La libertà di espressione su Internet è controllata nel mondo sia da organismi pubblici che privati. Se da un lato i governi di molti paesi impongono rigide censure sui contenuti, dall’altro sempre più spesso sono le grandi aziende a controllare, a loro discrimine, le possibilità di utilizzo dei servizi offerti.
Come è possibile bilanciare il bisogno di ordine e sicurezza con la protezione delle libertà civili dei cittadini? Come può la tutela dell’interesse pubblico su Internet essere affidata al mercato? Le minacce alla libertà d’espressione e lo sviluppo della rete sembrano crescere di pari passo, ed esempi di restrizioni di stampo autoritario non mancano nemmeno in paesi democratici come gli Stati Uniti o la Farncia. Come possiamo assicurarci che la futura evoluzione di Internet si sviluppi intorno ai diritti dei cittadini, a discapito delle necessità di controllo di governi e industrie?
L’odierno equilibrio tra libertà d’espressione e controllo della rete è influenzato da fatttori quali il dominio di Facebook e le recenti rivoluzioni nordafricane, le restrizioni del governo cinese e la censura sulle App praticata dell’Apple Store.
Il panorama è vividamente trattegiato nella relazione TED di Rebecca MacKinnon presentata all’ultimo ciclo di conferenze TED in Scozia, che vi proponiamo qui:
Il ddl intercettazioni è nuovamente al centro del dibattito in rete da quando alcuni esponenti della maggioranza hanno espresso l’intenzione di sottoporlo al più presto al voto di fiducia in Parlamento.
Il testo del contestato disegno di legge contiene la norma definita dalla stampa “legge ammazza-blog” (art.1 comma 29) che, lo ricordiamo, impone l’obbligo di dichiarazione e rettifica, entro quarantotto ore dalla richiesta, anche ai “siti informatici, ivi compresi i giornali quotidiani e periodici diffusi per via telematica”.
La normativa è stata già analizzata su queste pagine dalla Prof. Avv. Giusella Finocchiaro, che ne ha messo in luce le criticità:
“Oltre alle pesanti sanzioni (da Euro 7.746 ad Euro 12.911) e oltre ai termini stringenti per la rettifica (appena quarantotto ore dalla richiesta) che appaiono concretamente non praticabili, il grave pericolo è che, a lungo termine, questa norma, se approvata, consentirà di equiparare siti (e blog) ai giornali, creando il presupposto per l’applicazione di norme severe (amministrativamente impegnative, e corredate di sanzioni penali) nate per le imprese di informazione ai “siti informatici” e magari ad ogni trasmissione telematica (perchè no? anche social network e Twitter).”
Sono numerosi i commentatori della rete che hanno ripreso la protesta contro quella che considerano una grave limitazione della libertà di espressione sul web.
La Federazione Nazionale della Stampa ha indetto una manifestazione di protesta a Roma il 29 settembre. Secondo alcuni siti, infatti, proprio in quella data il Governo si appresterebbe a ripresentare il testo del disegno di legge in aula.
Hanno attirato l’attenzione internazionale le recenti dichiarazioni della direttrice marketing di Facebook, sorella del CEO Mark Zuckerberg.
Intervenuta ad una tavola rotonda sul “cyber-bullismo” organizzata dalla rivista Marie Claire, Randi Zuckerberg si è pronunciata contro l’anonimato online, sostenendo che i cittadini della rete si comporterebbero molto meglio se ogni loro azione fosse correlata dal loro reale nome in evidenza. Secondo la direttrice marketing, sarebbe questo il motivo per cui Facebook richiede espressamente il nome, il cognome e l’indirizzo email reali dei loro iscritti. “Credo che l’anonimato su Internet debba scomparire”, ha specificato.
Le parole di Randi Zuckerberg richiamano le dichiarazioni del CEO di Google Eric Schmidt che alcuni mesi fa aveva definito l’anonimato in rete come “un pericolo”, aggiungendo che i governi si troveranno presto nella condizione di doverlo vietare.
Naturalmente questo genere di proposte trova fieri oppositori in quanti sostengono che l’anonimato è fondamentale per la libertà di espressione in rete. Sono molte infatti le occasioni in cui l’anonimato costituisce una protezione per i cittadini, come ad esempio nel caso di dichiarazioni di dissidenti politici o di persone vittime di abusi. Per questo motivo l’anonimato è anche alla base di molti portali di condivisione di notizie, basti pensare a Wikileaks, grazie ai quali sono venuti alla luce crimini e scandali.
Com’era prevedibile, la sentenza del Tribunale di Milano che condanna tre dirigenti di Google a sei mesi di reclusione per violazione della privacy ha suscitato forti reazioni sui quotidiani italiani e internazionali. Riportiamo qui le più importanti analisi e commenti usciti sui blog e i magazine internazionali che si occupano di internet.
