Direttore Scientifico: Prof.ssa Avv. Giusella Finocchiaro
Curatrice Editoriale: Dott. Giulia Giapponesi

posted by admin on maggio 2, 2014

Portfolio

(No comments)

Tra gli articoli di rilievo sul tema Diritto & Internet comparsi nel corso della settimana si segnalano..

BIG DATA – Importante pubblicazione nell’ambito del quadro normativo che regola la raccolta, la conservazione e l’utilizzo dei dati da parte delle aziende tecnologiche e delle autorità governative negli Stati Uniti:

“La Casa Bianca rompe gli indugi: servono nuove leggi sui Big Data per proteggere la privacy” [articolo su Il Sole 24 Ore]

“Big Data: seizing opportunities and Preserving Values” [documento originale rilasciato dalla Casa Bianca]

PIRATERIA – Grazie al discusso Regolamento dell’Agcom l’Italia esce dalla ‘Watch list’, la lista nera degli Stati Uniti che segnala i Paesi che non si impegnano a sufficienza per proteggere il copyright:

“Internet, l’Italia fuori dalla lista nera della pirateria” [articolo su Repubblica]

“The Special 301 Report” [pagina di Wikipedia in inglese dedicata alla relazione annuale dell'Office of the United States Trade Representative (USTR)]

NET NEUTRALITY – La Federal Communications Commission (FCC) degli Stati Uniti apre un dialogo con gli stakeholder sulla proposta di riforma delle regole di accesso ad Internet:

“FCC: discutiamo, tutti assieme, di net neutrality” [articolo su Punto Informatico]

“Net neutrality, Tom Wheeler (FCC): ‘Le nuove regole proteggeranno internet e i consumatori’ [articolo su Key4Biz]

“Finding the Best Path Forward to Protect the Open Internet” [post di Tom Wheeler sul blog della FCC]

“Net neutrality, ecco la soluzione win-win - Secondo un rapporto della Stanford University esiste un compromesso in grado di mettere d’accordo fornitori di banda e utenti” [articolo su Corriere delle Comunicazioni]

Buona lettura e buon weekend!

Share

posted by admin on marzo 18, 2014

Diritto d'autore e copyright

(No comments)

fileserve premium accountCondannato per violazione del copyright, il servizio di file sharing FileServe dovrà risarcire una casa di produzione americana per i mancati ricavi di un’opera cinematografica.

La vicenda risale alla primavera scorsa: FileServe aveva reso disponibile sui suoi server il download gratuito del film “American Cowslip”, caricato illecitamente da un utente, e ne aveva permesso la fruizione senza l’autorizzazione dai detentori dei diritti. Dopo avere richisto invano al servizio di hosting la rimozione dei file, la Cowslip Film Partners, la casa di produzione dell’opera, si era rivolta alla Corte Distrettuale della California chiedendo un risarcimento danni.

Per stimare il danno relativo ai mancati incassi la compagnia cinematografica ha proceduto calcolando la differenza tra l’incasso previsto e quello ottenuto dalla proiezione nelle sale, di gran lunga inferiore alle aspettative.

Per determinare l’ammontare del mancato guadagno, la Cowslip Film Partners ha utilizzato un sistema di previsione statistica basato sui ricavi di film giudicati “simili” ad “American Cowslip”. Secondo la stima, il film avrebbe dovuto generare oltre un milione di incasso solo in Nord America, tuttavia il botteghino ha registrato un ricavo di soli 68.000 dollari.

Accogliendo la richiesta della casa di produzione il giudice ha imposto a FileServe un risarcimento di 869.500 dollari per compensare la casa di produzione dei danni causati dalla diffusione illecita dell’opera.

Con una stima di quasi 200 milioni di pagine visitate al mese, FileServe è nella lista delle 10 piattaforme di file sharing più visitate al mondo.

La compagnia che gestisce la piattaforma, con sede nelle Isole Vergini, dovrà ora procedere al pagamento del risarcimento, oltre al pagamento di 20mila dollari relativi alle spese legali del procedimento. Tuttavia, c’è la possibilità che la compagnia cinematografica non riceva quanto stabilito dal giudice: i rappresentanti di FileServe non si sono infatti mai presentati in tribunale e non è peregrino ipotizzare che cambino presto la sede aziendale.

