Direttore Scientifico: Prof.ssa Avv. Giusella Finocchiaro
Curatrice Editoriale: Dott. Giulia Giapponesi

posted by admin on marzo 10, 2017

Miscellanee

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euro-76019_640Il Garante Privacy ha sanzionato al pagamento di oltre 11 milioni di euro cinque società di money transfer che per aggirare la normativa antiriciclaggio utilizzavano  in modo illecito i dati personali di più di mille utenti .

Le società raccoglievano e trasferivano in Cina somme di denaro riconducibili a imprenditori cinesi, in violazione non solo della normativa antiriciclaggio, ma anche di quella sulla protezione dei dati personali. Attraverso la tecnica del frazionamento (dividendo cioè le somme di denaro in più operazioni sotto la soglia prevista dalla normativa antiriciclaggio) attribuivano i trasferimenti di denaro a più di mille clienti del tutto ignari, utilizzando illecitamente i loro dati.

Le gravi violazioni sono emerse nel corso di un’indagine della Procura di Roma. Il Nucleo di polizia valutaria della Guardia di finanza su delega della magistratura ha infatti accertato che i nominativi ai quali erano intestati i trasferimenti di denaro non corrispondevano ai reali mittenti e, in alcuni casi, i moduli risultavano compilati da persone decedute o inesistenti, oppure non firmati. I dati personali utilizzati erano tratti da fotocopie di documenti di identità, conservati in appostiti raccoglitori da utilizzare all’occorrenza, e gli invii di denaro venivano effettuati a pochi secondi l’uno dall’altro, per importi appena sotto la soglia e indirizzati allo stesso destinatario.

La violazione della normativa sulla privacy ha determinando l’intervento del Garante che, tenuto conto della gravità delle violazioni commesse dalle società, del numero delle persone coinvolte i cui dati sono stati trattati senza consenso e della rilevanza della banca dati, ha inflitto una sanzione di 5.880.000 euro alla multinazionale, e di  1.590.000, 1.430.000, 1.260.00 e 850.000 euro rispettivamente ad ognuna delle altre quattro società, per un totale che supera gli 11 milioni.

Pubblicate le linee guida dei Garanti privacy europei relative all’attuazione del nuovo Regolamento privacy. Le linee guida riguardano, in particolare, il “responsabile per la protezione dei dati” (Data Protection Officer – DPO), il diritto alla portabilità dei dati, e la ”autorità capofila” che fungerà da “sportello unico” per i trattamenti transnazionali.

Il 13 dicembre 2016 il Gruppo dei Garanti Ue riuniti nell’Article 29 Working Party ha approvato tre documenti con indicazioni e raccomandazioni sulle novità del Regolamento 2016/679 sulla protezione dei dati, che dovrà essere applicato dagli Stati membri a partire dal maggio 2018.

Per quanto riguarda il Data Protection officer, la cui designazione sarà obbligatoria per tutti i soggetti pubblici e per alcuni soggetti privati sulla base di criteri chiariti nel documento, vengono specificati i requisiti soggettivi e oggettivi di questa figura, tra cui le competenze professionali e le garanzie di indipendenza e inamovibilità di cui il DPO deve godere nello svolgimento delle proprie attività di indirizzo e controllo all’interno dell’organizzazione del titolare.

Per quanto riguarda il diritto alla portabilità, si evidenzia il suo valore di strumento per l’effettiva libertà di scelta dell’utente, che potrà decidere di trasferire altrove i dati personali forniti direttamente al titolare del trattamento (social network, fornitore di posta elettronica etc.) oppure generati dall’utente stesso navigando in rete. Il documento esamina anche gli aspetti tecnici legati soprattutto ai requisiti di interoperabilità fra i sistemi informatici e alla necessità di sviluppare applicazioni che facilitino l’esercizio del diritto.

Infine, le linee guida hanno chiarito le caratteristiche di un elemento importante del nuovo quadro normativo, che aiuterà i titolari o responsabili del trattamento a individuare correttamente l’Autorità competente nei casi in cui il titolare o il responsabile trattino dati personali in più stabilimenti nell’Ue o offrano prodotti o servizi in più Paesi Ue anche a partire da un solo stabilimento. Per evitare controversie e garantire un’attuazione efficace del Regolamento i Garanti Ue hanno chiarito i criteri per la individuazione della “Autorità capofila” che deve fungere da “sportello unico” per i trattamenti transnazionali.

