Direttore Scientifico: Prof.ssa Avv. Giusella Finocchiaro
Curatrice Editoriale: Dott. Giulia Giapponesi

La Procura della Repubblica di Milano ha ordinato un sequestro d’urgenza per il dominio Avaxhome.ws che da ieri non è più raggiungibile dall’Italia.

Avaxhome.ws, meglio conosciuto come Avax, è una sorta di edicola digitale che permette di scaricare gratuitamente versioni digitalizzate delle principali riviste e quotidiani da tutto il mondo. Ma non solo: il portale permette anche di rintracciare link ad altri siti attraverso i quali si possono scaricare programmi, film e musica. La maggior parte dei contenuti distribuiti dal sito è coperta da diritto d’autore e, a quanto si apprende, Avax non avrebbe alcuna licenza per la relativa distribuzione.

Così, in seguito ad una denuncia presentata lo scorso giugno dal colosso editoriale Mondadori, la procura di Milano ha deciso di intervenire ordinando un sequestro d’urgenza per il dominio da effettuarsi attraverso la mancata risoluzione del DNS da parte degli Internet Service providers nostrani. Dal 23 novembre 2012 il sito non risulta più raggiungibile dall’Italia. L’accusa per i gestori di Avax è di violazione del diritto d’autore e ricettazione sulla base dell’art. 648 del Codice Penale.

Questa seconda accusa risulterebbe particolarmente grave per un’attività come quella di Avax, che nella pratica è portata avanti dagli stessi utenti del portale attraverso la pubblicazione di  link a siti esterni dai quali scaricare i pdf.

Non sono mancate le critiche alla modalità del sequestro di Avax che a quanto pare stabilisce un primato. È infatti la prima volta che si colpisce con un sequestro d’urgenza, senza prima passare da un giudice, un’attività come quella del portale. Finora questa pratica era stata messa in atto solo per siti terroristici.

posted by admin on novembre 27, 2012

Diffamazione

(No comments)

Il 26 novembre l’Aula del Senato ha definitivamente respinto l’art.1 del ddl sulla diffamazione a mezzo stampa, che prevedeva il carcere fino ad un anno per i giornalisti condannati per diffamazione ma non per i direttori delle testate.

La votazione, che si è svolta in forma segreta, si è conclusa con 123 voti contrari, 29 favorevoli e 9 astenuti. La bocciatura del Senato ha definitivamente affossato il provvedimento e il presidente del Senato, Renato Schifani, ha quindi sospeso la prosecuzione dell’esame del testo.

Il presidente dell’Ordine nazionale dei giornalisti, Enzo Iacopino si è detto soddisfatto dell’esito della votazione ma ha ricordato che c’è ancora molto da fare sul fronte del rinnovamento legislativo: “C’è stato un recupero di dignità al Senato. Ma resta la preoccupazione perché sopravvive la vecchia legge del 1948, con il carcere fino a sei anni. Ora serve una legge a favore del diritto dei cittadini ad avere un’informazione libera”.

posted by admin on novembre 26, 2012

PA telematica

(No comments)

Ad integrazione del post pubblicato in data 18 ottobre 2012, sottoponiamo all’attenzione dei lettori il testo integrale del parere emesso dal Consiglio di Stato sullo schema di regolamento ministeriale contenente le regole tecniche per la gestione dei processi di fattura elettronica verso le amministrazioni statali.

posted by admin on novembre 25, 2012

Diffamazione

(No comments)

Nuovo capitolo per il DDL n 3041, il disegno di legge che prevede la pena del carcere per gli autori di diffamazione a mezzo stampa che lunedì 26 tornerà nell’aula del Senato.

In attesa di conoscere l’esito del voto sul provvedimento, e dopo la revoca dello sciopero degli operatori della stampa previsto per la stessa giornata, Fnsi (Federazione nazionale della stampa italiana) e Fieg (Federazione italiana editori giornali) in una nota congiunta hanno annunciato la volontà di unirsi per “rinnovare al Parlamento e a tutte le forze politiche l’appello a non introdurre nel nostro ordinamento limitazioni ingiustificate al diritto di cronaca e sanzioni sproporzionate e inique a carico dei giornalisti con condizionamenti sull’attività delle libere imprese editoriali, senza peraltro che siano introdotte regole efficaci di riparazione della dignità delle persone per eventuali errori o scorrettezze dell’informazione”.

