Direttore Scientifico: Prof.ssa Avv. Giusella Finocchiaro
Curatrice Editoriale: Dott. Giulia Giapponesi

Un odontoiatra era comparso nella trasmissione “Scherzi a parte” in veste d’attore, in un contesto del tutto estraneo alla sua professione, ma durante il programma erano stati resi pubblici sia il suo nome e cognome, sia nome e ubicazione del suo studio, senza autorizzazione dell’interessato.

La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso di Reti televisive italiane S.p.a. e Videotime S.p.a. contro una sentenza del 2014 della Corte di Appello di Roma che condannava le due società del gruppo Mediaset a risarcire un odontoiatra, per violazione della privacy.

La Corte d’appello, nell’emettere la sentenza, aveva rilevato che il professionista non aveva mai dato alle società interessate il consenso all’utilizzazione e alla diffusione televisiva del proprio nominativo, tantomeno in associazione alla propria attività professionale.

Reti Televisive Italiane S.P.A. e Videotime S.P.A avevano in seguito presentato ricorso in Cassazione, lamentando una violazione da parte della Corte dell’articolo 112 c,p.c. (in relazione al)’art. 360 n. 4 c.p.c.): secondo loro, infatti, La Corte avrebbe riconosciuto la sussistenza del danno subito dall’odontoiatra senza prove materiali del fatto che il denunciante avesse manifestato prima della trasmissione, la volontà di non essere identificato né associato alla propria professione.

In seguito al controricorso del medico, il 13 febbraio 2017 il Procuratore generale presso la Corte di cassazione ha infine rigettato il ricorso, ritenendo che la violazione dell’articolo 112 non sussista, avendo il giudice operato senza alterare nessuno degli elementi obiettivi di identificazione dell’azione.

Reti Televisive Italiane S.P.A. e Videotime S.P.A dovranno quindi corrispondere all’odontoiatra il risarcimento per danni morali più quello per le spese legali sostenute.

Security_cybercrimeLa Corte di Cassazione a Sezioni Unite mette un punto all’annosa questione concernente la qualificazione della causale di bonifico come dato sensibile, risolvendo un contrasto giurisprudenziale sorto in seno alla Corte stessa e di cui questo blog si era già occupato.

I fatti sono noti: il soggetto beneficiario di un’indennità per malattia e invalidità elargita ai sensi della l. 25 febbraio 1992, n. 210 (“Indennizzo a favore dei soggetti danneggiati da complicanze di tipo irreversibile a causa di vaccinazioni obbligatorie, trasfusioni”) lamenta l’illecito trattamento dei propri dati da parte della Regione, erogatrice dell’indennizzo e ordinatrice del relativo bonifico, e della sua banca, ricevente il bonifico per conto del proprio correntista. Giacché i riferimenti legislativi della norma che accorda l’indennità sono menzionati nella causale di bonifico, il soggetto beneficiario sostiene che tale indicazione sia idonea a rivelare il proprio stato di salute e, di conseguenza, rappresenti un dato sensibile che deve essere trattato con le cautele rigorose previste per tale peculiare categoria di dati. In considerazione dell’esplicita dicitura indicata nella clausola di bonifico, tanto la Regione, quanto la Banca non avrebbero invece adottato – secondo il beneficiario – le opportune cautele di cifratura dei dati sensibili volte a non rendere identificabile il soggetto interessato e ad escludere il collegamento tra quest’ultimo e il dato sensibile. Da qui, l’illecito trattamento.

La Cassazione affronta la questione dapprima nel 2014, con la sentenza n. 10947, abbracciando la teoria della causale del bonifico come dato sensibile, poi nel 2015 con la sentenza n. 10815 smentendo l’orientamento precedentemente espresso e sostenendo, in particolare, l’assenza di un obbligo in capo alla Regione e alla banca di cifrare i dati (maggiori approfondimenti QUI).