Share

agcom_logoL’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni ha pubblicato oggi sul sito istituzionale il regolamento per la tutela del diritto d’autore sulle reti di comunicazione elettronica e procedure attuative ai sensi del d.lgs. 9 aprile 2003, n. 70.

Il regolamento disciplina le attività dell’Autorità in materia di tutela del diritto d’autore nell’ambito della lotta alla pirateria digitale, indicando anche le procedure volte all’accertamento e alla cessazione delle violazioni del diritto d’autore e dei diritti connessi, comunque realizzate.

Il comunicato stampa diffuso dall’Agcom sottolinea che l’obbiettivo dell’Autorità è quello di contrastare le violazioni massive del diritto d’autore ed in quest’ottica non si riferisce agli utenti finali che fruiscono di opere digitali attraverso il download o lo streaming, nonché alle applicazioni e ai programmi attraverso i quali si realizza la condivisione diretta tra utenti finali di contenuti digitali.

Le misure inibitorie si riferiscono quindi al provider di servizi o al gestore del sito web e consistono nella rimozione selettiva del contenuto segnalato come in violazione il diritto d’autore o, in caso di violazione massiva, la disabilitazione dell’accesso ai contenuti. Se il contenuti in violazione sono pubblicati su un sito ospitato su un server estero, l’Autorità può chiedere agli Internet provider la disabilitazione dell’accesso al sito stesso. Nel caso di inottemperanza dell’ordine è prevista una sanzione pecuniaria fino a 250mila euro.

Molti i commenti critici da parte di giornalisti e opinionisti della rete che denunciano uno “scavalcamento” della centralità delle prerogative parlamentari e giurisdizionali da parte di un autorità amministrativa.

Come previsto dall’art. 19, il regolamento entrerà in vigore il 31 marzo 2014. Il testo del regolamento è disponibile QUI.

Share

posted by admin on settembre 16, 2013

Diritto d'autore e copyright, Miscellanee

(No comments)

Il Tribunale di Roma ha vietato al magazine online “Il Post” la pubblicazione di informazioni volte ad indicare l’esistenza e la raggiungibilità di piattaforme di streaming che trasmettono illegalmente eventi sportivi.

Anche la sola pubblicazione dei nomi di siti dedicati alla pirateria rappresenta una condotta illecita. Questo, in sostanza, quanto stabilito dal tribunale di Roma che in una recente ordinanza contro Il Post ha proibito al direttore responsabile della testata di “fornire, in qualsiasi modo e con qualunque mezzo, espresse indicazioni sulla denominazione e la raggiungibilità dei portali telematici che, direttamente o indirettamente, consentono di accedere illegalmente a prodotti audiovisivi”.

L’ordinanza contro Il Post ha accolto la richiesta di RTI Mediaset in associazione con i vertici di Lega Calcio, che si sono rivolti al giudice chiedendo di inibire la pubblicazione di articoli contenenti informazioni utili ad individuare siti che a loro volta pubblicavano link a piattaforme che trasmettevano illegalmente partite di calcio.

Gli articoli a cui fa riferimento la richiesta, pubblicati tra il 2010 ed il 2012, informavano i lettori sulla possibilità di guardare gli eventi sportivi in diretta sia attraverso siti istituzionali di canali televisivi esteri e sia attraverso streaming provenienti direttamente da Sky ma diffusi senza autorizzazione. La possibile illegalità dei siti di streaming veniva ben chiarita nell’articolo.

Nell’ottobre 2012 con una lettera di diffida i legali di RTI Mediaset invitarono la direzione del magazine ad interrompere ogni attività informativa che contribuisse a facilitare l’accesso alla diffusione illecita dei contenuti di RTI e a rimuovere entro 24 ore ogni informazione di contenuto identico o simile a quello denunciato.

La direzione del Post acconsentì alla richiesta rimuovendo tutti i link alle piattaforme segnalate come illegali. Tuttavia il 13 febbraio 2013 la testata pubblicò un approfondimento sull’argomento dal titolo “I siti dove vedere le partite in streaming – Quali sono, cosa dicono le leggi in Italia e in Europa”.

Secondo quanto ricostruito dal Post, l’articolo intendeva fare maggiore chiarezza sulla legalità o meno dello streaming delle partite, citando le decisioni giudiziarie che avevano coinvolto diverse piattaforme ed elencando i punti principali del dibattito culturale e legislativo intorno alla legittimità e illegittimità della trasmissione online degli eventi sportivi.

