Direttore Scientifico: Prof.ssa Avv. Giusella Finocchiaro
Curatrice Editoriale: Dott. Giulia Giapponesi

posted by admin on febbraio 1, 2017

Diffamazione

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Facebook non può essere equiparato alla stampa, pertanto l’utilizzo del social network non può costituire un’aggravante per il reato di diffamazione.

Con sentenza n. 4873 depositata il 1° febbraio 2017, la Quinta Sezione della Cassazione ha stabilito che in caso di diffamazione attraverso Facebook, non può ritenersi applicabile l’aggravante “a mezzo stampa” di cui all’articolo 13 della Legge 47/1948 sulla stampa. Facebook, infatti, differisce dalla stampa in quanto è un servizio di rete sociale, “basato su una piattaforma software scritta in vari linguaggi di programmazione, che offre messaggistica privata ed instaura una trama di relazioni tra più persone dello stesso sistema”.

Il caso è stato portato davanti alla Corte Suprema su richiesta del procuratore della Repubblica di Imperia che aveva impugnato per «abnormità» l’ordinanza con cui il Gip locale aveva qualificato come diffamazione aggravata dal solo «mezzo di pubblicità» un reato relativo ad alcune offese pubblicate su Facebook da un imputato catanese 60enne nei confronti di un terzo, fatto avvenuto a Diano Marina nell’estate del 2013.

Il giudice preliminare ha qualificato il reato come una diffamazione aggravata dalla sola circostanza dell’offesa recata mediante l’attribuzione di un fatto determinato con un qualunque mezzo di pubblicità (articolo 595, commi 2 e 3, del Codice penale), pertanto nella valutazione del reato non ha trovato applicazione la Legge sulla stampa, che avrebbe raddoppiato la pena edittale (da un massimo di 3 a un massimo di 6 anni) e, come conseguenza, avrebbe determinato processualmente la citazione diretta a giudizio.

posted by admin on novembre 21, 2016

Miscellanee

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Nei casi di sospetta diffamazione i provvedimenti cautelari di sequestro sono inammissibili tanto per i giornali stampati quanto per i loro corrispettivi online, lo stabilisce la Cassazione.

Pronunciandosi su istanza del Procuratore generale in tema di diffamazione a mezzo stampa e di tutela costituzionale, le Sezioni Unite della Corte di Cassazione hanno enunciato con la sentenza n. 23469 del 18.11.2016 il seguente principio di diritto:

La tutela costituzionale assicurata dal terzo comma dell’art. 21 Cost. alla stampa si applica al giornale o al periodico pubblicato, in via esclusiva o meno, con mezzo telematico, quando possieda i medesimi tratti caratterizzanti del giornale o periodico tradizionale su supporto cartaceo e quindi sia caratterizzato da una testata, diffuso o aggiornato con regolarità, organizzato in una struttura con un direttore responsabile, una redazione ed un editore registrato presso il registro degli operatori della comunicazione, finalizzata all’attività professionale di informazione diretta al pubblico, cioè di raccolta, commento e divulgazione di notizie di attualità e di informazioni da parte di soggetti professionalmente qualificati. Pertanto, nel caso in cui sia dedotto il contenuto diffamatorio di notizie ivi pubblicate, il giornale pubblicato, in via esclusiva o meno, con mezzo telematico non può essere oggetto, in tutto o in parte, di provvedimento cautelare preventivo o inibitorio, di contenuto equivalente al sequestro o che ne impedisca o limiti la diffusione, ferma restando la tutela eventualmente concorrente prevista in tema di protezione dei dati personali.

La Corte ha sottolineato che l’art. 21, comma 3, Cost., dispone che il sequestro della stampa generalmente intesa – cioè, senza specificazioni, sia essa periodica o comune – può essere disposto, con atto motivato dell’autorità giudiziaria, soltanto nel caso di delitti per i quali la legge sulla stampa espressamente lo autorizzi o nel caso di stampa clandestina.

