Direttore Scientifico: Prof.ssa Avv. Giusella Finocchiaro
Curatrice Editoriale: Dott. Giulia Giapponesi

posted by Maria Chiara Meneghetti on ottobre 24, 2017

Diffamazione

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La diffamazione di personaggi pubblici, datori di lavoro o ex fidanzate ha raggiunto con la Rete un nuovo livello di offensività, determinato dalla facilità di condivisione e dall’ampiezza del raggio di diffusione del messaggio lesivo. La necessità di colpire le condotte illecite degli utenti online alla pari di quelle realizzate nel mondo fisico impone il più delle volte una non facile interpretazione normativa, volta ad estendere le attuali fattispecie delittuose alle peculiari caratteristiche della realtà digitale.

Internet ha da tempo superato i confini che lo relegavano a mero mezzo di comunicazione tra persone, paragonabile alla televisione o al telefono, per acquisire i connotati di una vera e propria dimensione sociale. Si parla non a caso di “ciberspazio” per fare riferimento a quel luogo, privo di confini fisici e di limitazioni temporali, che è oggi contenitore e fornitore del più grande numero di dati e informazioni diversificate che la storia abbia mai visto.

Uno dei caratteri più interessanti della realtà digitale è la messa a disposizione di nuovi modi e nuove forme di espressione e condivisione della propria personalità. Ciò avviene, soprattutto per i c.d. nativi digitali, cioè coloro che sono nati e cresciuti in corrispondenza della diffusione delle tecnologie informatiche, attraverso l’utilizzo di piattaforme social che permettono con un tweet, un post o un video di condividere i propri pensieri con un vasto pubblico di internauti, amici o solo visitatori di passaggio. La Rete diventa uno spazio condiviso di espressione e sviluppo della personalità e al tempo stesso, grazie al suo carattere ubiquitario e alla sua facile accessibilità, uno strumento grazie a cui le informazioni condivise riescono a raggiungere una diffusione impensabile nel mondo fisico.

Tutto ciò, se dal punto di vista sociale e tecnologico è frutto di crescente entusiasmo, dal punto di vista giuridico pone il legislatore di fronte a nuove sfide. Da un lato, infatti, è sempre più sentita la necessità di tutelare questa nuova forma di espressione della persona e questo immenso bagaglio di cultura digitale da tutte quelle azioni che ne potrebbero illegittimamente ostacolare l’utilizzo. Dall’altro lato, cresce l’esigenza di trasporre le regole che governano il vivere civile offline anche nel mondo digitale, soprattutto alla luce della dilagante percezione che ciò che accade online, in quanto virtuale, sia immune da reali conseguenze legali.

In materia di diffamazione a mezzo Internet è stata particolarmente importante l’opera interpretativa della giurisprudenza, che negli ultimi anni ha adottato un corposo numero di decisioni sulle questioni più controverse.

La Corte di Cassazione ha ormai fugato ogni dubbio sulla qualificazione della condotta diffamatoria in Rete. Recenti sentenze hanno infatti confermato che, anche la diffusione di un messaggio diffamatorio attraverso l’uso di una bacheca Facebook o di un forum integra un’ipotesi di diffamazione aggravata ai sensi dell’art. 595, comma 3° c.p. poiché le modalità di comunicazione offerte da queste piattaforme virtuali hanno la capacita? di raggiungere un numero indeterminato di persone (v. Cass. pen. Sez. V, 23/01/2017, n. 8482 e Cass. pen. Sez. V, Sent., 20/01/2016, n. 2333). Lo stesso ragionamento è stato inoltre applicato alla condivisione di video offensivi attraverso un sistema peer-to-peer. La Corte ha rilevato infatti che la circostanza per cui la condivisione di materiali sia tecnicamente possibile solo tra due utenti per volta, non esclude le potenzialità diffusive e lesive dello strumento (v. Cass. pen. Sez. V, 19/03/2015, n. 41276).