Wired Magazine riporta le dichiarazioni di Leslie Harris, presidente del Centro per la Democrazia e Tecnologia di Washington:n”Questo è precisamente il tipo di azione che richiede un intervento del segretario di stato Hillary Clinton a favore della libertà globale di internet….] La decisione della Corte Italiana incoraggerà gli stati con regimi autoritari a giustificare i loro tentativi di sopprimere la libertà su internet”.
Cyberlaw.uk.org ha intervistato sull’argomento Lee Tien, il legale della Electronic Frountiers Foundation di San Francisco: “Le minacce alla libertà di espressione su Internet da parte di nazioni nel mondo che non hanno le stesse leggi e gli stessi atteggiamenti verso la libertà di espressione è senz’altro un problema costante, e sta peggiorando” ha detto Tien. Ma ha esortato a non dare troppa importanza al caso, che può essere visto come una velata maccchinazione contro Google da parte del primo ministro Silvio Berlusconi, che ha praticamente il monopolio dei media tradizionali Italiani.”
Su Internetgovernance.org è presente un’analisi dei fattori, perlopiù sfuggiti alla stampa americana, che determinano una posizione di debolezza di Google in Europa: 1)Il fatto che Google abbia in qualche modo limitato la sua stessa esenzione da responsabilità implementando il monitoraggio dei contenuti protetti da copyright ; 2) la debolezza, vaghezza e obsolescenza della direttivaUE sull’ E-Commerce che prospetta esenzione da responsabilità per i provider; 3) le politiche e le leggi sulla privacy europee e il modo in cui queste leggi possono essere usate – sia per ragioni legittime che illegittime – per attaccare questa grande corporation che minaccia i modelli di buisinness di interessi radicati.
Infine, sul blog di Google, divenuto ormai un bollettino di guerra, non è mancato un commento dell’azienda che, dichiarandosi stupefatta dalla sentenza del Tribunale di Milano, lancia un vero e proprio allarme: “Se a tutti i fornitori di servizi come Blogger, YouTube e ogni altro social network o community venisse applicato il principio di responsabilità su ciascun singolo contributo degli utenti – ogni porzione di testo, ogni foto, ogni file, ogni video – allora il Web come lo conosciamo cesserebbe di esistere e molti dei vantaggi economici, sociali politici e tecnologici che comporta sparirebbero”.
È di ieri la notizia di stampa che riferisce della condanna degli amministratori di Google, per la pubblicazione su YouTube del video che documentava atti di sopraffazione commessi contro un bambino autistico. La decisione non è ancora disponibile e quindi non è possibile commentare nel merito. È tuttavia possibile inquadrare le linee giuridiche principali della questione.
Una considerazione preliminare è necessaria: non si discute la gravità sotto il profilo morale della pubblicazione del video. Ma le questioni giuridiche sono altre.
1. Applicazione del Codice per la protezione dei dati personali
Se, come riportato dalla stampa, la decisione è basata sull’applicazione del Codice per la protezione dei dati personali, sembra dubbio che si applichi la legge italiana, come disposto dall’art. 5.
2. Responsabilità del provider
Se la decisione investe la responsabilità del provider, il dato normativo è chiaro: l’art. 17 del d.lgs. 70/2003 esclude l’obbligo preventivo di sorveglianza e controllo del provider. Il provider risponde se non ha ottemperato ad un ordine di rimozione dei contenuti dell’autorità giudiziaria ovvero se, avendo avuto conoscenza del carattere illecito o pregiudizievole per un terzo del contenuto di un servizio al quale assicura l’accesso, non ha provveduto ad informarne l’autorità competente.
Questa norma esclude, per ragioni di ordine tecnico ed economico, l’obbligo di controllo. Lo esclude anche per ragioni di principio: per non limitare la libertà di espressione.
La responsabilità del provider viene oggi da più parti invocata per la difficoltà di individuare l’autore dell’illecito. Si cerca un soggetto giuridico, diverso da chi ha commesso l’atto illecito, al quale comunque imputare la responsabilità.
La giurisprudenza italiana ha individuato la responsabilità del provider in alcune decisioni più recenti, con un metodo casistico, sulla base di valutazioni specifiche, a volte dubbie.
3. Il diritto della rete
Non è vero che Internet è un Far West giuridico. In parte, le regole ci sono e sono le medesime dello spazio non virtuale. In parte, il diritto deve modificarsi e adattarsi alle nuove forme di comunicazione: non solo diritto statuale, ma anche autoregolamentazione. In parte occorrono nuovi strumenti -anche tecnologici- di applicazioni delle regole giuridiche. Ma i valori non sono decisi dalla tecnologia.
Punire la singola ingiustizia non deve e non può fare dimenticare i principi fondamentali.
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