Al riguardo viene citata la decisione della Corte costituzionale del 24 giugno 1970, n. 122 che sancì il divieto di sequestro della stampa (con eccezione dei casi previsti dalla legge sulla stampa stessa) per la prevalenza della libertà di stampa – a causa dell’importanza del suo ruolo in una società democratica – su ogni altro interesse meramente individuale.

La Cassazione  ha riaffermato tale principio in relazione al giornale telematico nel caso di contenuti sospettati di essere diffamatori e cioè lesivi della reputazione e dell’onore. Infatti, il solo diritto alla reputazione e all’onore, benché fondamentale, deve intendersi recessivo dinanzi alla tutela della libertà di stampa, anche nella fase cautelare finalizzata all’adozione di misure urgenti (v. Corte cost. 122/70, cit.).

Le misure cautelari proibite dalla lettera del comma terzo dell’art. 21 Cost. sono tutte quelle che impedirebbero la diffusione del materiale già pronto alla circolazione. Pertanto, secondo la Corte, nel caso dei giornali online non sono ammissibili quale oggetto di provvedimento cautelare tutte le misure che tendano ad impedire la persistenza nella Rete o l’ulteriore circolazione o diffusione dell’articolo – o equipollente –ritenuto diffamatorio o, se da esse inscindibile, dell’intera pagina o dell’edizione o, in casi estremi, della testata; misure tra cui devono comprendersi anche quelle indicate come deindicizzazione o altre di analogo effetto.

L’eventuale oscuramento e risarcimento dovrà quindi essere individuato dal giudice, che terrà conto della particolare diffusività degli strumenti adoperati, nel momento del riconoscimento dell’effettiva violazione del diritto individuale all’onore od alla reputazione con pronuncia almeno esecutiva, che potrà eventualmente ribaltare la valutazione di prevalenza tra i due diritti fondamentali.

La Corte sottolinea infine che la pronuncia non riguarda violazioni diverse dalla diffamazione, come quelle in materia di protezione dei dati personali.

Il testo della sentenza è disponibile QUI.

La Cassazione civile ha affermato che il consenso al trattamento dei dati personali comuni è valido anche se rilasciato in forma orale, fermo restando l’onere probatorio dell’avvenuto consenso in capo al titolare del trattamento dei dati.

Intervenendo su un contenzioso che vedeva contrapposti un utente di telefonia mobile e una nota società telefonica, con sentenza 16 maggio 2016, n. 9882 la I Sezione civile della Cassazione non solo ha confermato la validità del consenso prestato oralmente dal cliente per il trattamento dei suoi dati personali a fini promozionali, ma si è spinta oltre, affermando che tale consenso possa essere provato dal titolare del trattamento anche attraverso registrazioni e riproduzioni informatiche.

Come chiarisce la Suprema Corte, “la regola introdotta dal d.lgs. n. 196 del 2003, art. 23, comma 3, secondo cui il consenso al trattamento è validamente prestato se è documentato per iscritto, attiene non alla forma di manifestazione del consenso in questione, ma al contenuto dell’onere probatorio gravante sul titolare dei dati personali”. Ciò significa che nell’assolvimento del proprio onere probatorio al titolare dei dati personali è consentito avvalersi non solo di documenti direttamente rappresentativi dei fatti dedotti in causa, ma anche di “qualsiasi oggetto idoneo e destinato a fissare in qualsiasi forma, anche non grafica, la percezione di un fatto storico al fine di rappresentarlo in avvenire”.

Secondo la Cassazione, dunque, il titolare del trattamento potrà far ben ricorso all’art. 2712 c.c., avvalendosi di registrazioni e riproduzioni anche informatiche da lui stesso attivate, salva l’eventuale successiva verifica dell’idoneità, adeguatezza e sufficienza del contenuto dell’acquisita annotazione.

La Corte ha ricordato però come tale disposizione non sia valida in caso di dati personali sensibili.

La sentenza in formato pdf è disponibile QUI.

