Direttore Scientifico: Prof.ssa Avv. Giusella Finocchiaro
Curatrice Editoriale: Dott. Giulia Giapponesi

posted by admin on ottobre 30, 2014

Miscellanee

(No comments)

logo Disney Channel 2010Stando a quanto riportato dal quotidiano La Repubblica, l’Agcom, avrebbe esonerato la Disney dall’obbligo di legge di destinare il 10% della programmazione e degli introiti netti a opere europee di produttori indipendenti e opere cinematografiche di espressione originale italiana, sui suoi canali tv.

La decisione sarebbe maturata tenendo conto delle richieste della multinazionale statunitense, che aveva denunciato la difficoltà di investire sul nostro mercato, data l’impossibilità di individuare prodotti italiani con requisiti di qualità sufficienti allo standard richiesto e adeguati al target di riferimento.

Intervenendo alla presentazione del XII rapporto annuale ItMediaConsulting sul mercato televisivo nella Ue, il sottosegretario al Ministero dello Sviluppo economico Antonello Giacomelli ha commentato la notizia della deroga concessa dall’Agcom, definendo la decisione “incomprensibile”, qualora fosse confermata da fonti ufficiali. Il sottosegretario ha osservato che non dovrebbe essere Disney a dare la pagella di qualità ai prodotti di animazione italiani.

L’eventualità di una deroga è stata definita dai produttori italiani dannosa e offensiva, in quanto traducibile con un danno economico per tutto il settore, che avallerebbe l’idea che i prodotti italiani siano da ritenersi di scarsa qualità.

Secondo Giacomelli, in un momento in cui gli operatori televisivi rivendicano la necessità di regole uguali per tutti, apparirebbe quanto meno singolare se quelle stesse regole già oggi non venissero rispettate da chi è presente in Italia. In riferimento al crescente interesse che il mercato televisivo rivolge alle opportunità della distribuzione online, si è poi soffermato sull’importanza di affermare in questo contesto il punto di vista del consumatore e dell’utente, rispetto agli interessi di tutti i gruppi coinvolti, superando così la concezione di Internet come semplice spazio commerciale.

_______

Aggiornamento: In una nota pubblicata dall’Agcom si è puntualizzato che “Non è mai stata in discussione – e non lo è ovviamente neppure nel caso della decisione in questione – la qualità della produzione europea, e italiana in particolare”. La deroga avrebbe carattere retroattivo e sarebbe limitata al biennio 2013/2014. Infine, l’Agcom si è riservata “di effettuare una ricognizione per verificare, con il coinvolgimento di tutti i soggetti interessati, le dinamiche del mercato e l’evoluzione dell’offerta e della domanda dei contenuti televisivi e, su questa base, valutare l’opportunità di un aggiornamento del proprio regolamento che risale al 2009”.

Share

posted by admin on agosto 31, 2010

Diritto d'autore e copyright

(No comments)

Nella continua lotta delle major cinematografiche contro i siti che diffondono illegalmente i film, Disney e Warner Bros stanno sperimentando una nuova strategia: affossare i siti pirata tagliando la  loro unica fonte di sostentamento, le inserzioni pubblicitarie.

Le due case di produzione hanno recentemente intrapreso una causa presso la Corte distrettuale della California contro Triton Media, un’azienda dell’Arizona che secondo le major avrebbe rifornito con pubblicità e link di raccomandazioni nove siti – freetv-video-online.info, supernovatube.corn, donogo.com, watch-movies.net, watchmovies-online.tv, watch-movies-links.net, havenvideo.com and thepiratecity.org – che hanno come scopo primario la diffusione illegale di film protetti da copyright.

L’accusa contesta anche il possesso, da parte di Triton Media, di uno di questi siti – donogo.com – che al momento risulta offline. In tutti gli altri casi la società dell’Arizona ha svolto solo il ruolo di fornitore di pubblicità.

Secondo l’accusa Triton Media è colpevole sia di complicità nel reato di violazione del copyright sia di induzione di reato. Le major chiedono al Giudice distrettuale la massima pena prevista dalla legge federale sul copyright.

L’esito di questo processo, atteso con grande interesse, stabilirà un importante precedente per valutare l’implicazione di soggetti terzi che collaborano con intermediari coinvolti  in violazioni del diritto d’autore.