La giurisprudenza non si è limita ad analizzare unicamente i profili di inquadramento giuridico della materia ma ha ampliato il suo campo di indagine anche agli aspetti concernenti la responsabilità e la competenza territoriale. Con riferimento al primo profilo, i giudici hanno avuto modo di affermare la responsabilità a livello concorsuale del gestore di un sito che, pur essendo a conoscenza del contenuto diffamatorio del messaggio caricato da un utente, non si era attivato per la sua immediata rimozione (v. Cass. pen. Sez. V, 14/07/2016, n. 54946). La sentenza si colloca sulla scia dell’orientamento giurisprudenziale europeo e nazionale che, pur non ponendo in capo agli Internet Service Provider un dovere di puntuale vigilanza su tutti i contenuti pubblicati dai propri utenti, ne sancisce la responsabilità ogni qual volta non provvedano ad eliminare un contenuto lesivo da loro conosciuto.

In relazione invece alla competenza territoriale del giudice penale nei casi di diffamazione a mezzo Internet, si sono posti problemi di individuazione del luogo in cui l’azione criminosa poteva dirsi effettivamente consumata. Più in generale, in materia di reati informatici, mentre parte della giurisprudenza ritiene che competente per territorio sia il tribunale del luogo nel quale il soggetto, a mezzo del client, si è connesso alla Rete effettuando il collegamento abusivo; per altra parte deve invece individuarsi nel tribunale del luogo ove è fisicamente allocato il server che costituisce l’oggetto dell’intrusione. Recente giurisprudenza, in materia di upload di un articolo dal contenuto diffamatorio, ha ritenuto di privilegiare il primo dei due criteri. Dunque, ai fini dell’individuazione della competenza territoriale, ha stabilito doversi far riferimento non al luogo dove si trovava il server che conservava e rendeva disponibili i dati per l’accesso degli utenti, bensì il luogo in cui il caricamento del dato “informatico” era stato effettivamente eseguito (v. Cass. pen. Sez. V, 19/05/2015, n. 31677).

[continua]

posted by admin on gennaio 5, 2016

Professione forense

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BLACKBERRY-chatNon è necessario il ricorso ad una rogatoria internazionale per le intercettazioni delle chat relative ai sistemi mobili Blackberry, né tantomeno è necessario ricorrere al sequestro.

Questo quanto stabilito dalla Corte di Cassazione, terza sezione penale, nella sentenza n. 50452/15 relativa al ricorso di alcuni imputati a cui il Tribunale di Roma ha imposto la custodia cautelare per concorso in traffico di sostanze stupefacenti. L’ordinanza cautelare era basata su varie evidenze probatorie fra cui alcune chat via Blackberry aventi come oggetto l’importazione in territorio italiano di un quantitativo di 10 kg di cocaina.

Gli imputati coinvolti in queste intercettazioni si sono rivolti alla Suprema Corte italiana affermando che le chat intercettate non sarebbero prove ammissibili in giudizio in quanto effettuate tramite dispositivi Blackberry. La società che gestisce il servizio ha infatti sede in Canada e perciò per procedere all’acquisizione dei dati sarebbe stata necessaria la rogatoria internazionale. Inoltre, secondo la difesa, le conversazioni via chat non possono essere ritenute “conversazioni” alla stregua di quelle telefoniche, perché sono in realtà un flusso di dati informatici. Pertanto la procedura che avrebbe dovuto essere attuata è quella relativa  sequestro dei dati informatici (art. 254 bis c.p.p.) e non quella relativa alle intercettazioni.

La Cassazione ha risposto al primo punto che è principio consolidato che l’instradamento delle telefonate estere ad uno specifico “nodo” telefonico posto in Italia non rende necessaria la rogatoria internazionale in quanto l’intera attività di captazione e registrazione avviene sul territorio dello Stato.  Questo principio è stato correttamente attuato dal Collegio di Cautela anche in relazione all’utilizzo di chat del Blackberry. A tal proposito la Corte ha sottolineato che le intercettazioni telematiche erano state disposte correttamente sui codici PIN mentre la successiva richiesta alla società canadese in merito ai dati identificativi associati ai codici PIN intercettati aveva riguardato dati che non godono di una particolare protezione. La Cassazione ha dunque considerato irrilevante il fatto che la società del Blackberry sia canadese, in quanto le comunicazioni avvenivano in Italia per effetto del convogliamento in un nodo telematico situato in Italia.