L’attenzione internazionale verso il tema del diritto all’oblio come aspetto integrante della difesa della reputazione online è al centro dell’intervento di Giusella Finocchiaro al prossimo convegno Optime.

L’evento è volto a trattare il problema della diffamazione on line con completezza, approfondimento scientifico e orientamento alle soluzioni praticabili. In particolare il convegno illustrerà le nuove modalità attraverso le quali può essere arrecata lesione all’immagine sul web e, esponendo i recenti orientamenti della giurisprudenza nazionale e comunitaria e le recenti novità normative, analizzerà soluzioni di monitoraggio e tecnologie utili a prevenire il fenomeno e a intervenire per contenere i danni provocati dalla lesione all’immagine aziendale.

Giusella Finocchiaro interverrà con una relazione sulla privacy e il diritto all’oblio nella recente giurisprudenza comunitaria. Il suo intervento illustrerà in particolare la sentenza della Cassazione n. 5525 del 5 aprile 2012 in tema di diritto all’oblio e la decisione della Corte di Giustizia dell’Unione Europea del 13 maggio 2014.

Entrambi gli aspetti sono già stati oggetto di approfondimento su questo blog. Per la sentenza della Corte di Cassazione si veda il saggio di Giusella Finocchiaro “Identità personale su Internet: Il diritto alla contestualizzazione dell’informazione”, pubblicato su “Il diritto dell’informazione e dell’informatica” anno XXVIIC Fasc.3 – 2012, che abbiamo proposto QUI ai lettori. Per la decisione della Corte di Giustizia Europea si rimanda invece a QUESTO post.

IDENTITÀ PERSONALE SU
INTERNET: IL DIRITTO ALLA
CONTESTUALIZZAZIONE
DELL’INFORMAZIONE

Il convegno di Optime è rivolto ai Responsabili del Servizio Legale, ai Responsabili della Brand Protection, ai Responsabili delle Pubbliche Relazioni, ai Responsabili dei Sistemi Informativi di imprese, banche e assicurazioni, avvocati e consulenti.

L’evento si terrà a Milano, il 15 ottobre 2014. Per maggiori informazioni e per le iscrizioni si rimanda alla pagina di Optime dedicata all’evento.

eraseL’iniziativa della pubblicazione integrale sul web delle sentenze pronunciate dalla Corte di Cassazione è da tempo oggetto sia di lodi per la trasparenza sia di critiche riguardo alla violazione della privacy degli imputati.

Da qualche tempo, il sito web istituzionale della Corte di Cassazione ha reso accessibili al pubblico le sentenze pronunciate dalla Corte, negli ultimi cinque anni, in materia civile.

Antonello Soro, Presidente del Garante per la protezione dei dati personali, ha pubblicato una lettera aperta a Giorgio Santacroce, Primo Presidente della Corte suprema di Cassazione, in cui esprime preoccupazione per la violazione dei dati personali dei cittadini coinvolti in cause processuali approdate in Cassazione.

Pur riconoscendo all’iniziativa un indubbio rilievo, Soro esprime perplessità sulla legittimità della pubblicazione dei nominativi, per esteso, delle parti e dei terzi coinvolti a qualunque titolo nel ricorso in Cassazione.

Il Presidente del Garante privacy sottolinea, in particolare, i rischi di indicizzazione, decontestualizzazione, e alterazione dei dati resi indiscriminatamente accessibili online, anche alla luce dalla sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea del 13 maggio scorso, in re C-131/12 (a cui, su questo blog, abbiamo dedicato un post e un approfondimento di Giusella Finocchiaro).

Soro chiede dunque che venga valutato se “le apprezzabili finalità di promozione della conoscenza, da parte dei cittadini, degli orientamenti giurisprudenziali espressi dalla Corte di cassazione non siano egualmente realizzabili con modalità maggiormente idonee a tutelare il diritto alla riservatezza degli interessati. In tal senso, potrebbe essere utile riflettere sull’opportunità di espungere dai provvedimenti i dati identificativi, che pur nulla togliendo alla comprensione del contenuto giuridico della pronuncia, consentirebbe tuttavia di minimizzare l’impatto, in termini di riservatezza, della più ampia accessibilità dell’atto in rete.”