Alla luce di tale contrasto giurisprudenziale, la Prima sezione civile della Cassazione, nuovamente interpellata sul tema, rinvia la questione alle Sezioni Unite che, con la sentenza n. 30981 del 27 dicembre 2017, sposano il primo degli orientamenti menzionati. In primo luogo, le Sezioni Unite si interrogano sulla natura della causale del bonifico, giungendo ad affermare che si tratta di dato sensibile in quanto “la dizione ‘pagamento rateo arretrati bimestrali e posticipati l. n. 210 del 1992’ contiene la rivelazione del dato sensibile riguardante la salute del ricorrente in quanto la periodicità della corresponsione (…) non può che riguardare il soggetto affetto dalle patologie cui l’indennità si riferisce e non i suoi familiari-eredi ai quali la legge riconosce un importo a titolo di una tantum”. In secondo luogo, ritenendo che sia la Regione, sia la banca abbiano posto in essere un trattamento di dati e che ne siano i relativi titolari, i giudici ermellini proseguono nel valutare l’applicabilità o meno al caso di specie delle cautele riservate ai dati sensibili, in particolare le tecniche di cifratura e l’utilizzazione di codici identificativi di cui al già richiamato art. 22, 6° comma del Codice privacy. A tal proposito, le Sezioni Unite – in contrasto con la sentenza del 2015 – sostengono che l’obbligo della cifratura non sia limitato ai dati sensibili esclusivamente contenuti in elenchi, registri o banche dati, tenuti con l’ausilio di strumenti elettronici, così come indicato nella su citata disposizione, ma si estenda a tutte le modalità di raccolta dei dati come si ricava dalla più puntuale indicazione contenuta nel successivo 7° comma, specificamente diretta ai dati sensibili relativi alla salute. In tale disposizione si precisa, infatti, che i dati idonei a rivelare lo stato di salute debbano essere trattati con le modalità di cui al 6° comma (che richiede la cifratura o l’utilizzazione di codici identificativi).

Secondo la Cassazione, dunque, la Regione avrebbe dovuto osservare le prescrizioni contenute nell’art. 22, commi 6 e 7, che impongono di rendere inintelligibili i dati sensibili e permettono di identificare gli interessati solo in caso di necessità. A nulla rilevano – secondo i giudici – gli “obblighi di trasparenza posti a carico della pubblica amministrazione nell’allocazione e distribuzione delle risorse finanziarie ai quali i soggetti pubblici sono tenuti (…) perché i beneficiari dell’indennità sono identificabili per relationem per mezzo dei codici cifrati o criptati limitatamente però a ciò che è strettamente necessario a provvedere alle erogazioni ed a rispettare gli altri obblighi normativi ed istituzionali”.

Tuttavia, l’iter argomentativo delle Sezioni Unite non si arresta qui: in modo innovativo (quanto atipico), le Sezioni Unite estendono l’obbligo di cifratura anche alla banca che di norma, a causa della propria natura di soggetto privato, non sarebbe soggetta a tale cautela, imposta solo ai soggetti pubblici nell’ambito dei propri trattamenti. Tuttavia, nel caso di specie, i giudici ritengono che la mancata adozione da parte della banca di idonee misure che impediscano l’identificazione del soggetto interessato “determinerebbe un vulnus privo di ragionevolezza in ordine al trattamento dei dati nella fase successiva alla trasmissione di essi all’istituto bancario, caratterizzata dal potenziale aumento del numero dei soggetti che ne possono venire a contatto. Le cautele della cifratura sono finalizzate proprio ad evitare la conoscenza dei dati sensibili attinenti alla salute da parte di soggetti che ne possano venire a contatto per” il semplice fatto di far parte dell’organizzazione del titolare del trattamento (in questo caso, la banca).

In conclusione, secondo le Sezioni Unite, i titolari del trattamento – a prescindere dalla loro natura privata o pubblica –, ove si trovino a trattare dati sensibili, dovrebbero sempre adottare modalità organizzative dirette ad escludere il collegamento tra il dato sensibile e il soggetto interessato ed a limitare l’identificabilità per le operazioni indispensabili ed ai soli addetti a tali specifiche operazioni, celando ai restanti componenti dell’organizzazione del titolare la decifrabilità dei dati.

