Direttore Scientifico: Prof.ssa Avv. Giusella Finocchiaro
Curatrice Editoriale: Dott. Giulia Giapponesi

posted by admin on settembre 16, 2013

Diritto d'autore e copyright, Miscellanee

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Il Tribunale di Roma ha vietato al magazine online “Il Post” la pubblicazione di informazioni volte ad indicare l’esistenza e la raggiungibilità di piattaforme di streaming che trasmettono illegalmente eventi sportivi.

Anche la sola pubblicazione dei nomi di siti dedicati alla pirateria rappresenta una condotta illecita. Questo, in sostanza, quanto stabilito dal tribunale di Roma che in una recente ordinanza contro Il Post ha proibito al direttore responsabile della testata di “fornire, in qualsiasi modo e con qualunque mezzo, espresse indicazioni sulla denominazione e la raggiungibilità dei portali telematici che, direttamente o indirettamente, consentono di accedere illegalmente a prodotti audiovisivi”.

L’ordinanza contro Il Post ha accolto la richiesta di RTI Mediaset in associazione con i vertici di Lega Calcio, che si sono rivolti al giudice chiedendo di inibire la pubblicazione di articoli contenenti informazioni utili ad individuare siti che a loro volta pubblicavano link a piattaforme che trasmettevano illegalmente partite di calcio.

Gli articoli a cui fa riferimento la richiesta, pubblicati tra il 2010 ed il 2012, informavano i lettori sulla possibilità di guardare gli eventi sportivi in diretta sia attraverso siti istituzionali di canali televisivi esteri e sia attraverso streaming provenienti direttamente da Sky ma diffusi senza autorizzazione. La possibile illegalità dei siti di streaming veniva ben chiarita nell’articolo.

Nell’ottobre 2012 con una lettera di diffida i legali di RTI Mediaset invitarono la direzione del magazine ad interrompere ogni attività informativa che contribuisse a facilitare l’accesso alla diffusione illecita dei contenuti di RTI e a rimuovere entro 24 ore ogni informazione di contenuto identico o simile a quello denunciato.

La direzione del Post acconsentì alla richiesta rimuovendo tutti i link alle piattaforme segnalate come illegali. Tuttavia il 13 febbraio 2013 la testata pubblicò un approfondimento sull’argomento dal titolo “I siti dove vedere le partite in streaming – Quali sono, cosa dicono le leggi in Italia e in Europa”.

Secondo quanto ricostruito dal Post, l’articolo intendeva fare maggiore chiarezza sulla legalità o meno dello streaming delle partite, citando le decisioni giudiziarie che avevano coinvolto diverse piattaforme ed elencando i punti principali del dibattito culturale e legislativo intorno alla legittimità e illegittimità della trasmissione online degli eventi sportivi.

Nonostante l’assenza di link e riferimenti diretti alla trasmissione di alcun evento sportivo, alcuni giorni dopo la pubblicazione dell’articolo, il Post fu oggetto di una nuova diffida, questa volta dai legali della Lega Calcio, che denunciava come illecita l’attività di pubblicazione di “indicazioni e riferimenti a siti web attraverso i quali accedere illegalmente alla visione di eventi calcistici del campionato di Serie A in corso” e chiedeva l’interruzione di ogni attività informativa che contribuisse ad agevolare l’accesso alla diffusione illecita dei contenuti audiovisivi licenziati dalla Lega Calcio.

Da allora, nel tentativo di evitare un ulteriore avanzamento della vicenda giudiziaria ma perseguendo la volontà di informare i lettori della possibilità di vedere le partite su siti internet, Il Post ha cessato di pubblicare in qualsiasi nome delle piattaforme illegali, limitandosi a rimandare i lettori all’articolo del 10 febbraio per un ulteriore approfondimento.