Il testo completo della lettera è disponibile sul sito del Garante privacy.

posted by admin on settembre 16, 2014

Tutela dei consumatori

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L’acquisto del computer non implica l’obbligo di accettare il sistema operativo preinstallato, lo ha stabilito la Corte di Cassazione in una recente sentenza che respinge il ricorso della multinazionale dell’informatica Hewlett Packard Italiana.

Con sentenza n. 19161/2014, la Suprema Corte, confermando le decisioni di primo e secondo grado, ha affermato che “chi acquista un computer sul quale sia stato preinstallato dal produttore un determinato sistema operativo  ha il diritto, qualora non intenda accettare le condizioni della licenza d’uso del software propostegli al primo avvio del computer, di trattenere quest’ ultimo restituendo il solo software oggetto della licenza non accettata, a fronte del rimborso della parte di prezzo ad esso specificamente riferibili

La questione era stata portata davanti al Tribunale di Firenze dall’associazione dei consumatori ADUC per conto di un acquirente di un computer portatile Compaq, distribuito da HP, al quale era stato negato il risarcimento del costo del sistema operativo Windows.

L’ADUC ha spiegato che la denuncia nasce dalle dichiarazioni che si trovano nella licenza d’uso di Windows, secondo cui: “qualora l’utente non accetti le condizioni del presente contratto, non potrà utilizzare o duplicare il software e dovrà contattare prontamente il produttore per ottenere informazioni sulla restituzione del prodotto o dei prodotti e sulle condizioni di rimborso in conformità alle disposizioni stabilite dal produttore stesso”.

La Cassazione, confermando i 140 euro di rimborso richiesti dall’utente fiorentino ad HP, ha definito “una politica commerciale finalizzata alla diffusione forzosa” la vendita del software insieme all’hardware, “con riflessi a cascata in ordine all’imposizione sul mercato di ulteriore software applicativo la cui diffusione presso i clienti finali troverebbe forte stimolo e condizionamento – se non vera e propria necessità – in più o meno intensi vincoli di compatibilità e interoperabilità (…) con quel sistema operativo, almeno tendenzialmente monopolista”.

Il testo della sentenza è disponibile QUI.

posted by admin on aprile 18, 2014

Portfolio

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Tra gli articoli di rilievo sul tema Diritto & Internet comparsi nel corso della settimana si segnalano..

La Cassazione riconosce come reato di diffamazione un insulto su Facebook anche se privo del nome dell’offeso:

  • “Facebook, linea dura della Cassazione “Insulti anonimi sono diffamazione – Annullata l’assoluzione di un finanziere che aveva offeso un collega senza nominarlo: la reputazione è lesa se la vittima è riconoscibile anche da pochi”. [articolo su La Stampa]

Allarme Heartbleed:

  • “Il bug Heartbleed è in gran parte stato sanato, ma ci sono ancora più di 20.000 siti vulnerabili“. [articolo in inglese su Business Insider]
  • “In manette il primo cracker di Heartbleed”. [articolo su Il Sole 24 Ore]

Notizie dal Datagate:

  • Il botta e risposta tra Snowden e Putin. L’ex dipendente della Nsa ha partecipato a un dibattito televisivo russo, chiedendo esplicitamente a Putin se la Russia eseguisse operazioni di sorveglianza di massa”. [articolo su Wired]
  • “Nsa smentisce, non sapevamo del bug Heartbleed. Secondo alcune fonti lo avrebbe sfruttato per due anni”. [Articolo su ANSA]

L’attività di Google, è nuovamente motivo di preoccupazione in rete:

