Direttore Scientifico: Prof.ssa Avv. Giusella Finocchiaro
Curatrice Editoriale: Dott. Giulia Giapponesi

posted by admin on dicembre 29, 2012

Diffamazione

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YouTubeIl tribunale di Venezia ha recentemente sancito una condanna per diffamazione a causa di un video pubblicato in rete dove un diciottenne di Noale, in provincia di Venezia,  insultava la ex fidanzata definendola “prostituta”.

In una sorta di “pubblico sfogo”, il giovane nel 2009 aveva pubblicato su YouTube un filmato con il chiaro intento di rompere i rapporti con alcune persone, tra cui la ex-fidanzata. Venuta a conoscenza del video, la giovane, che all’epoca dei fatti era minorenne, lo ha quindi denunciato per diffamazione.

La responsabilità del giovane è stata rivelata da alcuni elementi ritenuti dal giudice incontrovertibili, come il nickname utilizzato e il fatto che il ragazzo stesso avesse in diverse occasioni dichiarato di essere l’autore della bravata.

Il giovane, che oggi ha 21 anni, è stato quindi ritenuto colpevole di diffamazione ed è stato condannato ad un risarcimento danni di 10.000 euro. In aggiunta, il giudice Irene Cason ha disposto che il ragazzo versi 750 euro di multa e 1800 euro di spese legali.

Ieri la Corte d’Appello di Milano ha assolto i manager di Google con formula piena, perché il fatto non sussiste. Erano stati condannati per violazione della privacy dal Tribunale di Milano nel 2010 con una sentenza che fece scalpore.

I fatti: il video di una ragazzo disabile fatto vittima di bullismo da alcuni coetanei era stato da questi caricato su Youtube. Google non viene condannata, come erroneamente si crede, per responsabilità del provider il quale nel nostro ordinamento giuridico non ha l’obbligo di effettuare un controllo preventivo. Ma i suoi manager, trattandosi di responsabilità penale, vengono condannati per violazione della legge sulla privacy. Discussi, nella sentenza di primo grado, la stessa applicabilità della legge italiana al caso, nonché l’obbligo di controllo da parte di Google della corretta applicazione della normativa sulla protezione dei dati personali da parte di chi carica i video su Youtube.

Restiamo in attesa di leggere le motivazioni della sentenza, per molti diversi aspetti, di grandissima rilevanza.

Per un approfondimento rimandiamo ai precedenti post pubblicati su questo blog.

posted by Annarita Ricci on dicembre 20, 2012

PA telematica

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è stato pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 294 del 18 dicembre 2012, il d.p.c.m. 27 settembre 2012, denominato “Regole tecniche per l’identificazione, anche in via telematica, del titolare della casella di posta elettronica certificata, ai sensi dell’articolo 65, comma 1, lettera c-bis), del Codice dell’amministrazione digitale, di cui al d.lgs. 7 marzo 2005, n. 82 e successive modificazioni”.

Come precisato dall’art. 2, il d.p.c.m. definisce le regole tecniche relative alle modalità di identificazione del titolare della casella di posta elettronica certificata, di cui all’art. 65, co. 1°, lett. c-bis) del Codice dell’amministrazione digitale, valide per la presentazione, in via telematica, di istanze e dichiarazioni alle pubbliche amministrazioni.

Si ricorda che l’articolo 65, co. 1°, lett. c-bis) del Codice dell’amministrazione digitale afferma che le istanze e le dichiarazioni presentate alla pubblica amministrazione sono valide (fra le altre modalità) se trasmesse dall’autore mediante la propria casella di posta elettronica certificata, a condizione che le relative credenziali di accesso siano state rilasciate previa identificazione del titolare.

Il decreto citato, dunque, definisce all’art. 5 le regole cui attenersi in sede di identificazione del titolare, nonché gli ulteriori obblighi in capo al gestore del servizio di posta elettronica, quale ad esempio, quello di conservare la documentazione inerente all’operazione di identificazione per un periodo di ventiquattro mesi successivi alla cessazione del servizio di posta elettronica certificata.