La protezione dei dati personali si aggiunge alla lunga lista di diritti che sono stati fortemente colpiti dalla rivoluzione digitale. Quotidianamente, riversiamo i nostri dati personali, più o meno consciamente, all’interno del world wide web. Questa massa di informazioni personali viaggia indisturbata attraverso le reti telematiche per essere poi utilizzata per le finalità più disparate, non sempre nel rispetto dei presupposti (per esempio il consenso dell’interessato) che il nostro Codice privacy impone ai fini di un legittimo trattamento. In queste circostanze, al fine di tutelare l’interessato in maniera particolarmente rafforzata, il Codice privacy prevede all’art. 167 una specifica fattispecie di illecito volto a punire coloro che, per trarne un profitto o per recare danno, procedono al trattamento dei dati personali in assenza di quelle basilari condizioni grazie alle quali possa essere ritenuto legittimo.

Nel caso un messaggio diffamatorio sia diffuso in Rete e, oltre al contenuto di per sé offensivo indirizzato ad una determinata persona, porti, come spesso accade, alla divulgazione di dati personali della persona offesa, la giurisprudenza si è chiesta se possa configurarsi un concorso tra il reato di diffamazione aggravata e l’illecito trattamento di dati personali.

Con la sentenza n. 44390, pubblicata il 26 settembre 2017, la Corte di Cassazione penale risponde in maniera negativa. Nel caso di specie, l’imputato era stato condannato sia per diffamazione aggravata in quanto, in qualità di redattore, aveva pubblicato sul web due articoli diffamatori, sia per illecito trattamento di dati personali perché, con gli stessi articoli, aveva pubblicato dati personali dei soggetti offesi. La Corte di Cassazione, sulla base del ricorso presentato, delinea il suo ragionamento in due fasi. Innanzitutto la Corte rileva come l’art. 167 del Codice privacy contenga la clausola di sussidiarietà espressa “salvo che il fatto costituisca più grave reato”. La formula comporterebbe dunque l’assorbimento della fattispecie di minor gravità entro quella dell’illecito più gravoso. In secondo luogo, la Corte procede accertando quale tra i reati di diffamazione e illecito trattamento dei dati personali possa ritenersi più grave. In contrasto con l’orientamento che prevede che la gravita? del reato debba stabilirsi avendo riguardo alla pena massima in astratto comminata dai due reati, la Corte ritiene che “la maggiore gravita? del reato, comportando l’assorbimento di una fattispecie nell’altra in considerazione del suo effettivo minor disvalore dell’una a fronte dell’effettivo maggior disvalore dell’altra, va necessariamente valutata avendo riguardo alla pena in concreto irrogabile, e quindi tenendo anche conto delle circostanze in concreto ritenute e dell’esito dell’eventuale bilanciamento tra esse”. Nel caso di specie, alla luce delle pene concretamente inflitte, la Corte conclude che il reato di illecito trattamento di dati personali sia assorbito da quello di diffamazione aggravata.

In conclusione, si può quindi affermare come in materia di protezione degli individui negli ambienti online, la giurisprudenza si stia al momento rivelando il miglior alleato del legislatore. Infatti, l’opera interpretativa dei giudici permette di estendere alle attività effettuate in Rete la disciplina dettata in origine per i soli comportamenti offline, senza la necessità di creare una normativa specifica per il settore digitale. È evidente che date le peculiari caratteristiche di Internet, sono auspicabili alcuni aggiustamenti di stampo normativo. Tuttavia, in generale, il messaggio che è bene far passare è che le norme attualmente previste si applicano indipendentemente dal mezzo, o meglio dal “luogo”, in cui i comportamenti vengono messi in atto. Ciò che accade in Rete è soggetto alle medesime regole previste per ciò che accade fuori dalla Rete.

posted by admin on febbraio 1, 2017

Diffamazione

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Facebook non può essere equiparato alla stampa, pertanto l’utilizzo del social network non può costituire un’aggravante per il reato di diffamazione.

