Direttore Scientifico: Prof.ssa Avv. Giusella Finocchiaro
Curatrice Editoriale: Dott. Giulia Giapponesi

posted by admin on marzo 18, 2014

Diritto d'autore e copyright

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fileserve premium accountCondannato per violazione del copyright, il servizio di file sharing FileServe dovrà risarcire una casa di produzione americana per i mancati ricavi di un’opera cinematografica.

La vicenda risale alla primavera scorsa: FileServe aveva reso disponibile sui suoi server il download gratuito del film “American Cowslip”, caricato illecitamente da un utente, e ne aveva permesso la fruizione senza l’autorizzazione dai detentori dei diritti. Dopo avere richisto invano al servizio di hosting la rimozione dei file, la Cowslip Film Partners, la casa di produzione dell’opera, si era rivolta alla Corte Distrettuale della California chiedendo un risarcimento danni.

Per stimare il danno relativo ai mancati incassi la compagnia cinematografica ha proceduto calcolando la differenza tra l’incasso previsto e quello ottenuto dalla proiezione nelle sale, di gran lunga inferiore alle aspettative.

Per determinare l’ammontare del mancato guadagno, la Cowslip Film Partners ha utilizzato un sistema di previsione statistica basato sui ricavi di film giudicati “simili” ad “American Cowslip”. Secondo la stima, il film avrebbe dovuto generare oltre un milione di incasso solo in Nord America, tuttavia il botteghino ha registrato un ricavo di soli 68.000 dollari.

Accogliendo la richiesta della casa di produzione il giudice ha imposto a FileServe un risarcimento di 869.500 dollari per compensare la casa di produzione dei danni causati dalla diffusione illecita dell’opera.

Con una stima di quasi 200 milioni di pagine visitate al mese, FileServe è nella lista delle 10 piattaforme di file sharing più visitate al mondo.

La compagnia che gestisce la piattaforma, con sede nelle Isole Vergini, dovrà ora procedere al pagamento del risarcimento, oltre al pagamento di 20mila dollari relativi alle spese legali del procedimento. Tuttavia, c’è la possibilità che la compagnia cinematografica non riceva quanto stabilito dal giudice: i rappresentanti di FileServe non si sono infatti mai presentati in tribunale e non è peregrino ipotizzare che cambino presto la sede aziendale.

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posted by admin on marzo 5, 2014

Diritto d'autore e copyright

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La Guardia di Finanza ha sequestrato 46 tra portali e domini internet che permettevano il download e lo streaming di contenuti protetti da diritto d’autore in cambio di donazioni e della disponibilità alla condivisione dei file da parte degli utenti.

Il Giudice per le indagini preliminari di Roma ha disposto il sequestro con l’ipotesi di reato in violazione dell’art. 171 ter, comma 2bis, della legge 22 aprile 1941 n. 633 sul diritto d’autore, contestandone il fine di lucro, conseguito attraverso l’inserimento di banner pubblicitari e la richiesta di libere donazioni.

L’operazione effettuata dal nucleo speciale per la radiodiffusione e l’editoria di Roma della Guarda di Finanza, in collaborazione con il nucleo speciale frodi tecnologiche delle fiamme gialle, è una delle più importanti mai portate a termine in materia di pirateria sul territorio italiano.

Per quanto riguarda la procedura di sequestro, sono stati oscurati i siti incriminati con IP italiano, che risultano già inaccessibili, mentre è in corso la procedura di blocco per quelli con hosting provider estero: la procura ha infatti chiesto agli ISP nazionali di inibire l’accesso per gli utenti del nostro Paese tramite blocco dei Domain Name Server.

Tra i 46 siti sottoposti a sequestro i più noti sarebbero mondotorrent, dopinatorrent, truepirates, filmxtutti, casacinema, italiafilms, guardafilm, piratestreaming, filmsenzalimiti, eurostreaming.

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posted by admin on febbraio 24, 2014

Diritto d'autore e copyright

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the_nsa_mens_vneck_tshirtLa National Security Agency degli Stati Uniti, al centro dello scandalo delle intercettazioni su scala globale rivelato da Edward Snowden, è nuovamente al centro di un caso di giudiziario che riguarda una violazione ai danni dei cittadini. Questa volta, però, si tratta del diritto di satira.

La controparte è Dan McCall, un designer free lance che da oltre dieci anni vende su internet t-shirt e tazze con il logo della NSA accompagnato dalla frase “NSA: l’unica parte del governo che sa ascoltare”.