È riconosciuto, infine, in capo all’Agenzia per l’Italia digitale un potere di controllo e di vigilanza sull’attività esercitata dai gestori del servizio.

posted by admin on dicembre 19, 2012

PA telematica

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Linking-Open-Data-diagramIl decreto sviluppo bis, convertito in legge, con modificazioni, il 13 dicembre scorso e pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 294 del 18 dicembre 2012 (Legge 17 dicembre 2012, n. 221), contiene rilevanti novità sul versante dell’amministrazione digitale, con particolare riferimento ai dati di tipo aperto, ovvero i dati e i documenti che le amministrazioni titolari pubblicano con qualsiasi modalità e senza l’espressa adozione di una licenza.

A questo rigurado la Commissione di Coordinamento del Sistema Pubblico di Connettività (SPC) ha recentemente rilasciato le “Linee guida per l’interoperabilità semantica attraverso i Linked Open Data (PDF)” che recepiscono i commenti e i suggerimenti pervenuti nel periodo di consultazione pubblica.

Le linee guida si inquadrano nelle attività assegnate all’Agenzia per l’Italia Digitale nella definizione dei servizi di governance per l’interoperabilità semantica delle infrastrutture condivise del Sistema Pubblico di Connettività (SPC), come definite dal Codice dell’Amministrazione Digitale (CAD), e nella stesura di linee guida nazionali in materia di dati di tipo aperto, come sancito dal decreto sviluppo bis.

Attraverso le linee guida la Commissione di Coordinamento SPC vuole proporre un approccio originale all’interoperabilità semantica tra pubbliche amministrazioni a livello nazionale e transfrontaliero, identificando come strumenti abilitanti il modello dei Linked Open Data e le tecnologie del Web semantico. In tal senso, il documento introduce, tra gli altri argomenti, una metodologia completa e un’analisi dei principali standard e tecnologie che possono essere utilizzati per implementare la metodologia.

Il d.l. 18 ottobre 2012, n. 179, recante ulteriori misure urgenti per la crescita del Paese è stato pubblicato sul Supplemento ordinario n. 208 alla Gazzetta Ufficiale n. 294 del 18 dicembre 2012.

Il provvedimento, noto anche come decreto sviluppo bis o decreto crescita bis, è stato convertito in legge, con modificazioni, il 13 dicembre scorso.

Il blog Diritto & Internet ha dedicato diversi post alle novità contenute nel decreto, tra cui segnaliamo il recente post di Giusella Finocchiaro sulle disposizioni fondamentali sulla firma elettronica avanzata centenute nelle ultime modificazioni.

Il testo della Legge 17 dicembre 2012, n. 221, conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 18 ottobre 2012, n. 179, recante ulteriori misure urgenti per la crescita del Paese è disponibile QUI.

QUI è invece disponibile il testo aggiornato del d.l. 18 ottobre 2012, n. 179 (pubblicato nel supplemento ordinario n. 194 alla Gazzetta Ufficiale 19 ottobre 2012, n. 245), coordinato con la legge di conversione 17 dicembre 2012, n. 221.

posted by admin on dicembre 18, 2012

Miscellanee

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Google è nuovamente al centro dell’attenzione a causa del complesso meccanismo di trasferimenti di denaro tra sedi internazionali che permette alla società californiana di eludere legalmente il fisco dei paesi in cui opera.

Dopo le verifiche fiscali avviate lo scorso novembre dal nucleo di polizia tributaria della Guardia di finanza di Milano nei confronti di Google Italy srl, finalizzate al riscontro del corretto adempimento degli obblighi fiscali in Italia, simili indagini sono state avviate anche in altri paesi in cui Google opera e in cui elude il fisco grazie ad uno stesso schema di rapporti intrasocietari.

Secondo l’agenzia di stampa Bloomberg, che ha analizzato i documenti presentati a novembre dalla sede olandese di Google, nel 2011 la società avrebbe risparmiato circa 2 miliardi di dollari di tasse, dirottando 9,8 miliardi del suo fatturato verso sedi estere collocate in “paradisi fiscali”.

La notizia non solleva scalpore per presunte infrazioni, ma per l’entità delle somme che, in conformità di legge, sono sottratte alla riscossione tributaria dei paesi in cui Google ha una sede.