  • “Le email di Gmail verranno analizzate per favorire annunci pubblicitari mirati. Il 14 aprile Google ha aggiornato i suoi termini di servizio, informando gli utenti che tutte le loro email verranno analizzate automaticamente da un software per creare degli annunci pubblicitari mirati”.  [articolo su Internazionale]
  • “Axel Springer contro Google: «E’ un estorsore» - In una lettera aperta il ceo del gruppo editoriale tedesco, Mathias Doepfner: «Mountain View ci fa paura. Le big company troppo potenti». Ma presto la situazione si ribalterà: «La storia insegna che i monopoli non durano mai troppo a lungo»”. [articolo su Corriere delle Comunicazioni]

Il Consiglio d’Europa pubblica un documento che elenca i diritti degli utenti della rete:

  • “Quali sono i diritti dei navigatori? Ecco la guida online. A firma del Consiglio d’Europa il vademecum per orientarsi fra questioni spinose quali privacy, libertà d’espressione, contrattualistica”. [articolo su Corriere delle Comunicazioni]

Buona lettura e buone festività pasquali!

posted by admin on aprile 22, 2013

Responsabilità dei provider

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La vicenda dei tre dirigenti di Google condannati a sei mesi di carcere dal Tribunale di Milano nel 2010 e assolti in appello nel 2012 sembrerebbe non essersi ancora conclusa. A quanto si apprende, il pubblico ministero avrebbe recentemente presentato il ricorso in Cassazione.

Com’è noto, il caso  si era concluso lo scorso dicembre quando la Corte d’Appello di Milano ha assolto con formula piena i tre dirigenti di Google, accusati di violazione della legge sulla privacy per aver “permesso” la pubblicazione su YouTube di un video in cui un minorenne disabile veniva umiliato dai compagni di classe, .

Uno dei tre menager condannati, Peter Fleischer, responsabile delle privacy policy per l’Europa, ha annunciato sul suo blog che il pubbico ministero italiano ha presentato il ricorso in Cassazione, sostenendo che le piattaforme come YouTube devono essere obbligate ad effettuare un controllo preventtivo sui video caricati dagli utenti e ottenere la liberatoria delle persone riprese nei filmati.

Fleischer ribadisce che si tratterebbe di una minaccia alla libera espressione su Internet ma si dichiara comunque fiducioso per il buon esito della vicenda giudiziaria.

Una recente sentenza del Tribunale di Chieti ha suscitato un vivace dibattito in Rete: il Tribunale ha stabilito che, una volta soddisfatti gli interessi pubblici sottesi all’esercizio del diritto di cronaca, su quest’ultimo prevalga il diritto alla protezione dei dati personali dell’interessato ed in particolare, il diritto di chiedere la cancellazione delle informazioni a lui relative.

Il caso all’origine del contenzioso si potrebbe definire di scuola: nel 2010 un ristoratore cita in giudizio il direttore di un web magazine per ottenere la rimozione di un articolo relativo ad una vicenda giudiziaria, iniziata nel 2008 e non ancora conclusa, che coinvolge il ristorante. Nel corso del processo, il direttore della testata decide spontaneamente di rimuovere l’articolo nel tentativo di chiudere la vicenda giudiziaria. Il ricorrente tuttavia non rinuncia alla domanda e il giudizio si conclude a sfavore della testata, condannata al risarcimento dei danni non patrimoniali, derivanti dal riconosciuto illecito trattamento di dati personali, nonché al pagamento delle spese processuali.

Va sottolineato che il fulcro su cui si fondano le argomentazioni del Tribunale non sia il diritto all’oblio, cui peraltro il Tribunale non fa espresso riferimento, quanto un asserito limite temporale del diritto di cronaca, non aprioristicamente definito, trascorso il quale e sempre che possa dirsi soddisfatto l’interesse pubblico a conoscere la notizia, deve prevalere il diritto alla protezione dei dati personali del soggetto interessato.