Per quanto riguarda invece l’obiezione posta dalla difesa sul mancato utilizzo della procedura di sequestro dei dati informatici, la Corte la considera infondata. La sentenza chiarisce infatti che il sequestro probatorio di supporti informatici o documenti informatici, anche detenuti da fornitori di servizi telematici, esclude, di per sé, il concetto di comunicazione e va disposto quando è necessario acquisire documenti a fine di prova, mediante accertamenti che devono essere svolti sui dati in essi contenuti. La cassazione afferma il principio di diritto secondo cui “in materia di utilizzazione della messaggistica con sistema Blackberry è corretto acquisirne i contenuti mediante intercettazione ex artt. 266bis c.p.p. e seguenti, atteso che le chat, anche se non contestuali, costituiscono un flusso di comunicazione.”

Pur accogliendo il ricorso degli imputati sulla base di considerazioni che esulano dall’analisi di questo post, la Corte ha rigettato le specifiche obiezioni tecniche di cui sopra, ricordando che: “anche la dottrina più attenta ai delicati rapporti tra sistema delle intercettazioni telematiche e nuove tecnologie  ha osservato che per la chat del Blackberry, l’intercettazione avviene con il tradizionale sistema, ossia monitorando il codice PIN del telefono (ovvero il codice IMEI), che risulta associato in maniera univoca ad un nickname, sottolineando come ad un livello tecnico l’intercettazione sia gestita nella sede italiana della società.

Il testo della sentenza di cassazione è consultabile QUI.

La Scuola Superiore della Magistratura organizza a Roma presso l’Aula Magna della Corte Suprema di Cassazione, un seminario dedicato al tema del “Diritto all’identità personale e diritto all’oblio”.

L’evento si propone di analizzare una situazione di cambiamento nel panorama giurisprudenziale: il limite del diritto all’informazione appare oggi costituito non più e non solo dal diritto alla privacy, ma anche dal diverso e autonomo diritto all’identità personale e morale, diretto al riconoscimento e alla tutela della corretta e attuale rappresentazione dell’immagine sociale del soggetto.

Anche il diritto all’oblio si è trasformato, evolvendosi da diritto negativo a diritto positivo: non più soltanto un diritto “ad essere lasciato solo” ed a preservare le scelte di vita precedenti, ma un diritto alla salvaguardia dell’identità personale nella sua proiezione sociale, lesa dalla mera permanenza della notizia negli archivi online, a prescindere da un nuovo atto divulgativo e dalla relativa perdita di attualità.

Questi nuovi principi trovano in giurisprudenza l’esigenza di un’applicazione più estesa che giunga fino alla realtà “offline” al fine di evitare la sussistenza di un unico diritto all’oblio con due significati differenti, uno dei quali poco rispondente alle dinamiche dell’attuale società dell’informazione.

Il seminario illustrerà l’esigenza, nell’odierna società dell’informazione, di bilanciare diversi e spesso contrastanti interessi. La comparsa e il riconoscimento del diritto alla privacy e la disciplina della sua tutela, che si basa sul principio di effettività quale limite del diritto di informazione, con particolare riferimento alla stampa e agli archivi cartacei, trovano nell’evoluzione delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione – e nello sviluppo della rete in particolare – un fattore di ulteriore verifica e spinta evolutiva.

Per questo motivo, a fronte di un sostanziale immobilismo del legislatore italiano ed europeo, è venuta emergendo sul piano del diritto effettivo una disciplina di elaborazione giurisprudenziale e dottrinale.

Il convegno, inoltre, approfondirà gli aspetti relativi al Regolamento europeo sulla protezione dei dati personali, proposto dalla Commissione Europea, agli interventi della Corte di Giustizia, ai provvedimenti del Garante italiano e al “caso” Google.

Destinato principalmente a giudici di legittimità e di merito e ai sostituti procuratori generali della Suprema Corte, l’evento è aperto alla partecipazione di professori universitari, avvocati, studiosi e operatori del diritto, i quali potranno anche intervenire al termine delle relazioni.

Dopo l’introduzione del Primo Presidente della Corte di Cassazione Giorgio Santacroce e il saluto del Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione Pasquale Maria Ciccolo, interverranno il Garante Europeo per la protezione dei dati Giovanni Buttarelli, la professoressa dell’Università di Bologna Giusella Finocchiaro, il Presidente di sezione del Tribunale di Roma Franca Mangano, Il professore della LUISS di Roma Roberto Pardolesi, il Sostituto Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione Carmelo Sgroi e il Presidente del Garante per la protezione dei dati personali Antonello Soro. Dopo il dibattito concluderà il Primo Presidente Aggiunto della Corte Suprema di Cassazione Luigi Antonio Rovelli.