Con sentenza n. 4873 depositata il 1° febbraio 2017, la Quinta Sezione della Cassazione ha stabilito che in caso di diffamazione attraverso Facebook, non può ritenersi applicabile l’aggravante “a mezzo stampa” di cui all’articolo 13 della Legge 47/1948 sulla stampa. Facebook, infatti, differisce dalla stampa in quanto è un servizio di rete sociale, “basato su una piattaforma software scritta in vari linguaggi di programmazione, che offre messaggistica privata ed instaura una trama di relazioni tra più persone dello stesso sistema”.

Il caso è stato portato davanti alla Corte Suprema su richiesta del procuratore della Repubblica di Imperia che aveva impugnato per «abnormità» l’ordinanza con cui il Gip locale aveva qualificato come diffamazione aggravata dal solo «mezzo di pubblicità» un reato relativo ad alcune offese pubblicate su Facebook da un imputato catanese 60enne nei confronti di un terzo, fatto avvenuto a Diano Marina nell’estate del 2013.

Il giudice preliminare ha qualificato il reato come una diffamazione aggravata dalla sola circostanza dell’offesa recata mediante l’attribuzione di un fatto determinato con un qualunque mezzo di pubblicità (articolo 595, commi 2 e 3, del Codice penale), pertanto nella valutazione del reato non ha trovato applicazione la Legge sulla stampa, che avrebbe raddoppiato la pena edittale (da un massimo di 3 a un massimo di 6 anni) e, come conseguenza, avrebbe determinato processualmente la citazione diretta a giudizio.

posted by admin on novembre 21, 2016

Miscellanee

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Nei casi di sospetta diffamazione i provvedimenti cautelari di sequestro sono inammissibili tanto per i giornali stampati quanto per i loro corrispettivi online, lo stabilisce la Cassazione.

Pronunciandosi su istanza del Procuratore generale in tema di diffamazione a mezzo stampa e di tutela costituzionale, le Sezioni Unite della Corte di Cassazione hanno enunciato con la sentenza n. 23469 del 18.11.2016 il seguente principio di diritto:

La tutela costituzionale assicurata dal terzo comma dell’art. 21 Cost. alla stampa si applica al giornale o al periodico pubblicato, in via esclusiva o meno, con mezzo telematico, quando possieda i medesimi tratti caratterizzanti del giornale o periodico tradizionale su supporto cartaceo e quindi sia caratterizzato da una testata, diffuso o aggiornato con regolarità, organizzato in una struttura con un direttore responsabile, una redazione ed un editore registrato presso il registro degli operatori della comunicazione, finalizzata all’attività professionale di informazione diretta al pubblico, cioè di raccolta, commento e divulgazione di notizie di attualità e di informazioni da parte di soggetti professionalmente qualificati. Pertanto, nel caso in cui sia dedotto il contenuto diffamatorio di notizie ivi pubblicate, il giornale pubblicato, in via esclusiva o meno, con mezzo telematico non può essere oggetto, in tutto o in parte, di provvedimento cautelare preventivo o inibitorio, di contenuto equivalente al sequestro o che ne impedisca o limiti la diffusione, ferma restando la tutela eventualmente concorrente prevista in tema di protezione dei dati personali.

La Corte ha sottolineato che l’art. 21, comma 3, Cost., dispone che il sequestro della stampa generalmente intesa – cioè, senza specificazioni, sia essa periodica o comune – può essere disposto, con atto motivato dell’autorità giudiziaria, soltanto nel caso di delitti per i quali la legge sulla stampa espressamente lo autorizzi o nel caso di stampa clandestina.

Al riguardo viene citata la decisione della Corte costituzionale del 24 giugno 1970, n. 122 che sancì il divieto di sequestro della stampa (con eccezione dei casi previsti dalla legge sulla stampa stessa) per la prevalenza della libertà di stampa – a causa dell’importanza del suo ruolo in una società democratica – su ogni altro interesse meramente individuale.

La Cassazione  ha riaffermato tale principio in relazione al giornale telematico nel caso di contenuti sospettati di essere diffamatori e cioè lesivi della reputazione e dell’onore. Infatti, il solo diritto alla reputazione e all’onore, benché fondamentale, deve intendersi recessivo dinanzi alla tutela della libertà di stampa, anche nella fase cautelare finalizzata all’adozione di misure urgenti (v. Corte cost. 122/70, cit.).

