Direttore Scientifico: Prof.ssa Avv. Giusella Finocchiaro
Curatrice Editoriale: Dott. Giulia Giapponesi

posted by admin on novembre 21, 2011

Diritto d'autore e copyright

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Immagine 1È in aumento il numero di utenti di YouTube che lamentano “furti” di paternità sui video pubblicati sul noto portale.

Le storie raccontate sono fra loro molto simili: dopo aver caricato su YouTube video originali – come ad esempio filmati del proprio animale domestico – gli utenti ricevono una mail da YouTube che annuncia che il copyright del video è stato reclamato da terze parti attraverso il sistema di Content ID.

In seguito alla segnalazione il filmato tuttavia non viene in rimosso, al contrario viene “arricchito” di banner pubblicitari, i proventi dei quali finiscono nelle tasche del nuovo supposto proprietario dei diritti d’autore.

La “truffa” utilizza in questo modo il  particolare sistema adottato da YouTube per individuare  i video che contengono materiale protetto. Content ID è infatti un sistema automatico (recentemente trattato sul nostro blog) in grado di confrontare ogni video caricato con oltre sei milioni di filmati segnalati come protetti da copyright dai legittimi proprietari dei diritti.

La policy di YouTube prevede che le segnalazioni per il Content ID siano accettate solo da parte di società private e non da semplici cittadini.

Gli utenti che ricevono da YouTube l’avviso che il copyright di un video da loro caricato è stato reclamato da un’azienda possono comunque inviare un contro-reclamo entro alcuni giorni; a quanto pare, tuttavia, nonostante molti utenti protestino contro questi abusi la maggior parte preferisce non essere coinvolta in contenziosi con le aziende.

Secondo il magazine Wired, approfittando di questo sistema, molte società – tra cui spiccherebbe in particolare un’azienda russa chiamata “Netcom Partners” - hanno iniziato a segnalare come propri alcuni popolari filmati di privati cittadini, assegnandosi così i proventi derivati dagli AD pubblicitari.

I ricavi ottenuti da questi “dirottamenti” non sono stato ancora quantificati. Le migliaia di proteste degli utenti pubblicate sui forum di YouTube sembrerebbero suggerire un volume d’affari piuttosto elevato. Il fenomeno sembrerebbe comunque in continua crescita.

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posted by admin on novembre 10, 2011

Diritto d'autore e copyright

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Il funzionamento della procedura “Content ID” di  YouTube per l’identificazione dei contenuti video è al centro di una interessante relazione presentata nel ciclo TED Talks 2010.

Come è noto, la procedura permette di identificare i video protetti da copyright, precedentemente segnalati dai proprietari di diritti. Il sistema di Content ID svolge un lavoro enorme; pare infatti che ogni giorno la durata totale della somma dei filmati che vengono caricati su YouTube superi i cento anni.

In questo video, che vi segnaliamo, Margaret Gould Steward, responsabile della user experience di YouTube, parte dalla spiegazione del particolare meccanismo di identificazione dei filmati per illustrare la policy sul copyright del portale video più usato nel mondo e le opportunità offerte dalla condivisione di video protetti.

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posted by admin on gennaio 18, 2011

English version

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There has been a certain amount of concern on the web due to the Authority’s deliberation regarding the regulation of audiovisual and radio online services,published at the end of 2010.

The most widely criticized aspect of the regulation is the possibility of its being applied equally to all audiovisual media providers. Therefore it would affect YouTube and traditional audiovisual media providers, such as television broadcasters. In point of fact this regulation will be applied to all commercial audiovisual media services which exceed 100.000 euros per year income derived from advertising, Tv-shopping, sponsorships, contracts with public and private bodies, public funding and pay-per-view offers.

This regulation will also affect user generated content website organizations when they have editorial responsibility and also indirectly or directly generate economic profits from their activities.

According to the Authority’s second deliberation, the concept of “editorial responsibility” also includes a video cataloguing service provided by such user generated content sites. Simple automatic indexing of audiovisual content also appears to be included in the definition.

