Direttore Scientifico: Prof.ssa Avv. Giusella Finocchiaro
Curatrice Editoriale: Dott. Giulia Giapponesi

Bandiera Paesi BassiLa Camera dei deputati olandese ha recentemente bocciato una proposta di legge che mirava a proibire il download non autorizzato di contenuti protetti da copyright, un’attività attualmente legale nei Paesi Bassi.

Secondo l’attuale legislazione del paese, un privato cittadino che effettua una copia digitale  di un’opera protetta da diritto d’autore non infrange il copyright di quest’ultima, a patto che la copia sia ad uso personale e non destinata alla diffusione o alla vendita. Questa regola è considerata valida anche nel caso in cui il cittadino non disponga dell’opera originale o nel caso in cui l’opera originale sia stata messa a disposizione in violazione del diritto d’autore.

Per quanto riguarda la condivisione di file in rete la legge olandese stabilisce dunque una distinzione importante tra chi effettua illegalmente l’upload di materiale protetto da copyright e chi viceversa ne usufruisce a titolo privato attraverso il download, che di fatto non è che una copia digitale del file reso pubblico.

Come nella maggioranza dei paesi del mondo, il download di contenuti protetti da diritti intellettuali è estremamente diffuso nei Paesi Bassi: recenti stime hanno concluso che circa il 30% della popolazione consuma abitualmente musica, film e videogame scaricati dalla rete senza pagare. Per questa ragione l’attuale legislazione sul copyright è spesso oggetto di proposte di modifiche di carattere restrittivo.

Lo scorso autunno il Segretario di Stato per la Sicurezza e la Giustizia Fred Teeven ha presentato una proposta di legge volta a rendere illegale il download di materiale protetto da diritto d’autore.

Il 20 dicembre 2012 la Camera dei Rappresentanti ha approvato una mozione contraria alla proposta, stabilendo che il diritto ad effettuare copie per uso privato non debba essere limitato.

“È necessario effettuare sforzi verso un aumento della disponibilità legale dei contenuti, attraverso nuovi modelli di business. Un divieto di effettuare download non risolve in realtà il problema dei mancati pagamenti, ma garantisce invece il sorgere di altri problemi come quello della restrizione della privacy degli utenti” ha dichiarato Kees Verhoeven, il rappresentante della Camera che ha presentato la mozione.

Attualmente, i detentori di diritti d’autore olandesi godono si un sistema di compensazione  garantito grazie alla cosiddetta “piracy tax”, una tassa applicata sui dispositivi di immagazzinamento dati quali CD e DVD vergini, tablet, smartphone, chiavette USB, PC e Laptop, che può ammontare ad un massimo di 5 euro, a seconda del dispositivo. Questo tributo ha tuttavia causato il malcontento dei produttori di hardware. Acer, HP e Dell hanno avviato una causa contro il Governo dei Paesi Bassi lamentando la possibile perdita di ingenti incassi per via dell’aumento artificiale dei prezzi.

limewireDopo The Pirate Bay, un altro storico strumento per la condivisione di file online è sull’orlo della chiusura definitiva per concorso in violazioni del copyright. Questa volta si tratta di Limewire, il popolare software di file-sharing americano che si stima essere usato da quattro milioni di utenti nel mondo.

Creato nel 2000, dal 2006 Limewire è stato coinvolto dalla RIAA (Record industry association of America) in una causa legale che si è recentemente conclusa con una decisione a favore dei discografici. All’inizio di maggio il giudice Kimba Wood ha decretato che il gruppo Lime, che gestisce Limewire, è colpevole di induzione alla violazione del copyright. La decisione del giudice si basa sulla considerazione che i gestori del softwarep2p, pur essendo pienamente consapevoli delle pratiche illegali perpetrate attraverso il servizio, non abbiano preso provvedimenti adeguati per arginare il fenomeno, e anzi ne abbiano tratto un considerevole vantaggio economico. La sentenza non si discosta quindi dalle decisioni dei due precedenti casi,  MGM vs. Groekster e A&M Records vs. Napster, rispettivamente nel 2005 e nel 2001, che hanno sancito la chiusura di due tra i più noti programmi per il file-sharing.