Lo sciopero dei giornalisti della carta stampata, della tv e del web era stato proclamato in seguito all’approvazione dell’emendamento presentato dal relatore Filippo Berselli. La nuova modifica prevede nuovamente il carcere per il giornalista condannato per diffamazione e non per il direttore della testata giornalistica, che sarebbe punito soltanto con una sanzione pecuniaria da 5 a 50mila euro. Nel caso fosse riconosciuta la colpa ma non il dolo, la multa scenderebbe fra i 2mila ai 20mila euro. Qualora poi l’autore fosse ignoto o non identificabile, si applicherebbe la pena della multa da 3mila a 30mila euro.

Malgrado il parere negativo del governo per i dubbi di incostituzionalità e di incoerenza con l’art. 110 C.P., nonchè con l’art.57 relativo ai reati a mezzo stampa, l’emendamento è stato approvato dal Senato il 22 novembre 2012 con 122 favorevoli, 111 contrari e 6 astenuti.

Una lettera di intenti del Presidente del Senato, Renato Schifani, ha poi convinto il Presidente dell’Ordine nazionale dei giornalisti, Enzo Iacopino, a rimandare lo sciopero. La notizia arriva  dalla pagina personale di Iacopino su Facebook: “Una lettera impegno del presidente Renato Schifani e un invito della Fieg sono stati considerati elementi utili per una sospensione. Schifani ha aiutato odg e Fnsi nella tormentata vicenda della legge sull’equo compenso. Il suo intervento meritava considerazione”.

All’annuncio ha fatto seguito una precisazione della Fnsi che ha confermato la differita dello sciopero, ma non la protesta, che prenderà la forma di un presidio serale in Piazza del Pantheon a Roma con fiaccole accese “per indicare un impegno permanente per assicurare, con autonima e responsabilità, il diritto a sapere, conoscere, affermare il pluralismo dell’informazione”.

posted by Giulia Giapponesi on novembre 23, 2012

Diffamazione

(No comments)

twitter-bird-white-on-blueUn recente caso di diffamazione nel Regno Unito ha portato all’attenzione generale la questione della responsabilità degli utenti che diffondono sulla rete notizie non verificate. Al centro del mirino la diffusione di un’accusa di pedofilia ad un politico inglese.

Il politico britannico Robert Alistair McAlpine, coinvolto erroneamente in un falso scoop sulla pedofilia, ha manifestato l’intenzione di portare in tribunale ben 10.000 utenti di Twitter per aver diffuso false notizie sul suo conto.

Il 2 novembre 2012 la celebrità di McAlpine su Twitter è aumentata vertiginosamente in seguito alla puntata di un programma di inchiesta della BBC che aveva fatto riferimento a un noto politico coinvolto in un caso di pedofilia. In base alle informazioni contenute nel programma televisivo molti utenti di Twitter hanno individuato in McAlpine il responsabile dei crimini riportati.

In seguito ad un’inchiesta del Guardian, è emerso che il politico era stato vittima di uno scambio di persona dovuto ad un caso di omonimia. Il quotidiano inglese ha ricostruito il travisamento delle informazioni che ha portato alla gogna mediatica di McAlpine individuando una possibile responsabilità sulla diffamazione da parte della BBC.

Gli avvocati di McAlpine hanno quindi chiesto un risarcimento per l’azione di diffamazione compiuta nei confronti del loro assistito. La BBC si è accordata con i legali del politico per un risarcimento di 185000 sterline per i danni procurati il seguito al filmato mandato in onda il 2 novembre. Ma i legali hanno stilato una lunga lista di persone chiamate a risanare la reputazione del politico, inclusi gli autori di 1000 tweet e i 9000 che hanno ripreso e diffuso quegli stessi messaggi. Per quanto riguarda i titolari di account con meno di 500 followers la richiesta è limitata a una nota di scuse accompagnata una multa simbolica pari a 5 sterline da devolvere in beneficenza, per gli utenti più popolari invece gli avvocati di McAlpine hanno accennato a “provvedimenti più seri”.

“Ovviamente voglio risanare la mia reputazione” ha dichiarato McAlpine, “ma ho anche capito – essendo tutto questo capitato a me – quanto velocemente na presunta notizia possa raggiungere migliaia e migliaia di persone e divenire accreditata”.

Sulla rete non sono mancate le polemiche sull’iniziativa contro gli utenti di Twitter. Diversi commentatori hanno infatti sottolineato come nel tentativo la querela contro 10.000 utenti di Twitter possa sortire l’effetto opposto rispetto a quello dichiarato di “risanare la reputazione” del politico.

posted by admin on novembre 22, 2012

Diritto d'autore e copyright

(No comments)

Il Commissario europeo al Mercato interno e ai Servizi, Michel Barnier, ha recentemente invocato una riforma della direttiva sul diritto d’autore per abbattere le barriere nazionali che impediscono la libera circolazione dei contenuti digitali sul web.