Nonostante l’assenza di link e riferimenti diretti alla trasmissione di alcun evento sportivo, alcuni giorni dopo la pubblicazione dell’articolo, il Post fu oggetto di una nuova diffida, questa volta dai legali della Lega Calcio, che denunciava come illecita l’attività di pubblicazione di “indicazioni e riferimenti a siti web attraverso i quali accedere illegalmente alla visione di eventi calcistici del campionato di Serie A in corso” e chiedeva l’interruzione di ogni attività informativa che contribuisse ad agevolare l’accesso alla diffusione illecita dei contenuti audiovisivi licenziati dalla Lega Calcio.

Da allora, nel tentativo di evitare un ulteriore avanzamento della vicenda giudiziaria ma perseguendo la volontà di informare i lettori della possibilità di vedere le partite su siti internet, Il Post ha cessato di pubblicare in qualsiasi nome delle piattaforme illegali, limitandosi a rimandare i lettori all’articolo del 10 febbraio per un ulteriore approfondimento.

Questa condotta non ha tuttavia soddisfatto i querelanti che hanno presentato ricorso al Tribunale Civile di Roma reclamando “un provvedimento cautelare” che inibisse la pubblicazione di “qualsiasi informazione che concorra ad agevolare – direttamente o indirettamente, in qualsiasi modo e forma – la lesione dei diritti trasmissivi, dei diritti autorali connessi e dei diritti di privativa industriale di RTI”.

A nulla è valso l’appello dei legali del Post al diritto di cronaca. Il giudice ha accolto tutte le richieste di RTI e Lega Calcio, vietando la diffusione di qualunque tipo di informazione che possa ricordare l’esistenza di siti per lo streaming illecito, e tra queste anche il rimando ad un articolo di approfondimento.

Si legge infatti nell’ordinanza: “benché il singolo articolo di informazione in ordine al fenomeno della diffusione gratuita in streaming della partite di calcio di maggiore interesse costituisce legittimo esercizio del diritto di cronaca e di informazione, che si estende anche all’indicazione puntuale degli estremi dei fatti e dei suoi autori, il sistematico e ripetuto rinvio, mediante il link contenuto nel comunicato informativo delle singole partite in procinto di svolgimento sembra avere l’effetto non tanto di porre a conoscenza il pubblico dell’illiceità del predetto fenomeno – finalità al cui assolvimento non appare necessario il ricorso ad un link ipertestuale e che è possibile soddisfare, in modo più corretto ed efficace, attraverso il mero riferimento all’illiceità della diffusione delle partite su siti internet diversi da quelli dei licenziatari – quanto piuttosto, di offrire al pubblico medesimo uno strumento per l’immediata e facile individuazione dei siti ove è possibile vedere gratuitamente l’evento”.

In esecuzione dell’ordinanza, il Post ha censurato dai propri articoli ogni riferimento all’esistenza nei fatti di siti non autorizzati a trasmettere le partite di calcio, ha provveduto alla pubblicazione del dispositivo della sentenza e alla rifusione delle spese legali.

Share

posted by admin on maggio 2, 2013

Diritto d'autore e copyright

(No comments)

Gli Internet Service Provider permettono agli utenti l’accesso a materiale coperto da copyright e pertanto devono pagare una licenza. Con questa motivazione la collecting society belga SABAM ha citato in giudizio i tre principali Internet Service Provider del Belgio, reclamando un risarcimento per aver permesso ai loro utenti di accedere a contenuti protetti da diritto d’autore.

L’Associazione Belga degli Autori, compositori ed editori - equivalente belga della SIAE italiana -  ha chiesto alla Corte di ordinare agli ISP  Belgacom, Telenet e Voo di destinare alla Sabam il 3,4% dei loro profitti, come “equo compenso” per il “supporto” che le connessioni veloci ad Internet forniscono alla pirateria.

Annunciando l’azione legale in un comunicato stampa, la SABAM ha sostenuto che gli ISP durante gli anni hanno guadagnato dalla crescente fruizione di media online offrendo l’accesso ad Internet illimitato e con un alta velocità di download e persino reclamizzandolo nelle loro campagne. Secondo la collecting society il guadagno degli ISP deriva in parte dall’illecita fruizione massiva di opere coperte da diritto d’autore e per questo gli ISP dovrebbero iniziare a pagare le licenze. Sabam ha presentato una richiesta di risarcimento agli ISP per un periodo che parte dal novembre 2011 .

