Direttore Scientifico: Prof.ssa Avv. Giusella Finocchiaro
Curatrice Editoriale: Dott. Giulia Giapponesi

posted by admin on gennaio 10, 2013

Web 2.0

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Un recente caso in Inghilterra riapre il dibattito sulle limitazioni all’accesso a Internet per i carcerati.

In seguito ad un’inchiesta, del quotidiano Yorkshire Evening, cinque detenuti del penitenziario di massima sicurezza di Wakfield, nel nord dell’Inghilterra, sono stati accusati di possedere un profilo personale su Facebook.

Il quotidiano sulla base del Freedom Information Act 2000, l’atto che regolamenta il trattamento dell’informazione delle pubbliche autorità, ha spinto il NOMS (National Offender Management Services) a verificare le identità dei detenuti e ottenere la chiusura dei profili ritenuti illegali.

L’episodio ha sollevato un dibattito sulle restrizioni che oggi sono da ritenersi sufficienti per la sicurezza della comunità. La responsabilità per le attività online collegate ad un profilo non è di facile attribuzione, considerato che chiunque può agire sotto l’identità virtuale di un account di un social network.

Se è vero che l’accesso ad internet può essere una minaccia per la comunità e per le vittime dei condannati della “casa dei mostri” (così è chiamato il carcere di Wakfield), è altrettanto vero che il profilo virtuale non implica una relazione diretta con la persona fisica: risulta infatti dall’inchiesta che alcuni detenuti gestissero il proprio account di Facebook attraverso l’attività di parenti e amici. Il portavoce agli addetti alla sicurezza ha ribadito che “i detenuti non hanno accesso a internet”, ma rimane ancora da sciogliere il nodo delle limitazioni d’accesso alla rete per le persone in stato di reclusione.

Intanto, la sicurezza della prigione di Wakfield viene garantita dal portavoce che assicura il divieto d’accesso anche per i prigionieri in attesa di una sentenza.

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posted by admin on marzo 5, 2012

PA telematica, Web 2.0

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Si è recentemente tenuto il primo incontro del Comitato Scientifico Agenda Digitale di Bologna, un nuovo organo formato da professori universitari, imprenditori ed esperti di comunicazione web. Tra i membri del Comitato anche la Prof. Avv. Giusella Finocchiaro.

L’Agenda Digitale è volta a stabilire nuove strategie, obiettivi e azioni della Giunta comunale in tema di e-democracy e innovazione tecnologica per il mandato 2011-2016 allo scopo di sfruttare al meglio il potenziale delle Tecnologie dell’Informazione e della Comunicazione.

L’obbiettivo dichiarato è quello di “un coinvolgimento maggiore della cittadinanza, della società civile e del tessuto produttivo attraverso l’uso della tecnologia, collegando stili di vita e consumo, bisogni e aspirazioni di residenti, city user e turisti”.

La Giunta comunale, attraverso questo progetto coordinato dall’assessore con delega alla Comunicazione, Matteo Lepore, ha dato il via ad un percorso partecipato, sia online sia offline, attraverso il quale i cittadini e gli stakeholders possono contribuire con proposte e idee per un miglioramento della vita cittadina attraverso l’utilizzo delle nuove tecnologie.  L’esito del percorso aperto contribuirà a definire le azioni dell’Amministrazione comunale ed arricchire la progettualità del Piano Strategico Metropolitano Bologna 2021, anche al fine di promuovere la qualità della vita della comunità bolognese nell’ottica di una “smart city” sostenibile e solidale.

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bandiera_cubaNuove attribuzioni di responsabilità dei social network sui contenuti postati dagli utenti. Questa volta la polemica giunge da Cuba a seguito della diffusione su Twitter di una notizia falsa che riportava la morte del lider maximo Fidel Castro.

Il portale web filogovernativo Cubadebate ha pubblicato un articolo di protesta contro Twitter accusando il social network di avere facilitato la diffusione della “bufala” posizionando l’hashtag “#FidelCastro” al primo post nella lista degli argomenti più “twittati” del momento.

L’articolo riporta anche che il messaggio sulla morte del lider è stato originariamente postato sull’account di un utente chiamato “@naroh” che, attraverso la creazione di una moltitudine di account secondari, ha inondato la sfera di twitter con migliaia di messaggi che simultaneamente riportavano la falsa notizia.

L’account apparterrebbe a un utente spagnolo, David Fernandez, che però ha dichiarato di essere stato vittima di un attacco tramite botnet al suo profilo di Twitter. Tale ipotesi è sostenuta anche dal magazine cubano, che infatti sottolinea come, curiosamente, i messaggi diffusi attraverso l’account @naroh sarebbero stati postati tramite un server italiano.

Secondo Cubadebate, l’attacco botnet è stato inscenato da “controrivoluzionari necrofili” e la notizia della morte di Fidel sarebbe stata amplificata volontariamente da Twitter attraverso la manipolazione della classifica degli hashtag più popolari.

A sostegno di questa tesi, l’articolo riporta un precdente.  Sembra infatti che, in occasione di un convegno sui social network recentemente tenutosi a L’Avana, una gran quantità di utenti di Twitter abbiano postato messaggi di sostegno a Cuba contraddistinti dal tag “#derechosdecuba”. Tuttavia, sebbene alcune statistiche web indicassero il topic come uno dei più attivi, Twitter non ha mai riportato tale hashtag nelle sue liste degli argomenti più “twittati”.

Un portavoce di Twitter, Jodi Olson, ha dichiarato che la compagnia non ha intenzione di commentare le critiche provenienti dal Governo cubano, ma ha aggiunto che, com’è noto, il social network non interviene sui contenuti.