Il giudice Wood ha tempo fino al prossimo gennaio per decidere l’ammontare del risarcimento danni che Limewire dovrà pagare ai discografici. Nel caso peggiore Mark Gorton, CEO del Lime Group, potrebbe essere costretto a risarcire 450 milioni di dollari.  Nel frattempo la RIIA ha presentato una richiesta formale alla Corte per fare cessare immediatamente ogni attività connessa al software di condivisone file, allo scopo di prevenire ulteriori danni all’industria. Ora Limewire ha due settimane di tempo per dimostrare di aver attuato precauzioni contro il download illegale, altrimenti dovrà chiudere.

posted by admin on aprile 14, 2010

Diritto d'autore e copyright

(No comments)

Credo che la soluzione non sia quella francese di tagliare il collegamento a chi scarica illegalmente canzoni. La soluzione è creare un sito dove i ragazzi possano scaricare brani i cui diritti d’autore sono garantiti da uno o piu’ sponsor” questa l’opinione espressa dal ministro dell’interno Roberto Maroni durante un’intervista al settimanale Panorama.

Il ministro, che già nel 2006 aveva ammesso di scaricare musica illegalmente da internet, torna a parlare di file sharing lanciando una proposta di apertura verso i cosiddetti pirati.

Una dichiarazione che non è piaciuta alla Federazione Industria Musicale Italiana che ha replicato ricordando al ministro come la pirateria digitale nel 2008 sia costata 10 miliardi di euro alle industrie creative dell’unione europea causando la perdita di 185.000 posti di lavoro.

La proposta del ministro ha invece suscitato l’approvazione di molti politici e giornalisti sostenitori della libera circolazione dei contenuti culturali. L’Associazione radicale Agorà Digitale ha scritto una lettera aperta a Roberto Maroni per legalizzare gli usi non commerciali del file-sharing. In particolare, il ministro viene esortato a chiedere l’abolizione della legge Urbani nella parte in cui criminalizza il file sharing sanzionandolo penalmente. La lettera è stata sottoscritta da parlamentari di entrambi gli schieramenti, da accademici e da diversi giornalisti tra cui Alessandro Gilioli e Vittorio Zambardino.

posted by admin on aprile 7, 2010

ISP, Libertà di Internet

(No comments)

Rallentava forzatamente il traffico degli utenti che scaricavano file da BitTorrent, e l’autorità che regola le comunicazioni degli Stati Uniti, la Federal Communications Commission, le aveva ordinato di smettere per preservare la neutralità della rete. È questo il motivo che ha portato la Comcast corporation, fornitrice di servizi internet, a ricorrere in appello contro la FCC, colpevole secondo l’ISP di avere oltrepassato i limiti delle sue competenze regolative.

La Corte di appello federale del District of Columbia ha dato ragione a Comcast, sancendo che la FCC non ha il potere di regolare la neutralità della rete. La decisione ammette dunque per gli ISP la facoltà di limitare o ostacolare, a propria discrezionalità, l’accesso alla rete da parte degli utenti.

La sentenza ha suscitato il rammarico di diverse associazioni e attivisti della rete libera che hanno attribuito alla recente deregulation messa in atto dalla FCC la responsabilità di questa decisione della Corte; la Commissione Federale ha infatti catalogato gli ISP come “servizi di informazione” invece che “servizi di telecomunicazione” e questo li ha sottratti dall’applicazione delle rigide regole destinate ad altri settori, come quello telfonico, in cui si garantisce la piena libertà di utilizzo di servizi da parte degli utenti.

Il gruppo Public Knowledge, che insieme a Free Press aveva spinto la FCC a intervenire su ComCast, ha commentato la sentenza augurandosi che la decisione della Corte possa essere superata riportando gli ISP sotto una  regolamentazione comune, come prima dei recenti interventi della FCC.

La sentenza della Corte d’appello federale rischia comunque di avere evidenti ripercussioni in quanto concede ai provider di limitare la libertà di accesso ad alcuni contenuti da parte degli utenti. Una condizione che , fra l’altro, sembra stridere con la campagna di libero accesso ai contenuti della rete promossa dal segretario di stato Hillary Clinton nel suo discorso critico sul governo cinese.

posted by admin on marzo 29, 2010

Responsabilità dei provider

1 comment

confidential_stamp1È marchiata come “confidential” la bozza dell’accordo multilaterale anti-contraffazione in cui gli Stati Uniti raccomandano alla comunità internazionale lo sviluppo di norme volte a sospendere la connessione a internet per gli utenti che scaricano illegalmente contenuti protetti da copyright.

