Direttore Scientifico: Prof.ssa Avv. Giusella Finocchiaro
Curatrice Editoriale: Dott. Giulia Giapponesi

posted by admin on agosto 31, 2015

Ecommerce e contrattualistica

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airbnb-logo-293-5b1924f36d180a53fdca602da3e5bc6cIl portale Airbnb ha stipulato un accordo con l’amministrazione della capitale francese: i turisti che scelgono di soggiornare in case pubblicizzate sul portale dovranno pagare la tassa sul turismo.

Si tratta di un notizia importante perché l’integrazione del servizio all’interno del sistema fiscale si accompagna alla volontà da parte delle autorità francesi di una regolarizzazione dell’attività economica dei privati che affittano stanze, o appartamenti, sul noto portale di sharing.

Un mercato enorme e in rapida espansione, che in tutto il mondo preoccupa proprietari di alberghi e bed and breakfast indignati per la “concorrenza sleale” dei cittadini che affittano la loro casa “a notte” a prezzi concorrenziali.

Una seria minaccia per gli operatori del turismo, soprattutto in una città come Parigi che detiene il record di case affittate sul portale. Ma anche un concreto risparmio per chi viaggia, e una fonte in più di reddito per molti cittadini. Un’equilibrio senza dubbio difficile da normare, che ricorda la vicenda di Uber, la App grazie alla quale privati cittadini potevano improvvisarsi taxisti.

Tuttavia, a differenza di Uber il cui utilizzo è stato vietato in molti paesi, sembra probabile che Airbnb riesca a trovare la strada della regolarità grazie anche ad un dialogo aperto con le amministrazioni cittadine. Parigi è l’ultima di una lista che comprende già San Francisco (sua sede), Portland, Amsterdam, Philadelphia, Chicago, Malibu, San Jose, San Diego e Washington.

Airbnb è in piena attività anche in Italia, con migliaia di annunci nelle principali città e con una presenza nella maggioranza dei nostri comuni. Si rimane quindi in attesa di accordi che possano regolamentare con chiarezza il servizio anche nel nostro Paese.

Google respinge le obiezioni della Commissione europea sull’abuso di posizione dominante nel mercato delle ricerche di shopping online.

Nell’aprile 2015 con una “comunicazione di obiezioni” la Commissione europea aveva ufficializzato l’avvio di una procedura antitrust nei confronti di Google. La procedura era stata richiesta da alcuni portali specializzati nella comparazione dei prezzi online, che lamentavano una concorrenza sleale da parte della funzionalità Google Shopping, che suggerisce  fra i primi risultati delle ricerche un servizio di confronto sui prezzi di beni in vendita online.

Google ha respinto con fermezza le accuse sostenendo invece che, lungi dall’essere anticompetitivo, il servizio offre ai consumatori europei una più ampia varietà di scelta e sostiene la concorrenza dei venditori, permettendo alle piccole e medie imprese di comparire accanto ai grandi seller internazionali. La sua difesa si basa su tre tesi fondamentali.

La prima riguarda alcuni dati. Google ha fatto sapere che la quantità di traffico che il motore di ricerca ha diretto ai maggiori siti di comparazione di prezzi non è affatto diminuita, ma è aumentata del 227% negli ultimi dieci anni. A questo Fatto Mountain View aggiunge che le dozzine di nuovi operatori nel settore del confronto prezzi che sono recentemente entrate nel mercato sono indice di una competitività in salute.

La seconda motivazione si basa su un’osservazione giuridica. Il colosso californiano nega di avere per legge la responsabilità di dirigere il traffico verso i suoi competitor: la similitudine con le politiche di unbundling, obbligatorie per operatori come i fornitori di elettricità o di gas, non è appropriata per il suo ruolo dal momento che gli utenti possono scegliere il motore di ricerca che preferiscono e ci sono tanti modi differenti di accedere ai contenuti del web.

La terza argomentazione è relativa ad un aspetto economico. Google ritiene che la Commissione Europea non abbia tenuto in giusta considerazione il dinamismo del mercato della compravendita online in particolare nei ruguardi di grandi motori di ricerca di beni da comprare, come Amazon o eBay, o delle nuove funzionalità di acquisto legate ai social network.

La difesa di Google è stata pubblicata sul blog europeo del motore di ricerca.