Nel 2011 McCall ha ricevuto una cosiddetta cease-and-desist letter dalla NSA che itimava la rimozione dei suoi prodotti dal portale di commercio di gadget online Zazzle.com.

Il portale, decidendo di assecondare l’Agenzia governativa, ha obbligato McCall a rimuovere gli oggetti dal suo negozio virtuale e, dopo qualche tempo, McCall ha deciso di aprire un nuovo spazio di vendita online su CafePress, una piattaforma del tutto simile a Zazzle. Ironicamente, il nuovo profilo del designer invitava gli utenti a comprare le magliette con il messaggio promozionale “Censurate dalla NSA!“.

Lo scorso ottobre, in seguito al clamore sollevato dalle rivelazioni di Snowden, McCall ha deciso di intraprendere un’azione legale contro la NSA sostenendo che la richiesta di rimozione dei suoi prodotti da parte dell’agenzia governativa fosse illecita. Secondo il designer, magliette e tazze erano parodie e come tali erano tutelate dal Primo Emendamento degli Stati Uniti, che tutela la libertà di espressione.

È notizia recente che la NSA ha accolto le motivazioni di McCall e ha patteggiato con i rappresentant legali del creativo. A quanto si apprende, entrambe le parti hanno convenuto che il merchandising di stampo satirico non viola le leggi azionali. L’agenzia ha quindi accettato di pagare 500 dollari per coprire le spese legali sostenute da McCall.

La NSA ha dunque indirizzato una lettera di rettifica al portale Zazzle riconoscendo che gli oggetti di McCall sono di stampo satirico e non avrebbero dovuto essere considerati come tentativi di far credere al pubblico che il loro design fosse approvato, sostenuto o autorizzato dalla NSA.

“Sono lieto che lsa vicenda giudiziaria abbia aiutato a riaffermare il diritto a prendere in giro il governo”, ha dichiarao McCall. “ho sempre pensato che la parodia sia una tradizione salutare della società Amricana. È bello sapere che è ancora legale”.

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agcom_logoL’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni ha pubblicato oggi sul sito istituzionale il regolamento per la tutela del diritto d’autore sulle reti di comunicazione elettronica e procedure attuative ai sensi del d.lgs. 9 aprile 2003, n. 70.

Il regolamento disciplina le attività dell’Autorità in materia di tutela del diritto d’autore nell’ambito della lotta alla pirateria digitale, indicando anche le procedure volte all’accertamento e alla cessazione delle violazioni del diritto d’autore e dei diritti connessi, comunque realizzate.

Il comunicato stampa diffuso dall’Agcom sottolinea che l’obbiettivo dell’Autorità è quello di contrastare le violazioni massive del diritto d’autore ed in quest’ottica non si riferisce agli utenti finali che fruiscono di opere digitali attraverso il download o lo streaming, nonché alle applicazioni e ai programmi attraverso i quali si realizza la condivisione diretta tra utenti finali di contenuti digitali.

Le misure inibitorie si riferiscono quindi al provider di servizi o al gestore del sito web e consistono nella rimozione selettiva del contenuto segnalato come in violazione il diritto d’autore o, in caso di violazione massiva, la disabilitazione dell’accesso ai contenuti. Se il contenuti in violazione sono pubblicati su un sito ospitato su un server estero, l’Autorità può chiedere agli Internet provider la disabilitazione dell’accesso al sito stesso. Nel caso di inottemperanza dell’ordine è prevista una sanzione pecuniaria fino a 250mila euro.

Molti i commenti critici da parte di giornalisti e opinionisti della rete che denunciano uno “scavalcamento” della centralità delle prerogative parlamentari e giurisdizionali da parte di un autorità amministrativa.

Come previsto dall’art. 19, il regolamento entrerà in vigore il 31 marzo 2014. Il testo del regolamento è disponibile QUI.

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Morel_sui_giornaliLe foto pubblicate sui social network non possono essere sfruttate commercialmente in assenza di accordi con l’autore. Una corte di New York ha condannato due agenzie ad un risarcimento milionario per aver venduto senza autorizzazione alcuni scatti trovati su Twitter.

L’Agenzia France-Presse (AFP) e il suo distributore americano Getty Images sono state condannate per aver volontariamente violato i diritti d’autore su otto foto di Daniel Morel, un fotografo di Haiti che nel 2010 aveva pubblicato su Twitter un servizio sul terremoto che ha colpito l’isola.

