto il bottone, tutta la preparazione allo scatto era stata messa in atto da lui. Secondo il fotografo la proprietà dell’immagine deve essergli attribuita anche per l’investimento economico che ha portato alla realizzazione della foto: oltre 2000 sterline di spese di viaggio.

Alcuni commentatori hanno obiettato che se si potesse reclamare il copyright per aver messo a punto un’apparecchiatura tutte le aziende produttrici di materiale fotografico potrebbero concorrere nel diritto d’autore.

In un’intervista riportata sul Washington Post, la responsabile dell’ufficio comunicazione di Wikimedia Foundation Katherine Maher ha dichiarato che Wikimedia conta sul fatto che la base giuridica per negare la richiesta di rimozione di Slater è solida, in quanto la persona che scatta la foto dovrebbe essere quella che gode dei diritti d’autore, ma in questo caso nessuna persona ha scattato e quindi l’immagine è lecitamente parte del pubblico dominio.  Secondo Maher, il fotografo avrebbe dovuto operare modifiche sostanziali all’immagine per poter reclamare dei diritti intellettuali, e non solo limitarsi a ridimensionare o ritoccare leggermente il colore.

Slater ha dichiarato di voler ricorrere alle vie legali sia in Inghilterra, dove risiede, sia negli Stati Uniti, dove ha base la Wikimedia Fundation.

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firma-140724181837_mediumVi proponiamo qui l’articolo di Giusella Finocchiaro apparso su Agenda Digitale il 7 agosto 2014.

Emerge quadro normativo senza dubbio innovativo, che presenta diversi aspetti di rilievo. Ma che sotto il profilo generale del tema delle firme elettroniche non comporta modifiche sostanziali rispetto al panorama italiano. Vediamo il dettaglio.

Il settore in questi giorni si sta interrogando su quali impatti verranno dalla proposta di Regolamento UE in materia di identificazione elettronica e servizi fiduciari, approvata dal Parlamento Europeo il 3 aprile 2014. Proviamo a rispondere, con un’analisi.

Notiamo per prima cosa che non ci sono modifiche significative rispetto all’impianto del Codice dell’amministrazione digitale. Certo, tuttavia, che il Regolamento è un tassello fondamentale per l’instaurazione di una disciplina unitaria, precondizione per garantire l’interoperabilità in settori particolarmente rilevanti in ambito economico, contenente norme o anche mere precisazioni di principi impliciti nel nostro sistema che assumono un evidente peso giuridico.

Ma procediamo con ordine e si confrontino le definizioni di cui all’art. 3 del Regolamento con quelle di cui all’art. 1 del Codice dell’amministrazione digitale.

La firma elettronica è definita dall’art. 3, n. 10 del Regolamento quale insieme di dati elettronici utilizzati “per firmare”. Si tratta, pertanto, di una definizione maggiormente restrittiva rispetto alla definizione offerta dal Codice dell’amministrazione digitale, secondo cui la firma elettronica è l’insieme di dati elettronici utilizzati come metodo di identificazione informatica.

Non presentano connotati innovativi rispetto al dato normativo italiano, invece, le definizioni di firma elettronica avanzata e di firma elettronica qualificata.

In relazione alla definizione di firma elettronica avanzata è confermato il principio di neutralità tecnologica: la norma elenca una serie di condizioni, senza tuttavia imporre le modalità attraverso cui garantire il soddisfacimento di dette condizioni. Sempre con riguardo alla firma elettronica avanzata risulta, inoltre, confermata la necessità di garantire quattro requisiti e segnatamente che la firma sia connessa unicamente al firmatario, che sia idonea a identificare il firmatario, che sia creata con dati che il firmatario può con un elevato livello di sicurezza utilizzare sotto il proprio esclusivo controllo e che sia collegata ai dati sottoscritti in modo da rilevare ogni successiva modifica dei medesimi dati.

In via generale trova espresso riconoscimento il principio, formulato nel Codice dell’amministrazione digitale all’art. 20, co. 1°, dell’irrilevanza della materia di cui è formato il documento. Si legge, infatti, nel considerando n. 63 e nell’art. 44 che ad un documento elettronico non devono essere negati gli effetti giuridici per il solo motivo della sua forma elettronica. Il principio della irrilevanza della materia risulta finalizzato ad “assicurare che una transazione elettronica non possa essere respinta per il solo motivo che il documento è in forma elettronica”. Allo stesso modo è affermato il principio secondo cui non può essere negata dignità e rilevanza giuridica ad una firma elettronica, solo in ragione della sua forma appunto elettronica. Secondo, infatti, l’art. 25, co. 1°: “alla firma elettronica non possono essere negati gli effetti giuridici e l’ammissibilità come prova (…) per il solo motivo della sua forma elettronica”.