I commissari europei coinvolti nella comunicazione di obiezioni a Google hanno fatto sapere di aver ricevuto la risposta di Mountain View e di stare valutando le motivazioni.

FairSearch Europe, una lobby che rappresenta alcuni competitor di Google, tra cui Microsoft ed Expedia, e che aveva presentato l’accusa sulla concorrenza sleale alla Commissione, ha reso noto che le motivazioni di Google non cambiano in alcun modo la loro posizione.

life-is-short-have-an-affairLa vicenda della diffusione dei dati degli utenti del sito Ashley Madison si fa drammatica: tre persone si sono tolte la vita e si ha notizia di un’ondata di estorsioni. Nel frattempo in Canada si prepara una class action da oltre 500 milioni di dollari.

Il data breach del portale dedicato alle “avventure” extraconiugali, sembra avere innescato una serie di ripercussioni di grave portata. Secondo fonti di stampa, sarebbero almeno 3 i suicidi, 2 in Canada e 1 in Texas, da ricondursi alla diffusione dei dati personali degli utenti di Ashley Madison.

“La vita è breve. Fatti un tradimento.” Potrebbe essere questa la traduzione dello slogan con cui il Ashley Madison era pubblicizzato negli Stati Uniti. Il portale web è infatti nato con lo scopo esplicito di facilitare l’intreccio di relazioni clandestine, è pertanto facile immaginare le conseguenze sulla vita privata delle persone la cui frequentazione del sito è stata resa pubblica.

A quanto si apprende, la violazione dei dati ha messo a rischio la privacy di circa 39 milioni di utenti. Una lista di 39 milioni di nomi non è facile da scandagliare e non è quindi scontato il reale impatto sulla vita privata di tutti gli iscritti al portale. La speranza di quanti si augurano che il proprio nome non venga notato è però minata da una nuova minaccia.

Sulla scia dell’hackeraggio di Ashley Madison si sono attivati alcuni gruppi di estorsori che minacciano gli utenti del sito di rendere noti agli amici e ai familiari i dati relativi alla loro attività sul portale. Gli estorsori operano inviando e-mail in cui vengono riportate le informazioni hackerate in cui si richiede denaro (sottoforma di bitcoin) in cambio della “rimozione” dei dati. Le autorità giudiziarie stanno cercando di ostacolare questi ricatti ricordando ai cittadini che, purtroppo, questi dati sono ormai diffusi e nessuno è in grado di eliminarli dal web.

Alcuni giornali hanno riportato l’impatto che la notizia ha avuto nel settore legale nordamericano. Molti studi di avvocati di diversi stati hanno prontamente imbastito alcune class action contro Avid Life Media, la società con sede a Toronto che gestisce il sito. I legali stanno contattando gli iscritti al sito vittime della diffusione dei dati, e, in particolare, si cercano di coinvolgere quegli utenti che avevano chiesto di essere cancellati dal portale pagando 19 dollari per ottenere la rimozione totale dei loro dati. Una rimozione che non è mai avvenuta. La class action presentata da due studi legali canadesi chiede alla Avid Life Media un risarcimento da record di 578 milioni di dollari.

In seguito all’attacco hacker di alcune settimane fa, i dati sensibili degli iscritti ad Ashley Madison, portale di dating espressamente dedicato agli incontri extraconiugali, sono stati resi pubblici.

Come già riportato su questo blog, lo scorso luglio il gruppo di hacker “Impact Team” aveva minacciato di rendere pubblici i dati dei 37 milioni di utenti registrati sul portale se la compagnia Avid Life Media non avesse chiuso i due siti di appuntamenti Ashley Madison e Established Men, istantaneamente e in maniera definitiva.

Nei giorni scorsi, vista la decisione Avid Life Media di non sottostare alle richieste degli estorsori, gli hacker hanno messo in pratica le minacce rendendo i file accessibili online con evidente e dirette conseguenze per la vita privata delle persone coinvolte.

I dati ammontano a un totale di 9,7 GB, e comprendono i nomi degli utenti, i loro indirizzi email, le conversazioni private e le transazioni compiute tramite carta di credito.