Thus, the regulation would appear to exclude small Web Tvs and amateur videoblogs, but it would include video portals such as YouTube, Vimeo, Daily Motion and so on. Such sites will now be subject to the same legal obligations fulfilled by television networks, among which direct responsibility for audiovisual content.

In particular, new obligations for the major audiovisual content websites will therefore include the obligation of rectification within 48 hours, the protection of minors, and copyright infringement responsibility.

According to many analysts, the concept of editorial responsibility will in future play an increasingly important role in all those trials in which broadcasters and copyright owners claim compensation and removal of content from video sharing sites.

Some experts have also raised the question of the difficulty in applying norms which are traditionally applied to television, such as the introduction of safe time slots for children.

However, there are serious doubts as to whether the Authority’s regulation could be effectively applied to websites operating in other countries of the European Economic Zone.

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video_pattern_netbookLe delibere dell’Agcom sul regolamento dei servizi audiovisivi e radiofonici online, pubblicate negli ultimi giorni del 2010, sono state accolte in rete con una certa perplessità.

L’aspetto del regolamento più criticato riguarda l’equiparazione di siti come YouTube  alle reti televisive tradizionali. La disciplina dell’Agcom si applica infatti a tutti i servizi commerciali di media audiovisivi online che superino i centomila euro di ricavi annui “derivanti da pubblicità, televendite, sponsorizzazioni, contratti e convenzioni con soggetti pubblici e privati, provvidenze pubbliche e da offerte televisive a pagamento”.

Tra questi, i  siti che offrono contenuti generati dagli utenti (UGC) sono inclusi nell’ambito del regolamento dell’Agcom “nel caso in cui sussistano, in capo ai soggetti che provvedono all’aggregazione dei contenuti medesimi, sia la responsabilità editoriale, in qualsiasi modo esercitata, sia uno sfruttamento economico”.

Secondo quanto si legge nella seconda delibera dell’Agcom, il concetto di “responsabilità editoriale” include anche il servizio di catalogazione dei video disponibili operata dall’aggregatore dei contenuti generati dagli utenti. Anche la semplice indicizzazione automatica del materiale audiovisivo rientra nella definizione.

Il regolamento esclude quindi le piccole WebTV e i videoblog amatoriali, ma non i portali video come YouTube, Vimeo, Daily Motion, ecc. che ora dovranno assolvere gli stessi obblighi di legge dei canali televisivi, tra cui la responsabilità diretta sui materiali audiovisivi trasmessi.

Tra i nuovi oneri per i maggiori siti di contenuti audiovisivi ci saranno quindi l’obbligo di rettifica entro 48 ore, la tutela dei minori e la responsabilità sulle infrazioni del diritto d’autore.

Secondo molti commentatori, il concetto di responsabilità editoriale d’ora in avanti sarà decisivo in tutti i processi dove broadcaster e detentori di proprietà intellettuali chiedono risarcimenti e rimozione di materiale ai siti di condivisione di videoclip.

Alcuni analisti hanno anche sollevato la questione della difficile applicazione di norme tradizionalemente televisive, come l’istituzione di fasce orarie protette per la tutela dei minori.

Resta anche in dubbio l’effettiva applicabilità del regolamento dell’Agcom ai siti che svolgono la loro attività nei paesi dello Spazio Economico Europeo. La delibera infatti riporta esplicitamente che la richiesta di autorizzazione all’Autorità italiana non è necessaria qualora i soggetti economici abbiano già ottenuto un’autorizzazione dal loro paese d’origine.

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posted by admin on settembre 24, 2010

Responsabilità dei provider

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Immagine 1Una sentenza della settima divisione del Tribunale Commerciale di Madrid ha respinto le accuse di violazione del diritto d’autore formulate dall’emittente spagnola Telecinco contro Google/YouTube.