Su ciascuno di questi documenti, disponibili per ora solo in lingua inglese cliccando QUI, il Garante predisporrà delle apposite schede di approfondimento volte a far meglio comprendere e utilizzare i nuovi strumenti introdotti dal Regolamento.

posted by Maria Chiara Meneghetti on dicembre 19, 2016

Miscellanee

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Incitamento all’odio online, i primi risultati a seguito dell’adozione del Codice di condotta.

L’abbattimento di barriere fisiche e geografiche reso possibile dall’utilizzo della Rete ha conferito alle piattaforme di condivisione online (social network) un ruolo centrale nella promozione e nella garanzia della libertà di espressione e di opinione dei propri utenti, con modalità e intensità sconosciute ai media tradizionali. Dall’altro lato, questi nuovi sistemi di condivisione hanno notevolmente amplificato i pericoli legati a una diffusione d’informazione capillare e incontrollata, soprattutto quando l’informazione viene strumentalizzata per canalizzare fenomeni di incitamento all’odio e alla violenza. In particolare negli ultimi tempi, l’utilizzo dei social media da parte di associazioni terroristiche a fini propagandistici ha reso più urgente un’azione coordinata da parte di Istituzioni e privati coinvolti, allo scopo di prevenire e circoscrivere questi fenomeni.

Dalle esigenze di cooperazione tra pubblico e privato nasce il “Codice di Condotta sull’illecito incitamento all’odio online”, frutto della collaborazione tra Commissione europea, Stati membri e grandi aziende informatiche (Facebook, Google –Youtube–, Twitter e Microsoft). A seguito della presentazione del Codice nel maggio 2016, la Commissione ha reso pubblici in questi giorni i primi dati che permettono di valutare i progressi della sua concreta attuazione.

A livello europeo era stata adottata, già nel 2008, una decisione quadro sulla lotta contro talune forme ed espressioni di razzismo e xenofobia mediante il diritto penale (Decisione quadro 2008/913/GAI del Consiglio del 28 novembre 2008), al fine di creare una base giuridica comune per definire i contenuti illeciti (offline e online) e migliorare la cooperazione giudiziaria tra Stati membri in materia. La decisione, secondo la Relazione sulla sua attuazione elaborata nel 2014, risultava essere stata recepita in maniera non integrale o non corretta da diversi Paesi dell’Unione, impegnando la Commissione europea nell’apertura di nuovi dialoghi con gli Stati membri al fine di garantirne la piena e adeguata implementazione.

A seguito degli attentati terroristici di Bruxelles del 2015, il Consiglio straordinario “Giustizia e affari interni” aveva nuovamente sottolineato la necessità di intensificare i lavori in questo campo e di concordare un codice di condotta sull’incitamento all’odio che, affiancandosi ai sistemi giuridici nazionali sanzionatori delle condotte illecite, avrebbe coinvolto in prima linea gli operatori privati.

Il Codice di Condotta, presentato il 31 maggio 2016 dalla Commissione europea e dalle principali piattaforme di condivisione online, rappresenta una dichiarazione di pubblico impegno, da parte degli operatori nel mercato di Internet che lo hanno sottoscritto, nella lotta alla diffusione della propaganda terroristica sulla Rete. In particolare, il Codice prevede l’adozione in ciascuna azienda di procedure organizzative interne e l’adeguata formazione del personale in modo che sia possibile esaminare entro 24 ore la maggior parte delle richieste giustificate di rimozione di contenuti che incitano all’odio e, se del caso, cancellare tali contenuti o renderli inaccessibili. Inoltre, per incoraggiare il pensiero critico e promuovere il dibattito democratico, le Internet companies e la Commissione europea si impegnano nel “proseguire l’opera di elaborazione e promozione di narrazioni alternative indipendenti, di nuove idee e iniziative e di sostegno di programmi educativi”.

Dalle valutazioni elaborate da dodici ONG stabilite in nove diversi Stati membri, a seguito del primo periodo di applicazione del Codice, è emerso che di 600 segnalazioni riguardanti presunti illeciti di incitamento all’odio online, il 28% ha portato alla rimozione del contenuto denunciato. Tuttavia, solo il 40% delle segnalazioni, e non la maggioranza come prevede il Codice, sono al momento visionate nell’arco di 24 ore. Un secondo monitoraggio per valutare i progressi compiuti è previsto nel 2017.