Le informazioni riguardano sia gli attuali iscritti al sito sia coloro che in passato hanno posseduto un account e che successivamente ne hanno chiesta e ottenuta la cancellazione. Sebbene in molti casi gli utenti abbiano usato false generalità per registrarsi sul sito, i profili violati contengono anche numeri di carte di credito e indirizzi email, in molti casi riconducibili anche a enti governativi, militari e parastatali.

La diffusione dei dati è stata accompagnata da un messaggio degli hacker che accusa Avid Life Media di ingannare i propri utenti attraverso l’utilizzo di profili femminili virtuali fittizi creati per intrattenere ed equilibrare la sovrabbondanza di profili maschili; oltre a ciò, la compagnia è stata accusata di violare la privacy dei suoi iscritti perché conserva i dati personali degli utenti che ne avevano chiesto a rimozione attraverso un servizio a pagamento che garantiva la cancellazione dalla piattaforma di tutti i dati sensibili.

L’azienda Avid Life Media ha replicando sottolineando di non ritenere l’attacco subito alla stregua di un atto di denuncia, ma di un semplice atto criminale.

posted by admin on agosto 11, 2015

Diritto all'oblio

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Google ha rigettato la richiesta della Commission nationale de l’informatique et des libertés che esigeva la possibilità per gli utenti francesi di chiedere la rimozione dei link alle notizie “inadeguate o non più pertinenti” che li riguardano dai risultati del motore di ricerca, in tutto il mondo.

Nella lettera di diffida, inviata il mese scorso dal Garante francese, si fa riferimento all’indicizzazione delle informazioni sensibili di utenti europei che ne hanno chiesta e ottenuta la cancellazione dai risultati del motore di ricerca: in questi casi, i link sono stati rimossi dai risultati delle ricerche di Google.fr, ma non da Google.com, o altra versione Google di un altro continente.

Attualmente, la limitazione all’accesso a questo genere di informazioni riguarda le versioni di Google operanti in Europa, in seguito alla sentenza della Corte di Giustizia Europea del 13 maggio 2014 emessa contro Google Spain. La Corte ha disposto che chiunque trovi nei risultati delle ricerche di Google un link di accesso a informazioni sul proprio passato divenute irrilevanti, non pertinenti, o eccessive, possa ottenerne la cancellazione.

Secondo il garante francese, il rispetto della normativa può essere pienamente osservato solo estendendo l’inibizione a tutto il globo, ovvero alla totalità dei domini del motore di ricerca.

Il comunicato di risposta di Google ha sottolineato come l’applicazione della normativa sia stata pienamente rispettata, ma “mentre il diritto all’oblio può essere ora una legge in Europa, non è una legge globale”; perciò si dichiara “rispettosamente in disaccordo con il CNIL, che ritiene di poter avere su questo tema autorità a livello globale e abbiamo chiesto al Garante francese di ritirare il suo avvertimento formale”.

Peter Fleischer, privacy counsel di Google, ha inoltre sottolineato come il provvedimento del CNIL risulti “sproporzionato e inutile, dato che la grande maggioranza degli utenti di Internet francesi – attualmente circa il 97% – usa la versione europea del motore di ricerca Google.fr, anziché Google.com o altre versione di Google”.

Pubblichiamo qui l’intervista a Giusella Finocchiaro recentemente pubblicata su “Il Giornale dell’Arte”. La versione integrale dell’articolo è disponibile online cliccando QUI.

Come definisce lei, giurista, l’opera d’arte oggi e le sue varie forme di espressione?

Una definizione giuridica di opera d’arte non c’è. L’arte stessa sfugge ad ogni definizione. Ciò non significa che non ci siano strumenti giuridici per tutelare la creazione originale, prescindendo da ogni valutazione critica o estetica, valutazione che appartiene a competenze e saperi differenti. La principale legge italiana che può applicarsi all’arte è la legge sul diritto d’autore, che risale al 1941 e riprende l’impostazione della legge francese, di ispirazione romantica, concentrata sulla figura dell’autore, a differenza dell’approccio anglosassone. La legge sul diritto d’autore, certamente formulata in termini così ampli da potersi applicare anche all’arte contemporanea e alle sue varie forme di espressione, dichiara all’art. 1, che “sono protette (…) le opere dell’ingegno di carattere creativo che appartengono alla letteratura, alla musica, alle arti figurative, all’architettura, al teatro ed alla cinematografia, qualunque ne sia il modo o la forma di espressione”. La stessa legge elenca poi all’art. 2: le opere letterarie, drammatiche, scientifiche, didattiche, religiose, tanto se in forma scritta quanto se orale; le opere e le composizioni musicali; le opere coreografiche e pantomimiche; le opere della scultura, della pittura, dell’arte del disegno, della incisione e delle arti figurative similari, compresa la scenografia; i disegni e le opere dell’architettura; le opere dell’arte cinematografica, muta o sonora; le opere fotografiche; e poi anche il software e le banche dati. Dunque qualunque forma espressiva purché di carattere creativo è tutelabile.