Sotto il profilo dell’efficacia probatoria, l’art. 25, co. 2° prevede un’automatica equiparazione, sotto gli effetti giuridici, della firma elettronica qualificata alla firma autografa. In relazione alla firma elettronica avanzata restano ferme le disposizione dei co. 2° e 2° bis dell’art. 21 del Codice dell’amministrazione digitale che, come è noto, attribuisce al documento sottoscritto con firma elettronica avanzata l’efficacia probatoria della scrittura privata ai sensi dell’art. 2702 del codice civile, nonché, salvo l’eccezione degli atti e contratti aventi ad oggetto beni immobili, l’idoneità a soddisfare il requisito della forma scritta se richiesto a pena di nullità.

Ai fini dell’interoperabilità, particolare rilievo assume la disposizione di cui al successivo co. 3°, secondo cui una firma elettronica qualificata basata su un certificato qualificato rilasciato da uno Stato membro è riconosciuta quale firma elettronica qualificata in tutti gli altri Stati membri.

Viene, infine, introdotto il sigillo elettronico che è la firma della persona giuridica. Anche in relazione al sigillo è affermato il principio di irrilevanza della materia, con la conseguente impossibilità di negare ad un sigillo effetti giuridici e probatori per il solo motivo della sua forma elettronica (art. 34, co. 1°). Se qualificato, il sigillo gode della presunzione di integrità dei dati e di correttezza dell’origine dei dati a cui il sigillo è associato. I requisiti che devono soddisfare i certificati qualificati di sigillo elettronico sono oggetto di specifica elencazione nell’all. III del Regolamento.

Un quadro normativo, senza dubbio innovativo, che presenta diversi aspetti di rilievo ma che sotto il profilo generale del tema delle firme elettroniche non comporta modifiche sostanziali rispetto al panorama italiano.


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firma_digitaleIl 25 luglio 2014 è scaduto il termine di validità per le autocertificazioni sulla sicurezza dei dispositivi automatici di firma digitale.

Come stabilito dal decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri del 19 luglio 2012, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 10 ottobre dello stesso anno,i fornitori di firme digitali potevano attestare, mediante autocertificazione, la corrispondenza dei dispositivi automatici agli standard europei di sicurezza europei solo fino al 25 luglio 2014, data a partire dalla quale, per continuare a operare, devono disporre di un “bollino di garanzia” ottenibile presso l’Organismo di Certificazione della Sicurezza Informatica (OCSI).

I produttori della soluzione di firma remota sono tenuti a dimostrare che il loro prodotto è stato sottoposto alle prove e alle revisioni richieste per beneficiare della certificazione di conformità allo standard internazionale di sicurezza Common Criteria Eal4 +.

La firma digitale remota apposta utilizzando un dispositivo non certificato espone il documento così sottoscritto al rischio di invalidazione della firma per inadempienza alle nuove norme.

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app_storeGoogle ha annunciato che, per venire incontro alle prescrizioni della Commissione Europea, cesserà di etichettare come “gratuite” le App che contengono opzioni di pagamento.

In seguito al considerevole numero di ricorsi di genitori in merito ai cosiddetti acquisti “in-app” dei videogiochi, che spesso vengono effettuati inconsapevolmente dai bambini, nel dicembre 2013 la Commissione Europea di concerto con le Autorità nazionali aveva formulato una serie di richieste indirizzate ad Apple, Google e all’Interactive Software Federation of Europe.

Le richieste vertevano sulle modalità di comunicazione delle possibilità di acquisto contenute nelle App. In particolare veniva richiesto ai distributori di presentare soluzioni concrete rispetto ad azioni da intraprendere quali:

- evitare di presentare i giochi come “gratuiti” se contengono opzioni di  pagamento;

- non inserire esortazioni dirette ai bambini né sull’acquisto diretto né sul ricorso ai genitori per acquistare parti del gioco;

- evitare l’addebito diretto attraverso impostazioni di default ma richiedere l’esplicito consenso al pagamento agli utenti, che devono essere correttamente informati  sui metodi di pagamento;

- inserire un indirizzo email di contatto per l’inoltro di eventuali reclami.