Una fuga di notizie ha portato alla luce il documento, in via di approvazione, denominato ACTA (Anti-Counterfeiting Trade Agreement)  nel quale gli USA sanciscono per la prima volta e su scala globale la responsabilità per gli ISP sull’infrazione delle norme del copyright perpetuate dagli utenti. L’accordo prevede infatti che gli ISP siano tenuti ad adottare una policy che preveda l’interruzione del servizio per i clienti recidivi alla condotta illegale.

Una norma, quindi, molto simile alla legge Hadopi francese (disconnessione a internet per gli utenti che infrangono la legge dopo tre avvisi) che negli States è fortemente sostenuta dalla ormai famigerata RIIA (Recording Industry Association of America) e dalla MPAA (Motion Picture Association of America).

Questa bozza dell”ACTA sembrerebbe confermare l’ipotesi di quanti sostengono che l’amministrazione di Obama stia cercando di inasprire il Digital Millennium Copyright Act in una direzione che lo rende ancora più ostile ai fornitori di servizi e ai  consumatori. Ad oggi infatti il DMCA americano prevede che gli ISP siano responsabili di infrazioni solo se mancano di rimuovere il materiale protetto da copyright dopo segnalazione da parte dei detentori dei diritti d’autore.

posted by admin on marzo 17, 2010

Diritto d'autore e copyright

(No comments)

logo2hadopiLa legge  Hadopi, che prevede la sospensione della connettività per gli utenti con ampio traffico in download dopo tre preavvisi, è in vigore in Francia da poco più di sei mesi ma è già uscita una prima ricerca volta a indicare quali conseguenze abbia avuto sul fenomeno della pirateria. Si tratta di uno studio condotto dall’Università di Rennes in collaborazione con il laboratorio M@rsoin per il quale sono state intervistate telefonicamente 2000 persone della regione della Bretagna alle quali si è chiesto di rispondere, in forma totalmente anonima, ad alcune domende sulle pratiche di consumo di musica e film online.

La ricerca ha individuato tre categorie di utenti basate sule modalità di fruizione dei contenuti: i «pirati Hadopi» (che utilizzano i software peer-to-peer oggetto delle restrizioni di legge), i «pirati non-Hadopi» (che utilizzano altre tecnologie quali lo streaming, il download su server remoti, i newsgroup, l’utilizzazione di un VPN) e i «non pirati» (che consumano musica e film legalmente).

Tra coloro che hanno smesso di scaricare nelle reti peer-to-peer (dopo l’adozione della legge hadopi), solo un terzo ha rinunciato a ogni forma di pirateria informatica, mentre gli altri due terzi si sono rivolti a pratiche alternative di pirateria che sfuggono alla legge hadopi come lo streaming illegale o il download su server remotiindicano  i ricercatori. “La riduzione del numero di internauti che usano le reti peer-to peer si è dunque accompagnata a un rialzo delle altre forme di piarateria non tenute in conto dalla legge Hadopi (+ 27%)“.

I grafici della ricerca sono chiari nel delineare visivamente lo spostamento da una tecnologia all’altra nella fruizione illegale di contenuti audio e video. Nel dettaglio di un aumento generale della pirateria del 3% corrisponde infatti una diminuzione di utilizzatori del p2p ed un aumento nell’uso di altri sistemi informatici.

Ma c’è anche una notizia positiva per il mercato: i ricercatori assicurano che i pirati sono i migliori consumatori di beni culturali. Mentre solo il 17 % dei “non pirati” afferma di comprare musica o film su internet, questa pratica legale è invece adottata dal 47% degli utilizzatori di p2pi e dal 36% di quelli che usano delle tecniche non coperte dalla legge Hadopi.