Questa condotta non ha tuttavia soddisfatto i querelanti che hanno presentato ricorso al Tribunale Civile di Roma reclamando “un provvedimento cautelare” che inibisse la pubblicazione di “qualsiasi informazione che concorra ad agevolare – direttamente o indirettamente, in qualsiasi modo e forma – la lesione dei diritti trasmissivi, dei diritti autorali connessi e dei diritti di privativa industriale di RTI”.

A nulla è valso l’appello dei legali del Post al diritto di cronaca. Il giudice ha accolto tutte le richieste di RTI e Lega Calcio, vietando la diffusione di qualunque tipo di informazione che possa ricordare l’esistenza di siti per lo streaming illecito, e tra queste anche il rimando ad un articolo di approfondimento.

Si legge infatti nell’ordinanza: “benché il singolo articolo di informazione in ordine al fenomeno della diffusione gratuita in streaming della partite di calcio di maggiore interesse costituisce legittimo esercizio del diritto di cronaca e di informazione, che si estende anche all’indicazione puntuale degli estremi dei fatti e dei suoi autori, il sistematico e ripetuto rinvio, mediante il link contenuto nel comunicato informativo delle singole partite in procinto di svolgimento sembra avere l’effetto non tanto di porre a conoscenza il pubblico dell’illiceità del predetto fenomeno – finalità al cui assolvimento non appare necessario il ricorso ad un link ipertestuale e che è possibile soddisfare, in modo più corretto ed efficace, attraverso il mero riferimento all’illiceità della diffusione delle partite su siti internet diversi da quelli dei licenziatari – quanto piuttosto, di offrire al pubblico medesimo uno strumento per l’immediata e facile individuazione dei siti ove è possibile vedere gratuitamente l’evento”.

In esecuzione dell’ordinanza, il Post ha censurato dai propri articoli ogni riferimento all’esistenza nei fatti di siti non autorizzati a trasmettere le partite di calcio, ha provveduto alla pubblicazione del dispositivo della sentenza e alla rifusione delle spese legali.

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Una casa discografica australiana ha presentato una richiesta di rimozione per violazione del diritto d’autore a causa di un brano utilizzato in una presentazione accademica pubblicata su YouTube. Il relatore della presentazione? Lawrence Lessig.

Professore di diritto ad Harvard, co-fondatore di Creative Commons e autore di numerose pubblicazioni di diritto e tecnologia, Lawrence Lessig è considerato uno degli attori fondamentali del dibattito sul dirittto d’autore nell’era digitale.

La lettura incriminata, presentata anche in una video-conferenza TED già proposta sul nostro blog, verteva sul concetto di fair use come dottrina necessaria per l’armonico sviluppo culturale della società, ed in particolare sulla necessità di proteggere giuridicamente la condivisione gratuita senza scopo di lucro e la libertà di creare contenuti nuovi remixando i prodotti culturali. In quest’ottica, durante la presentazione venivano a più riprese utilizzati i primi secondi del brano “Lizstomania” della band francese Phoenix per mostrare come gruppi di giovani in diverse parti del mondo avevano creato una rielaborazione personale del video.

Il palese intento didattico ed accademico della presentazione non è stato sufficiente per fermare la casa discografica dal richiedere a YouTube la rimozione della lettura del Prof.Lessig in quanto in violazione del copyright del brano della band francese.

La vicenda, che a buon diritto si può definire paradossale, si è poi sviluppata così:  il professore ha risposto alla richiesta presentando a YouTube un controricorso in cui spiegava che l’utilizzo del brano, essendo parte di una presentazione a scopo educativo, è compatibile con il fair use previsto dal Digital Millennium Copyright Act.

Successivamente, dopo aver ricevuto pressioni da parte della casa discografica che minacciava una querela, ha acconsentito alla rimozione del video come avrebbe fatto qualunque utente meno agguerrito.

Naturalmente, tuttavia, Lerry Lessig non si è lasciato sfuggire l’occasione di combattere per vie legali il concetto distintivo della sua battaglia accademica: la difesa del fair use, il legale utilizzo di opere dell’ingegno altrui per scopi culturali non commerciali.