Le misure cautelari proibite dalla lettera del comma terzo dell’art. 21 Cost. sono tutte quelle che impedirebbero la diffusione del materiale già pronto alla circolazione. Pertanto, secondo la Corte, nel caso dei giornali online non sono ammissibili quale oggetto di provvedimento cautelare tutte le misure che tendano ad impedire la persistenza nella Rete o l’ulteriore circolazione o diffusione dell’articolo – o equipollente –ritenuto diffamatorio o, se da esse inscindibile, dell’intera pagina o dell’edizione o, in casi estremi, della testata; misure tra cui devono comprendersi anche quelle indicate come deindicizzazione o altre di analogo effetto.

L’eventuale oscuramento e risarcimento dovrà quindi essere individuato dal giudice, che terrà conto della particolare diffusività degli strumenti adoperati, nel momento del riconoscimento dell’effettiva violazione del diritto individuale all’onore od alla reputazione con pronuncia almeno esecutiva, che potrà eventualmente ribaltare la valutazione di prevalenza tra i due diritti fondamentali.

La Corte sottolinea infine che la pronuncia non riguarda violazioni diverse dalla diffamazione, come quelle in materia di protezione dei dati personali.

Il testo della sentenza è disponibile QUI.

La Cassazione civile ha affermato che il consenso al trattamento dei dati personali comuni è valido anche se rilasciato in forma orale, fermo restando l’onere probatorio dell’avvenuto consenso in capo al titolare del trattamento dei dati.

Intervenendo su un contenzioso che vedeva contrapposti un utente di telefonia mobile e una nota società telefonica, con sentenza 16 maggio 2016, n. 9882 la I Sezione civile della Cassazione non solo ha confermato la validità del consenso prestato oralmente dal cliente per il trattamento dei suoi dati personali a fini promozionali, ma si è spinta oltre, affermando che tale consenso possa essere provato dal titolare del trattamento anche attraverso registrazioni e riproduzioni informatiche.

Come chiarisce la Suprema Corte, “la regola introdotta dal d.lgs. n. 196 del 2003, art. 23, comma 3, secondo cui il consenso al trattamento è validamente prestato se è documentato per iscritto, attiene non alla forma di manifestazione del consenso in questione, ma al contenuto dell’onere probatorio gravante sul titolare dei dati personali”. Ciò significa che nell’assolvimento del proprio onere probatorio al titolare dei dati personali è consentito avvalersi non solo di documenti direttamente rappresentativi dei fatti dedotti in causa, ma anche di “qualsiasi oggetto idoneo e destinato a fissare in qualsiasi forma, anche non grafica, la percezione di un fatto storico al fine di rappresentarlo in avvenire”.

Secondo la Cassazione, dunque, il titolare del trattamento potrà far ben ricorso all’art. 2712 c.c., avvalendosi di registrazioni e riproduzioni anche informatiche da lui stesso attivate, salva l’eventuale successiva verifica dell’idoneità, adeguatezza e sufficienza del contenuto dell’acquisita annotazione.

La Corte ha ricordato però come tale disposizione non sia valida in caso di dati personali sensibili.

La sentenza in formato pdf è disponibile QUI.

L’attenzione internazionale verso il tema del diritto all’oblio come aspetto integrante della difesa della reputazione online è al centro dell’intervento di Giusella Finocchiaro al prossimo convegno Optime.

L’evento è volto a trattare il problema della diffamazione on line con completezza, approfondimento scientifico e orientamento alle soluzioni praticabili. In particolare il convegno illustrerà le nuove modalità attraverso le quali può essere arrecata lesione all’immagine sul web e, esponendo i recenti orientamenti della giurisprudenza nazionale e comunitaria e le recenti novità normative, analizzerà soluzioni di monitoraggio e tecnologie utili a prevenire il fenomeno e a intervenire per contenere i danni provocati dalla lesione all’immagine aziendale.