L’Acssociazione degli ISP belgi (ISPA),  in risposta alla richiesta della Sabam, ha dichiarato in un comunicato stampa che i fornitori di connettività non operano una scelta sul tipo di informazione che veicolano attraverso le loro connessioni e pertanto non possono essere ritenuti responsabili per i contenuti richiesti dagli utenti. L’associazione ha inoltre sottolineato che il pagamento delle licenze proposto da Sabam equivarrebbe ad una tassa imposta a tutti gli utenti della rete, compresi quelli che non utilizzano Internet per scaricare illecitamente materiale coperto da copyright.  

Share

La Procura della Repubblica di Milano ha ordinato un sequestro d’urgenza per il dominio Avaxhome.ws che da ieri non è più raggiungibile dall’Italia.

Avaxhome.ws, meglio conosciuto come Avax, è una sorta di edicola digitale che permette di scaricare gratuitamente versioni digitalizzate delle principali riviste e quotidiani da tutto il mondo. Ma non solo: il portale permette anche di rintracciare link ad altri siti attraverso i quali si possono scaricare programmi, film e musica. La maggior parte dei contenuti distribuiti dal sito è coperta da diritto d’autore e, a quanto si apprende, Avax non avrebbe alcuna licenza per la relativa distribuzione.

Così, in seguito ad una denuncia presentata lo scorso giugno dal colosso editoriale Mondadori, la procura di Milano ha deciso di intervenire ordinando un sequestro d’urgenza per il dominio da effettuarsi attraverso la mancata risoluzione del DNS da parte degli Internet Service providers nostrani. Dal 23 novembre 2012 il sito non risulta più raggiungibile dall’Italia. L’accusa per i gestori di Avax è di violazione del diritto d’autore e ricettazione sulla base dell’art. 648 del Codice Penale.

Questa seconda accusa risulterebbe particolarmente grave per un’attività come quella di Avax, che nella pratica è portata avanti dagli stessi utenti del portale attraverso la pubblicazione di  link a siti esterni dai quali scaricare i pdf.

Non sono mancate le critiche alla modalità del sequestro di Avax che a quanto pare stabilisce un primato. È infatti la prima volta che si colpisce con un sequestro d’urgenza, senza prima passare da un giudice, un’attività come quella del portale. Finora questa pratica era stata messa in atto solo per siti terroristici.

Share

posted by Giulia Giapponesi on agosto 30, 2012

Miscellanee

(No comments)

La vicenda che ha coinvolto il portale Rojadirecta ha sollevato critiche e forti perplessità tra gli attivisti delle libertà civili  in rete in merito ad un supposto abuso di potere da parte delle autorità statunitensi.

Pochi giorni fa il popolare sito sportivo spagnolo è tornato in possesso dei suoi domini “.org” e “.com” sequestrati nel gennaio 2011  su ordine del Dipartimento di Giustizia americano nell’ambito della cosiddetta “Operation In Our Sites” .

L’operazione, volta a contrastare il fenomeno della pirateria in rete, aveva sequestrato i domini di Rojadirecta insieme ad altri 8 domini sospettati di offrire illegalmente la diretta streaming di eventi sportivi. 

Puerto 80, la società che gestisce Rojadirecta, aveva presentato reclamo sostenendo di non essere coinvolta in alcuna infrazione di copyright. Il portale sportivo, che conta oltre 850.000 utenti registrati, non ospita video in streaming ed è composto semplicemente da una sorta di forum dove gli utenti possono discutere su temi vari, prevalentemente sportivi, anche condividendo link a siti di eventi sportivi, tra cui eventualmente siti pirata.

A quanto si apprende, il Dipartimento di Giustizia americano, che aveva sequestrato il sito a causa dei link illegali, ha dissequestrato i domini di Rojadirecta in seguito ad una recente sentenza emessa da un giudice federale statunitense. Chiamato a pronunciarsi su un caso analogo, il giudice,  considerato un esperto in materia di copyright in rete, ha rigettato le accuse di violazione di copyright contro un sito di indicizzazione di video su cui gli utenti avevano pubblicato link a materiale piratato. La decisione ha così influenzato in Dipartimento di Giustizia in senso favorevole a Rojadirecta.