Con la collaborazione dell’Electronic Frontier Foundation Lessig ha infatti presentato un’istanza ad un giudice federale del Massachusetts chiedendo di stabilire che il video rientra nella dottrina del fair use e presentando una richiesta di danni alla casa di produzione musicale.

“L’aumento di tattiche estreme per l’osservanza delle leggi  fa sì che per i creatori di contenuti sia sempre più difficile godere delle libertà che la legge garantisce loro”, ha dichiarato Lessig, “con l’aiuto dell’EFF ho l’opportunità di combattere contro questo particolare attacco. Spero che questo stabilirà un precedente che possa impedire ad altri di essere coinvolti in questo genere di battaglie”.

Il ricorso del Prof. Lessig è consultabile QUI, mentre di seguito vi riproponiamo la lettura come proposta nella TED conference del 2010:

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Lo schema di regolamento per la disciplina del diritto di autore su Internet pubblicato dall’AGCOM ha sollevato diverse contestazioni in rete da parte di esperti del settore che lamentano un mancato coinvolgimento degli stakeholder nel processo decisionale.

In particolare, ha richiamato l’attenzione della stampa la protesta di Assoprovider-Confcommercio, l’Associazione dei Provider Italiani, che ha espresso “vivissima preoccupazione per lo schema di regolamento che finirebbe per trasformare ogni intermediario della rete in un organo di polizia giudiziaria che controlla 24 ore su 24 l’intera rete mondiale, senza che tale ordine, già peraltro ritenuto illegittimo dalla Corte di Giustizia, venga sottoposto alla verifica della Magistratura “.

Assoprovider critica molti degli aspetti del regolamento, a partire dalla mancanza di un “approccio condiviso” nella stesura del testo,  nonostante le dichiarazioni d’intenti e le interviste date alla stampa dai componenti dell’autorità.

Al centro della contestazione, comunque, la preoccupazione per la nuova responsabilità in capo agli Internet provider che dovranno rimuovere selettivamente interi siti, link e frammenti di opere digitali qualora venga richiesto dall’Autorità.

Nella nota diffusa sul suo sito, l’Assoprovider scrive:

La Delibera comporterà la necessità per i provider di accesso di dover analizzare tutto il traffico presente sulle reti italiane anche di clienti non propri, e di impedire l’accesso ai cittadini italiani ai siti (blog, forum) presenti all’estero, sulla base anche di una sola richiesta di rimozione, senza che in realtà rilevi lo scopo di lucro. L’Autorità si è spinta al punto di richiedere agli stessi provider di sostituire le pagine “incriminate” di un sito web (o di un blog, o di un forum), con una pagina contenente il logo dell’AGCOM, invadendo la sfera di libera espressione dei titolari dei siti internet ed il principio di autodeterminazione di ogni cittadino.”

Desta particolare preoccupazione la multa (sino a 250 mila euro) e la denuncia agli organi di polizia giudiziaria, espressamente prevista dalla delibera qualora il Provider non ottemperi alle richieste dell’AGCOM. Tra queste, sottolinea l’Assoprovider, la delibera prevede anche l’obbligo di rivelare i nomi dei titolari di siti internet, di blog, di forum, “senza peraltro che sia stata elevata nei loro confronti alcuna contestazione formale, in aperta violazione dei principi di tutela della privacy”.

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Dall’Amazzonia protestano: il suffisso web “.amazon” identifica un’area geografica e non può essere assegnato all’omonima compagnia statunitense.

L’assegnazione dei top level domain da parte dell’ICANN (Internet Corporation for Assigned Names and Numbers) continua a sollevare polemiche sulla presunta titolarietà di certe parole. Da quando si è ampliata la scelta dei termini che è possibile aggiungere dopo il “punto” (che fino ad un anno fa erano limitati a “.com”, “.info”, “.org” ecc.ecc.) sono emersi conflitti di interessi tra le entità più disparate.

