Direttore Scientifico: Prof.ssa Avv. Giusella Finocchiaro
Curatrice Editoriale: Dott. Giulia Giapponesi

Google ha annunciato un importante cambiamento nella sua procedura del “Content ID” che ora permette agli utenti di “appellarsi” contro le arbitrarie rimozioni di video.

Sempre più spesso i regolamenti delle piattaforme online si rivelano determinanti per scongiurare reati. Per evitare il perpetrarsi delle violazioni della proprietà intellettuale, nel 2007 YouTube ha lanciato “Content ID” un sistema attraverso il quale un detentore di diritti d’autore poteva individuare e segnalare i video che riteneva violassero il suo copyright. Una volta identificati i contenuti “illeciti”, il detentore dei diritti poteva poi decidere se chiederne la rimozione, la promozione, o decidere di ricavarne un guadagno inserendo un annuncio pubblicitario in testa ai video.

Grazie al Content ID YouTube è riuscita a gestire in modo efficiente e proficuo l’upload massivo di filmati in violazione di copyright che ogni giorno avviene sulla piattaforma.

Tuttavia, se il sistema si è rivelato efficiente per l’industria dell’entertainment, così non è stato per molti utenti che si sono visti eliminare i loro contenuti sulla base di una semplice segnalazione di terzi. La procedura infatti prevedeva la possibilità di protestare contro rimozioni ritenute ingiustificate ma l’ultima parola spettava comunque a chi si presentava come il detentore dei diritti d’autore.

A cinque anni dall’adozione del sistema Content ID YouTube ha ore deciso di dare un chanche in più agli utenti e ha introdotto una procedura d’appello che conferisce maggiore importanza alla proteste degli uploaders. Se contestato, il presunto detentore di diritti d’autore avrà ora due opzioni: ritirare la segnalazione o intraprendere una notifica formale secondo la legge statunitense del Digital Millennium Copyright Act.

Contestualmente all’annuncio di questa nuova procedura, YouTube ha anche comunicato di avere potenziato il sistema di riconoscimento tracce che è alla base della tecnologia di identificazione di “Content ID”.

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posted by admin on giugno 28, 2010

Responsabilità dei provider

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Immagine 1Si è concluso con una decisione a favore di YouTube il caso legale nel quale il colosso mediatico Viacom aveva chiesto un miliardo di dollari di risarcimento danni alla piattaforma di video, accusata di aver lucrato consapevolmente su decine di migliaia di filmati protetti da diritto d’autore.

Il giudice federale di Manhattan ha avvalorato la teoria della difesa, secondo la quale il Digital Millenium Copyright Act sancisce la non responsabilità di YouTube per il principio del safe harbor: il provider di servizi non è responsabile dei contenuti generati dagli utenti se assicura la rimozione immediata di materiale segnalato come in violazione.

Secondo il giudizio, sebbene genericamente consapevole di ospitare sulla sua piattaforma materiale protetto da copyright, YouTube avrebbe dimostrato la sua buona fede nell’aver sempre prontamente rimosso tutti i video segnalati, come accadde nel 2007 quando 100000 video protetti da diritto d’autore furono rimossi il giorno dopo la segnalazione inviata da Viacom.

La sentenza a favore di YouTube è stata emessa nella formula del summary judegement, un giudizio espresso della Corte senza il parere di una giuria.  La richiesta di utilizzo di questa procedura, che permette di giungere più velocemente ad una  decisione senza il normale processo, era giunta da entrambi gli schieramenti.

L’esito del giudizio è stato accolto con entusiasmo da YouTube: “Questa è una vittoria molto importante non solo per noi, ma anche per i miliardi di persone che in tutto il mondo usano il web per comunicare e condividere esperienze con gli altri”.

Dal canto suo Viacom comunica di confidare in una vittoria in appello: “Questo caso è sempre stato intorno al decidere se il furto intenzionale di opere protette da diritto d’autore fosse permesso dalla legge esistente e noi abbiamo sempre saputo che la questione critica soggiacente avrebbe dovuto essere indirizzata alle corti di grado superiore. La decisione di oggi accelera la nostra opportunità di farlo”.

Alcuni commentatori hanno però osservato che il fatto che nel giudizio di primo grado non si sia arrivati nemmeno al processo costituisce un precdente a favore di YouTube.