Nel frattempo all’ “EU Internet Forum” dell’8 dicembre, che riunisce intorno a un unico tavolo i Ministri degli interni dell’Unione europea, i rappresentanti delle grandi Internet companies, l’Europol, il Coordinatore antiterrorismo europeo e il Parlamento europeo, sono stati discussi i risultati già raggiunti e i prossimi passi da intraprendere. Tra le iniziative di coordinamento per la lotta contro il terrorismo online, i Big di Internet hanno lanciato il “Civil Society Empowerment Programme”, che, sostenuto da un finanziamento iniziale di 10 milioni da parte della Commissione, aiuterà la società civile nella creazione di narrazioni alternative indipendenti. Il Forum è stato inoltre l’occasione per presentare un nuovo progetto che permetterà di creare un unico database di contenuti a rischio. Immagini o video ritenuti violenti e potenzialmente favorevoli alla diffusione del terrorismo verrebbero “taggati” attraverso un codice identificativo univoco (hash) e schedati nel database. La condivisione del database consentirebbe non solo di eliminare il contenuto originale ma di bloccare ogni eventuale caricamento di copie dello stesso, su una qualsiasi delle piattaforme social coinvolte, impedendone la circolazione.

posted by admin on novembre 21, 2016

Miscellanee

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Nei casi di sospetta diffamazione i provvedimenti cautelari di sequestro sono inammissibili tanto per i giornali stampati quanto per i loro corrispettivi online, lo stabilisce la Cassazione.

Pronunciandosi su istanza del Procuratore generale in tema di diffamazione a mezzo stampa e di tutela costituzionale, le Sezioni Unite della Corte di Cassazione hanno enunciato con la sentenza n. 23469 del 18.11.2016 il seguente principio di diritto:

La tutela costituzionale assicurata dal terzo comma dell’art. 21 Cost. alla stampa si applica al giornale o al periodico pubblicato, in via esclusiva o meno, con mezzo telematico, quando possieda i medesimi tratti caratterizzanti del giornale o periodico tradizionale su supporto cartaceo e quindi sia caratterizzato da una testata, diffuso o aggiornato con regolarità, organizzato in una struttura con un direttore responsabile, una redazione ed un editore registrato presso il registro degli operatori della comunicazione, finalizzata all’attività professionale di informazione diretta al pubblico, cioè di raccolta, commento e divulgazione di notizie di attualità e di informazioni da parte di soggetti professionalmente qualificati. Pertanto, nel caso in cui sia dedotto il contenuto diffamatorio di notizie ivi pubblicate, il giornale pubblicato, in via esclusiva o meno, con mezzo telematico non può essere oggetto, in tutto o in parte, di provvedimento cautelare preventivo o inibitorio, di contenuto equivalente al sequestro o che ne impedisca o limiti la diffusione, ferma restando la tutela eventualmente concorrente prevista in tema di protezione dei dati personali.

La Corte ha sottolineato che l’art. 21, comma 3, Cost., dispone che il sequestro della stampa generalmente intesa – cioè, senza specificazioni, sia essa periodica o comune – può essere disposto, con atto motivato dell’autorità giudiziaria, soltanto nel caso di delitti per i quali la legge sulla stampa espressamente lo autorizzi o nel caso di stampa clandestina.

Al riguardo viene citata la decisione della Corte costituzionale del 24 giugno 1970, n. 122 che sancì il divieto di sequestro della stampa (con eccezione dei casi previsti dalla legge sulla stampa stessa) per la prevalenza della libertà di stampa – a causa dell’importanza del suo ruolo in una società democratica – su ogni altro interesse meramente individuale.

La Cassazione  ha riaffermato tale principio in relazione al giornale telematico nel caso di contenuti sospettati di essere diffamatori e cioè lesivi della reputazione e dell’onore. Infatti, il solo diritto alla reputazione e all’onore, benché fondamentale, deve intendersi recessivo dinanzi alla tutela della libertà di stampa, anche nella fase cautelare finalizzata all’adozione di misure urgenti (v. Corte cost. 122/70, cit.).

Le misure cautelari proibite dalla lettera del comma terzo dell’art. 21 Cost. sono tutte quelle che impedirebbero la diffusione del materiale già pronto alla circolazione. Pertanto, secondo la Corte, nel caso dei giornali online non sono ammissibili quale oggetto di provvedimento cautelare tutte le misure che tendano ad impedire la persistenza nella Rete o l’ulteriore circolazione o diffusione dell’articolo – o equipollente –ritenuto diffamatorio o, se da esse inscindibile, dell’intera pagina o dell’edizione o, in casi estremi, della testata; misure tra cui devono comprendersi anche quelle indicate come deindicizzazione o altre di analogo effetto.

L’eventuale oscuramento e risarcimento dovrà quindi essere individuato dal giudice, che terrà conto della particolare diffusività degli strumenti adoperati, nel momento del riconoscimento dell’effettiva violazione del diritto individuale all’onore od alla reputazione con pronuncia almeno esecutiva, che potrà eventualmente ribaltare la valutazione di prevalenza tra i due diritti fondamentali.