L’organizzazione societaria che permette a Google di eludere il fisco è piuttosto complessa. Nel nostro Paese, ad esempio, Google opera attraverso una S.r.l. che ha firmato un contratto di prestazione di servizi con due consorelle: la statunitense Google Inc. e l’europea Google Ireland. Google Italia raccoglie quindi i proventi della pubblicità italiana e riceve dalla società americana un compenso di mediazione, come se fosse un broker. Le fatturazione è invece gestita in Irlanda, dove le aziende pagano una tassa sui profitti del 12,5%, a differenza dell’Italia, dove si paga il 31%, o degli Stati Uniti, dove si paga il 35%. Tuttavia questi tributi  non vengono pagati nemmeno allo stato Irlandese in quanto la base fiscale di Google Ireland si trova alle Bermuda e la filiale con cui la società delle Bermuda opera in Europa non è in Irlanda, bensì in Olanda. La Google olandese ha però avuto in concessione dalla Google irlandese la tecnologia con cui opera e per questo restituisce i suoi profitti a Dublino. La triangolazione Bermuda-Irlanda-Olanda è stata creata in quanto sia in Irlanda che in Olanda i profitti realizzati all’estero non vengono tassati. Quindi gli utili provenienti dall’Italia, o dagli altri stati europei dove opera Google, sono esentasse. Grazie a questo schema societario, con un giro d’affari in Europa di 12 miliardi e mezzo, Google è riuscita a denunciare in Irlanda utili per appena 24 milioni. È stato calcolato che l’aliquota effettiva pagata in Europa dal motore di ricerca equivale al 3,2% dei profitti internazionali, mentre nei Paesi europei dove opera l’aliquota media sui profitti aziendali oscilla tra il 26 e il 34%.

“La strategia fiscale di Google e di altre multinazionali mette profondamente in imbarazzo i governi europei”, ha commentato l’economista Richard Murphy, direttore di Tax Research, “le persone hanno ormai capito che se Google non paga, qualcun altro lo deve fare o i servizi vengono tagliati”.

Non è la prima volta vengono sollevate perplessità sulla cifra ritenuta equa per la tassazione di Google nei Paesi europei. L’azienda ha sempre risposto di agire in perfetta legalità, ricordando inoltre il proprio importante contributo sul continente per l’occupazione, l’economia locale e online.

L’elusione del fisco dei paesi sotto la cui giurisdizione Google opera non sembrerebbe essere motivo di imbarazzo per Eric Schmidt. Al contrario, il CEO di Google sembrerebbe piuttosto farne un vanto. Interrogato in proposito dall’agenzia di stampa Bloomberg avrebbe infatti replicato: “Sono orgoglioso del sistema di elusione delle tasse applicato da Google. A chi mi dice che si tratta di un sistema immorale rispondo che si chiama “capitalismo”. E noi siamo orgogliosamente capitalisti. Non ho dubbi di sorta su questo”.

Il precedente post di Giusella Finocchiaro sulle novità del decreto crescita bis (d.l. 18 ottobre 2012, n. 179), in relazione al documento informatico con firma elettronica avanzata, ha suscitato notevole interesse e diversi quesiti tra i nostri lettori.

In particolare, si ricorda che le modifiche normative riportate nel decreto non incidono sulla necessaria integrazione delle disposizioni del Codice dell’Amministrazione Digitale con le regole tecniche.

posted by admin on dicembre 12, 2012

PA telematica

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La versione finale dall’Agenda Digitale per la città di Bologna è ora disponibile in una piattaforma che permette a tutti di commentare il testo proposto dal comitato scientifico.

Proseguendo nella metodologia partecipata, l’Agenda Digitale può essere migliorata con il contributo dei cittadini attraverso commenti e proposte inseriti in uno spazio wiki, dove tutti gli interessati possono contribuire.

Per la partecipazione si rimanda alla pagina web dell’Agenda Digitale disponibile QUI.

posted by admin on dicembre 11, 2012

Responsabilità dei provider

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apple_chrome_logoDopo l’ennesimo soccorso di automobilisti perduti in località impervie, la polizia australiana ha ritenuto necessario mettere in guardia sull’inaffidabilità della nuova app cartografica della Apple installata sull’ultimo sistema operativo per iPhone e iPad.

Le ultime vittime dell’imprecisione del servizio Apple maps sono state due persone dirette a Mandura, città a 500 chilometri da Melbourne, erroneamente collocata dal servizio Apple al centro del Sunset Murray National Park, a circa 70 chilometri dalla sua reale posizione. Una svista che ha messo a repentaglio l’incolumità degli automobilisti, poiché la temperatura diurna del parco può raggiungere i 45 gradi in una zona non coperta dal segnale telefonico. I due viaggiatori smarriti hanno percorso le terre desolate del parco per oltre 24 ore, senza poter reperire cibo né acqua, fino a quando non sono riusciti a chiamare i soccorsi.