Come vede la circolazione dei beni culturali e la trasformazione del mercato dell’arte e i suoi protagonisti nell’era di internet?

Internet ha reso il mercato più ampio e più fluido, ma anche più aperto ai meno esperti, che dunque hanno un’esigenza di tutela e di informazione. Si ripropongono i temi noti agli addetti ai lavori del commercio on line: il problema della legge applicabile, del foro competente, della forma elettronica del contratto, della tutela del contraente debole e così via. Su tutti questi temi c’è ormai una consolidata esperienza degli studi legali specializzati. Ma il mercato on line è anche una grande opportunità per le imprese e per gli artisti. Non dimentichiamo poi l’arte digitale, la quale fa del digitale la forma espressiva, oltre che il mercato di riferimento.

Quali spazi aprono i nuovi modi di finanziamento del mercato dell’arte (fondi d’investimento e crowdfunding culturale)?

Nell’ultimo decennio abbiamo assistito ad un crescente interesse verso i fondi di investimento in arte che si è trasformato in un vero e proprio picco nel 2014. Sono investimenti allettanti perché permettono una diversificazione del portafoglio e permettono di sentirsi proprietari – anche se parzialmente – di opere d’arte di grandi Maestri, che diversamente sarebbero appannaggio solo di pochissimi. Tuttavia è bene ricordare che sono investimenti non privi di rischi. Questo tipo di finanziamento rappresenta sicuramente nuova linfa per il mercato dell’arte tradizionale. Di tutt’altra natura è il crowdfunding di progetti artistici che generalmente viene impegnato per finanziare progetti culturali non commerciali. In un periodo in cui i finanziamenti pubblici per gli artisti sono in costante diminuzione, il crowdfunding rappresenta una forma di sopravvivenza per i progetti no-profit. Grazie a questo tipo di finanziamento, negli ultimi anni sono stati sviluppati progetti innovativi che difficilmente avrebbero trovato un interesse da parte di investitori tradizionali. Penso ad esempio al Nikola Tesla Museum di New York costruito grazie ad una campagna di crowdfunding sulla piattaforma Indiegogo, grazie alla quale in sei giorni sono stati raccolti quasi due milioni di dollari. A Bologna abbiamo avuto un interessante campagna di crowdfunding a sostegno del restauro del famoso Portico di San Luca, che ha ottenuto ottimi risultati.

Qual è il ruolo del Mecenatismo artistico e quali le sue tendenze attuali?

La legislazione italiana promuove le donazioni rivolte all’arte e ne favorisce la deducibilità. Tuttavia, le donazioni dei singoli cittadini sono correlate all’andamento economico, e non sempre privilegiano il settore dell’arte e della cultura. Nel sistema dell’arte contemporanea il tradizionale mecenatismo culturale ha già conosciuto importanti cambiamenti, caratterizzandosi con l’avvento delle fondazioni d’arte, capaci di far confluire risorse private per la realizzazione di progetti e attività di sostegno del patrimonio culturale pubblico. Negli anni recenti, un nuova varietà di mecenatismo ha inaugurato forme di collaborazione e ibridazione, coinvolgendo istituzioni culturali con nuove competenze imprenditoriali e indirizzando grandi gruppi a investire in opere a elevato valore culturale. Sono note le erogazioni liberali dedicate al ripristino di alcuni dei più famosi monumenti pubblici. A queste soluzioni si aggiunge l’interessante formula del mecenatismo “adozionale”, categoria eterogenea di casi concreti ancora alla ricerca di una precisa collocazione fiscale e giuridica. Infatti, se nel caso delle varietà di sponsorizzazione è previsto un contratto negoziabile e in quello del puro mecenatismo il ritorno per l’investitore è misurabile in termini di prestigio, il caso del mecenatismo “adozionale” si distingue per l’assenza di una contropartita legata all’utilizzo dell’immagine dell’opera d’arte o alla sua “privatizzazione”. Nella formula adozionale, in assenza di ambiguità contrattuali e della previsione di un corrispettivo, l’apporto del soggetto privato dovrebbe essere così finalizzato alla semplice tutela e alla valorizzazione di un bene culturale.