Ai temi del convegno, in particolare il diritto all’oblio e al caso Google Spain è dedicato il volume di recente uscita “Il diritto all’oblio su Internet dopo la sentenza Google Spain”, curato da Giorgio Resta e Vincenzo Zeno-Zencovich.  Nel capitolo “Il diritto all’oblio nel quadro dei diritti della personalità” Giusella Finocchiaro affronta uno degli aspetti decisivi che sarà anche trattato nel convegno. Il volume è pubblicato sotto licenza “creative commons” ed è dunque liberamente consultabile e disponibile per il download gratuito a questa pagina.

Con una sentenza la Corte di Cassazione ha stabilito che, in caso di violazione della privacy, ai fini della risarcibilità del danno non patrimoniale è necessario valutare la gravità della lesione e la serietà del danno.

Il ricorso alla Cassazione è stato presentato dall’Università degli Studi di Roma Tre, dopo la condanna del Tribunale di Roma arisarcire il danno non patrimoniale di tre specializzandi i cui dati personali erano stati pubblicati su Internet dall’Ateneo romano, in un database liberamente consultabile dal pubblico. Il database conteneva informazioni varie su 3.724 specializzandi: dai dati anagrafici alle informazioni sull’attuale attività professionale e sui redditi di lavoro.

Gli specializzandi si erano rivolti alla Corte romana chiedendo un risarcimento per un “patema d’animo” dovuto a un possibile furto d’identità e “un disagio conseguente alla propria indiscriminata esposizione personale anche di carattere economico”.

Secondo la Cassazione, il Tribunale di Roma avrebbe errato nel ritenere che il “patema d’animo” sofferto dagli studenti fosse valutabile come un danno non patrimoniale risarcibile, ai sensi dell’art. 15 del Codice in materia di protezione dei dati personali, dal momento che si trattava di un danno soggettivo non accertato dal giudice relativamente alla gravità della lesione e alla serietà del danno. Gravità della lesione e serietà del danno indicano due diversi aspetti dell’effetto della violazione: il primo si riferisce al momento in cui si verifica la lesione; il secondo si riferisce alle conseguenze dell’evento dannoso e quindi è maggiormente attinente “all’area dell’obbligazione risarcitoria”.

Rigettando l’ipotesi di un automatismo fra lesione della privacy e risarcimento, la Corte Suprema ha stabilito che è compito dei giudici valutare caso per caso se il danno non patrimoniale supera la “soglia minima di tollerabilità”, da definirsi sulla base della “coscienza sociale del determinato momento storico”. In altre parole, il risarcimento dovrebbe essere determinato bilanciando la solidarietà verso la vittima e il grado di tolleranza che la convivenza sociale richiede ai cittadini.

La causa è stata pertanto rinviata al Tribunale di Roma che dovrà compiere un accertamento sul danno non patrimoniale sulla base delle linee individuate dalla decisione della Cassazione.

Il testo della sentenza (n.16133 del 2014) è disponibile QUI.

Deposte le motivazioni della decisione della Cassazione sul noto caso Google Vs. Vividown: il provider non è responsabile della violazione della privacy dei soggetti dei video caricati dagli utenti.

La Terza sezione penale della Corte di Cassazione ha pubblicato le motivazioni della sentenza di assoluzione per i tre dirigenti di Google che erano stati condannati a sei mesi di carcere nel 2010, in seguito alla diffusione su Google video di un filmato in cui un minorenne disabile veniva umiliato a scuola.

Secondo la Suprema Corte, non è configurabile una responsabilità penale di un Internet host provider nel caso di violazione della privacy realizzata con un video diffuso sul web.

“I reati di cui all’articolo 167 del codice privacy, per i quali qui si procede – si legge da fonti di stampa che hanno riportato stralci delle motivazioni della sentenza – devono essere intesi come reati propri, trattandosi di condotte che si concretizzano in violazioni di obblighi dei quali è destinatario in modo specifico il solo titolare del trattamento e non ogni altro soggetto che si trovi ad avere a che fare con i dati oggetto di trattamento senza essere dotato dei relativi poteri decisionali”.

