Direttore Scientifico: Prof.ssa Avv. Giusella Finocchiaro
Curatrice Editoriale: Dott. Giulia Giapponesi

posted by admin on novembre 12, 2012

Libertà di Internet, anonimato

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Nuovo stop per la Proposition 35, il disegno di legge californiano che prevede una sorveglianza speciale sulle attività online di cittadini condannati per traffico di esseri umani per sfruttamento sessuale.

La proposta normativa, oggetto di un referendum popolare lo scorso 6 novembre, imporrebbe ai condannati l’obbligo di registrare presso le autorità statali alcuni dati identificativi utili a tracciare l’attività in rete, quali gli username, gli indirizzi email e l’ISP di riferimento. I condannati sarebbero inoltre tenuti ad informare la polizia ogni qualvolta lasciassero un commento su di un sito web.

Il referendum sulla proposta ha avuto un esito senza precedenti con l’approvazione della legge da parte dell’81% dei votanti.

Tuttavia, quella che sembrava dover essere una legge plebiscitaria ha sollevato invece molte polemiche e la ferma opposizione di alcuni gruppi per la protezione dei diritti civili, tra cui la Electronic Frontier Foundation (EFF) e American Civil Liberties Union (ACLU), che hanno avviato un ricorso contro la conversione in legge.

Il ricorso si basa sulla presunta incostituzionalità della Proposition 35 che, nel proibire il diritto all’anonimato dei condannati violerebbe il primo emendamento della costituzione degli Stati Uniti. “Fortunatamente la nostra costituzione si applica a tutti i cittadini” avrebbe dichiarato il legale dell’ALCU “ed è percoloso per una democrazia affermare che un diritto costituzionale non vale per alcuni reietti”.

Secondo la EFF, la Proposition 35 consente al governo il monitoraggio degli account online, ma non salvaguarda i diritti civili e la privacy. Inoltre, la proposta non chiarisce a chi dovrebbe essere riconosciuta la competenza di un controllo accurato delle liste degli account online, e manifesta una certa vaghezza intorno l’utilizzo dei dati disponibili.

Al fine di verificare la costituzionalità della proposta, il giudice Thelton Henderson ne ha quindi temporaneamente bloccato l’entrata in vigore del provvedimento, attualmente in attesa di giudizio formale, fissando l’udienza per i riccorenti al 20 novembre 2012.

Hanno destato preoccupazione in rete le parole del presidente francese Nicolas Sarkozy che, in seguito ai tragici fatti di Tolosa, ha recentemente dichiarato: “A partire da oggi, chiunque consulti abitualmente quei siti che difendono il terrorismo o incitano all’odio e alla violenza saranno puniti alla stregua di criminali”.

La misura proposta dal presidente francese al fine di evitare “l’indottrinamento ideologico” sul territorio nazionale, ha scatenato le reazioni di importanti gruppi per i diritti digitali dei cittadini tra cui l’Electronic frontier Foundation e Reporters Sans Frontières.

“La soluzione proposta è sproporzionata ” ha dichiarato un portavoce di Reporters Sans Frontières “e può portare a una sorveglianza generalizzata della rete che minaccia la libertà individuale, arruolando gli Internet Service provider nel tentativo di identificare coloro che consultano determinati siti Internet”. 

Secondo molti commentatori, non solo il principio, ma anche il metodo proposto è altamente criticabile. L’identificazione infatti sarebbe possibile solo per tutti quegli utenti che non conoscono metodi per navigare anonimamente, mentre è presumibile che chiunque stia tramando di compiere un atto terroristico riesca anche ad eludere la sorveglianza degli ISP.

 L’Electronic Frontier Foundation ha espresso una seria preoccupazione per le implicazioni della dichiarazione di Sarkozy: “Quando un paese democratico come la Francia decide di censurare o criminalizzare il pensiero, non è solo la Francia a soffrirne ma il mondo, dal momento  che viene offerta ai regimi autoritari una facile giustificazione per la loro stessa censura. Noi sproniamo le autorità francesi a giudicare i crimini in base alle azioni e non ai pensieri”.

Tra le reazioni più malevole, va registrata anche l’opinione di quanti hanno ipotizzato che il presidente francese abbia cavalcato l’onda dell’emozione per i fatti di Tolosa per dotarsi di armi legislative per facilitare il blocco di siti Internet.

Per ulteriori considerazioni e approfondimenti si rimanda all’articolo di Reporters Sans Frontières e al post dell’Electronic frontier Foundation.

posted by Giulia Giapponesi on febbraio 8, 2012

Libertà di Internet

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La libertà di espressione su Internet è controllata nel mondo sia da organismi pubblici che privati. Se da un lato i governi di molti paesi impongono rigide censure sui contenuti, dall’altro sempre più spesso sono le grandi aziende a controllare, a loro discrimine, le possibilità di utilizzo dei servizi offerti.