Lo studio dell’università di Rennes ha suscitato qualche perplessità. In Italia un articolo apparso sul Corriere Online sottolinea il fatto che, sebbene la legge Hadopi sia in vigore, “l’autorità non ha ancora avviato le operazioni di monitoraggio e punizione degli utenti. Non è stata cioè spedita nessuna lettera di avviso, a causa dell’ennesimo intoppo burocratico in cui si è imbattuto il provvedimento.” L’intoppo burocratico di cui si parla è il parere finale del Consiglio Costituzionale sulle conseguenze per la privacy degli utenti.

A prescindere dal valore effettivo dei risultati conseguiti dallo studio universitario un dato appare comunque certo: l’intervento legislativo sulle tecnologie attraverso filtri e censure non si è ancora rivelato efficace per combattere la pirateria.

Le recenti notizie internazionali sono chiare nel delineare il quadro di un’Europa che, tra critiche e proteste, cerca di trovare una soluzione efficace per la lotta alla pirateria e la tutela del diritto d’autore in rete.

L’Italia, fino ad ora, non è stata ancora investita da un provvedimento che, come la HADOPI francese o l’ultimo emendamento al Digital Economy Bill britannico, coinvolga direttamente gli utenti che sono sospettati di violazione di copyright. La situazione è però destinata a mutare, questo sembra emergere dallindagine conoscitiva sul diritto d’autore in Internet recentemente presentata dall’Agcom. A beneficio di una semplificazione per chi voglia orientarsi tra i possibili provvedimenti, riassumiamo qui i punti salienti del capitolo sulle “Possibili azioni a tutela del diritto d’autore da parte dell’Autorità”.

L’Agcom è nel nostro paese l’organo deputato all’attività di vigilanza a tutela del diritto d’autore in rete e svolge il suo ruolo attraverso azioni di prevenzione e accertamento degli illeciti.  Ruolo centrale nella definizione delle possibili misure che l’Autorità può adottare è quello degli Internet Service Provider, in quanto detentori delle informazioni sul traffico degli utenti. Nonostante il quadro comunitario li esima da un generale obbligo di monitoraggio, secondo l’Agcom è possibile comunque ricavare i parametri di legittimità per attribuire agli ISP particolari doveri di sorveglianza, preceduti da analisi volte a stabilire come tali obblighi possano effettivamente garantire una riduzione della pirateria. Si delinea quindi la possibilità di imporre agli ISP un obbligo di sorveglianza finalizzato a comunicare periodicamente all’Autorità dati sul traffico Internet (in forma anonima ed aggregati per servizio, p2p, streaming, etc.), nel rispetto della normativa a tutela della privacy e nella salvaguardia del principio della neutralità della rete.

L’’Autorità si propone inoltre di istituire un dialogo fra tutti i portatori d’interessi (titolari dei diritti, gestori collettivi degli stessi, distributori di contenuti, fornitori di accesso ad Internet, associazioni dei consumatori, etc.), per trovare una soluzione che possa soddisfare i diritti di tutti, dato che l’approccio fondato su meri divieti e sanzioni si è rivelato fino ad oggi poco efficace a garantire una giusta tutela degli autori e degli utenti. L’Agcom si propone quindi di:

A) promuovere la cultura dell’accesso legale ai contenuti digitali attraverso una campagna di informazione intesa a rendere gli utenti più consapevoli della normativa a tutela del diritto d’autore e dei rischi generati dalla pirateria.

B) individuare modelli in grado di garantire un’equa remunerazione per gli aventi diritto ed un accesso ai contenuti il più ampio possibile per gli utenti.

La prima ipotesi di modello si fonda sul ricorso alla fiscalità generale, che garantisce la remunerazione degli autori attraverso la leva fiscale, come già avviene per la remunerazione dei titolari dei diritti per il prestito da parte delle biblioteche e discoteche dello Stato.

Una seconda modalità riguarda l’introduzione di una tassa di scopo (a carico degli abbonati ad internet o degli ISP) destinata ad attribuire un equo compenso ai titolari dei diritti su opere accessibili alla collettività per finalità non commerciali. Si tratterebbe di un pagamento sul peer-to-peer (P2P) basato sull’idea che per gli utenti potrebbe convenire acquistare un account “munito di licenza” in cambio di un aumento delle tariffe (ad es. 1 euro) con l’immunità, però, dal rischio di essere colpiti da sanzioni per violazione del copyright attraverso il P2P.