La Cassazione ha specificato che il gestore del servizio di hosting “non ha alcun controllo sui dati memorizzati né contribuisce in alcun modo alla loro scelta, alla loro ricerca o alla formazione del file che li contiene, essendo tali dati interamente ascrivibili all’utente destinatario del servizio che li carica sulla piattaforma messa a sua disposizione”.

I fatti all’origine della vicenda giudiziaria risalgono al 2006 quando l’associazione Vividown (Associazione italiana per la ricerca scientifica e per la tutela della persona Down, con sede a Milano) ha querelato Google per aver permesso la diffusione di un video in cui un ragazzino disabile veniva deriso dai compagni di classe.  Nel 2010 i tre dirigenti di Google sono stati condannati dal giudice Oscar Magi a sei mesi di carcere per violazione della privacy del minorenne ripreso nel video. Secondo il giudice, l’azienda californiana era da ritenersi responsabile per via della vaghezza delle indicazioni in materia di privacy che Google Video presentava agli utenti che praticavano l’upload dei filmati, una vaghezza tanto più grave perché relativa ad un’attività svolta con finalità di lucro (per leggere l’intervista ad Oscar Magi a cura di Diritto&Internet cliccare QUI).

Nel dicembre 2012 la Corte d’Appello del Tribunale di Milano, ribaltando la precedente decisione, ha assolto i tre manager  individuando la responsabilità del trattamento dei dati nell’uploader del video e non nel provider di contenuti. Pertanto la violazione non sarebbe in capo a Google, ma ai responsabili della pubblicazione online del video (nello specifico, della studentessa). Per un’analisi delle motivazioni della Corte d’Appello si rimanda all’approfondimento della Prof. Giusella Finocchiaro.

La sentenza della Cassazione del 18 dicembre 2013 ha confermato il verdetto della Corte d’Appello. Nelle motivazioni pubblicate oggi la Corte Suprema ha infatti rilevato che Google video esercitava l’attività di  “mero Internet host provider, soggetto che si limita a fornire una piattaforma sulla quale gli utenti possono liberamente caricare i loro video”, del cui “contenuto restano gli esclusivi responsabili”. Pertanto, i tre dirigenti di Google imputati nel procedimento “non sono titolari di alcun trattamento”, mentre “gli unici titolari del trattamento dei dati sensibili eventualmente contenuti nei video caricati sul sito sono gli stessi utenti che li hanno caricati, ai quali soli possono essere applicate le sanzioni, amministrative e penali, previste per il titolare del trattamento del Codice Privacy”.

Il caso Vividown vs. Google, considerato il più noto caso italiano in materia di diritto su Internet, si è concluso mercoledì con la notizia dell’assoluzione in Cassazione dei tre dirigenti di Google.

La Terza sezione penale della Corte di Cassazione confermando la sentenza d’appello, ha assolto David Drummond, George De Los Reyes e Peter Fleischer, i tre manager di Google che nel 2010 erano stati condannati dalla sentenza di primo grado a sei mesi di carcere.

I fatti all’origine della vicenda giudiziaria risalgono al 2006 quando l’associazione Vividown (Associazione italiana per la ricerca scientifica e per la tutela della persona Down, con sede a Milano) aveva querelato Google per aver permesso la diffusione di un video in cui un ragazzino disabile veniva umiliato dai compagni di classe. Il filmato era stato caricato sulla piattaforma Google video da una studentessa, all’epoca minorenne, ed era diventato in poco tempo uno dei video più “cliccati”, guadagnando una particolare evidenza grafica all’interno della piattaforma.

Il verdetto di condanna del Tribunale di Milano ha avuto una forte eco internazionale ed è stato ripreso dalla stampa di tutto il mondo. In sostanza, il giudice Oscar Magi estensore della sentenza, ha condannato i dirigenti non per il reato di diffamazione voluto dall’accusa, ma per violazione della privacy. Secondo il giudice, l’azienda californiana era da ritenersi responsabile per via della vaghezza delle indicazioni in materia di privacy che Google Video presentava agli utenti che praticavano l’upload dei filmati, una vaghezza tanto più grave perché relativa ad un’attività svolta con finalità di lucro. Nella visione del giudice, la ragazzina che aveva caricato il video non sarebbe stata sufficientemente avvertita a prestare attenzione al rispetto della privacy (per leggere l’intervista ad Oscar Magi a cura di Diritto&Internet cliccare QUI).