Così, in rete ha destato curiosità il caso della disputa, non priva di un certo interesse giuridico, sul suffisso “.amazon”, che può essere usato per identificare tanto la nota azienda di vendita online statunitense quanto l’Amazzonia (in inglese, appunto, Amazon).

Un consorzio di paesi sudamericani formato da Brasile, Argentina, Cile, Perù ed Uruguay ha presentato una protesta formale all’ICANN contro la richiesta presentata dalla compagnia di commercio elettronico per l’assegnazione del dominio di primo livello.

“In particolare .amazon è un nome geografico che rappresenta importanti aree di alcuni dei nostri paesi, che hanno comunità significative con la propria cultura e la propria identità connessa al nome” ha specificato il gruppo, secondo quanto riportato dal New York Times ,“aldilà delle considerazioni tecniche, questo fatto andrebbe compreso anche come una questione di principio”.

A quanto si apprende, il Governmental Advisory Committee dell’ICANN ha accolto le proteste del consorzio sudamericano e si è espresso affinché il dominio non venga assegnato alla società commerciale. Sebbene il parere del G.A.C. non sia vincolante, è probabile che l’ICANN non proceda oltre nella pratica di assegnazione del dominio ad Amazon.

La società di vendita online, interpellata dalla stampa, ha fatto sapere di voler procedere con il processo di assegnazione, “collaborando con gli stakeholders” per risolvere la questione.

Il consorzio di paesi latino americani di recente si era già rivolto all’ICANN anche per la difesa del dominio “.patagonia” richiesto dal noto omonimo marchio di abbigliamento sportivo, ma in seguito alla protesta la casa di moda ha ritirato spontaneamente la domanda di assegnazione.

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posted by admin on luglio 26, 2013

Diritto d'autore e copyright

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Il 25 luglio 2013 l’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni ha pubblicato, con Delibera n.452/13/CONS, lo Schema di regolamento in materia di tutela del diritto d’autore sulle reti di comunicazione elettronica e procedure attuative ai sensi del Decreto Legislativo 9 aprile 2003, n.70“.

Il Regolamento disciplina, nel dettaglio, le procedure a tutela del copyright online, ai sensi del decreto legislativo 9 aprile 2003, n. 70.

Il testo dello schema di regolamento è disponibile QUI.

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posted by admin on luglio 1, 2013

Diritto d'autore e copyright

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Il parlamento tedesco si è recentemente pronunciato favorevolmente su una mozione presentata da alcuni gruppi parlametari volta ad eliminare i brevetti sui software.

La motivazione alla base della richiesta si basa sul fatto che i software sono già protetti dalle leggi sul diritto d’autore e gli sviluppatori godono già dei diritti di sfruttamento delle loro opere.  Tuttavia, la presenza di brevetti che coprono aspetti generali dei programmi per computer entra spesso in contraddizione con questi diritti. La mozione chiede quindi che i software siano protetti solamente dal diritto d’autore e tale diritto non sia  penalizzato dai brevetti di terze parti.  Unica eccezione alla regola, la fattispecie in cui un programma sostituisca un componente meccanico o elettromagnetico della macchina: in quel caso il brevetto deve essere ammesso.

In particolare, la mozione, sottolineando che le azioni governative sui brevetti non devono mai interferire con il diritto a distribuire programmi open source, chiede al governo di preservare la priorità delle licenze sul diritto d’autore affinché gli sviluppatori di software possano decidere se vogliono di pubblicare il loro lavoro attraverso una licenza open source senza temere di interferire con brevetti.

La decisione del Bundestag segue di un mese una risoluzione simile adottata dal governo della Nuova Zelanda, secondo la quale i programmi per computer non possono essere equiparati ad invenzioni e pertanto non possono essere brevettabili.

La mozione tedesca si conclude con la richiesta rivolta al Governo di intervenire affinché questo approccio possa divenire uno standard europeo.  

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posted by admin on maggio 28, 2013

Diritto d'autore e copyright

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Il Tribunale del Riesame di Roma ha annullato il provvedimento di sequestro preventivo nei confronti della piattaforma di file sharing Rapidgator. Il dominio, tuttavia, risulta ancora inaccessibile dall’Italia.