Quali sono i limiti alla circolazione delle opere d’arte anche in funzione dello sviluppo delle collezioni nazionali?

Le norme del Codice dei Beni Culturali, che presiedono al controllo della circolazione internazionale delle opere, stabiliscono quali di esse siano vincolate, ovvero sottratte al definitivo trasferimento all’estero. In base alla legislazione italiana, chi intende esportare temporaneamente o definitivamente un bene culturale dal territorio italiano è tenuto a richiedere una forma di autorizzazione. Inoltre, lo Stato italiano può esercitare il diritto di prelazione nei confronti degli acquirenti, che in tal caso sono tenuti a restituire beni acquistati illecitamente. Il sistema attuale ha l’obiettivo di preservare il patrimonio storico-artistico, e il meccanismo delle licenze opera nel tentativo di scoraggiarne la dispersione. Tuttavia il sistema di notifica ha ricevuto negli anni aspre critiche a causa degli effetti di dilatazione dei tempi procedurali e della discrezionalità dei criteri valutativi, al punto da essere ritenuto elemento concomitante al fenomeno del sommerso del mercato dell’arte. Nei prossimi mesi potrebbe essere varata una riforma mirata ad incrementare la mobilità delle opere, che prevede l’introduzione di una soglia di valore per l’esportazione delle opere e le notifiche, la concessione di una libera circolazione per le opere fino a cento anni dalla loro realizzazione (contro i cinquanta attuali), un termine obbligatorio per l’emissione delle licenze d’esportazione, una ridefinizione dei criteri di concessione delle licenze da parte degli uffici esportazione.

Quali a suo parere gli antidoti possibili contro il traffico illecito di beni culturali. Come vede la questione dei beni trafugati?

Il traffico illecito delle opere d’arte è cresciuto per complessità, indotti e attori coinvolti. È un commercio criminale che sfrutta la debolezza dei meccanismi di controllo e crea agili canali di transazione nei Paesi in cui vige una legislazione meno severa in materia di tutela dei beni culturali. Non è ipotizzabile una strategia nazionale attuata in assenza di un adeguato controllo della circolazione internazionale di tali beni. L’aspetto collaborativo, a cominciare dai Paesi dell’Unione Europea, appare perciò estremamente prezioso per le attività di monitoraggio, tutela e recupero. Attualmente, nonostante gli sforzi della Commissione Europa, non è ancora stata realizzata una raccolta condivisa dei dati relativi al traffico di beni culturali; tantomeno è stata definita una legislazione coerente, che non solo agevolerebbe i rapporti in seno all’unione, ma garantirebbe maggiore forza agli accordi internazionali finalizzati alle azioni di recupero. L’Italia è un Paese particolarmente esposto, il cui patrimonio culturale è solo in parte custodito nei musei. La lotta alla sottrazione e alla commercializzazione illecita di beni culturali non può perciò limitarsi all’azione di recupero. La prevenzione deve fare leva sulla sensibilizzazione dell’opinione pubblica per ciò che riguarda la percezione del bene culturale come bene della comunità non assimilabile a merce.

L’autenticazione delle opere d’arte può contribuire alla tutela dell’artista dall’alterazione dell’opera d’arte e dai falsi? E che ruolo e responsabilità possono avere gli esperti in quest’ambito?