Non è più accettabile che i cittadini europei incontrino online ostacoli legislativi che non esistono nel mondo reale da almeno cinquant’anni. Con queste parole il commissario ha sottolineato l’importanza di sviluppare il potenziale del mercato digitale superando l’attrito dei confini nazionali. L’attenzione si sofferma sul copyright, per cui occorre una riforma legislativa.

Secondo Barnier, il copyright non è la causa di ciò che non funziona su internet, ma ciò non toglie che occorrano soluzioni che permettano di non considerare il diritto d’autore un ostacolo alla diffusione dei contenuti.

Questo ostacolo è già in via di superamento per quanto riguarda le opere fuori commercio.  Il Commissario Barnier insieme ai suoi colleghi Neelie Kroes e Androulla Vassiliou hanno gettato le basi per una diffusione paneuropea di questo tipo di contenuti nella recente Direttiva sulle opere orfane, che stabilisce una limitazione del copyright transnazionale volta ad istituire un Registro Europeo delle opere libere da diritti intellettuali. I tre commissari hanno inoltre diffuso una Raccomandazione agli Stati membri invitandolo a rafforzare i tentativi di digitalizzazione del materiale culturale nazionale.

Secondo il Commissario Barnier, uno schema generale per la facilitazione all’accesso al patrimonio culturale online è la chiave di volta per restituire nuova vita alle opere fuori commercio. Sulla scia della approvazione della Direttiva sulle opere orfane, si può così pensare di restituire al mercato migliaia di film fuori distribuzione, scavalcando il limite della gestione nazionale dei diritti.

Ma perché il sistema sia realmente funzionale, occorre “una significativa applicazione della legge”, e la soppressione dei “modelli illegali di business”.

Gli interventi concreti, ribadisce il Commissario UE, devono partire dalla legislazione delle licenze multimediali, non per indebolire la protezione del copyright, ma per “assicurare che il potere contrattuale e la capacità di investire restino equamente distribuite lungo tutta la catena di valore”.

sorveglianzaIl datore di lavoro non può registrare le conversazioni dei lavoratori attraverso il sistema di videosorveglianza.

È quanto stabilito da un recente provvedimento dell’Autorità Garante per la protezione dei dati personali recentemente intervenuta per vietare l’uso di un sistema di videosorveglianza capace di captare le conversazioni dei dipendenti di un call center.

Sono state così spente quattro telecamere orientabili, tre delle quali munite di microfoni per la registrazione audio, situate all’ingresso e negli ambienti delle postazioni di lavoro dei dipendenti.

Sistemi di questo genere, ha spiegato il Garante, sono accettati in quegli ambienti lavorativi in cui la sorveglianza sia giustificata da esigenze organizzative, produttive o di sicurezza del lavoro, in accordo con le rappresentanze sindacali, oppure su autorizzazione di un ufficio del ministero del lavoro.

Nel caso specifico, non sono state rilevate le condizioni per giustificare l’istallazione dell’impianto, peraltro segnalato in prossimità dei luoghi tenuti sotto vigilanza con cartelli in cui mancavano alcune informazioni obbligatorie. L’attività di sorveglianza è perciò da considerarsi in violazione della legge.

L’Autorità ha inoltre vietato il trattamento dei dati personali dei dipendenti raccolto illecitamente. Gli atti riguardanti la società saranno trasmessi alla magistratura per la valutazione di eventuali profili penali.

posted by admin on novembre 19, 2012

Responsabilità dei provider

(No comments)

Nuove attribuzioni di responsabilità per Google, condannata dalla Corte Suprema Australiana per diffamazione ai danni di un cittadino che lamentava l’accostamento del suo nome ad immagini e notizie legate alla malavita australiana.

La compagnia americana dovrà versare un risarcimento danni di 200.000 dollari per aver associato, nei suoi risultati di ricerca, l’immagine di un cittadino australiano ad altre immagini ed articoli sulla malavita di Melbourne.

I fatti all’origine della causa legale risalgono al 2004, quando Google ha diffuso immagini legate a una notizia di cronaca che coinvolgeva Milorad Trkulja, un promotore d’intrattenimento jugoslavo emigrato in Australia, in quanto vittima di un colpo di arma da fuoco durante una cena in un ristorante di Melbourne.