Il canale televisivo, che fa parte del gruppo Mediaset, aveva denunciato la piattaforma di video-sharing nel 2008, chiedendo al Tribunale di ordinare la rimozione immediata per violazione di copyright di tutti i contenuti audiovisivi di proprietà di Telecinco.

Nel respingere la domanda di Telecinco la sentenza ha stabilito che YouTube, in quanto mero intermediario di servizi, non è responsabile delle violazioni compiute dai suoi utenti secondo quanto stabilito dalla Direttiva Europea 23/2000. Il ruolo di mero intermediario è stato riconosciuto alla piattaforma di video sharing sulla base della procedura attraverso la quale vengono pubblicati video: un sistema automatico che non implica alcun intervento da parte di YouTube.

Secondo l’accusa, tuttavia, la piattaforma di condivisione di filmati avrebbe assunto, nella pratica, il ruolo di editore. I legali del canale televisivo sostenevano che il fatto che alcuni video fossero “consigliati”, e che altri non fossero pubblicati perché in contrasto con la policy del sito, costituisse la prova di un controllo di YouTube sui contenuti.

Il Tribunale ha respinto le ragioni di Telecinco adducendo che, da un lato, la procedura che rende alcuni video “consigliati” è automatica perché si basa su parametri oggettivi, e, dall’altro, l’enorme quantità di materiale audiovisivo caricato – ad oggi oltre 500 milioni di video –  esclude la possibilità di qualunque controllo preventivo.

La sentenza (che riportiamo qui in inglese) ricorda anche che YouTube offre uno strumento che permette ai detentori di diritti di notificare i contenuti considerati in violazione attraverso la segnalazione degli URL corrispondenti. Questo strumento è stato utilizzato con successo anche da rappresentanti di Telecinco che hanno ottenuto l’immediata rimozione di alcuni video protetti da copyright.

Il Tribunale ha stabilito quindi che l’intermediario può essere ritenuto responsabile dei contenuti solo dal momento in cui viene a conoscenza delle supposte violazioni e la segnalazione delle violazioni spetta al detentore dei diritti.

Entrambe le parti coinvolte si sono dette soddisfatte dell’esito della causa.

Il blog di Google ha dedicato alla notizia un post (intitolato “Una grande vittoria per internet”) nel quale Aaron Ferstman, Head of Communications di  YouTube, dichiara:

Questa decisione riflette la saggezza della normativa europea in materia di copyright. Più di 24 ore di video vengono caricate ogni minuto su YouTube. Se i siti Internet dovessero monitorare tutti i video, foto e documenti prima di consentirne la pubblicazione, molti siti famosi – non solo YouTube, ma anche Facebook, Twitter, MySpace ed altri – sarebbero costretti a chiudere.

Nel comunicato ufficiale di Telecinco, i rappresentanti dell’emittente televisiva hanno espresso soddisfazione per il fatto che il giudice abbia ironizzato sulle “dichiarazioni epocali” di YouTube sulla libertà di espressione. A questo proposito hanno sottolineato una frase della sentenza:

“probabilmente, c’è molto di retorica e di dichiarazione epocale nelle ripetute invocazioni (di YouTube) al principio sacralizzato della libertà di espressione e la pretesa funzione che in questo contesto afferma occupare”.

La decisione del Tribunale di Madrid segue così la recente sentenza dell’analogo caso Viacom/YouTube. In quell’occasione, il giudice federale di Manhattan aveva sancito la non responsabilità della piattaforma di condivisione video per il principio del safe harbor: il provider di servizi non è responsabile dei contenuti generati dagli utenti se assicura la rimozione immediata di materiale segnalato come in violazione.

L’esito della causa spagnola si scosta invece dalle ultime sentenze italiane nei casi di attribuzione di responsabilità ai provider:  la sentenza  YouTube-Mediaset e l’ordinanza della Cassazione su The Pirate Bay hanno infatti dimostrato come la giurisprudenza in Italia si stia orientando sempre di più verso un modello che attribuisce responsabilità ai fornitori di servizi sui contenuti generati dagli utenti.