In alternativa si valuta un incremento tariffario generalizzato su tutti i contratti. I soldi derivanti dall’aumento confluirebbero in un apposito Fondo finalizzato a sostenere l’industria, in cambio di una liberalizzazione dell’accesso ai contenuti protetti. Questo sistema imporrebbe però l’aumento delle tariffa anche agli utenti che non praticano download. Gli ISP dovrebbero quindi offrire al pubblico anche la possibilità di una connessione adatta al solo traffico “standard” (web e posta elettronica), meno cara delle altre (in quanto utilizza in modo limitato le infrastrutture dell’operatore).

Un terzo modello fa perno sull’adozione di licenze che autorizzino le attività di file sharing. In particolare, si discute sull’obbligo per i gestori di diritti collettivi a rinunciare alla riserva sui diritti di utilizzazione delle opere, e a negoziare il corrispettivo richiesto per l’accesso alle opere mediante file sharing. Verrebbe così imposta una liberalizzazione dei sistemi di licenze collettive.

Tuttavia alcuni studiosi ritengono che queste ipotesi siano in contrasto con il diritto esclusivo di messa a disposizione del pubblico dell’opera che compete al solo autore.

In alternativa, si pensa a un sistema denominato “licenza collettiva estesa”, in virtù del quale gli enti di gestione collettiva (siae, imaie, scf) negoziano per conto degli aventi diritto (gli artisti associati) la licenza con gli operatori che veicoleranno i contenuti digitali su Internet. Il contenuto pattuito per il contratto di licenza sarà poi offerto dagli operatori ai singoli licenziatari (gli utenti). Una volta concluso l’accordo collettivo, la licenza dovrebbe essere estesa ex lege alle opere di titolari dei diritti non iscritti all’ente di gestione collettiva partecipante all’accordo (come previsto, ad esempio, per i contratti collettivi stipulati dai sindacati). Questo approccio fa riferimento al modello utilizzato per i diritti musicali alle radio, diritti che vengono concessi dietro pagamento di una quota generale da parte delle emittenti. Secondo gli studiosi, la tecnica della licenza collettiva estesa può essere presa in considerazione come valida soluzione, in quanto non incide sulla natura (esclusiva) del diritto, consistendo in una modalità di gestione delle utilizzazioni, liberamente negoziabili. Anche a tale soluzione potrebbe eventualmente accompagnarsi l’obbligo per gli ISP di aggiungere l’offerta di connessioni alla banda larga adatte al solo traffico “standard” (che esclude, quindi, il P2P).

C) Identificare le misure più adeguate per prevenire e contrastare azioni illegali. In questo caso è necessario l’Autorità assuma un ruolo di impulso alla rimozione dei contenuti illeciti. In particolare, si propone un protocollo d’intesa con gli ISP e le società di gestione collettiva dei diritti d’autore, in base al quale i titolari dei diritti potranno segnalare all’Autorità la presenza non autorizzata di contenuti protetti sul server di un ISP, ovvero su un sito web da questi ospitato. Dopo verifiche svolte dall’Autorità, questa potrà ordinare all’ISP la rimozione dei contenuti stessi (notificando l’intervento ai titolari dei diritti e alla SIAE). Su questa ultima misura proposta, l’attività potrebbe essere svolta sulla base delle competenze in materia di risoluzione delle controversie utenti-gestori già previste dalla legge n. 249/97dall’Autorità, anche senza la necessità di ricorrere alla sottoscrizione di un protocollo di intesa con gli ISP e la SIAE. In tal caso, l’Autorità dovrebbe adottare una procedura ad hoc per lo svolgimento dell’attività descritta.

Le recenti notizie internazionali sono chiare nel delineare il quadro di un’Europa che, tra critiche e proteste, cerca di trovare una soluzione efficace per la lotta alla pirateria e la tutela del diritto d’autore in rete.

L’Italia, fino ad ora, non è stata ancora investita da un provvedimento che, come la HADOPI francese o l’ultimo emendamento al Digital Economy Bill britannico, colpisca direttamente gli utenti che sono sospettati di violazione di copyright. La situazione è però destinata a mutare, questo sembra emergere dall’indagine conoscitiva sul diritto d’autore in Internet recentemente presentata dall’Agcom.