Certamente può contribuire. La responsabilità degli esperti è una responsabilità professionale a tutti gli effetti e dunque fonte anche di eventuali obbligazioni risarcitorie. Famoso il caso del falso De Chirico, deciso dalla Corte di cassazione nel 1982, caso in cui un dipinto fu certificato come autentico Chirico, deciso dalla Corte di Cassazione nel 1982, caso in cui un dipinto fu certificato come autentico dallo stesso De Chirico, pur essendo invece un falso. De Chirico, come è noto, fu condannato al risarcimento del danno verso l’acquirente indotto in errore. Ma è utile anche ricordare che per la circolazione digitale delle opere d’arte la tecnologia, ma anche il diritto, consentono ormai di utilizzare delle tecniche che garantiscono la provenienza e l’integrità delle opere. Si tratta, per esempio, del sigillo elettronico e della marcatura temporale, disciplinati anche recentemente dal Regolamento europeo 910/2014, come pure del marchio digitale, noto da tempo.

Quali sono a suo parere positività e criticità del quadro giuridico in Italia nei confronti dell’arte e dei beni culturali?

La legislazione italiana, costituita principalmente dalla legge sul diritto d’autore e dal Codice dei beni culturali, è ampia e completa. Per lo più si presta ad un’applicazione anche al mercato attuale, anche on line, nonché alla tutela delle opere d’arte digitali. Naturalmente alcuni adattamenti e aggiornamenti sarebbero auspicabili, volti per esempio ad accogliere un paradigma autoriale più ampio, comprensivo delle opere frutto di un processo creativo condiviso, come sempre più spesso accade on line. Il limite, come spesso accade in Italia, è costituito dall’approccio talora eccessivamente formalistico nell’applicazione della legislazione vigente.

Vi proponiamo un articolo sul Regolamento eIDAS di Didier Gobert rappresentante per il Belgio nel Gruppo di lavoro sul Commercio Elettronico della United Nations Commission on International Trade Law.

L’articolo approfondisce le tematiche illustrate da Gobert il 10 giugno nel corso del workshop UNCITRAL sull’identità digitale online su scala globale.

Il contributo è in francese ed è disponibile sul sito della Caprioli&Associés a QUESTO LINK.

posted by admin on luglio 28, 2015

Miscellanee

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d5501b89ecd108e5b8ba281e214c3272Emanati in collaborazione con il Garante Privacy i regolamenti finalizzati all’avvio del Sistema Pubblico di Identità Digitale.

Il confronto tra l’Agenzia per l’Italia Digitale e il Garante Privacy ha permesso la definizione delle caratteristiche e delle modalità di adozione del Sistema Pubblico di Identità Digitale. Il Sistema, consociuto anche come “Pin Unico”, permetterà ai cittadini l’accesso con un’unica chiave ai servizi online della P.A, dal fisco alla sanità.

Le disposizioni sono contenute in quattro regolamenti: il primo è relativo alle caratteristiche del sistema pubblico per la gestione dell’identità digitale; il secondo reca tempi e modalità di adozione del sistema da parte delle pubbliche amministrazioni e delle imprese; il terzo stabilisce lo schema di regolamento concernente l’accreditamento dei gestori di identità digitale e il quarto è relativo alle regole necessarie ai gestori di identità digitale per il riuso delle identità pregresse.

La promulgazione dei regolamenti avviene in seguito alla recente sentenza del TAR del Lazio, che accogliendo i ricorsi delle Associazioni Assintel e Assoprivder, aveva annullato alcune parti del decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri del 24.10.2014, attuativo del sistema SPID, permettendo tuttavia la prosecuzione dell’iter verso l’entrata in vigore.

Le Associazioni si erano rivolte al Tribunale lamentando il fatto che l’applicazione del Decreto avrebbe impedito alle imprese del settore ICT con un capitale sociale inferiore ai 5 milioni di euro di concorrere per diventare identity provider del sistema di identificazione.  Secondo i ricorrenti, il limite sarebbe stato in contrasto con la normativa antitrust e con il Regolamento Europeo in materia di identificazione elettronica e servizi fiduciari per le transazioni elettroniche nel mercato interno.

L’imposizione del requisito di un capitale sociale così alto, contrapposto all’assenza di tale obbligo per gli operatori pubblici, è stata ritenuta dai giudici una indebita discriminazione in favore della Pubblica Amministrazione, distorsiva del mercato e in aperto contrasto con la normativa antitrust e con il Regolamento Europeo.

Il percorso tracciato da AgID dovrebbe permettere l’entrata in vigore del Sistema Pubblico di Identità Digitale entro il prossimo dicembre.