La Corte sottolinea infine che la pronuncia non riguarda violazioni diverse dalla diffamazione, come quelle in materia di protezione dei dati personali.

Il testo della sentenza è disponibile QUI.

posted by admin on novembre 2, 2016

Miscellanee

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LepidaTV intervista la Prof. Giusella Finocchiaro sui principali temi dell’Agenda Digitale. Diritto all’oblio, identità digitale, bilanciamento dei diritti: una sintetica analisi che illustra lo sviluppo della giurisprudenza in materia.

posted by admin on ottobre 18, 2016

Miscellanee

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Vanity FairPresentiamo un estratto all’intervista di Vanity Fair a Giusella Finocchiaro. La Professoressa è stata invitata a chiarire alcuni aspetti giuridici che sottendono ad alcuni fatti di cronaca legati al tema della privacy online.

I social permettono di scegliere il grado di visibilità dei post, per gli usi come quello del video circolato illegalmente serve il giudice. Spiega come Giusella Finocchiaro, avvocato e prima in Italia a insegnare diritto di internet.

Due casi nelle cronache in appena 24 ore. Il suicidio di una 31enne un cui video hard girava da oltre un anno illecitamente sul web e la vicenda di una 17enne le cui amiche hanno girato e postato un video mentre la ragazza veniva stuprata in una discoteca. Due casi che portano a chiedersi quasi siano i limiti della privacy su internet. Il garante Antonello Soro ha parlato di «gogna cui la rete rischia di esporci in mancanza di una adeguata consapevolezza, da parte degli utenti, della natura di spazio non circoscritto e degli effetti lesivi che può avere una comunicazione violenta o la ferocia nella irrisione degli altri»

Non ha parlato di mancanza di leggi, ma della necessità di «procedure di risposta più tempestive da parte delle diverse piattaforme» e di un altro bisogno fondamentale: «far crescere il rispetto delle persone in rete». L’investimento in educazione digitale è fondamentale anche secondo Giusella Finocchiaro, avvocato e docente a Bologna di diritto privato e diritto di internet, prima cattedra in Italia in questa materia. Perché le leggi ci sono e la via seguita da Tiziana Cantone è quella corretta, ma i tempi restano lunghi e e non tutti ancora sanno come proteggersi.

L’articolo continua su Vanity Fair.it.

posted by admin on ottobre 12, 2016

Miscellanee, Professione forense

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L’undici ottobre 2016 sono state pubblicate in Gazzetta Ufficiale le nuove condizioni essenziali e i massimali minimi delle polizze assicurative a copertura della responsabilità civile e degli infortuni derivanti dall’esercizio della professione di avvocato stabilite dal Decreto del ministero della Giustizia del 22 settembre 2016. Saranno operative tra un anno.

L’assicurazione dovrà coprire la responsabilità civile dell’avvocato per tutti i danni – patrimoniale, non patrimoniale, indiretto, permanente, temporaneo, futuro - che dovesse colposamente causare a terzi nello svolgimento dell’attività professionale.

Allo stesso modo dovrà essere coperta la colpa grave del legale e la responsabilità per i pregiudizi causati, oltre ai clienti, anche a terzi, esclusi i collaboratori ed i familiari dell’assicurato, nonché la responsabilità civile derivante da fatti colposi o dolosi di collaboratori, praticanti, dipendenti, sostituti processuali.

Il decreto ha stabilito che per “attività professionale” deve intendersi l’attività di rappresentanza e difesa, gli atti ad essa relativi, la consulenza od assistenza stragiudiziali, la redazione di pareri o contratti e l’assistenza del cliente nello svolgimento delle attività di mediazione o di negoziazione assistita.

La polizza dovrà includere anche la previsione di una retroattività illimitata e un’ultrattività almeno decennale per gli avvocati che cessano l’attività nel periodo di vigenza dell’assicurazione.

I massimali della copertura assicurativa si differenziano per fascia di rischio partendo da 350mila euro e salendo in base al fatturato. In particolare, si segnala la suddivisione in 6 categorie di fasce di rischio (dalla A alla F), suddivise in base alla tipologia di attività (libero professionista, studio associato, società tra professionisti) e in base al fatturato riferito all’ultimo esercizio.

Il Decreto del 22 settembre entrerà in vigore il 12 ottobre 2017, decorso, ossia, un anno dalla relativa pubblicazione in Gazzetta.