A beneficio di una semplificazione per chi voglia orientarsi tra i possibili provvedimenti presi in esame, riassumiamo qui i punti salienti del capitolo sulle “Possibili azioni a tutela del diritto d’autore da parte dell’Autorità”.

L’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni è nel nostro paese l’organo deputato all’attività di vigilanza a tutela del diritto d’autore in rete e svolge il suo ruolo attraverso azioni di prevenzione e di accertamento degli illeciti. Nel far ciò deve però rispettare vincoli tecnici e giuridici che vedono, da una parte, il richiamo alle direttive comunitarie (che escludono la possibilità di imporre obblighi di monitoraggio in capo agli ISP, se non a determinate condizioni) e, dall’altra, l’obbligo di rispettare la privacy, il diritto di accesso ad Internet e alla cultura degli utenti e il principio di una rete neutrale, tutelando però anche il diritto alla libertà di espressione ed a ricevere un’equa remunerazione da parte degli autori.

Ruolo centrale nella definizione delle possibili misure che l’Autorità può adottare è quello degli ISP, in quanto detentori delle informazioni sul traffico degli utenti.

Nonostante il quadro comunitario li esima da un generale obbligo di monitoraggio, secondo l’Agcom è possibile comunque ricavare i parametri di legittimità per attribuire agli ISP particolari doveri di sorveglianza, preceduti da analisi volte a stabilire come tali obblighi possano effettivamente garantire una riduzione della pirateria, attraverso indagini che quantifichino il fenomeno, in base alle quali sarà possibile stabilire misure adeguate a tutela del diritto d’autore.

Si delinea quindi la possibilità di imporre agli Internet Service Provider un obbligo di sorveglianza finalizzato a comunicare periodicamente all’Autorità dati sul traffico Internet (in forma anonima ed aggregati per servizio – peer-to peer, streaming, etc.), nel rispetto della normativa a tutela della privacy e nella salvaguardia del principio della neutralità della rete. Quest’obbligo, che potrebbe anche prendere la forma di una cooperazione spontanea, sarebbe comunque accompagnato da una comunicazione agli utenti sull’attività di sorveglianza del traffico da parte degli fornitori di connettività.

L’’Autorità si propone inoltre di istituire un dialogo fra tutti i portatori d’interessi rilevanti in materia (titolari dei diritti, gestori collettivi degli stessi, distributori di contenuti, fornitori di accesso ad Internet, associazioni dei consumatori, etc.), al fine di individuare una soluzione che possa venire incontro agli interessi di tutti. Tale necessità è evidenziata dal fatto che l’approccio fondato su meri divieti e sanzioni per la repressione delle violazioni del diritto d’autore si è rivelato fino ad oggi poco efficace a garantire una giusta tutela degli autori e degli utenti.

L’Autorità si propone quindi di:

a) promuovere la cultura dell’accesso legale ai contenuti digitali attraverso una campagna di informazione intesa a rendere gli utenti più consapevoli della normativa a tutela del diritto d’autore e dei rischi generati dalla pirateria.

b) individuare modelli in grado di garantire un’equa remunerazione per tutti gli attori della filiera ed un accesso ai contenuti il più ampio possibile per gli utenti attraverso un dibattito con tutti gli attori della filiera per ripensare in modo unitario ad un impianto normativo più attuale che riformi la legge 633 del 1941 e tuteli il diritto d’autore in senso organico per il settore delle comunicazioni elettroniche.

Nel corso degli ultimi anni il dibattito si è concentrato su alcune ipotesi.

-La prima si fonda sul ricorso alla fiscalità generale, che garantisce la remunerazione degli autori attraverso la leva fiscale. A questo modello si ispira, ad esempio, il sistema previsto dalla L. 286/2006 art. 2, comma 132, ai fini della remunerazione dei titolari dei diritti per il prestito da parte delle biblioteche e discoteche dello Stato.

- Una seconda modalità riguarda l’introduzione di una tassa di scopo (a carico degli abbonati ad internet o degli ISP) destinata ad attribuire un equo compenso ai titolari dei diritti su opere accessibili alla collettività per finalità non commerciali. A questa soluzione fanno riferimento le proposte sulla possibilità di introdurre un pagamento sul peer-to-peer (P2P), obbligando gli ISP a modificare i contratti con gli utenti. La proposta, elaborata a partire dal 2003, si fonda sull’idea che, per agli utenti potrebbe convenire acquistare un account “munito di licenza” in cambio di un aumento delle tariffe (ad es. 1 euro) con l’immunità, però, dal rischio di essere colpiti da sanzioni per violazione del copyright attraverso il P2P. ACCOUNT CON IMMUNITA’.