Il Tribunale di Roma si è pronunciato in merito alla querela per diffamazione e alla richiesta di risarcimento danni presentata dal Movimento Italiano Genitori (Moige) nei confronti di Wikimedia Foundation Inc. Il giudice ha rigettato le richieste di rimozione dei contenuti ritenuti dannosi e diffamatori pubblicati su Wikipedia nelle pagine dedicate all’associazione, negando la concessione di un risarcimento di oltre 200.000 euro avanzato per la mancata rimozione.

Il contenzioso aveva avuto origine nel 2011, quando il Moige aveva denunciato la Fondazione Wikimedia, chiedendo la rimozione di alcuni contenuti che ne avrebbero offerto una descrizione particolarmente negativa, riducendone l’immagine a quella di un “manipolo di bigotti censori”. Il Moige aveva anche richiesto la rimozione di alcune citazioni provenienti dal sito ufficiale della stessa associazione. In seguito all’invio di richieste scritte e diffide, al vano tentativo di modifica e blocco della pagina incriminata, il Moige si era rivolto al Tribunale di Roma.

Con la conferma del ruolo di Wikimedia quale hosting provider neutrale, il giudice ha riconosciuto all’enciclopedia online la mancanza di responsabilità civile in merito al contenuto delle pagine create dagli utenti. Nella sentenza, si specifica che la procedura messa a disposizione da Wikimedia per permettere la modifica delle pagine di Wikipedia, estremamente chiara, oltre che confermata dalla documentazione allegata, “esclude l’obbligo di garanzia di verità e validità” e “trova il suo bilanciamento nella possibilità lasciata a chiunque di modificarne i contenuti e di chiederne la cancellazione”. A riprova di ciò, “conformemente allo spirito della libera enciclopedia, la pagina della medesima dedicata al Moige ed oggetto di contestazione è stata ripetutamente modificata dall’epoca dell’introduzione del giudizio sino all’attualità, per come evidenziato da entrambe le parti anche in sede di precisazione delle conclusioni e di scritti conclusivi”.

Non è perciò riscontrato alcun tipo di condotta omissiva a titolo di concorso nella diffamazione. L’eventuale responsabilità di tale condotta è da imputare ai singoli utenti, “dei quali viene peraltro conservato dal provider l’indirizzo a scopo cautelativo”. Infine, la procedura dell’enciclopedia online “prevede il blocco dell’account degli utenti che hanno cercato ripetutamente di modificare voci esistenti senza il supporto di fonti attendibili o di motivazioni verificabili o in contrasto con le regole redazionali, ciò al fine di tutela del servizio e della sua integrità”.

La Fondazione Wikimedia ha commentato la sentenza sottolinenando come costituisca “una vittoria per tutti i Wikipedians e per la libertà di espressione su Internet”.

L’Ente nazionale di aviazione civile ha aggiornato le regole riguardanti i mezzi aerei a pilotaggio remoto.

L’aggiornamento, che riguarda i sistemi aeromobili di pilotaggio di uso professionale e amatoriale, si propone di garantire la sicurezza dei cittadini tenendo conto delle ”caratteristiche tecniche ed operative dei sistemi a pilotaggio remoto, delle modalità di occupazione dello spazio aereo, del contributo conferito dalla capacità di gestione dell’operatore e dalla qualificazione dei piloti di tali mezzi”.

Tra le novità, la possibilità per gli operatori autorizzati Enac di sorvolare le città, evitando però “assembramenti anomali di persone”, e la possibilità del trasporto autorizzato di merci pericolose.

Per l’uso amatoriale dei droni, l’aggiornamento ne specifica la limitazione alle zone autorizzate. L’utilizzo in luogo pubblico prevede il divieto di installazione di dispositivi o strumenti supplementari atti a configurare l’apparecchio per operazioni specializzate quali riprese cinematografiche, televisive, servizi fotografici, sorveglianza, monitoraggio, l’impiego agricolo, la fotogrammetria, pubblicità o addestramento.

Le sanzioni previste in tema di violazione della privacy, rimangono immutate: l’omessa o inidonea informativa privacy è punita con una sanzione amministrativa, il trattamento illecito di dati personali con la reclusione fino a 3 anni, l’interferenza illecita nella vita privata dei cittadini con la reclusione da sei mesi a quattro anni.

Il nuovo regolamento Enac entrerà in vigore dal prossimo 15 settembre.