Dopo quattro anni di battaglia legale, Daniel Morel ha ottenuto un risarcimento di 1,2 milioni di dollari dai due colossi dell’industria della fotografia digitale per l’uso non autorizzato delle sue immagini.

Alcune ore dopo il violento terremoto del 12 gennaio 2010, Morel aveva pubblicato alcuni drammatici scatti su TwitPic, un portale attraverso cui gli utenti possono caricare foto su Twitter. Le foto sono poi finite sotto gli occhi dell’Agenzia di stampa AFP che le ha scaricate e ha iniziato a venderle a testate europee tra cui Liberation e il Corriere della sera. Contestualmente, attraverso l’agenzia Getty Images le immagini sono state vendute anche negli Stati Uniti a testate come NYTimes.com, The Washington Post, ABC, CBS e altre.

Dopo aver visto i suoi scatti sui giornali, Daniel Morel ha chiesto all’AFP che gli venisse riconosciuta la paternità sulle foto ed il relativo risarcimento. Per tutta risposta l’agenzia lo ha querelato per aver ingiustamente accusato la compagnia di violazione del copyright. Morel ha quindi presentato un controquerela  lamentando l’uso non autorizzato delle proprie fotografie.

Davanti alla Corte Distrettuale di Manhattan i legali dell’AFP hanno sostenuto di aver agito in buona fede in quanto Twitter permette il fair use delle foto pubblicate dagli utenti. Il giudice non ha però accolto la difesa sostenendo invece che il social network permette solo di postare retwittare i contenuti, ma non regola l’uso commerciale delle immagini pubblicate dagli utenti.

Il caso di Morel è stato ampiamente riportato dalla stampa perché affronta la questione dell copyright sulle fotografie pubblicate sui social media dimostrando che anche sulle nuove piattaforme i fotografi possono continuare a rivendicare i diritti sulle proprie opere.

Com’è noto, l’avvento dei social network e dei portali di fotografie pubblicate dagli utentiha influito negativamente sul mercato della fotografia professionale dal momento che sul web la pratica di prendere le foto e riutilizzarle senza attribuzione di copyright  è piuttosto radicata. Tuttavia raramente i singoli professionisti intentano querele contro le grandi compagnie editoriali, notoriamente munite di agguerrite squadre di legali. La notizia della vittoria del 62enne haitiano Daniel Morel è dunque stata riportata con soddisfazione sui magazine e i blog di fotografia di tutto il mondo.

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posted by admin on novembre 21, 2013

Diritto d'autore e copyright

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Il 21 novembre 2013 il Consiglio dei Ministri ha approvato, in esame preliminare, lo schema di Dlgs che recepisce la direttiva europea  2011/77/UE del 27 settembre 2011, che modifica la direttiva 2006/116/CE concernente la durata di protezione del diritto d’autore e di alcuni diritti connessi.

Il provvedimento estende la durata dei diritti degli artisti (interpreti o esecutori) sulle interpretazioni musicali fissate in un fonogramma da 50 a 70 anni dalla morte dell’artista.

L’obiettivo della norma comunitaria è quello di innalzare il livello di protezione economica delll’industria discografica per un periodo più lungo, sottraendo così al pubblico dominio 20 anni di libero utilizzo delle opere culturali.

Il nuovo termine di protezione si calcola a partire dalla prima prima comunicazione al pubblico del fonogramma.

La direttiva stabilisce anche che per quanto riguarda le composizioni musicali con un testo al quale abbiano collaborato più persone “la durata della protezione scade settanta anni dopo la morte dell’ultima persona sopravvissuta fra le seguenti persone, a prescindere dal fatto che esse siano o meno riconosciute quali coautori: l’autore del testo e il compositore della composizione musicale, purché entrambi i contributi siano stati specificamente creati per la rispettiva composizione musicale con testo.”

Il testo completo della direttiva è disponibilie QUI.

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MasaidanceÈ stato stimato che circa 10.000 aziende di tutto il mondo utilizzano il nome “Maasai” per vendere i loro prodotti. Dai ricambi per automobili ai servizi legali, sembra che la tribù nilotica sia tra le preferite nel mondo del marketing.