Come è possibile bilanciare il bisogno di ordine e sicurezza con la protezione delle libertà civili dei cittadini? Come può la tutela dell’interesse pubblico su Internet essere affidata al mercato? Le minacce alla libertà d’espressione e lo sviluppo della rete sembrano crescere di pari passo, ed esempi di restrizioni di stampo autoritario non mancano nemmeno in paesi democratici come gli Stati Uniti o la Farncia. Come possiamo assicurarci che la futura evoluzione di Internet si sviluppi intorno ai diritti dei cittadini, a discapito delle necessità di controllo di governi e industrie?

L’odierno equilibrio tra libertà d’espressione e controllo della rete è influenzato da fatttori quali il dominio di Facebook e le recenti rivoluzioni nordafricane, le restrizioni del governo cinese e la censura sulle App praticata dell’Apple Store.

Il panorama è vividamente trattegiato nella relazione TED di Rebecca MacKinnon presentata all’ultimo ciclo di conferenze TED in Scozia,  che vi proponiamo qui:



posted by Giulia Giapponesi on settembre 26, 2011

Libertà di Internet

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Il ddl intercettazioni è nuovamente al centro del dibattito in rete da quando alcuni esponenti della maggioranza hanno espresso l’intenzione di sottoporlo al più presto al voto di fiducia in Parlamento.

Il testo del contestato disegno di legge contiene la norma definita dalla stampa “legge ammazza-blog” (art.1 comma 29) che, lo ricordiamo, impone l’obbligo di dichiarazione e rettifica, entro quarantotto ore dalla richiesta, anche ai “siti informatici, ivi compresi i giornali quotidiani e periodici diffusi per via telematica”.

La normativa è stata già analizzata su queste pagine dalla Prof. Avv. Giusella Finocchiaro, che ne ha messo in luce le criticità:

“Oltre alle pesanti sanzioni (da Euro 7.746 ad Euro 12.911) e oltre ai termini stringenti per la rettifica (appena quarantotto ore dalla richiesta) che appaiono concretamente non praticabili, il grave pericolo è che, a lungo termine, questa norma, se approvata, consentirà di equiparare siti (e blog) ai giornali, creando il presupposto per l’applicazione di norme severe (amministrativamente impegnative, e corredate di sanzioni penali) nate per le imprese di informazione ai “siti informatici” e magari ad ogni trasmissione telematica (perchè no? anche social network e Twitter).”

Sono numerosi i commentatori della rete che hanno ripreso la protesta contro quella che considerano una grave limitazione della libertà di espressione sul web.

La Federazione Nazionale della Stampa ha indetto una manifestazione di protesta a Roma il 29 settembre. Secondo alcuni siti, infatti, proprio in quella data il Governo si appresterebbe a ripresentare il testo del disegno di legge in aula.

FacebookHanno attirato l’attenzione internazionale le recenti dichiarazioni della direttrice marketing di Facebook, sorella del CEO Mark Zuckerberg.

Intervenuta ad una tavola rotonda sul “cyber-bullismo” organizzata dalla rivista Marie Claire, Randi Zuckerberg si è pronunciata contro l’anonimato online, sostenendo che i cittadini della rete si comporterebbero molto meglio se ogni loro azione fosse correlata dal loro reale nome in evidenza. Secondo la direttrice marketing, sarebbe questo il motivo per cui Facebook richiede espressamente il nome, il cognome e l’indirizzo email reali dei loro iscritti. “Credo che l’anonimato su Internet debba scomparire”, ha specificato.

Le parole di Randi Zuckerberg richiamano le dichiarazioni del CEO di Google Eric Schmidt che alcuni mesi fa aveva definito l’anonimato in rete come “un pericolo”, aggiungendo che i governi si troveranno presto nella condizione di doverlo vietare.

Naturalmente questo genere di proposte trova fieri oppositori in quanti sostengono che l’anonimato è fondamentale per la libertà di espressione in rete. Sono molte infatti le occasioni in cui l’anonimato costituisce una protezione per i cittadini, come ad esempio nel caso di dichiarazioni di dissidenti politici o di persone vittime di abusi. Per questo motivo l’anonimato è anche alla base di molti portali di condivisione di notizie, basti pensare a Wikileaks, grazie ai quali sono venuti alla luce crimini e scandali.



posted by admin on marzo 15, 2010

Libertà di Internet, Web 2.0

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internet_vertgrisÈ stato assegnato a Parvin Ardalan, attivista iraniana per i diritti delle donne, il primo “Netizen Pize“, il nuovo premio al cittadino della rete assegnato da Reporters Sans Frontières in collaborazione con Google. L’iniziativa, inaugurata quest’anno, intende premiare il privato utente – blogger, giornalista, attivista, dissidente – che si distingua per l’attività di difesa della libertà d’espressione online.