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Immagine 1Ha ormai l’aspetto di uno scontro epocale il caso sul copyright che negli Stati Uniti vede implicati Google/YouTube e Viacom – il colosso dei media americani che comprende fra gli altri MTV, Paramount Pictures e Dreamworks. Il processo, che dura ormai da tre anni, verte su una richiesta miliardaria di risarcimento danni a carico di YouTube, accusato di avere sfruttato commercialmente migliaia di video prodotti da Viacom e coperti da diritto d’autore.

Non è esagerato affermare che il caso è diventato il processo principale sulla responsabilità del provider negli Stati Uniti. Come se non bastasse la potenza commerciale delle due aziende coinvolte, si sono schierati al fianco delle due parti da un lato i più importanti attori dell’industria cinetelevisiva di Hollywood e dall’altro i colossi di Silicon Valley. È infatti notizia recente la scesa in campo di Yahoo!, Facebook e E-bay in difesa di Google. Le società hanno presentato alla Corte di New York che presiede il caso quello che nel diritto americano si chiama amicus brief o rapporto di amicus curiae, un documento presentato volontariamente da parti esterne ad un processo che serve ad offrire alla Corte un parere rilevante sul dibattimento. L’intervento delle industrie di Silicon Valley segue di poco quello dei colossi di Hollywood: NBC Universal, Warner Bros., Disney e altre hanno presentato il loro brief of amici curiae in supporto di Viacom all’inzio di questo mese.

Gli schieramenti, con relativo esercito di legali e periti, si scontrano in una battaglia che diventa così il simbolo della guerra fra vecchi e nuovi media. A Silicon Valley si sostiene che la dottrina del safe harbor escluda il provider di servizi dalla responsabilità sui contenuti generati dagli utenti se assicura la rimozione immediata di materiale segnalato come in violazione. Lo schieramento di Hollywood invece sostiene che il Digital Millennium Copyright Act sancisca la responsabilità dei siti che incoraggiano la pirateria tra cui rientrerebbe anche youTube, fiorito economicamente grazie alla condivisone consapevole di materiale su cui non deteneva i diritti.

La posta in gioco ha evidentemente una portata economica enorme ma le implicazioni della sentenza vanno ben oltre l’aspetto commerciale. Una decisione in favore di Viacom in un caso legale di questo calibro potrebbe determinare cambiamenti nell’industria mondiale del web 2.0. E su questo aspetto insiste l‘amicus brief dello schieramento di Silicon Valley che afferma che approvare la richiesta di Viacom significherebbe creare incertezza per i service provider riguardo alla loro vulnerabilità legale e inibire la crescita dello sviluppo tecnologico dei modelli che si basano sull’utente, modelli che, giorno dopo giorno, fanno di internet e del mondo un posto più democratico.

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posted by admin on marzo 29, 2010

Responsabilità dei provider

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confidential_stamp1È marchiata come “confidential” la bozza dell’accordo multilaterale anti-contraffazione in cui gli Stati Uniti raccomandano alla comunità internazionale lo sviluppo di norme volte a sospendere la connessione a internet per gli utenti che scaricano illegalmente contenuti protetti da copyright.

Una fuga di notizie ha portato alla luce il documento, in via di approvazione, denominato ACTA (Anti-Counterfeiting Trade Agreement)  nel quale gli USA sanciscono per la prima volta e su scala globale la responsabilità per gli ISP sull’infrazione delle norme del copyright perpetuate dagli utenti. L’accordo prevede infatti che gli ISP siano tenuti ad adottare una policy che preveda l’interruzione del servizio per i clienti recidivi alla condotta illegale.

Una norma, quindi, molto simile alla legge Hadopi francese (disconnessione a internet per gli utenti che infrangono la legge dopo tre avvisi) che negli States è fortemente sostenuta dalla ormai famigerata RIIA (Recording Industry Association of America) e dalla MPAA (Motion Picture Association of America).

Questa bozza dell”ACTA sembrerebbe confermare l’ipotesi di quanti sostengono che l’amministrazione di Obama stia cercando di inasprire il Digital Millennium Copyright Act in una direzione che lo rende ancora più ostile ai fornitori di servizi e ai  consumatori. Ad oggi infatti il DMCA americano prevede che gli ISP siano responsabili di infrazioni solo se mancano di rimuovere il materiale protetto da copyright dopo segnalazione da parte dei detentori dei diritti d’autore.

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