Può una tribù intentare una sorta di class action per ottenere il copyright sul proprio nome? È quanto stanno cercando di capire i masai nel tentativo di frenare lo sfruttamento commerciale della loro identità etnica. Ad aiutarli nell’impresa c’è Ron Layton, neozelandese esperto di proprietà intellettuale che ha fondato un’organizzazione no-profit per sensibilizzare le popolazioni dei paesi in via di sviluppo sui temi del copyright, dei marchi commerciali e dei brevetti.

Secondo Layton, negli ultimi 10 anni sei grandi compagnie hanno generato un giro d’affari annuale di oltre 100 milioni di dollari grazie all’utilizzo del nome “Maasai”.

Nel 2003 la Jaguar Land Rover ha venduto due edizioni limitate del fuoristrada Freelander chiamate Maasai e Maasai Mara. Nel 2012 Louis Vuitton ha presentato una collezione primavera-estate da uomo che includeva sciarpe e maglie ispirate agli shuka dei Masai. Altri stilisti fra cui Calvin klein, ralph Lauren e Diane von Furstenberg hanno prodotto rispettivamente lenzuola, pantaloni e cuscini utilizzando il nome della tribù est africana.

Tra gli utilizzi più noti del “marchio masai” sembra esserci quello delle calzature sportive Masai Barefoot Technology (MBT) famose per la suola ricurva che rende instabile la camminata. Proprio questa particolarità sarebbe infatti ispirata alla deambulazione a piedi nudi su terreni accidentati praticata dei masai.

Il più lussuoso oggetto commerciato con il nome della tribù è invece di un’azienda italiana, la Delta, specializzata in penne. Risale infatti al 2003 la diffusione della “Masai”, la penna della linea “Indigenous People” il cui prezzo al pubblico parte da 600 dollari.

Alcuni rappresentanti delle varie sotto-tribù masai, che oggi contano circa 3 milioni di individui, sono stati informati sulla commercializzazione del loro nome grazie alla collaborazione tra Layton e Ole Mbelati, un capotribù masai particolarmente attento alle pratiche commerciali occidentali.

L’idea è quella di reclamare la proprietà intellettuale sul nome affinché parte dei profitti ricavati dai prodotti “masai” possa ricadere sulla tribù africana.

Il reportage completo dell’iniziativa è pubblicato sul magazine Bloomberg Businessweek.

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posted by admin on settembre 16, 2013

Diritto d'autore e copyright, Miscellanee

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Il Tribunale di Roma ha vietato al magazine online “Il Post” la pubblicazione di informazioni volte ad indicare l’esistenza e la raggiungibilità di piattaforme di streaming che trasmettono illegalmente eventi sportivi.

Anche la sola pubblicazione dei nomi di siti dedicati alla pirateria rappresenta una condotta illecita. Questo, in sostanza, quanto stabilito dal tribunale di Roma che in una recente ordinanza contro Il Post ha proibito al direttore responsabile della testata di “fornire, in qualsiasi modo e con qualunque mezzo, espresse indicazioni sulla denominazione e la raggiungibilità dei portali telematici che, direttamente o indirettamente, consentono di accedere illegalmente a prodotti audiovisivi”.

L’ordinanza contro Il Post ha accolto la richiesta di RTI Mediaset in associazione con i vertici di Lega Calcio, che si sono rivolti al giudice chiedendo di inibire la pubblicazione di articoli contenenti informazioni utili ad individuare siti che a loro volta pubblicavano link a piattaforme che trasmettevano illegalmente partite di calcio.

Gli articoli a cui fa riferimento la richiesta, pubblicati tra il 2010 ed il 2012, informavano i lettori sulla possibilità di guardare gli eventi sportivi in diretta sia attraverso siti istituzionali di canali televisivi esteri e sia attraverso streaming provenienti direttamente da Sky ma diffusi senza autorizzazione. La possibile illegalità dei siti di streaming veniva ben chiarita nell’articolo.

Nell’ottobre 2012 con una lettera di diffida i legali di RTI Mediaset invitarono la direzione del magazine ad interrompere ogni attività informativa che contribuisse a facilitare l’accesso alla diffusione illecita dei contenuti di RTI e a rimuovere entro 24 ore ogni informazione di contenuto identico o simile a quello denunciato.

La direzione del Post acconsentì alla richiesta rimuovendo tutti i link alle piattaforme segnalate come illegali. Tuttavia il 13 febbraio 2013 la testata pubblicò un approfondimento sull’argomento dal titolo “I siti dove vedere le partite in streaming – Quali sono, cosa dicono le leggi in Italia e in Europa”.