Si potrebbe essere indotti ad affermare che, secondo questa decisione, i presupposti legittimanti il diritto di cronaca non siano validi a tempo indefinito, bensì decadano dopo un certo periodo trascorso il quale prevalgono le disposizioni del Codice in materia di protezione dei dati personali.

Secondo l’iter argomentativo del Tribunale, la mancata rimozione dell’articolo da parte della testata viola il principio di necessità sancito dall’art. 11 del Codice, secondo cui il trattamento dei dati personali può avvenire per un periodo di tempo non superiore a quello necessario agli scopi per cui i dati sono stati raccolti e trattati, e conseguentemente il disposto dell’art. 25, che vieta la diffusione dei dati oltre il periodo stabilito dall’art. 11. Il Tribunale, inoltre, rinvia al diritto dell’interessato di ottenere la cancellazione, la trasformazione in forma anonima o il blocco dei dati in violazione di legge (art. 7 del Codice).

Si legge, infatti, nella decisione: “la facile accessibilità e consultabilità dell’articolo giornalistico, molto più dei quotidiani cartacei tenuto conto dell’ampia diffusione locale del giornale online, consente di ritenere che dalla data di pubblicazione fino a quella della diffida stragiudiziale sia trascorso sufficiente tempo perché le notizie divulgate con lo stesso potessero soddisfare gli interessi pubblici sottesi al diritto di cronaca giornalistica, e che quindi, almeno dalla data di ricezione della diffida, il trattamento di quei dati non poteva più avvenire ai sensi degli artt.11 e 15 citati”.

In un articolo recentemente pubblicato, il magazine ha espresso incredulità per “l’incredibile principio della scadenza delle notizie”. Il giornalista si sofferma in particolare sull’indeterminatezza del tempo in cui il diritto di cronaca si può ritenere valido, affermando che: “tale scadenza non è stabilita da alcuna legge in vigore nello Stato italiano e non è dunque chiaro quale sia il tempo entro il quale eventualmente rimuovere articoli corretti”.

Non resta che attendere il ricorso in Cassazione.

Il testo della sentenza è disponibile QUI.

pyramid-marketing-schemeLa Cassazione ha definito inammissibile il ricorso contro una sentenza di condanna nei confronti di un imprenditore che aveva creato un sistema di marketing piramidale online, conosciuto anche come “catena di sant’Antonio”.

Nel 2010 il Tribunale di Tolmezzo aveva condannato ad una sanzione pecuniaria il titolare di due siti web per avere promosso e realizzato attività e strutture di vendita nelle quali l’incentivo economico primario dei componenti si fondava sul mero reclutamento di nuovi soggetti piuttosto che su un’attività di vendita vera e propria. Un’attività che nel nostro Paese è vietata dagli artt. 5 e 7 della legge 17 agosto 2005, n. 173.

Il sistema funzionava così: i siti proponevano all’utente di ottenere un premio attraverso l’iscrizione del proprio nome su una lista, previo pagamento di 34 euro. Quando la lista raggiungeva un certo numero di nominativi il primo iscritto dell’elenco riceveva il premio. Dopo un ulteriore numero di iscrizioni anche il secondo della lista veniva premiato, e via così fino al momento in cui la lista veniva chiusa. Tutti gli utenti erano così incentivati a promuovere il sito tra gli amici per poter raggiungere il premio desiderato.

Nel presentare il ricorso in Cassazione l’imputato aveva sostenuto l’erronea applicazione delle norme, sottolineando che la definizione di reclutamento contenuta nella sentenza fosse inapplicabile al caso, in quanto i partecipanti alla catena si iscrivevano di propria iniziativa e non all’insaputa del funzionamento del sistema.

A questa motivazione, la Suprema Corte ha replicato che la norma non richiede l’involontarietà dell’adesione quale presupposto per la sussistenza del reato. La Cassazione ha quindi ribadito che  il caso rientra pienamente nella definizione del reato e ha pertanto respinto il ricorso, confermando la sentenza di secondo grado che condannava l’imprenditore a pagare un’ammenda di 1000 euro.