La decisione del Tribunale di Milano ha sollevato un coro internazionale di protesta a causa dell’attribuzione di responsabilità al provider di contenuti. Le maggiori  critiche, com’era prevedibile, sono partite dal blog di Google e da quello personale di Peter Fleischer, ed in poco tempo hanno creato una forte cassa di risonanza mediatica contro la sentenza italiana. Le proteste facevano riferimento alla neutralità dei provider garantita dall’art. 17 del d.lgs. 70/2003 che applica la Direttiva 31/2000 e che esclude un obbligo di sorveglianza, configurando una responsabilità successiva alla commissione dell’illecito solo a determinate condizioni. QUI la questione è stata ulteriormente approfondita sul nostro blog.

Nel dicembre 2012 la Corte d’Appello del Tribunale di Milano, ribaltando la decisione del giudice Magi, ha assolto con formula piena i tre manager perché “il fatto non sussiste”. La Corte ha individuato la responsabilità del trattamento dei dati nell’uploader del video e non nel provider di contenuti. Pertanto la violazione non sarebbe in capo a Google, ma ai responsabili della pubblicazione online del video (nello specifico, della studentessa). Per un’analisi delle motivazioni della Corte si rimanda all’approfondimento della Prof. Giusella Finocchiaro.

La vicenda tuttavia non si è risolta in appello e nel 2013 la procura di Milano ha presentato il ricorso in Cassazione, sostenendo che le piattaforme come YouTube dovrebbero essere obbligate a effettuare un controllo preventivo sui video caricati dagli utenti e ottenere la liberatoria delle persone riprese nei filmati.

A quanto si apprende da fonti di stampa, nella sua requisitoria il sostituto procuratore generale Mario Fraticelli ha chiesto l’annullamento con rinvio dei proscioglimenti e invocato la celebrazione di un processo d’appello-bis, riferendosi al fatto che “la stessa sentenza della Corte d’Appello scrive che i tre imputati avevano trattato il video e avrebbero avuto la possibilità di prendere visione dei contenuti” e che “non si può pensare che chi offre un servizio su una piattaforma poi non si occupi di quello che viene caricato”. La Cassazione, tuttavia, non ha accolto la richiesta.

Le motivazioni del verdetto della Suprema Corte saranno rese note fra un mese.

Google si dice soddisfatta per l’esito della vicenda giudiziaria: “Siamo felici che la Corte di Cassazione abbia confermato l’innocenza dei nostri colleghi. Di nuovo, il nostro pensiero va al ragazzo e alla famiglia. La decisione di oggi è importante anche perché riconferma un importante principio giuridico”.

posted by Giulia Giapponesi on settembre 19, 2012

Libertà di Internet

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I blog e i magazine online non sono soggetti all’obbligo di registrazione delle testate e pertanto non può essere loro contestato il reato di stampa clandestina. Questa la motivazione alla base della decisione della Cassazione che conclude l’iter giudiziario di Carlo Ruta, giornalista e storico siciliano fondatore del blog “Accade in Sicilia”.

La vicenda giudiziaria di Ruta è iniziata nel 2008 quando il giornalista è stato condannato dal Tribunale di Modica per aver intrapreso la pubblicazione del suo blog senza aver richiesto l’autorizzazione del tribunale competente, come prescritto dall’art.5 della legge 8 febbraio 1948, n.47 (legge stampa), un’omissione che gli è valsa la condanna per il reato di stampa clandestina (art.16).

La pronuncia del Tribunale di Modica è stata poi confermata nel 2011 dalla Corte d’appello di Catania.

Durante i due procedimenti la difesa aveva sostenuto invano che il blog non fosse equiparabile a una testata giornalistica, in quanto da ritenersi un semplice strumento di documentazione, sulla base anche del fatto che non è aggiornato regolarmente.

L’esito del ricorso in Cassazione, intrapreso da Ruta nonostante l’ormai prossima prescrizione del reato, è stato atteso con apprensione dai difensori dei diritti dei cittadini in rete. La conferma delle precedenti sentenze avrebbe rappresentato l’introduzione di un anacronistico obbligo di legge per tutti i blog italiani, un appesantimento burocratico che realisticamente avrebbe portato molti siti alla chiusura.