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posted by admin on giugno 28, 2010

Responsabilità dei provider

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Immagine 1Si è concluso con una decisione a favore di YouTube il caso legale nel quale il colosso mediatico Viacom aveva chiesto un miliardo di dollari di risarcimento danni alla piattaforma di video, accusata di aver lucrato consapevolmente su decine di migliaia di filmati protetti da diritto d’autore.

Il giudice federale di Manhattan ha avvalorato la teoria della difesa, secondo la quale il Digital Millenium Copyright Act sancisce la non responsabilità di YouTube per il principio del safe harbor: il provider di servizi non è responsabile dei contenuti generati dagli utenti se assicura la rimozione immediata di materiale segnalato come in violazione.

Secondo il giudizio, sebbene genericamente consapevole di ospitare sulla sua piattaforma materiale protetto da copyright, YouTube avrebbe dimostrato la sua buona fede nell’aver sempre prontamente rimosso tutti i video segnalati, come accadde nel 2007 quando 100000 video protetti da diritto d’autore furono rimossi il giorno dopo la segnalazione inviata da Viacom.

La sentenza a favore di YouTube è stata emessa nella formula del summary judegement, un giudizio espresso della Corte senza il parere di una giuria.  La richiesta di utilizzo di questa procedura, che permette di giungere più velocemente ad una  decisione senza il normale processo, era giunta da entrambi gli schieramenti.

L’esito del giudizio è stato accolto con entusiasmo da YouTube: “Questa è una vittoria molto importante non solo per noi, ma anche per i miliardi di persone che in tutto il mondo usano il web per comunicare e condividere esperienze con gli altri”.

Dal canto suo Viacom comunica di confidare in una vittoria in appello: “Questo caso è sempre stato intorno al decidere se il furto intenzionale di opere protette da diritto d’autore fosse permesso dalla legge esistente e noi abbiamo sempre saputo che la questione critica soggiacente avrebbe dovuto essere indirizzata alle corti di grado superiore. La decisione di oggi accelera la nostra opportunità di farlo”.

Alcuni commentatori hanno però osservato che il fatto che nel giudizio di primo grado non si sia arrivati nemmeno al processo costituisce un precdente a favore di YouTube.

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home_facebookLa responsabilità del fornitore di servizi sui contenuti generati dagli utenti eccheggia anche nelle notizie provenienti dai paesi del sud dell’Asia dove la censura governativa è una pratica sovente applicata.

Così, non sembra aver fatto distinzioni tra servizio e contenuto  il governo di Lahore, Pakistan, dove Facebook, youTube e altri 800 siti sono stati totalmente oscurati per dieci giorni per aver pubblicato immagini ritenute sacrileghe dalla religione islamica. L’accesso alla maggioranza dei siti è stato ripristinato in seguito a una richiesta del ministro degli interni Rehman Malik, che pare essere utente di diversi social network.

Solo per Facebook, colpevole di ospitare la pagina di un concorso di caricature sul profeta Maometto, è stato necessario attendere l’autorizzazione dell’Alta Corte di Giustizia, che ha concesso lo sblocco del sito dodici giorni dopo l’oscuramento. La Corte ha tuttavia chiesto al Governo di sviluppare un filtro che garantisca il blocco delle pagine offensive per l’Islam pubblicate sul social network.

La pagina del concorso “Everybody draw Muhammad Day” ha creato problemi a Facebook anche in Bangladesh. L’idea del concorso era nata per protestare contro le minacce dei fondamentalisti islamici ai disegnatori di South Park, il cartone animato satirico che nella sua duecentesima puntata ha mostrato Maometto travestito da orsacchiotto. Tuttavia la pagina nella quale si invitava la gente ad inviare disegni del profeta è stata considerata offensiva dal governo di Dacca, in quanto, secondo alcune interpretazioni, l’Islam vieta di raffigurare Maometto.