Le indagini della polizia non hanno mai chiarito mai le circostanze del fatto e, non essendo mai stato evidenziato nessun rapporto tra Trkulja e i suoi assalitori, ad oggi il coinvolgimento dell’uomo si limita ad essere quello di vittima casuale di una sparatoria. Ciononostante, in seguito all’accaduto digitando sul motore di ricerca il nome di Trkulja la sua foto compariva nei risultati associata alla didascalia “Melbourne Crime” e accanto a quella di noti esponenti della malavita locale.

Nel 2009 i legali del signor Trkulja hanno contattato Google chiedendo di rimuovere i contenuti diffamatori e in seguito hanno depositato la denuncia alle autorità.

L’azienda di Mountain View ha sostenuto in tribunale che i risultati di ricerca vengono presentati in base ad un processo automatico gestito da un software e che pertanto nessuna responsabilità di tipo editoriale poteva essergli imputata, in quanto si trattava di una “disseminazione innocente”.

La giustificazione della difesa è stata accettata dalla giuria della Corte Suprema di Victoria solo in parte. La Corte ha infatti rilevato un’attività editoriale in capo a Google, per il fatto che l’accostamento delle parole e delle immagini, sebbene automatico, viene creato da Google  stesso, e non da terzi. Pur riconoscendo la natura automatica di tale attività, il  giudice  ha  tuttavia contestato a Google il fatto di non aver cancellato i contenuti dopo aver ricevuto la richiesta di rimozione da parte di Trkulja.

La mancata ottemperanza alla richiesta è così costata all’azienda californiana la condanna ad un risarcimento per  danni economici e morali conseguenti alla infelice associazione.

La sentenza (disponibile QUI) si aggiunge a quella di una causa intentata per motivi analoghi da Trkulja contro Yahoo, per cui aveva ottenuto un risacimento di 234.000 dollari.

Con sentenza n.5525 della terza sezione civile, il 5 aprile 2012 la Cassazione ha stabilito l’obbligo per gli editori di aggiornare gli archivi online delle notizie pubblicate in nome del diritto alla contestualizzazione dell’informazione.

La storica sentenza, considerata un vero e proprio leading case, è stata recentemente analizzata nel saggio “Identità personale su Internet: Il diritto alla contestualizzazione dell’informazione” della Prof.ssa Giusella Finocchiaro, pubblicato su “Il diritto dell’informazione e dell’informatica” anno XXVIIC Fasc.3 – 2012, che proponiamo QUI ai lettori.

googlePubblicato il sesto rapporto sulla trasparenza di Google, la mappa delle richieste effettuate dagli enti governativi di tutto il mondo al fine di ottenere dati degli utenti o la rimozione di contenuti online. Anche questa volta, i risultati e le statistiche sono aggiornati con cadenza semestrale (a partire dal 2009) e disponibili sul blog ufficiale di Mountain View.

I dati forniti del primo semestre 2012 evidenziano una crescita delle richieste di intervento per l’esibizione dei dati personali: 20.238, quasi 2000 in più rispetto al semestre precedente (18.257). Primeggia in questa particolare classifica il governo degli Stati Uniti, con 7.969 richieste (accolte nel 90% dei casi), seguito da quello indiano (2319) e con Brasile, Francia, Germania e Inghilterra attestati intorno alle 1500 domande. L’Italia ha avanzato 841 interrogazioni, per 1054 account specificati, parzialmente o totalmente accettate nel 34% dei casi.
Le istanze di rimozione di contenuti registrano il massimo storico: 1.700 richieste per la rimozione di 17.746 contenuti presenti online. In evidenza le richieste da parte della Turchia (148 per 426 contenuti video, con incremento del 1,013%,), del ministero degli interni russo (161 video ritenuti estremisti ed oscurati per la sola Russia), e del Regno Unito (con un aumento del 98% rispetto l’anno precedente). Il governo italiano ha inoltrato 18 istanze di rimozione per effetto di disposizioni giudiziarie e richieste da parte delle forze di polizia – nella maggioranza dei casi per diffamazione. Prosegue la lieve decrescita delle richieste rispetto alle 69 del primo semestre del 2010.
In occasione della pubblicazione del rapporto sulla Trasparenza, l’analista Dorothy Chou ha osservato dalle pagine del blog di Google come la tendenza evidenzi l’aumento della sorveglianza governativa, ma con numeri decisamente parziali, considerata la quantità di aziende che operano su internet e nel settore delle telecomunicazioni. L’incremento è il segnale di una maggiore attenzione posta per questioni prettamente politiche (come nei casi più eclatanti di Cina, Turchia e Gran Bretagna), nonché della molteplicità di interpretazioni e comportamenti dei singoli governi in materia di Privacy, sicurezza e copyright.