Direttore Scientifico: Prof.ssa Avv. Giusella Finocchiaro
Curatrice Editoriale: Dott. Giulia Giapponesi

posted by admin on marzo 23, 2015

Libertà di Internet

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urn:newsml:dpa.com:20090101:140321-90-002354Una nuova normativa consentirà ai ministeri di ordinare la chiusura di un sito internet senza il via libera dell’autorità giudiziaria.

L’approvazione di una nuova normativa ha riconosciuto al Governo turco il potere di richiedere il blocco immediato all’accesso di contenuti web considerati pericolosi per “la stabilità dello stato”.

La nuova legge permette ai ministri di agire direttamente, senza la decisione di un giudice, e impone ai provider il blocco o la rimozione dei contenuti entro quattro ore dalla comunicazione. Sarà possibile contestare l’azione del Governo appellandosi all’autorità giudiziaria, ma solo dopo che il blocco sia divenuto operativo, e sottoponendo l’azione di censura al vaglio dei giudici entro 48 ore dalla sua attivazione.

Negli ultimi anni, la linea intrapresa dal governo turco per la regolamentazione e il controllo della rete ha più volte suscitato aspre critiche, attirando l’attenzione internazionale.

Nel marzo 2014, a ridosso delle votazioni per il rinnovo dei consigli comunali e provinciali del paese, Twitter e Youtube furono bloccati dall’Autorità per le comunicazioni.

In quell’occasione, il primo ministro Recep Tayyip Erdo?an, che dal 14 febbraio 2015 possiede un suo profilo Twitter, aveva definito il social network “un coltello nelle mani di assassini”.

Nel settembre 2014, Human Rights Watch aveva denunciato la censura applicata a internet, ad opera del Governo turco, come un “controllo dell’attività in rete senza una supervisione indipendente”.

Nel gennaio scorso, una settimana prima della partecipazione alla marcia di Parigi in favore dell’unità e della libertà di espressione, il Governo di Ankara aveva ordinato la chiusura di tutti i siti che avessero scelto di pubblicare le vignette di Charlie Hebdo riguardanti l’islam.

L’attuale legge sulle telecomunicazioni presenta molti punti in comune con quella già avallata dal Parlamento turco nel 2014 e successivamente bocciata dalla Corte costituzionale.

Pubblicato il rapporto ENISA 2012 sugli incidenti in materia di sicurezza nelle reti di telecomunicazione. Secondo i risultati, oltre il 40% degli incidenti ha inciso sulla possibilità di chiamare il numero di emergenza 112.

L’ENISA (European Union Agency for Network and Information Security) ha recentemente pubblicato il suo rapporto annuale sugli incidenti più gravi avvenuti in Europa nel settore delle comunicazioni elettroniche. Il rapporto tiene conto di tutte le segnalazioni riportate all’Enisa in ottemperanza dell’Articolo 13 della Direttiva 140/2009/CE.

Il documento fornisce un’analisi di 79 gravi incidenti segnalati da 18 paesi, soffermandosi sull’impatto che hanno avuto sulla popolazione e sulle cause che li hanno determinati.

Coerentemente con il sempre maggiore utilizzo di smartphone, tablet e chiavette, la maggioranza degli incidenti ha coinvolto le telefonia mobile o il traffico di dati in mobilità provocando malfunzionamenti che hanno interessato l’attività quotidiana in media di 1,8 milioni di utenti per ogni incidente.

Per quanto riguarda la sola telefonia, il 37% degli incidenti ha avuto la grave conseguenza di rendere irraggiungibile il numero di emergenza 112.

Tanto nei servizi di connettività mobile, quanto nella reti fisse, la causa della maggioranza degli incidenti è catalogata sotto la voce“System failures” (75% degli incidenti). Tra gli errori di sistema, i problemi legati all’aspetto hardware hanno prevalso sui bug dei software.

Per quanto riguarda le cause di incidenti provenienti da terze parti, la maggioranza hanno coinvolto reti di fornitura di energia, con un impatto su una media di 2,8 milioni di connessioni. Il sovraccarico delle connessioni di rete ha causato disagi in media per 9,4 connessioni.

Il primato sulla durata dei malfunzionamenti o dei disservizi viene attribuito ad fenomeni naturali, come tempeste di neve o violenti temporali. La media si assesta sulle 36 ore per incidente.  

Contrariamente a quanto ci si poteva aspettare, l’incidenza dei cyber-attacchi riguarda solo il 6 per cento dei disservizi analizzati, con una media di 1,8 milioni di persone coinvolte.

Il rapporto dell’Enisa punta a fornire alle Autorità Regolatorie nazionali degli stati membri valutazioni utili a prevenire incidenti.  Una trattazione più dettagliata degli incidenti all’interno dell’Article 13a Expert Group.

posted by admin on gennaio 10, 2013

Web 2.0

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Un recente caso in Inghilterra riapre il dibattito sulle limitazioni all’accesso a Internet per i carcerati.