Non stupisce quindi che il premio sia stato assegnato a un cittadino iraniano: l’Iran è infatti tra i princpali paesi della lista dei nemici di Internet 2010, il documento che stila un elenco dei peggiori violatori della libertà di espressione online.  La lista, così come il Netizen Prize, è stata presentata il 12 marzo, in occasione  della prima giornata mondiale contro la cyber-censura, una ricorrenza ideata da Reporters Sans Frontiéres per incoraggiare i cittadini a dimostrare il loro sostegno ad una rete libera e accessibile a tutti. Sono infatti molti i governi che esercitano un controllo censorio su Internet. Oltre al già citato Iran, l’elenco include Arabia Saudita, Burma, North Korea, Cuba, Egitto, Uzbekistan, Siria, Tunisia, Turkmenistan, Vietnam e,  naturalmente, Cina, il paese di cui ultimamente si è parlato di più.

Proprio dalla Cina giungono infatti notizie che riguardano la censura di stato. Il Financial Times ha riportato un aggiornamento sulla vicenda che vede contrapposti Google e il governo di Pechino. Pare che il motore di ricerca abbia concluso la pianificazione della sua uscita dal mercato della Cina, un’eventualità data al 99,9 % di probabilità in seguito all’ultima dichiarazione del ministro dell’industria cinese Li Yizhong: “Se [Google] si muoverà in direzione di una violazione delle leggi Cinesi, sarà ostile, sarà irresponsabile e dovrà pagarne le conseguenze“.

Delle conseguenze di una rete controllata e dei tentativi di regolamentazione che minacciano la libertà dei cittadini si è parlato anche in Italia durante il convegno «Internet è libertà, perché dobbiamo difendere la rete» che si è svolto venerdì a Montecitorio. La conferenza ha visto la partecipazione straordinaria del prof.Lawrence Lessig che ha tenuto una  Lectio magistralis sul tema (qui è possibile ascoltare il discorso). Per l’occasione pare che un’enorme affluenza di pubblico abbia stipato la Sala della Regina, destando la perplessità dei Commessi della Camera dei Deputati. Su Punto Informatico c’è un interessante resoconto dell’incontro.

posted by admin on marzo 9, 2010

Miscellanee

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Il Dipartimento del Tesoro americano ha annunciato ieri una una revoca all’embargo verso Cuba, Iran e Sudan su alcuni servizi di comunicazione via internet – social network, instant messaging, chat e e-mail –  per “assicurare che in questi paesi i cittadini possano esercitare il loro diritto universale di libertà di espressione e di accesso all’informazione nel modo più vasto possibile“.

L’emendamento, che dà il via libera alle operazioni commerciali di società come Microsoft, Google e Facebook nei paesi soggetti a embargo da parte degli USA, è in linea con il nuovo fondamentale principio della politica estera americana, la libertà di Internet nel mondo, un concetto espresso dal segretario di Stato Hillary Rodham Clinton in seguito al caso Google China.

A questo proposito il Segretario del Dipartimento del Tesoro, Neal Wolin ha dichiarato: “L’autorizzazione di queste licenze commerciali faciliterà le persone  in Iran, Sudan e Cuba ad utilizzare Internet per comunicare tra di loro e con il mondo esterno. La decisione di oggi renderà i cittadini Iraniani, Sudanesi e Cubani in grado di esercitare i loro diritti più basilari.

La notizia, riportata sui giornali internazionali, ha suscitato comunque qualche perplessità. Ci si chiede infatti come potranno i cittadini del Sudan, di Cuba e dell’Iran utilizzare le risorse messe loro a disposizione evitando i controlli che vigono nei loro paesi.

posted by admin on febbraio 26, 2010

Responsabilità dei provider

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Com’era prevedibile, la sentenza del Tribunale di Milano che condanna tre dirigenti di Google a sei mesi di reclusione per violazione della privacy ha suscitato forti reazioni sui quotidiani italiani e internazionali.  Riportiamo qui le più importanti analisi e commenti usciti sui blog e i magazine internazionali che si occupano di internet.