Giusella Finocchiaro interverrà con una relazione sulla privacy e il diritto all’oblio nella recente giurisprudenza comunitaria. Il suo intervento illustrerà in particolare la sentenza della Cassazione n. 5525 del 5 aprile 2012 in tema di diritto all’oblio e la decisione della Corte di Giustizia dell’Unione Europea del 13 maggio 2014.

Entrambi gli aspetti sono già stati oggetto di approfondimento su questo blog. Per la sentenza della Corte di Cassazione si veda il saggio di Giusella Finocchiaro “Identità personale su Internet: Il diritto alla contestualizzazione dell’informazione”, pubblicato su “Il diritto dell’informazione e dell’informatica” anno XXVIIC Fasc.3 – 2012, che abbiamo proposto QUI ai lettori. Per la decisione della Corte di Giustizia Europea si rimanda invece a QUESTO post.

IDENTITÀ PERSONALE SU
INTERNET: IL DIRITTO ALLA
CONTESTUALIZZAZIONE
DELL’INFORMAZIONE

Il convegno di Optime è rivolto ai Responsabili del Servizio Legale, ai Responsabili della Brand Protection, ai Responsabili delle Pubbliche Relazioni, ai Responsabili dei Sistemi Informativi di imprese, banche e assicurazioni, avvocati e consulenti.

L’evento si terrà a Milano, il 15 ottobre 2014. Per maggiori informazioni e per le iscrizioni si rimanda alla pagina di Optime dedicata all’evento.

eraseL’iniziativa della pubblicazione integrale sul web delle sentenze pronunciate dalla Corte di Cassazione è da tempo oggetto sia di lodi per la trasparenza sia di critiche riguardo alla violazione della privacy degli imputati.

Da qualche tempo, il sito web istituzionale della Corte di Cassazione ha reso accessibili al pubblico le sentenze pronunciate dalla Corte, negli ultimi cinque anni, in materia civile.

Antonello Soro, Presidente del Garante per la protezione dei dati personali, ha pubblicato una lettera aperta a Giorgio Santacroce, Primo Presidente della Corte suprema di Cassazione, in cui esprime preoccupazione per la violazione dei dati personali dei cittadini coinvolti in cause processuali approdate in Cassazione.

Pur riconoscendo all’iniziativa un indubbio rilievo, Soro esprime perplessità sulla legittimità della pubblicazione dei nominativi, per esteso, delle parti e dei terzi coinvolti a qualunque titolo nel ricorso in Cassazione.

Il Presidente del Garante privacy sottolinea, in particolare, i rischi di indicizzazione, decontestualizzazione, e alterazione dei dati resi indiscriminatamente accessibili online, anche alla luce dalla sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea del 13 maggio scorso, in re C-131/12 (a cui, su questo blog, abbiamo dedicato un post e un approfondimento di Giusella Finocchiaro).

Soro chiede dunque che venga valutato se “le apprezzabili finalità di promozione della conoscenza, da parte dei cittadini, degli orientamenti giurisprudenziali espressi dalla Corte di cassazione non siano egualmente realizzabili con modalità maggiormente idonee a tutelare il diritto alla riservatezza degli interessati. In tal senso, potrebbe essere utile riflettere sull’opportunità di espungere dai provvedimenti i dati identificativi, che pur nulla togliendo alla comprensione del contenuto giuridico della pronuncia, consentirebbe tuttavia di minimizzare l’impatto, in termini di riservatezza, della più ampia accessibilità dell’atto in rete.”

Il testo completo della lettera è disponibile sul sito del Garante privacy.

posted by admin on settembre 16, 2014

Tutela dei consumatori

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L’acquisto del computer non implica l’obbligo di accettare il sistema operativo preinstallato, lo ha stabilito la Corte di Cassazione in una recente sentenza che respinge il ricorso della multinazionale dell’informatica Hewlett Packard Italiana.