È stato reso noto l’esito del ricorso presentato al Tribunale del Riesame di Roma da parte dei difensori di Rapidgator, uno dei portali di file sharing oscurati lo scorso aprile su ordine del GIP Massimo Di Lauro. Il provvedimento del GIP faceva seguito ad  un’indagine della Polizia Postale avviata da una denuncia per violazione di copyright da parte della Sunshine Pictures, la casa di distribuzione italiana del film d’animazione francese Un Monstre à Paris (Un Mostro a Parigi).

Il sequestro preventivo è stato ritenuto una misura sproporzionata dal giudice per il Riesame del Tribunale di Roma, che ha disposto il ripristino dell’accesso del sito Rapidgator ai fini di archiviazione per conto terzi (servizio di cloud storage), eventualmente anche a pagamento.

Secondo il giudice l’oscuramento deve essere una misura da attuarsi solo in caso in cui  i legittimi detentori dei diritti non abbiano ottenuto la rimozione dei file ritenuti illeciti dopo averne fatto richiesta formale ai portali. Una procedura simile a quella prevista negli Stati Uniti dal noto Digital Millennium Copyright Act, che prevede per i detentori di diritto d’autore la possibilità di richiedere la rimozione dei contenuti ritenuti illeciti attraverso una formale richiesta (takedown notice).

Nel caso in oggetto, nonostante sia stata rilevata dal giudice la presenza di strumenti offerti dal portale per l’eliminazione dei contenuti, come un indirizzo di posta elettronica per segnalare gli abusi e la vigilanza dello US copyright office, nessuna segnalazione era stata inoltrata ai gestori di Rapidgator per la rimozione del file illecito da parte dei responsabili della Sunshine Pictures.

A quanto risulta, l’ordine di ripristino degli accessi al sito Rapidgator.net, diramato all’inizio di maggio, non ha ancora permesso di ripristinare l’accesso al portale, che è ancora irraggiungibile dagli utenti italiani.

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posted by admin on maggio 2, 2013

Diritto d'autore e copyright

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Gli Internet Service Provider permettono agli utenti l’accesso a materiale coperto da copyright e pertanto devono pagare una licenza. Con questa motivazione la collecting society belga SABAM ha citato in giudizio i tre principali Internet Service Provider del Belgio, reclamando un risarcimento per aver permesso ai loro utenti di accedere a contenuti protetti da diritto d’autore.

L’Associazione Belga degli Autori, compositori ed editori - equivalente belga della SIAE italiana -  ha chiesto alla Corte di ordinare agli ISP  Belgacom, Telenet e Voo di destinare alla Sabam il 3,4% dei loro profitti, come “equo compenso” per il “supporto” che le connessioni veloci ad Internet forniscono alla pirateria.

Annunciando l’azione legale in un comunicato stampa, la SABAM ha sostenuto che gli ISP durante gli anni hanno guadagnato dalla crescente fruizione di media online offrendo l’accesso ad Internet illimitato e con un alta velocità di download e persino reclamizzandolo nelle loro campagne. Secondo la collecting society il guadagno degli ISP deriva in parte dall’illecita fruizione massiva di opere coperte da diritto d’autore e per questo gli ISP dovrebbero iniziare a pagare le licenze. Sabam ha presentato una richiesta di risarcimento agli ISP per un periodo che parte dal novembre 2011 .

L’Acssociazione degli ISP belgi (ISPA),  in risposta alla richiesta della Sabam, ha dichiarato in un comunicato stampa che i fornitori di connettività non operano una scelta sul tipo di informazione che veicolano attraverso le loro connessioni e pertanto non possono essere ritenuti responsabili per i contenuti richiesti dagli utenti. L’associazione ha inoltre sottolineato che il pagamento delle licenze proposto da Sabam equivarrebbe ad una tassa imposta a tutti gli utenti della rete, compresi quelli che non utilizzano Internet per scaricare illecitamente materiale coperto da copyright.  