Lungi dall’essere accolto con soddisfazione, l’improvviso dietro-front del governo americano non ha impedito il sollevarsi di forti critiche da parte degli osservatori dei diritti civili su Internet.

In un commento pubblicato su Public Knowledge, una delle principali organizzazioni a favore dell’apertura della rete e della condivisione del sapere, è stato sottolineato  come  il costante rafforzamento delle leggi antipirateria negli Stati Uniti  abbia portato la giustizia americana a ritenere un sospettato di violazione del copyright “colpevole fino a prova contraria”.


Share

Dal Giappone giunge notizia dell’approvazione di una nuova legge che annovera il download illegale di materiale coperto da copyright tra gli illeciti penali.

Il parlamento giapponese ha recentemente approvato un emendamento alla legge sul copyright che prevede una pena fino a due anni di prigione e una sanzione fino a 2 milioni di Yen (circa 20.000 euro) per coloro che effettuano dowload illegali o che copiano DVD e Blue-Ray disc coperti da diritto d’autore.

Fino ad oggi la legge giapponese considerava la fruizione di materiale piratato come una violazione del codice civile, ma puniva severamente chi contribuiva attivamente alla pirateria: l’upload non autorizzato di contenuti protetti da diritto d’autore era infatti punito con la reclusione fino a 10 anni e una sanzione economica per un massimo di 10 milioni di Yen (circa 100.000 euro). La nuova legge entrerà in vigore del primo ottobre 2012.

I rappresentanti dell’industria locale dell’intrattenimento hanno applaudito il nuovo provvedimento. Al contrario, la nuova normativa non ha soddisfatto l’Ordine degli avvocati giapponesi secondo il quale si sarebbe dovuta dare maggiore rilevanza alla precdente legge del codice civile che puniva il download illegale.

Share

the_pirate_bay_logoSembra esserci un nuovo risvolto nella vicenda giudiziaria che da oltre quattro anni coinvolge il sito di condivisione di file The Pirate Bay. Dopo la condanna inflitta un anno fa dalla Corte d’Appello svedese, Fredrik Neji, uno dei quattro fondatori del sito, ha deciso di portare il caso davanti alla Corte di Giustizia Europea.

La vicenda ha avuto inizio nel 2009 quando un tibunale svedese ha condannato i quattro ad un anno di carcere e 905.000 dollari di risarcimento danni ciascuno per concorso in violazione di diritto d’autore.

La sentenza di secondo grado del 2010 ha poi confermato la precedente sentenza, modificando in parte la condanna. Il periodo di detenzione è stato abbassato da un anno ad alcuni mesi ma la quota di risarcimento danni è stata alzata ad un totale di oltre 6,8 milioni di dollari, da dividere fra gli imputati. Nel determinare l’esorbitante cifra, il giudice della Corte d’appello ha tenuto conto delle stime di perdite economiche dichiarate dai legali di alcune fra le più importanti major mondiali dell’intrattenimento. Un tipo di calcolo molto criticato da quanti sostengono che un’equivalenza tra file scaricati illegalmente e prodotti non venduti non possa essere stabilita logicamente, in quanto non c’è alcuna prova che il fruitore di un file piratato sarebbe stato anche disposto a pagare per avere lo stesso prodotto.

Nel tentativo di rovesciare la sentenza, i legali dei quattro hanno quindi tentato la strada del ricorso alla Corte Suprema, ma lo scorso primo febbraio la loro richiesta è stata rigettata e la condanna della Corte d’appello è così diventata definitiva. A quel punto le strade dei tre fondatori si sono separate, Carl Lundström ha commutato il periodo di detenzione con la libertà vigilata, Peter Sunde ha tentato la via della richiesta di clemenza al Governo svedese, Gottfrid Svartholm si è dato alla macchia e il Fredrik Neji ha deciso di continuare l’iter giudiziario tentando un ricorso alla Corte di giustizia europea.

Annunciando il ricorso il legale di Neji ha sottolineato che il sito The Pirate Bay non ha mai trasmesso file coperti da copyright, dal momento che i file torrent contengono informazioni di per sé non illegali e possono essere usati per scambiarsi qualunque tipo di file. Sono piuttosto gli utenti che hanno scelto di utilizzare il servizio offerto dal sito per scambiare materiale protetto da diritto d’autore. Pertanto, secondo il legale, il sito di condivisione di file dovrebbe essere protetto dell’Art.10 della Convenzione sui Diritti Umani che garantisce la libertà di informare e di essere informati.