Le verifiche fatte in seguito allo sfortunato evento hanno portato la polizia di Mandura a rilasciare un comunicato sul sito web istituzionale dove si avvisa del “pericolo per la salute” per chi si affida al sistema di mappe offerto da Apple sul nuovo iOS 6, invitando quindi i viaggiatori ad utilizzare servizi di geolocalizzazione e navigazione alternativi.

La segnalazione è stata inviata anche a Cupertino, accompagnata da una richiesta urgente di rettifica delle mappe. L’azienda ha promesso di “lavorare duro per migliorare il servizio”, offrendo le scuse pubbliche del suo numero uno, Tim Cook, e provvedendo al licenziamento dei diretti responsabili di Scott Forstall (Senior Vice President del software iOS) e di Richard Williamson (Maps Manager).

Una situazione più che imbarazzante per un servizio che ha innescato molte polemiche da parte degli utenti e a cui si potrebbero aggiungere gli ulteriori danni economici derivati dagli sviluppi delle possibili azioni legali intentate dagli esploratori di tutto il mondo.

googleSi stanno svolgendo in questi giorni le udienze per il ricorso intrapreso da Google contro la sentenza italiana sul caso Google vs.Vividown.

È attesa per il 21 dicembre la sentenza di secondo grado sull’ormai noto caso che ha coinvolto tre dirigenti di Google, David Drummond, George De Los Reyes e Peter Fleischer, condannati dal tribunale di Milano a sei mesi di carcere per aver permesso la diffusione di un video in cui un ragazzino disabile veniva umiliato dai compagni di classe.

I fatti all’origine della sentenza di primo grado risalgono al 2006 quando una studentessa di Torino ha pubblicato sulla piattaforma Google video un filmato in cui alcuni bulli adolescenti umiliavano un ragazzo affetto da sindrome di Down in una classe scolastica. Il video è stato successivamente rimosso a seguito della richiesta della Polizia Postale, allertata dall’associazione Vividown (Associazione italiana per la ricerca scientifica e per la tutela della persona Down, con sede a Milano). La stessa associazione ha poi formalizzato un’accusa per diffamazione nei confronti di Google e il tribunale di Milano, che ha condannato i tre dirigenti non per diffamazione ma per violazione della privacy.

Secondo il giudice Oscar Magi, estensore della sentenza del 201o, l’azienda californiana è responsabile dell’accaduto per via della vaghezza delle indicazioni in materia di privacy che Google Video riserva agli utenti che praticano l’upload degli audiovisivi, una vaghezza tanto più grave perché relativa ad un’attività svolta con finalità di lucro. In sostanza, nella visione del giudice la ragazzina che ha caricato il video non sarebbe stata sufficientemente esortata a prestare attenzione al rispetto della privacy.

La compagnia di Mountain View è quindi ricorsa in appello e lo scorso 4 dicembre i tre dirigenti sono stati chiamati ad esporre nuovamente la loro difesa. Una seconda udienza è prevista per l’11 dicembre.

C’è molta attesa tra i commentatori del diritto della rete per l’esito dell’appello, che richiama nuovamente l’attenzione sul panorama giudiziario italiano in merito alla responsabilità del fornitore di servizi su Internet.

Peter Flaischer, nel suo blog, ha recentemente ribadito i concetti alla base delle critiche che gran parte dei commentatori aveva già mosso contro la sentenza di primo grado:

Se Google e le altre aziende della rete fossero ritenute responsabili per ogni singolo contenuto sul web, Internet come lo conosciamo oggi  – e tutti i benefici economici e sociali che esso procura – non potrebbe continuare ad esistere. Senza adeguate garanzie, nessuna compagnia e nessuno dei suoi impiegati sarebbe immune: ogni testo potenzialmente diffamatorio, immagine inapproprata, messaggio intimidatorio o video in cui appaiono terze parti potrebbe avere il potere di fare cessare l’attività della piattaforma che lo ha inconsapevolmente pubblicato.

Per un approfondimento su Google vs. Vividown rimandiamo ai numerosi post che il nostro blog ha dedicato al caso, tra cui un’intervista al giudice Oscar Magi.