Il Governo ha così ordinato agli ISP locali di bloccare l’accesso a Facebook fino a data da destinarsi. Secondo quanto dichiarato dal presidente provvisorio della Commissione per la regolazione delle telecomunicazioni, Mahmud Delwar, la decisione è stata presa perché il sito ha “ferito la sensibilità religiosa della maggioranza musulmana della popolazione”, ma comunque “Facebook sarà riaperto nel momento in cui saranno cancellate tutte le pagine che contengono queste immagini odiose”.

Naturalmente, non tutta la comunità araba è in linea con la censura di questi paesi. Nihad Awad, attivista musulmano americano dei diritti civili e Direttore Esecutivo del Council on American-Islamic Relations (CAIR), ha scritto un interessante articolo sull’argomento nel quale dichiara:

La risposta migliore  e più produttiva a campagne bigotte come “Everybody Draw Muhammad Day” non è offrire meno comunicazione, ma  offrirne di più – e non limitare il libero flusso delle idee con misure come il blocco di Facebook.

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posted by admin on maggio 20, 2010

Diritto d'autore e copyright

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Filmare senza autorizzazione l’attività di un set cinematografico su suolo pubblico costituisce una violazione del copyright, questo è ciò che la Paramount pictures ha sostenuto chiedendo a YouTube la rimozione di un video che mostrava il “dietro le quinte” delle riprese del film Transformers 3.

La storia del filmato, riportata da Wired, è questa:  Ben Brown, un cittadino di Los Angeles che lavora con i social network, una mattina scopre che il vicolo sotto la finestra del suo ufficio è diventato la location di un film, un’eventualità non rara per chi vive nei pressi di Hollywood. La troupe sta girando la scena di un’automobile che viene scagliata in aria da un getto d’acqua. Il sig. Brown, affacciato alla finestra,  riconosce che si tratta dell’atteso secondo sequel della serie Transformers di cui è un grande fan. Non perde quindi l’occasione, riprende la scena con il suo cellulare dal davanzale e pubblica il video su You Tube.

Il filmato diventa poplare in poche ore. I fan di Transformers si passano la notizia e il giorno dopo Google propone al sig. Brown di guadagnare attraverso una pubblicità da affiancare al video, che ha ormai raggiunto 36.000 visualizzazioni. Il sig. Brown però non fa in tempo ad accettare: dopo appena 48 ore dall’upload il filmato viene rimosso da YouTube a causa di una segnalazione da parte della Paramount pictures al servizio di rimozione contenuti del Digital Millennium Copyright Act e Brown riceve un avvertimento  dove viene minacciato di essere bandito da YouTube se commetterà altre violazioni del copyright.

Ovviamente, dal momento che Transformer 3 non è stato nemmeno completato non è possibile che abbia violato il diritto d’autore” scrive Brown nella pagina web che ha dedicato al caso, “ho registrato un video fuori dalla finestra di qualcosa che stava accadendo nella strada sottostante e la Paramount ha emesso un reclamo alla DMCA contro di me e YouTube“.

Il sig.Brown ha quindi compilato un contro-reclamo alla DMCA e dopo 14 giorni il suo video è ricomparso su YouTube. Naturalmente se avesse deciso di guadagnare dalle visualizzazioni del video, quei 14 giorni di oscuramento avrebbero costituito un danno economico nei suoi confronti. Il caso porta dunque ad interrogarsi sui criteri di accettazione di reclami da parte del servizio rimozione del Digital Millennium Copyright Act.

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È di ieri la notizia di stampa che riferisce della condanna degli amministratori di Google, per la pubblicazione su YouTube del video che documentava atti di sopraffazione commessi contro un bambino autistico. La decisione non è ancora disponibile e quindi non è possibile commentare nel merito. È tuttavia possibile inquadrare le linee giuridiche principali della questione.

Una considerazione preliminare è necessaria: non si discute la gravità sotto il profilo morale della pubblicazione del video. Ma le questioni giuridiche sono altre.

1. Applicazione del Codice per la protezione dei dati personali

Se, come riportato dalla stampa, la decisione è basata sull’applicazione del Codice per la protezione dei dati personali, sembra dubbio che si applichi la legge italiana, come disposto dall’art. 5.