Secondo quanto ricostruito dal Post, l’articolo intendeva fare maggiore chiarezza sulla legalità o meno dello streaming delle partite, citando le decisioni giudiziarie che avevano coinvolto diverse piattaforme ed elencando i punti principali del dibattito culturale e legislativo intorno alla legittimità e illegittimità della trasmissione online degli eventi sportivi.

Nonostante l’assenza di link e riferimenti diretti alla trasmissione di alcun evento sportivo, alcuni giorni dopo la pubblicazione dell’articolo, il Post fu oggetto di una nuova diffida, questa volta dai legali della Lega Calcio, che denunciava come illecita l’attività di pubblicazione di “indicazioni e riferimenti a siti web attraverso i quali accedere illegalmente alla visione di eventi calcistici del campionato di Serie A in corso” e chiedeva l’interruzione di ogni attività informativa che contribuisse ad agevolare l’accesso alla diffusione illecita dei contenuti audiovisivi licenziati dalla Lega Calcio.

Da allora, nel tentativo di evitare un ulteriore avanzamento della vicenda giudiziaria ma perseguendo la volontà di informare i lettori della possibilità di vedere le partite su siti internet, Il Post ha cessato di pubblicare in qualsiasi nome delle piattaforme illegali, limitandosi a rimandare i lettori all’articolo del 10 febbraio per un ulteriore approfondimento.

Questa condotta non ha tuttavia soddisfatto i querelanti che hanno presentato ricorso al Tribunale Civile di Roma reclamando “un provvedimento cautelare” che inibisse la pubblicazione di “qualsiasi informazione che concorra ad agevolare – direttamente o indirettamente, in qualsiasi modo e forma – la lesione dei diritti trasmissivi, dei diritti autorali connessi e dei diritti di privativa industriale di RTI”.

A nulla è valso l’appello dei legali del Post al diritto di cronaca. Il giudice ha accolto tutte le richieste di RTI e Lega Calcio, vietando la diffusione di qualunque tipo di informazione che possa ricordare l’esistenza di siti per lo streaming illecito, e tra queste anche il rimando ad un articolo di approfondimento.

Si legge infatti nell’ordinanza: “benché il singolo articolo di informazione in ordine al fenomeno della diffusione gratuita in streaming della partite di calcio di maggiore interesse costituisce legittimo esercizio del diritto di cronaca e di informazione, che si estende anche all’indicazione puntuale degli estremi dei fatti e dei suoi autori, il sistematico e ripetuto rinvio, mediante il link contenuto nel comunicato informativo delle singole partite in procinto di svolgimento sembra avere l’effetto non tanto di porre a conoscenza il pubblico dell’illiceità del predetto fenomeno – finalità al cui assolvimento non appare necessario il ricorso ad un link ipertestuale e che è possibile soddisfare, in modo più corretto ed efficace, attraverso il mero riferimento all’illiceità della diffusione delle partite su siti internet diversi da quelli dei licenziatari – quanto piuttosto, di offrire al pubblico medesimo uno strumento per l’immediata e facile individuazione dei siti ove è possibile vedere gratuitamente l’evento”.

In esecuzione dell’ordinanza, il Post ha censurato dai propri articoli ogni riferimento all’esistenza nei fatti di siti non autorizzati a trasmettere le partite di calcio, ha provveduto alla pubblicazione del dispositivo della sentenza e alla rifusione delle spese legali.

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Una casa discografica australiana ha presentato una richiesta di rimozione per violazione del diritto d’autore a causa di un brano utilizzato in una presentazione accademica pubblicata su YouTube. Il relatore della presentazione? Lawrence Lessig.

Professore di diritto ad Harvard, co-fondatore di Creative Commons e autore di numerose pubblicazioni di diritto e tecnologia, Lawrence Lessig è considerato uno degli attori fondamentali del dibattito sul dirittto d’autore nell’era digitale.

La lettura incriminata, presentata anche in una video-conferenza TED già proposta sul nostro blog, verteva sul concetto di fair use come dottrina necessaria per l’armonico sviluppo culturale della società, ed in particolare sulla necessità di proteggere giuridicamente la condivisione gratuita senza scopo di lucro e la libertà di creare contenuti nuovi remixando i prodotti culturali. In quest’ottica, durante la presentazione venivano a più riprese utilizzati i primi secondi del brano “Lizstomania” della band francese Phoenix per mostrare come gruppi di giovani in diverse parti del mondo avevano creato una rielaborazione personale del video.