Con sentenza n.23230, la Terza sezione penale della Corte di Cassazione ha ribaltato le precedenti pronunce sostenendo che la definizione giuridica di un prodotto stampa prevede due condizioni non soddisfatte dal giornale telematico: un’attività di riproduzione tipografica e la destinazione alla pubblicazione del risultato di tale attività.

Secondo il giudice, nemmeno le più moderne disposizioni sulla registrazione delle testate online sono applicabili al blog di Ruta. La legge 7 marzo 2001, n. 62 (inerente alla disciplina sull’Editoria e sui prodotti editoriali, con modifiche alla l. 5 agosto 1981, n. 416) che ha introdotto la registrazione dei giornali online, specifica che l’obbligo va espletato soltanto per ragioni amministrative ed esclusivamente ai fini della possibilità di usufruire delle provvidenze economiche previste per l’editoria.

Questa limitazione è stata inoltre ribadita dalla successiva normativa di cui al d.lgs. 9 aprile 2003, n. 70, che esplicitamente ha prescritto che la registrazione della testata editoriale telematica è obbligatoria esclusivamente per le attività per le quali i prestatori di servizio intendono avvalersi delle opportunità di accesso a contributi pubblici.

Com’è evidente, si tratta di una decisione di ampia portata perché sancisce che non solo i blog, ma nemmeno le testate giornalistiche online sono soggette all’obbligo di registrazione se non hanno intenzione di accedere a contributi pubblici.

È però necessario specificare che dopo questa sentenza della Cassazione, è entrata in vigore una nuova norma che pone una limitazione alla facoltà di non registrare le testate presso i tribunali di competenza.

Si tratta della legge 16 luglio 2012, n. 103 “Conversione, con modificazioni, del decreto-legge 18 maggio 2012, n. 63, recante disposizioni urgenti in materia di riordino dei contributi alle imprese editrici, nonché di vendita della stampa quotidiana e periodica e di pubblicità, istituzionale” che prevede che “Le testate periodiche realizzate unicamente su supporto informatico e diffuse unicamente per via telematica ovvero on line, i cui editori non abbiano fatto domanda di provvidenze, contributi o agevolazioni pubbliche e che conseguano ricavi annui da attività editoriale non superiori a 100.000 euro, non sono soggette agli obblighi stabiliti dall’articolo 5 della legge 8 febbraio 1948, n. 47, dall’articolo 1 della legge 5 agosto 1981, n. 416, e successive modificazioni, e dall’articolo 16  della legge 7 marzo 2001, n. 62, e ad esse non si applicano le disposizioni di cui alla delibera dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni  n. 666/08/CONS del 26 novembre 2008, e successive modificazioni”.

Stando a quento prescritto dalla nuova legge, quindi, rimane legittimo l’esonero dall’obbligo di registrazione per tutti i blog e i giornali che non intendano accedere a finanziamenti pubblici a condizione che il ricavo derivante dall’attività della testata online non superi i 100.000 euro annuali.


posted by Giulia Giapponesi on marzo 7, 2012

Computer Crimes

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Se un dipendente cancella dei file da un computer aziendale, o si impossessa di cd-rom di proprietà dell’azienda, deve rispondere dei reati di furto e danneggiamento, anche nel caso il recupero dei file sia ancora possibile.

Questo quanto recentemente stabilito dalla sentenza n°8555 della Corte di Cassazione, intervenuta sul caso di un dipendente che, a causa di forti tensioni sul luogo di lavoro, nel dare le dimissioni si era vendicato cancellando dal suo computer aziendale alcuni file e portando via con sé i relativi cd-rom di backup.

Confermando la sentenza della Corte d’Appello, la Cassazione ha respinto le motivazioni presentate dall’ex-dipendente che sosteneva che il reato di furto fosse da imputarsi solo in caso di perdita definitiva dei dati, mentre nel suo caso l’azienda era riuscita a tornare in possesso dei file grazie all’intervento di un tecnico specializzato nel recupero di dati cancellati.

Con riferimento alla alla legge 547 del 1993 che ratifica la Convenzione europea sulla pirateria informatica, la Corte ha ricordato che il lemma ‘cancella’ che figura nel dettato normativo non può essere inteso nel suo precipuo significato semantico, rappresentativo di irrecuperabile elisione, ma nella specifica accezione tecnica recepita dal dettato normativo“.