In alternativa si valuta un incremento tariffario generalizzato su tutti i contratti, sul modello delle licenze estese che si utilizzano per le emittenti radio. I soldi derivanti dall’aumento dell’abbonamento confluirebbero in un apposito Fondo finalizzato a sostenere l’industria, in cambio di una liberalizzazione dell’accesso ai contenuti protetti. Questo sistema non selettivo di tariffazione presenta l’inconveniente di imporre l’aumento delle tariffa anche agli utenti che non praticano download. L’ostacolo potrebbe essere risolto con l’obbligo per gli ISP dell’offerta al pubblico di una connessione adatta al solo traffico “standard” (web e posta elettronica), meno cara delle altre (in quanto utilizza in modo limitato le infrastrutture dell’operatore), che porterebbe un risparmio a quelle famiglie volutamente non interessate ad utilizzare applicazioni P2P.

- Un terzo modello fa perno sull’adozione di modifiche alle discipline vigenti in materia di licenze, al fine di indurre gli enti di gestione collettiva dei diritti ad autorizzare le attività di file sharing.

In particolare, si discute sull’adozione di una licenza obbligatoria, nel senso che i gestori collettivi potrebbero essere obbligati a rinunciare alla riserva sui diritti di utilizzazione delle opere, e a negoziare il corrispettivo richiesto per l’accesso alle opere mediante file sharing. In altri termini, verrebbe imposta una liberalizzazione dei sistemi di licenze collettive.

Tuttavia alcuni studiosi ritengono che le ipotesi citate non sarebbero applicabili, perché in contrasto con il diritto esclusivo di messa a disposizione del pubblico dell’opera che compete al solo autore.

In alternativa, si discute di un sistema di adesione volontaria denominato “licenza collettiva estesa”, in virtù del quale gli enti di gestione collettiva (siae, imaie, scf) negoziano per conto degli aventi diritto (gli artisti associati) la licenza con gli operatori che veicoleranno i contenuti digitali su Internet. Il contenuto pattuito per il contratto di licenza sarà poi offerto ai singoli licenziatari (gli utenti). Perché il sistema funzioni, è pertanto necessario offrire adeguati incentivi a questi ultimi per garantire un’ampia adesione degli autori. Una volta concluso l’accordo collettivo, la licenza dovrebbe essere estesa ex lege alle opere di titolari dei diritti non iscritti all’ente di gestione collettiva partecipante all’accordo (come previsto, ad esempio, per i contratti collettivi stipulati dai sindacati).

Questo approccio fa riferimento al modello di licenza cd. estesa, che è utilizzato per i diritti musicali alle stazioni radiofoniche, diritti che vengono concessi dietro pagamento di una quota da parte delle emittenti in maniera non discriminatoria. I vantaggi legati ad un simile approccio risiedono nel fatto che l’adozione delle licenze estese ha come presupposto l’associazione volontaria tra le società che attualmente gestiscono i diritti collettivi, e lascia liberi i titolari dei diritti di pattuire il compenso adeguato per la remunerazione delle opere.

Secondo gli studiosi, la tecnica della licenza collettiva estesa può essere presa in considerazione come valida soluzione, in quanto non incide sulla natura (esclusiva) del diritto, consistendo in una modalità di gestione delle utilizzazioni, liberamente negoziabili. Anche a tale soluzione potrebbe eventualmente accompagnarsi l’obbligo per gli ISP di aggiungere l’offerta di connessioni alla banda larga adatte al solo traffico “standard” (che esclude, quindi, il P2P).

c) identificare le misure più adeguate per prevenire e contrastare azioni illegali.