2. Responsabilità del provider

Se la decisione investe la responsabilità del provider, il dato normativo è chiaro: l’art. 17 del d.lgs. 70/2003 esclude l’obbligo preventivo di sorveglianza e controllo del provider. Il provider risponde se non ha ottemperato ad un ordine di rimozione dei contenuti dell’autorità giudiziaria ovvero se, avendo avuto conoscenza del carattere illecito o pregiudizievole per un terzo del contenuto di un servizio al quale assicura l’accesso, non ha provveduto ad informarne l’autorità competente.

Questa norma esclude, per ragioni di ordine tecnico ed economico, l’obbligo di controllo. Lo esclude anche per ragioni di principio: per non limitare la libertà di espressione.

La responsabilità del provider viene oggi da più parti invocata per la difficoltà di individuare l’autore dell’illecito. Si cerca un soggetto giuridico, diverso da chi ha commesso l’atto illecito, al quale comunque imputare la responsabilità.

La giurisprudenza italiana ha individuato la responsabilità del provider in alcune decisioni più recenti, con un metodo casistico, sulla base di valutazioni specifiche, a volte dubbie.

3. Il diritto della rete

Non è vero che Internet è un Far West giuridico. In parte, le regole ci sono e sono le medesime dello spazio non virtuale. In parte, il diritto deve modificarsi e adattarsi alle nuove forme di comunicazione: non solo diritto statuale, ma anche autoregolamentazione. In parte occorrono nuovi strumenti -anche tecnologici- di applicazioni delle regole giuridiche. Ma i valori non sono decisi dalla tecnologia.

Punire la singola ingiustizia non deve e non può fare dimenticare i principi fondamentali.

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Immagine 1A pochi giorni dall’ordinanza del Tribunale di Roma sulla rimozione delle clip del Grande Fratello, ora anche Vittorio Sgarbi chiede a YouTube che vengano rimosse le immagini fisse o in movimento che lo riguardano.

Secondo i legali del critico d’arte, la piattaforma di video-sharing avrebbe violato i diritti di utilizzazione e sfruttamento economico dell’immagine di Sgarbi nella diffusione di alcune clip estratte da programmi televisivi della RAI. Per questo motivo Google-YouTube è stata diffidata dal politico, che chiede la rimozione immediata di tutti i contenuti in cui compare. In caso contrario, hanno annunciato gli avvocati, si procederà con un ricorso al Tribunale di Camerino (di competenza perché Sgarbi risiede a San Severino Marche) per la richiesta di un risarcimento danni pari a 10mila euro per ogni minuto o frazione di diffusione diretta o indiretta.

In un’intervista al giornale La Stampa Vittorio Sgarbi ha spiegato che la diffida riguarda solo i programmi della RAI perché la rete non possiede i diritti di utilizzo della sua immagine a differenza di Mediaset (fatto salvo il diritto di informazione N.d.R.).

La diffida viene a movimentare la relazione fino ad ora amichevole fra RAI e YouTube, nella quale il servizio televisivo pubblico acconsente alla diffusione di estratti di programmi, avvalendosi dello strumento di verifica per il controllo dei contenuti protetti da copyright messo a disposizione dalla piattaforma di video-sharing.

Il contenzioso legale profilato dagli avvocati di Sgarbi rientra quindi nella dibattuta questione della responsabilità dei provider. A YouTube è stata nuovamente contestata l’abusiva diffusione di un’opera dell’ingegno coperta dai diritti d’esclusiva. La richiesta dei legali di Sgarbi, se accolta dall’eventuale ricorso al Tribunale di Camerino, andrebbe così ad inserirsi tra le interpretazioni che vedono nel d.lgs.70/2003 l’obbligo di vigilanza da parte dei fornitori di servizi sui contenuti generati dagli utenti, tra le quali la recente decisione della Cassazione sul caso The Pirate Bay

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