Share

La notizia dell’imminente chiusura del software per il file -sharing Limewire porta nuovamente in primo piano lo scontro ideologico fra l’industria dell’intrattenimento e il movimento per la cultura libera. E proprio sulla necessità di una convivenza tra la dffusione commerciale e la condivisione gratuita dei contenuti ha parlato Lawrence Lessig in un divertente discorso  all’ultima conferenza TED.

Il professore di Harvard e presidente di Creative Commons è tornato sul concetto di fair use come dottrina necessaria per l’armonico sviluppo culturale della società. In particolare il discorso di sofferma sul concetto di “remix” come appropriazione di contenuti culturali condivisi con i quali rimediare le proprie relazioni con gli altri. Una pratica che diventa una sorta di linguaggio tra gruppi sociali.

Ma è una pratica a cui hanno anche partecipato anche multinazionali dell’intrattenimento come la Disney, che ha “remixato” ciò che era di dominio pubblico – come le favole dei fratelli Grimm – rendendoli prodotti commerciali protetti da copyright. Da questo punto di vista il copyright diventa una forma di controllo della creatività sociale che andrebbe limitato proteggendo pratiche quali la condivisione gratuita senza scopo di lucro e la libertà di creare contenuti nuovi remixando i prodotti culturali. Questo è lo scopo delle licenze Creative Commons.

Ecco il discorso integrale di Lessig in inglese (presto sarà disponibile con sottotitoli in italiano):

Share

Immagine 1Ha ormai l’aspetto di uno scontro epocale il caso sul copyright che negli Stati Uniti vede implicati Google/YouTube e Viacom – il colosso dei media americani che comprende fra gli altri MTV, Paramount Pictures e Dreamworks. Il processo, che dura ormai da tre anni, verte su una richiesta miliardaria di risarcimento danni a carico di YouTube, accusato di avere sfruttato commercialmente migliaia di video prodotti da Viacom e coperti da diritto d’autore.

Non è esagerato affermare che il caso è diventato il processo principale sulla responsabilità del provider negli Stati Uniti. Come se non bastasse la potenza commerciale delle due aziende coinvolte, si sono schierati al fianco delle due parti da un lato i più importanti attori dell’industria cinetelevisiva di Hollywood e dall’altro i colossi di Silicon Valley. È infatti notizia recente la scesa in campo di Yahoo!, Facebook e E-bay in difesa di Google. Le società hanno presentato alla Corte di New York che presiede il caso quello che nel diritto americano si chiama amicus brief o rapporto di amicus curiae, un documento presentato volontariamente da parti esterne ad un processo che serve ad offrire alla Corte un parere rilevante sul dibattimento. L’intervento delle industrie di Silicon Valley segue di poco quello dei colossi di Hollywood: NBC Universal, Warner Bros., Disney e altre hanno presentato il loro brief of amici curiae in supporto di Viacom all’inzio di questo mese.

Gli schieramenti, con relativo esercito di legali e periti, si scontrano in una battaglia che diventa così il simbolo della guerra fra vecchi e nuovi media. A Silicon Valley si sostiene che la dottrina del safe harbor escluda il provider di servizi dalla responsabilità sui contenuti generati dagli utenti se assicura la rimozione immediata di materiale segnalato come in violazione. Lo schieramento di Hollywood invece sostiene che il Digital Millennium Copyright Act sancisca la responsabilità dei siti che incoraggiano la pirateria tra cui rientrerebbe anche youTube, fiorito economicamente grazie alla condivisone consapevole di materiale su cui non deteneva i diritti.

La posta in gioco ha evidentemente una portata economica enorme ma le implicazioni della sentenza vanno ben oltre l’aspetto commerciale. Una decisione in favore di Viacom in un caso legale di questo calibro potrebbe determinare cambiamenti nell’industria mondiale del web 2.0. E su questo aspetto insiste l‘amicus brief dello schieramento di Silicon Valley che afferma che approvare la richiesta di Viacom significherebbe creare incertezza per i service provider riguardo alla loro vulnerabilità legale e inibire la crescita dello sviluppo tecnologico dei modelli che si basano sull’utente, modelli che, giorno dopo giorno, fanno di internet e del mondo un posto più democratico.

Share