“Sarebbe come essere ritenuti responsabili perché qualcuno ha inviato una lettera dai contenuti illegali attraverso il sistema postale. Oppure, un’altra analogia forse più rilevante, sarebbe se i fondatori di un sito di compravendite fossero ritenuti responsabili per la vendita di una bicicletta rubata attraverso un annuncio pubblicato sul sito”, ha aggiunto il legale di Neji.

Share

posted by Giulia Giapponesi on gennaio 17, 2012

Miscellanee

2 comments

L’interesse internazionale è puntato sul movimento di protesta sul web nei confronti dello Stop Online Piracy Act (SOPA), la proposta di legge americana che amplia i poteri delle forze dell’ordine e dei proprietari di diritti intelletttuali nella lotta al traffico illegale di materiale protetto da copyright.

Se il SOPA dovesse diventare legge, il Dipartimento di Giustizia americano o i detentori di diritti avrebbero facoltà di chiedere ad un giudice di ordinare il blocco immediato da parte degli Internet service provider dei siti ritenuti in violazione di copyright, il blocco dei servizi di pagamento e dei servizi pubblicitari connessi a tali siti e il blocco della loro indicizzazione da parte dei motori di ricerca.

I siti raggiunti dall’ordinanza del giudice avrebbero cinque giorni di tempo per presentare ricorso, una procedura che non ostacolerebbe comunque il blocco dei finanziamenti e dei contenuti del sito, che avverrebbe quindi in forma preventiva. I detentori di diritti sarebbero comunque ritenuti responsabili qualora si dimostrasse la loro malafede nella procedura di richiesta di blocco nei confronti di un sito che agisce nella legalità.

La proposta di legge prevede inoltre che lo streaming illegale di opere protette da copyright diventi un reato penale, punibile con una pena massima di cinque anni di reclusione. Garantirebbe invece l’immunità agli Internet Service Provider che si impegnassero di propria iniziativa a bloccare i siti sospettati di infrazione del copyright.

Il SOPA è attualmente al vaglio della Commissione Giudiziaria della Camera. La Commissione Giudiziaria del Senato sta invece valutando il Protect IP Act (PIPA), una proposta di legge dai contenuti del tutto simili a quelli del SOPA.

Le proteste contro il SOPA e il PIPA sono giunte da giuristi, accademici, dalle aziende di Silicon Valley e dai gruppi impegnati nella difesa dei diritti civili dei cittadini della rete. Alle proposte di legge viene infatti contestata la minaccia al libero scambio di informazioni su Internet. La possibilità di far oscurare qualunque sito a discrezione del Dipartimento di Giustizia o delle compagnie dell’Entertainment viene definita come un attacco alla libertà di espressione.

Le critiche al SOPA riguardano anche un certo grado di ambiguità che pare essere contenuto nella proposta normativa. Non è infatti chiaro se i portali che ospitano contenuti generati dagli utenti siano considerati responsabili per il materiale eventualmente illecito che potrebbe venire segnalato e possano venire di conseguenza oscurati.

Com’è stato ampiamente riportato, anche la Casa Bianca si è pronunciata contro le due proposte di legge. Nonostante sia del tutto favorevole alla lotta contro la piaga della pirateria l’amministrazione Obama non può sostenere un tentativo di legislazione che riduce la libertà di espressione, aumenta i rischi di attacchi alla cybersecurity e mina le dinamiche innovative della rete globale, ha sostenuto un portavoce.

Il movimento contro SOPA ha recentemente preso una forma attiva quando Sue Gardner, Direttrice Esecutiva di Wikimedia Foundation, ha annunciato che il 18 gennaio 2012 Wikipedia in lingua inglese verrà oscurata per 24 ore in segno di protesta. La decisione ricalca l’azione già intrapresa da Wikipedia Italia in occasione del vaglio del cosiddetto DDL Intercettazioni, che sanciva l’obbligo di rettifica per i siti web. L’oscuramento dell’intera Enciclopedia in lingua inglese avrà senz’altro un impatto maggiore ed è considerata un’azione senza precedenti.

Share