Con sentenza n. 19161/2014, la Suprema Corte, confermando le decisioni di primo e secondo grado, ha affermato che “chi acquista un computer sul quale sia stato preinstallato dal produttore un determinato sistema operativo  ha il diritto, qualora non intenda accettare le condizioni della licenza d’uso del software propostegli al primo avvio del computer, di trattenere quest’ ultimo restituendo il solo software oggetto della licenza non accettata, a fronte del rimborso della parte di prezzo ad esso specificamente riferibili

La questione era stata portata davanti al Tribunale di Firenze dall’associazione dei consumatori ADUC per conto di un acquirente di un computer portatile Compaq, distribuito da HP, al quale era stato negato il risarcimento del costo del sistema operativo Windows.

L’ADUC ha spiegato che la denuncia nasce dalle dichiarazioni che si trovano nella licenza d’uso di Windows, secondo cui: “qualora l’utente non accetti le condizioni del presente contratto, non potrà utilizzare o duplicare il software e dovrà contattare prontamente il produttore per ottenere informazioni sulla restituzione del prodotto o dei prodotti e sulle condizioni di rimborso in conformità alle disposizioni stabilite dal produttore stesso”.

La Cassazione, confermando i 140 euro di rimborso richiesti dall’utente fiorentino ad HP, ha definito “una politica commerciale finalizzata alla diffusione forzosa” la vendita del software insieme all’hardware, “con riflessi a cascata in ordine all’imposizione sul mercato di ulteriore software applicativo la cui diffusione presso i clienti finali troverebbe forte stimolo e condizionamento – se non vera e propria necessità – in più o meno intensi vincoli di compatibilità e interoperabilità (…) con quel sistema operativo, almeno tendenzialmente monopolista”.

Il testo della sentenza è disponibile QUI.

posted by admin on aprile 18, 2014

Portfolio

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Tra gli articoli di rilievo sul tema Diritto & Internet comparsi nel corso della settimana si segnalano..

La Cassazione riconosce come reato di diffamazione un insulto su Facebook anche se privo del nome dell’offeso:

  • “Facebook, linea dura della Cassazione “Insulti anonimi sono diffamazione – Annullata l’assoluzione di un finanziere che aveva offeso un collega senza nominarlo: la reputazione è lesa se la vittima è riconoscibile anche da pochi”. [articolo su La Stampa]

Allarme Heartbleed:

  • “Il bug Heartbleed è in gran parte stato sanato, ma ci sono ancora più di 20.000 siti vulnerabili“. [articolo in inglese su Business Insider]
  • “In manette il primo cracker di Heartbleed”. [articolo su Il Sole 24 Ore]

Notizie dal Datagate:

  • Il botta e risposta tra Snowden e Putin. L’ex dipendente della Nsa ha partecipato a un dibattito televisivo russo, chiedendo esplicitamente a Putin se la Russia eseguisse operazioni di sorveglianza di massa”. [articolo su Wired]
  • “Nsa smentisce, non sapevamo del bug Heartbleed. Secondo alcune fonti lo avrebbe sfruttato per due anni”. [Articolo su ANSA]

L’attività di Google, è nuovamente motivo di preoccupazione in rete:

  • “Le email di Gmail verranno analizzate per favorire annunci pubblicitari mirati. Il 14 aprile Google ha aggiornato i suoi termini di servizio, informando gli utenti che tutte le loro email verranno analizzate automaticamente da un software per creare degli annunci pubblicitari mirati”.  [articolo su Internazionale]
  • “Axel Springer contro Google: «E’ un estorsore» - In una lettera aperta il ceo del gruppo editoriale tedesco, Mathias Doepfner: «Mountain View ci fa paura. Le big company troppo potenti». Ma presto la situazione si ribalterà: «La storia insegna che i monopoli non durano mai troppo a lungo»”. [articolo su Corriere delle Comunicazioni]

Il Consiglio d’Europa pubblica un documento che elenca i diritti degli utenti della rete:

  • “Quali sono i diritti dei navigatori? Ecco la guida online. A firma del Consiglio d’Europa il vademecum per orientarsi fra questioni spinose quali privacy, libertà d’espressione, contrattualistica”. [articolo su Corriere delle Comunicazioni]

Buona lettura e buone festività pasquali!