l’Autorità assuma un ruolo di impulso alla rimozione dei contenuti illeciti. In particolare, si propone un protocollo d’intesa con gli ISP e le società di gestione collettiva dei diritti d’autore, in base al quale i titolari dei diritti potranno segnalare all’Autorità la presenza non autorizzata di contenuti protetti sul server di un ISP, ovvero su un sito web da questi ospitato. Dopo verifiche svolte dall’Autorità, questa potrà ordinare all’ISP la rimozione dei contenuti stessi (notificando l’intervento ai titolari dei diritti e alla SIAE). Su questa ultima misura proposta, l’attività potrebbe essere svolta sulla base delle competenze in materia di risoluzione delle controversie utenti-gestori già previste dalla legge n. 249/97dall’Autorità, anche senza la necessità di ricorrere alla sottoscrizione di un protocollo di intesa con gli ISP e la SIAE. In tal caso, l’Autorità dovrebbe adottare una procedura ad hoc per lo svolgimento dell’attività descritta.

posted by admin on marzo 8, 2010

Responsabilità dei provider

(No comments)

In Europa i provvedimenti sull’attribuzione di responsabilità agli Internet Provider si fanno eco da un parlamento all’altro e se ieri si guardava alla Francia oggi gli occhi sono puntati sul Regno Unito. Dopo le forti polemiche suscitate dalla proposta di introdurre anche in UK la cosiddetta legge Sarkozy, la House of Lords di Londra ha recentemente approvato una modifica che rischia di essere contestata persino maggiormente.

Si tratta di un emendamento al già discusso Digital Economy Bill che prevede che The High Court (o, in Scozia, the Court of Session) abbia il potere di presentare un’ingiunzione ad un service provider richiedendogli di bloccare l’accesso ad un determinato sito al fine di prevenire l’infrazione di leggi sul copyright su internet. Nel decidere se presentare l’ingiunzione la Corte dovrà tenere conto della quantità, che deve essere “sostanziale”, di materiale in violazione di copyright reperibile nel sito o attraverso il sito, e dovrà anche tenere conto da un lato della quantità di sforzi con i quali sia gli internet provider che gli operatori dei singoli website hanno cercato di impedire che venisse violato il copyright, e dall’altro della quantità di sforzi compiuti dal titolare dei diritti d’autore per rendere accessibile legalmente il contenuto.

L’associazione inglese degli internet service provider (ISPA) si è dichiarata fortemente contraria alla modifica: “La Corte ha già il potere di fare ciò che propone l’emendamento, perciò tutto quello che questa modifica effettivamente fa è ridurre il dovuto procedimento. Sotto questo emendamento, a meno che un ISP non abbia la voglia di addossarsi il rischio di incorrere in cospicue sanzioni ignorando un avviso iniziale – del quale potrebbe non essere chiara l’accuratezza e la validità -, ciò che accadrà sarà che la decisione di bloccare un sito non ricadrà più sulla Corte.”

Naturalmente le critiche sono piovute anche da altri fronti. “Ci sarà un effetto raggelante sulle attività in rete se gli ISP sceglieranno di andare sul sicuro” ha dichiarato Jim Killock, direttore esecutivo dell’Open Rights Group, “Si apriranno le porte a un enorme disequilibrio di potere nei confronti delle grandi compagnie detentrici di diritti. Gli individui singoli e le piccole imprese saranno esposte ad attacchi massivi sul tema copyright che potranno farli zittire anche solo grazie alla minaccia di un azione legale“.

Secondo una notizia del Guardian di oggi pare che una cosa simile stia già accadendo. Un importante studio legale di Londra è sotto investigazione da parte dell’Authority inglese che vigila sul comportamento degli avvocati in seguito ad una protesta di Which?, l’associazione inglese di consumatori analoga al nostro Altroconsumo, secondo cui lo studio legale avrebbe intimidito e minacciato dei cittadini britannici con l’accusa infondata di condividere illegalmente file protetti da copyright. Sembra infatti che un grande numero di persone abbia ricevuto lettere in cui venivano sollecitate a pagare centinaia di sterline per scongiurare un’azione legale per aver scaricato giochi, musica o film illegalmente. Il caso è scoppiato in seguito alle proteste di quei cittadini che potevano dimostrare di essere innocenti. Tra le storie più assurde, il Guardian ha riportato quella di una coppia ultrasessantenne che è stata accusata di avere scaricato illegalmente un film pornografico, nonostante non sapesse neanche come attuare una cosa del genere.