Il palese intento didattico ed accademico della presentazione non è stato sufficiente per fermare la casa discografica dal richiedere a YouTube la rimozione della lettura del Prof.Lessig in quanto in violazione del copyright del brano della band francese.

La vicenda, che a buon diritto si può definire paradossale, si è poi sviluppata così:  il professore ha risposto alla richiesta presentando a YouTube un controricorso in cui spiegava che l’utilizzo del brano, essendo parte di una presentazione a scopo educativo, è compatibile con il fair use previsto dal Digital Millennium Copyright Act.

Successivamente, dopo aver ricevuto pressioni da parte della casa discografica che minacciava una querela, ha acconsentito alla rimozione del video come avrebbe fatto qualunque utente meno agguerrito.

Naturalmente, tuttavia, Lerry Lessig non si è lasciato sfuggire l’occasione di combattere per vie legali il concetto distintivo della sua battaglia accademica: la difesa del fair use, il legale utilizzo di opere dell’ingegno altrui per scopi culturali non commerciali.

Con la collaborazione dell’Electronic Frontier Foundation Lessig ha infatti presentato un’istanza ad un giudice federale del Massachusetts chiedendo di stabilire che il video rientra nella dottrina del fair use e presentando una richiesta di danni alla casa di produzione musicale.

“L’aumento di tattiche estreme per l’osservanza delle leggi  fa sì che per i creatori di contenuti sia sempre più difficile godere delle libertà che la legge garantisce loro”, ha dichiarato Lessig, “con l’aiuto dell’EFF ho l’opportunità di combattere contro questo particolare attacco. Spero che questo stabilirà un precedente che possa impedire ad altri di essere coinvolti in questo genere di battaglie”.

Il ricorso del Prof. Lessig è consultabile QUI, mentre di seguito vi riproponiamo la lettura come proposta nella TED conference del 2010:

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Lo schema di regolamento per la disciplina del diritto di autore su Internet pubblicato dall’AGCOM ha sollevato diverse contestazioni in rete da parte di esperti del settore che lamentano un mancato coinvolgimento degli stakeholder nel processo decisionale.

In particolare, ha richiamato l’attenzione della stampa la protesta di Assoprovider-Confcommercio, l’Associazione dei Provider Italiani, che ha espresso “vivissima preoccupazione per lo schema di regolamento che finirebbe per trasformare ogni intermediario della rete in un organo di polizia giudiziaria che controlla 24 ore su 24 l’intera rete mondiale, senza che tale ordine, già peraltro ritenuto illegittimo dalla Corte di Giustizia, venga sottoposto alla verifica della Magistratura “.

Assoprovider critica molti degli aspetti del regolamento, a partire dalla mancanza di un “approccio condiviso” nella stesura del testo,  nonostante le dichiarazioni d’intenti e le interviste date alla stampa dai componenti dell’autorità.

Al centro della contestazione, comunque, la preoccupazione per la nuova responsabilità in capo agli Internet provider che dovranno rimuovere selettivamente interi siti, link e frammenti di opere digitali qualora venga richiesto dall’Autorità.

Nella nota diffusa sul suo sito, l’Assoprovider scrive:

La Delibera comporterà la necessità per i provider di accesso di dover analizzare tutto il traffico presente sulle reti italiane anche di clienti non propri, e di impedire l’accesso ai cittadini italiani ai siti (blog, forum) presenti all’estero, sulla base anche di una sola richiesta di rimozione, senza che in realtà rilevi lo scopo di lucro. L’Autorità si è spinta al punto di richiedere agli stessi provider di sostituire le pagine “incriminate” di un sito web (o di un blog, o di un forum), con una pagina contenente il logo dell’AGCOM, invadendo la sfera di libera espressione dei titolari dei siti internet ed il principio di autodeterminazione di ogni cittadino.”

Desta particolare preoccupazione la multa (sino a 250 mila euro) e la denuncia agli organi di polizia giudiziaria, espressamente prevista dalla delibera qualora il Provider non ottemperi alle richieste dell’AGCOM. Tra queste, sottolinea l’Assoprovider, la delibera prevede anche l’obbligo di rivelare i nomi dei titolari di siti internet, di blog, di forum, “senza peraltro che sia stata elevata nei loro confronti alcuna contestazione formale, in aperta violazione dei principi di tutela della privacy”.

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