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posted by admin on aprile 15, 2013

Diritto d'autore e copyright

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Su ordine del GIP della Procura di Roma la polizia postale ha avviato un’operazione di sequestro preventivo nei confronti di un gruppo di 27 portali di file sharing italiani ed internazionali tra cui Nowdownload, Videopremium, Rapidgator, Bitshare e Cyberlocker.

L’ordine è scaturito in seguito ad un’indagine avviata da una denuncia per violazione di copyright da parte della Sunshine Pictures, la casa di distribuzione italiana del film d’animazione francese Un Monstre à Paris (Un Mostro a Parigi).

L’indagine della Polizia Postale romana è durata circa un mese e si è conclusa con la richiesta del PM di oscurare i domini mediante il blocco dei relativi riferimenti DNS da parte dei provider italiani.

Vista l’entità dei portali coinvolti nel sequestro, tra cui alcune delle maggiori piattaforme di file sharing internazionali con milioni di utenti in tutto il mondo, si tratterebbe della più grande operazione di oscuramento sul web  mai adottata in Italia.

I 27 portali a cui è stato inibito l’accesso sono piattaforme cloud nelle quali gli utenti possono “affittare” uno spazio virtuale per archiviare file personali o scambiare con altri utenti file di grandi dimensioni, con o senza condivisione pubblica. Nonostante questi portali vengano notoriamente utilizzati anche per la condivisione illecita di contenuti protetti da diritto d’autore, l’oscuramento impedirà a migliaia di utenti italiani l’impossibilità di accedere ai file privati della propria casella personale. Per questa ragione diversi commentatori hanno sollevato la questione del bilanciamento d’interessi fra una società commerciale che reclama la protezione del diritto d’autore di una singola opera audiovisiva e il diritto degli utenti ad accedere ai propri file personali.

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Come previsto, l’introduzione della possibilità di personalizzare i domini di primo livello ha portato ad una lotta tra multinazionali per l’esclusiva su alcune delle parole più ambite. Al centro della contesa, i termini scelti dai colossi Google ed Amazon.

Da oltre un anno l’ICANN (Internet Corporation for Assigned Names and Numbers) ha aperto a tutti i player del web la possibilità di registrare qualsiasi parola da utilizzare come dominio di primo livello. Si è quindi grandemente ampliata la scelta dei termini, che fino ad un anno fa erano limitati a “.com”, “.info”, “.org” ecc.ecc. Tuttavia, non tutte le parole sono ugualmente ricercate, e la spartizione di termini-chiave sta causando una vera e propria battaglia tra le principali aziende che operano in rete.

Mentre Amazon è bersaglio di pesanti contestazioni per il tentativo di accaparrarsi domini come  ”.book” e  ”.read”, Google è stato oggetto di una lamentela formale per aver richiesto l’esclusiva su termini quali  ”.search”, “.app”, “.earth”, “.car”, “.fly” , “.map” e “.cloud”.

La contestazione proviene dall’organizzazione FairSearch, un gruppo di pressione formato da aziende contrarie al controllo operato da Google sul web. Il gruppo conta fra i suoi membri altre aziende che operano in rete, tra cui  Microsoft, Nokia, Oracle, Expedia e TripAdvisor.

In un recente comunicato, FairSearch ha fatto sapere di aver presentato una lamentela all’ICANN sostenendo che se l’ente avesse accetato le richieste di Mountain View “avrebbe permesso a Google di ottenere un ingiusto vantaggio nei confronti degli altri membri della comunità attraverso l’inopportuna garanzia di un monopolio perpetuo di una sola compagnia su generici termini industriale”.

Il gruppo di pressione ha quindi intrapreso un ricorso formale  all’ICANN per impedire a Google di aggiudicarsi, in particolare, le parole “.search,” “.map” e “.fly”.

La risposta dell’ente è attesa entro cinque mesi.

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