Wired Magazine riporta le dichiarazioni di Leslie Harris, presidente del Centro per la Democrazia e Tecnologia di Washington:n”Questo è precisamente il tipo di azione che richiede un intervento del segretario di stato Hillary Clinton a favore della libertà globale di internet….] La decisione della Corte Italiana incoraggerà gli stati con regimi autoritari a giustificare i loro tentativi di sopprimere la libertà su internet”.

Cyberlaw.uk.org ha intervistato sull’argomento  Lee Tien, il legale della Electronic Frountiers Foundation di San Francisco: “Le minacce alla libertà di espressione su Internet da parte di nazioni nel mondo che non hanno le stesse leggi e gli stessi atteggiamenti verso la libertà di espressione è senz’altro un problema costante, e sta peggiorando” ha detto Tien. Ma ha esortato a non dare troppa importanza al caso, che può essere visto come una velata maccchinazione contro Google da parte del primo ministro Silvio Berlusconi, che ha praticamente il monopolio dei media tradizionali Italiani.”

Su Internetgovernance.org è presente un’analisi dei fattori, perlopiù sfuggiti alla stampa americana, che determinano una posizione di debolezza di Google in Europa: 1)Il fatto che Google  abbia in qualche modo limitato la sua stessa esenzione da responsabilità implementando il monitoraggio dei contenuti protetti da copyright ; 2) la debolezza, vaghezza e obsolescenza della direttivaUE sull’  E-Commerce che prospetta esenzione da responsabilità per i provider; 3) le politiche e le leggi sulla privacy europee e il modo in cui queste leggi possono essere usate – sia per ragioni legittime che illegittime – per attaccare questa grande corporation che minaccia i modelli di buisinness di interessi radicati.

Infine, sul blog di Google, divenuto ormai un bollettino di guerra, non è mancato un commento dell’azienda che, dichiarandosi stupefatta dalla sentenza del Tribunale di Milano, lancia un vero e proprio allarme: “Se a tutti i fornitori di servizi come Blogger, YouTube e ogni altro social network o community venisse applicato il principio di responsabilità su ciascun singolo contributo degli utenti – ogni porzione di testo, ogni foto, ogni file, ogni video –  allora il Web come lo conosciamo cesserebbe di esistere e molti dei vantaggi economici, sociali politici e tecnologici che comporta sparirebbero”.

È di ieri la notizia di stampa che riferisce della condanna degli amministratori di Google, per la pubblicazione su YouTube del video che documentava atti di sopraffazione commessi contro un bambino autistico. La decisione non è ancora disponibile e quindi non è possibile commentare nel merito. È tuttavia possibile inquadrare le linee giuridiche principali della questione.

Una considerazione preliminare è necessaria: non si discute la gravità sotto il profilo morale della pubblicazione del video. Ma le questioni giuridiche sono altre.

1. Applicazione del Codice per la protezione dei dati personali

Se, come riportato dalla stampa, la decisione è basata sull’applicazione del Codice per la protezione dei dati personali, sembra dubbio che si applichi la legge italiana, come disposto dall’art. 5.

2. Responsabilità del provider

Se la decisione investe la responsabilità del provider, il dato normativo è chiaro: l’art. 17 del d.lgs. 70/2003 esclude l’obbligo preventivo di sorveglianza e controllo del provider. Il provider risponde se non ha ottemperato ad un ordine di rimozione dei contenuti dell’autorità giudiziaria ovvero se, avendo avuto conoscenza del carattere illecito o pregiudizievole per un terzo del contenuto di un servizio al quale assicura l’accesso, non ha provveduto ad informarne l’autorità competente.

Questa norma esclude, per ragioni di ordine tecnico ed economico, l’obbligo di controllo. Lo esclude anche per ragioni di principio: per non limitare la libertà di espressione.

La responsabilità del provider viene oggi da più parti invocata per la difficoltà di individuare l’autore dell’illecito. Si cerca un soggetto giuridico, diverso da chi ha commesso l’atto illecito, al quale comunque imputare la responsabilità.

La giurisprudenza italiana ha individuato la responsabilità del provider in alcune decisioni più recenti, con un metodo casistico, sulla base di valutazioni specifiche, a volte dubbie.

3. Il diritto della rete

Non è vero che Internet è un Far West giuridico. In parte, le regole ci sono e sono le medesime dello spazio non virtuale. In parte, il diritto deve modificarsi e adattarsi alle nuove forme di comunicazione: non solo diritto statuale, ma anche autoregolamentazione. In parte occorrono nuovi strumenti -anche tecnologici- di applicazioni delle regole giuridiche. Ma i valori non sono decisi dalla tecnologia.

Punire la singola ingiustizia non deve e non può fare dimenticare i principi fondamentali.