Entro tale data, le eventuali polizze stipulate in epoca antecedente dovranno essere adeguate alle nuove disposizioni.

posted by admin on settembre 13, 2016

Miscellanee

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Sono state pubblicate oggi in Gazzetta ufficiale le modifiche ed integrazioni al Codice dell’amministrazione digitale, di cui al decreto legislativo 7 marzo 2005, n. 82, ai sensi dell’articolo 1 della legge 7 agosto 2015, n. 124, in materia di riorganizzazione delle amministrazioni pubbliche. (16G00192) (GU Serie Generale n.214 del 13-9-2016)

Il provvedimento entrerà in vigore il 14 settembre 2016. Il testo del decreto è disponibile QUI.

Per un approfondimento sull’impatto delle modifiche del nuovo CAD in materia di documento informatico e firma digitale si rimanda al recente articolo di Giusella Finocchiaro.


posted by admin on agosto 22, 2016

Miscellanee

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Il 10 agosto il Consiglio dei ministri ha dato il via libera alle modifiche del Codice dell’Amministrazione Digitale: concesso più tempo agli enti locali per l’abbandono della carta e l’obbligo di produrre i propri documenti soltanto in formato digitale.

Su proposta del Ministro per la semplificazione e la pubblica amministrazione, il Consiglio dei Ministri ha approvato, in esame definitivo, il decreto legislativo recante norme di attuazione dell’articolo 1 della legge 7 agosto 2015, n. 124, recante modifica e integrazione del codice dell’amministrazione digitale (CAD) di cui al decreto legislativo 7 marzo 2005, n. 82.

Prorogata di 4 mesi la scadenza, inizialmente fissata al 12 agosto, che obbligava le PA ad adeguare i propri sistemi di gestione informatica dei documenti ed essere in grado di produrre in formato digitale tutti gli originali dei documenti amministrativi informatici (Dpcm del 13 novembre 2014).

La riforma del CAD comprenderà disposizioni sul domicilio digitale della persona fisica e la sede legale delle imprese, mantenendo lo SPID quale strumento privilegiato di accesso in rete ai servizi delle pubbliche amministrazioni. Sarà compito delle PA provvedere a garantire l’accesso digitale ai propri servizi tramite il “pin unico” entro dicembre 2017. Per una maggiore trasparenza le amministrazioni saranno obbligate a inserire nei propri siti Internet informazioni esaustive per ciò che concerne appalti, tempi medi di attesa nella sanità, tempestività dei pagamenti nei confronti delle imprese creditrici, risultati di valutazione e piani per la prevenzione della corruzione.

Per un approfondimento sull’impatto delle modifiche del nuovo CAD in materia di documento informatico e firma digitale si rimanda al recente articolo di Giusella Finocchiaro.

posted by admin on luglio 22, 2016

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L’Antitrust ha espresso parere favorevole sulla proposta di legge presentata alla Camera lo scorso 2 maggio e volta a disciplinare la cosiddetta sharing economy con un approccio trasversale ai diversi settori professionali.

Intervenendo in audizione presso le Commissioni Trasporti e Attività produttive di Montecitorio, il Presidente dell’Autorità garante della Concorrenza e del Mercato, Giovanni Pitruzzella si è espresso a favore della proposta di regolamentazione sulla sharing economy: “è opportuno disciplinare l’attività delle piattaforme che consentono di gestire rapporti sia profit sia non profit, per scambi di casa, affitti privati, taxi privati, car sharing, banche del tempo e quant’altro”.

Citando le previsioni economiche secondo cui nei prossimi 10 anni si assisterà ad un aumento degli introiti derivati dalla condivisione di beni e servizi dagli attuali 13 a 300 miliardi, il Presidente dell’Antitrust ha dichiarato di aver apprezzato “l’iniziativa di una consultazione pubblica, attraverso un sito dedicato, idonea a coinvolgere il più ampio numero possibile di competenze”. Pitruzzella evidenzia l’importanza di “prevenire o evitare conflitti tra piattaforme come Uber e Airbnb, da una parte, e i tassisti e gli albergatori dall’altra”, insistendo anche sulla “opportunità di una regolazione leggera che protegga il processo di innovazione e mantenga il mercato aperto per i potenziali innovatori, scongiurando il rischio di regolazioni coercitive, inadeguate e quindi potenzialmente controproducenti”.

L’Italia sarebbe il primo paese a regolarizzare questo settore economico in forte espansione, che conta fra i suoi servizi gli ormai famigerati Uber (ora vietato nel nostro Paese) e AirBnB.

Il testo è frutto di un lavoro di un anno e mezzo svolto da un gruppo di parlamentari dell’Intergruppo Parlamentare per l’Innovazione Tecnologica.