In seguito ad un’inchiesta, del quotidiano Yorkshire Evening, cinque detenuti del penitenziario di massima sicurezza di Wakfield, nel nord dell’Inghilterra, sono stati accusati di possedere un profilo personale su Facebook.

Il quotidiano sulla base del Freedom Information Act 2000, l’atto che regolamenta il trattamento dell’informazione delle pubbliche autorità, ha spinto il NOMS (National Offender Management Services) a verificare le identità dei detenuti e ottenere la chiusura dei profili ritenuti illegali.

L’episodio ha sollevato un dibattito sulle restrizioni che oggi sono da ritenersi sufficienti per la sicurezza della comunità. La responsabilità per le attività online collegate ad un profilo non è di facile attribuzione, considerato che chiunque può agire sotto l’identità virtuale di un account di un social network.

Se è vero che l’accesso ad internet può essere una minaccia per la comunità e per le vittime dei condannati della “casa dei mostri” (così è chiamato il carcere di Wakfield), è altrettanto vero che il profilo virtuale non implica una relazione diretta con la persona fisica: risulta infatti dall’inchiesta che alcuni detenuti gestissero il proprio account di Facebook attraverso l’attività di parenti e amici. Il portavoce agli addetti alla sicurezza ha ribadito che “i detenuti non hanno accesso a internet”, ma rimane ancora da sciogliere il nodo delle limitazioni d’accesso alla rete per le persone in stato di reclusione.

Intanto, la sicurezza della prigione di Wakfield viene garantita dal portavoce che assicura il divieto d’accesso anche per i prigionieri in attesa di una sentenza.

posted by Giulia Giapponesi on febbraio 8, 2012

Libertà di Internet

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La libertà di espressione su Internet è controllata nel mondo sia da organismi pubblici che privati. Se da un lato i governi di molti paesi impongono rigide censure sui contenuti, dall’altro sempre più spesso sono le grandi aziende a controllare, a loro discrimine, le possibilità di utilizzo dei servizi offerti.

Come è possibile bilanciare il bisogno di ordine e sicurezza con la protezione delle libertà civili dei cittadini? Come può la tutela dell’interesse pubblico su Internet essere affidata al mercato? Le minacce alla libertà d’espressione e lo sviluppo della rete sembrano crescere di pari passo, ed esempi di restrizioni di stampo autoritario non mancano nemmeno in paesi democratici come gli Stati Uniti o la Farncia. Come possiamo assicurarci che la futura evoluzione di Internet si sviluppi intorno ai diritti dei cittadini, a discapito delle necessità di controllo di governi e industrie?

L’odierno equilibrio tra libertà d’espressione e controllo della rete è influenzato da fatttori quali il dominio di Facebook e le recenti rivoluzioni nordafricane, le restrizioni del governo cinese e la censura sulle App praticata dell’Apple Store.

Il panorama è vividamente trattegiato nella relazione TED di Rebecca MacKinnon presentata all’ultimo ciclo di conferenze TED in Scozia,  che vi proponiamo qui:



posted by admin on settembre 30, 2011

Libertà di Internet

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Lo sviluppo di Internet è stato favorito dalla mancanza di un organo di controllo. Questa la conclusione cui approda l’articolo “In difesa del caos” apparso sul numero di ottobre dell’Economist e ripreso da diversi quotidiani nazionali.

Secondo la rivista britannica la libertà di internet, dovuta alla mancanza di un controllo statale, ha promosso le sue due più grandi virtù: ne ha garantito la difesa dalla censura e ha generato innovazione – dunque ricchezza.

Analizzando le stime del McKinsely Global Institute, l’articolo osserva come negli ultimi 15 anni Internet abbia generato nei paesi ricchi una crescita del PIL del 10%. Questa crescita sarebbe dovuta proprio all’assenza di un organismo di controllo capace di censurarlo.

Come è noto, molti governi manifestano il proprio disagio rispetto l’attuale assetto della rete, ed oggi, interventi e proposte “restrittive” provengono anche da governi occidentali. Secondo l’Economist, finora il caos ha vinto sulla razionalità organizzatrice, per il semplice fatto che “funziona”. L’alternativa è affidata a processi che le organizzazioni sovrastatali non sono ancora pronte a gestire, per motivi di lentezza burocratica (si pensi all’iter decisionale dell’Internet Governance Forum) e per la tendenza disgregatrice rappresentata dagli interessi nazionali.

Un tentativo di legislazione ad hoc che sarebbe”lento e spesso imprevedibile” e che  secondo l’Economist, non sembra ancora sufficiente per garantire un modello alternativo a quello “un po’ caotico” ma meno “disastroso” della rete.

FacebookHanno attirato l’attenzione internazionale le recenti dichiarazioni della direttrice marketing di Facebook, sorella del CEO Mark Zuckerberg.