Recentemente, Google ha fatto sapere di avere in programma una serie di modifiche risolutive che saranno operative dal prossimo settembre. Tra queste, l’eliminazione della parola “gratis” dalla descrizione di App che hanno opzioni di pagamento, lo sviluppo di linee guida per gli sviluppatori e l’introduzione di alcune impostazioni prestabilite che prevedano un’esplicita autorizzazione ai pagamenti.  Per quanto riguarda la Apple, al momento l’azienda di Cupertino non ha annunciato cambiamenti in vista.

La conversione delle prescrizioni in provvedimenti e le eventuali sanzioni sono ora affidate alle singole Authority nazionali.

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Il Garante per la protezione dei dati ha stabilito che Google non potrà utilizzare i dati degli utenti a fini di profilazione senza il loro esplicito consenso. Sarà inoltre tenuto a dichiarare di svolgere questa attività a fini commerciali.

Al termine dell’istruttoria avviata un anno fa, il Garante privacy italiano ha emesso un provvedimento prescrittivo che indica le possibili misure che Google deve adottare per conformarsi alla normativa sui dati personali del nostro Paese. Si tratta del primo provvedimento emesso in Europa in seguito alll’indagine coordinata con le Autorità di protezione dei dati europee avviata nell’aprile 2013 in relazione alll’introduzione da parte di Google del pacchetto di policy unificate. Con il pacchetto, presentato all’inizio del 2013 la compagnia di Mountain View ha aggregato in un unico documento le regole di gestione dei dati delle diverse funzionalità offerte da Google. La nuova policy permette all’azienda americana di profilare più nel dettaglio gli utenti grazie al confronto dei dati provenienti dai diversi servizi: dalla posta elettronica (Gmail) al social network (GooglePlus), dalla gestione dei pagamenti on line (Google Wallet), alla diffusione di filmati (YouTube) e dalle mappe on line (Street View), all’analisi statistica (Google Analytics) .

A quanto si apprende dal Garante, nel  corso dell’istruttoria, caratterizzata anche da diverse audizioni con i suoi rappresentanti, Google ha adottato una serie di misure per rendere la propria privacy policy più conforme alle norme. Il Garante ha tuttavia rilevato il permanere di diversi profili critici e ha dettato una serie di regole, che si applicano all’insieme dei servizi offerti:

1) l’adozione di un sistema di informativa strutturato su due livelli, che possa fornire in un primo livello generale le informazioni più rilevanti per l’utenza (l’indicazione dei trattamenti e dei dati oggetto di trattamento, dell’indirizzo presso il quale rivolgersi in lingua italiana per esercitare i propri diritti etc.) e in un secondo livello, più di dettaglio, le specifiche informative relative ai singoli servizi.

2) l’inserimento di un’indicazione che avvisi gli utenti che i loro dati personali sono monitorati e utilizzati a fini di profilazione per pubblicità comportamentale personalizzata, anche attraverso tecnologie sofisticate che, come il cosiddetto “fingerprinting”, raccolgono informazioni sulle modalità di utilizzo del terminale da parte dell’utente e, a differenza dei cookie , le archiviano direttamente presso i server della società.

3) l’obbligo di acquisire l’esplicito consenso degli utenti per l’autorizzazione all’utilizzo dei loro dati per fini pubblicitari che consenta a chi utilizza i servizi di Mountain View di scegliere in modo attivo e consapevole se fornire o meno il proprio consenso alla profilazione, anche con riguardo ai singoli servizi utilizzati.

4) la definizione di tempi certi di conservazione dei dati sulla base delle norme del Codice privacy, sia per quanto riguarda quelli mantenuti sui sistemi cosiddetti “attivi”, sia successivamente archiviati su sistemi di “back up”.

Google avrà 18 mesi per adeguarsi alle prescrizioni del Garante. In quest’arco temporale, l’Autorità monitorerà l’implementazione delle misure prescritte. La società dovrà infatti sottoporre al Garante, entro il 30 settembre 2014, un protocollo di verifica, che una volta sottoscritto diverrà vincolante, sulla base del quale verranno disciplinati tempi e modalità per l’attività di controllo che l’Autorità svolgerà nei confronti di Mountain View.

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