Dal momento che in campo informatico la “cancellazione” è intesa come rimozione di dati in via provvisoria attraverso il cestino, e in via definitiva attraverso il suo svuotamento, secondo la Cassazione è corretto ritenere conforme allo spirito della normativa anche la cancellazione che non escluda una possibilità di recupero attraverso l’uso, peraltro dispendioso, di particolari procedure.

La Corte ha quindi confermato la sussistenza di un danno per l’azienda, che ha dovuto spendere risorse in termini di tempo e denaro per recuperare i file. Inotre, nal caso specifico, il danneggiamento va inteso anche in senso fisico perché buona parte dei file recuperati non potevano più essere aperti, e quindi erano definitivamente perduti.

Sebbene sia vietato controllare la casella di posta elettronica dei dipendenti, in alcune occasioni il datore di lavoro è legittimato ad effettuare verifiche sulle email, come in caso di emersione di elementi di fatto “tali da raccomandare l’avvio di una indagine retrospettiva”.

È quanto stabilito dalla Corte di Cassazione che, con sentenza 2722/2012, ha respinto il ricorso di un ex funzionario della banca Bipop-Carire, confermando le sentenze di primo e secondo grado.

Il dipendente bancario era stato licenziato “per giusta causa” nel 2004 per aver divulgato via email notizie riservate a soggetti esterni all’azienda allo scopo di permettere “operazioni finanziarie da cui aveva tratto un vantaggio personale”.

La Corte di appello, confermando la sentenza di primo grado, aveva rilevato una serie di violazioni a carico dell’ex bancario, quali la violazione dell’obbligo di riservatezza e correttezza , la violazione del regolamento interno aziendale e la violazione del codice deontologico.

Il dipendente era dunque ricorso alla Corte di Cassazione sostenendo la violazione da parte del datore di lavoro delle garanzie sui limiti nei controlli a distanza dei dipendenti stabilite dall’art.4 dello Statuto dei lavoratori.

La Cassazione, ha tuttavia rilevato che l’attività di controllo da parte della banca “prescindeva dalla pura e semplice sorveglianza sull’esecuzione della prestazione”, perché “diretta ad accertare la perpetrazione di eventuali comportamenti illeciti (poi effettivamente riscontrati)”. Un controllo ex post lecito perché attuato in seguito alla scoperta di fatti tali da richiedere un’indagine retrospettiva e destinato ad “accertare un comportamento che poneva in pericolo la stessa immagine dell’istituto presso terzi”.

I direttori delle testate online non sono responsabili per il contenuto diffamatorio dei commenti pubblicati dai lettori.

Questo quanto stabilito dalla Corte di Cassazione, recentemente chiamata a pronunciarsi sulla legittimità della condanna emessa dalla Corte di Appello di Bologna nei confronti dell’ex direttore della versione web dell’Espresso, Daniela Hamaui.

I giudici di secondo grado avevano emesso la condanna in considerazione di quanto prescritto dall‘art. 57 c.p. sui reati commessi  col mezzo della stampa periodica, che punisce il direttore o il vice-direttore che “omette di esercitare sul contenuto del periodico da lui diretto il controllo necessario ad impedire che col mezzo dalla pubblicazione siano commessi reati”.

Tuttavia, i giudici di merito della Corte di Appello di Bologna, consapevoli delle peculiarità delle edizioni online, avevano addebitato alla direttrice dell’Espresso non l’omesso controllo delle pubblicazioni ma l’omessa rimozione del commento diffamatorio.

Il difensore di Daniela Hamaui ha quindi sostenuto davanti alla Corte di Cassazione che la sentenza di secondo grado aveva operato uno stravolgimento della norma, la quale punisce il mancato impedimento della pubblicazione, e non l’omissione di controllo successivo.

Con sentenza numero 44126 della Quinta sezione penale, la Cassazione ha accolto il ricorso della difesa constatando la diversità strutturale tra stampa cartacea ed elettronica e sottolineando l’impossibilità per il direttore della testata di impedire la pubblicazione di commenti diffamatori che rende evidente che “la norma contenuta nell’art. 57 del c.p. non è stata pensata per queste situazioni, perchè costringerebbero il direttore ad una attività impossibile, ovvero lo punirebbe automaticamente ed oggettivamente, senza dargli la possibilità di tenere una condotta lecita».