Intervenuta ad una tavola rotonda sul “cyber-bullismo” organizzata dalla rivista Marie Claire, Randi Zuckerberg si è pronunciata contro l’anonimato online, sostenendo che i cittadini della rete si comporterebbero molto meglio se ogni loro azione fosse correlata dal loro reale nome in evidenza. Secondo la direttrice marketing, sarebbe questo il motivo per cui Facebook richiede espressamente il nome, il cognome e l’indirizzo email reali dei loro iscritti. “Credo che l’anonimato su Internet debba scomparire”, ha specificato.

Le parole di Randi Zuckerberg richiamano le dichiarazioni del CEO di Google Eric Schmidt che alcuni mesi fa aveva definito l’anonimato in rete come “un pericolo”, aggiungendo che i governi si troveranno presto nella condizione di doverlo vietare.

Naturalmente questo genere di proposte trova fieri oppositori in quanti sostengono che l’anonimato è fondamentale per la libertà di espressione in rete. Sono molte infatti le occasioni in cui l’anonimato costituisce una protezione per i cittadini, come ad esempio nel caso di dichiarazioni di dissidenti politici o di persone vittime di abusi. Per questo motivo l’anonimato è anche alla base di molti portali di condivisione di notizie, basti pensare a Wikileaks, grazie ai quali sono venuti alla luce crimini e scandali.



posted by admin on agosto 30, 2010

Diritto d'autore e copyright

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blockbuster-logoÈ stata annunciato per metà settembre l’avvio della pratica per bancarotta di Blockbuster, la catena che da quasi ventanni domina il mercato del noleggio video.

Il fallimento non giunge inaspettato. Da anni il settore del videonoleggio tradizionale soffre gli effetti di una crisi dovuta al cambiamento delle abitudini dei consumatori. La diffusione di massa delle connessioni a banda larga ha inaugurato l’era dello streaming – legale o meno – e sono sempre meno le persone disposte a uscire di casa per procurarsi un film. Blockbuster va quindi a seguire la strada del suo più acerrimo nemico in patria, la catena di noleggio dvd Hollywood Video, che ha chiuso i battenti lo scorso aprile.

Secondo il Chicago Breaking Businness, Blockbuster ha perso oltre 1 miliardo di dollari dall’inizio del 2008, accumulando un debito per interessi di 920 milioni. All’inizio dello scorso Agosto portavoci della società hanno annunciato che i debitori hanno acconsentito ad aspettare fino al 30 settembre prima di riscuotere gli interessi.

L’avvio della pratiche di fallimento permettera a Blockbuster di godere delle possibilità di ricapitalizzazione permesse dal Chapter 11 del Bankruptcy Code, grazie al quale tenterà di ridurre il debito accumulato. L’obiettivo principale del processo di bancarotta, che durerà circa cinque mesi, è quello di evitare il costoso pagamento degli affitti dei punti vendita che registrano i più pesanti passivi, circa 500 su 3425 totali nei soli StatiUniti.

Durante questo processo è di cruciale importanza il supporto degli studios di Hollywood ai quali è stato chiesto di continuare a rifornire le filiali di Blockbuster con i dvd di tutti i film in uscita.

Oggi il valore totale di mercato di di Blockbuster è di 24 milioni di dollari. Nel 1994 il colosso dei media Viacom aveva acquistato la società per 8,4 miliardi.

posted by admin on gennaio 19, 2010

Miscellanee

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Immagine 1E’ dedicato ai reati informatici il prossimo appuntamento con gli Incontri su Diritto e Innovazione Tecnologica, che si tengono ad Alma Graduate School con il coordinamento scientifico della Prof. Avv. Giusella Finocchiaro.

Relatore del seminario sarà il Consigliere Giuseppe Corasaniti, Magistrato Ordinario presso il Tribunale di Roma. Nel corso dell’incontro saranno esaminati i profili più rilevanti della disciplina penalistica dei reati informatici. Sarà, inoltre, oggetto di analisi il D.lgs. 231 del 2001 che ha introdotto nel nostrio ordinamento la responsabilità amministrativa degli enti collettivi per i reati compiuti dai soggetti appartenenti alla compagine sociale.

L’appuntamento è per giovedì 21 gennaio, a partire dalle ore 15, presso l’abituale sede di Villa Guastavillani, Bologna. Maggiori informazioni sono disponibili sul sito web di Alma Graduate School a questo indirizzo.

posted by admin on dicembre 17, 2009

Diritto d'autore e copyright

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Immagine 1Con una pronuncia del 15 dicembre 2009, il Tribunale di Roma ha, in via cautelare, ordinato a You Tube LLC, You Tube Inc e Google UK Ltd l’immediata rimozione dai propri server e la conseguente immediata disabilitazione all’accesso di tutti i contenuti riproducenti, in tutto o in parte, sequenze di immagine relative al programma “Il Grande Fratello”. Il testo integrale dell’ordinanza è disponibile a questo indirizzo.