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I direttori delle testate online non sono responsabili per il contenuto diffamatorio dei commenti pubblicati dai lettori.

Questo quanto stabilito dalla Corte di Cassazione, recentemente chiamata a pronunciarsi sulla legittimità della condanna emessa dalla Corte di Appello di Bologna nei confronti dell’ex direttore della versione web dell’Espresso, Daniela Hamaui.

I giudici di secondo grado avevano emesso la condanna in considerazione di quanto prescritto dall‘art. 57 c.p. sui reati commessi  col mezzo della stampa periodica, che punisce il direttore o il vice-direttore che “omette di esercitare sul contenuto del periodico da lui diretto il controllo necessario ad impedire che col mezzo dalla pubblicazione siano commessi reati”.

Tuttavia, i giudici di merito della Corte di Appello di Bologna, consapevoli delle peculiarità delle edizioni online, avevano addebitato alla direttrice dell’Espresso non l’omesso controllo delle pubblicazioni ma l’omessa rimozione del commento diffamatorio.

Il difensore di Daniela Hamaui ha quindi sostenuto davanti alla Corte di Cassazione che la sentenza di secondo grado aveva operato uno stravolgimento della norma, la quale punisce il mancato impedimento della pubblicazione, e non l’omissione di controllo successivo.

Con sentenza numero 44126 della Quinta sezione penale, la Cassazione ha accolto il ricorso della difesa constatando la diversità strutturale tra stampa cartacea ed elettronica e sottolineando l’impossibilità per il direttore della testata di impedire la pubblicazione di commenti diffamatori che rende evidente che “la norma contenuta nell’art. 57 del c.p. non è stata pensata per queste situazioni, perchè costringerebbero il direttore ad una attività impossibile, ovvero lo punirebbe automaticamente ed oggettivamente, senza dargli la possibilità di tenere una condotta lecita».

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posted by Giulia Giapponesi on ottobre 14, 2011

Web 2.0, anonimato

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2011tripadvisorFederalberghi, la federazione italiana degli albergatori, ha dato il via ad una protesta formale contro i siti che raccolgono le recensioni anonime degli utenti.

In una recente lettera indirizzata al Ministero del Turismo e al Ministero delle Attività Produttive, il presidente della federazione Bernabò Bocca, ha chiesto l’introduzione di norme su blog e siti, tra cui il diritto di replica, l’obbligo della firma comprensiva di nome e cognome sulle recensioni o, in alternativa la presa di responsabilità da parte del sito.

Il principale bersaglio della protesta della Federazione sarebbe Tripadvisor, il portale di viaggi in cui gli utenti scambiano opinioni su hotel, ristoranti e attrazioni turistiche di tutto il mondo.

Considerato come uno dei servizi “pionieri” del web 2.0, Tripadvisor dal 2000 raccoglie le recensioni degli utenti, in forma anche anonima, senza nessun controllo o censura. Il portale, che oggi raccoglie oltre 40 milioni di visitatori mensili, è di proprietà di Expedia Inc., la compagnia americana di viaggi, colosso delle prenotazioni online, che gestisce popolari siti quali Expedia.com, Hotels.com, Hotwire.com.

È proprio la concomitanza tra l’anonimato e la gestione di Expedia del sito a non convincere il presidente Bocca, secondo il quale l’obbligo per gli utenti di autenticarsi sul portale con nome e cognome, e magari anche con l’aggiunta delle date del soggiorno, sarebbe una garanzia sull’autenticità delle recensioni e fugherebbe il sospetto che le opinioni siano in realtà create ad hoc.

Il comunicato stampa in cui la Federalberghi annuncia la richiesta di adozione di un provvedimento contro le recensioni anonime riporta anche la notizia di una sentenza del Tribunale di Parigi che ha condannato nei giorni scorsi Expedia, TripAdvisor ed Hotels.com a pagare una multa da 430mila Euro per pratiche commerciali sleali e ingannevoli.

Il Tribunale ha così accolto le richieste della Synhorcat (l’associazione francese degli albergatori) che accusava Expedia di aver fornito al pubblico informazioni sbagliate circa la disponibilità di posti in alcuni alberghi a beneficio di altri hotel, partner commerciali del sito stesso. La Synhorcat contestava inoltre il fatto che la partnership tra Expedia e Tripadvisor non fosse in alcun modo esplicitata agli utenti.

La condanna, anche se solo in parte pertinente alla protesta della Federalberghi, è stata annunciata come un importante successo dell’azione che Hotrec (l’organizzazione europea degli alberghi, ristoranti e bar), insieme a Federalberghi e alle altre associazioni nazionali, sta promuovendo in tutti i paesi europei per contrastare le pratiche commerciali scorrette.

Sembra tuttavia che non tutte le associazioni nazionali siano unite nella lotta contro le recensioni anonime di Tripadvisor. Confindustria Alberghi e Confindustria AICA (Associazione Italiana Compagnie Alberghiere) hanno recentemente inaugurato una collaborazione continuativa con TripAdvisor for Business orientata a superare le criticità e ad individuare le principali aree di miglioramento delle funzionalità di TripAdvisor dedicate alle aziende del settore ricettivo.

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posted by admin on settembre 8, 2011

Computer Crimes, Web 2.0

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Giunge dal Messico la notizia di una possibile condanna per terrorismo a due utenti di Twitter, colpevoli di aver procurato un allarme che ha destabilizzato un’intera comunità.

I due utenti messicani, un professsore di liceo ed una annunciatrice radiofonica, hanno pubblicato il mese scorso una serie di messaggi che informavano di una sparatoria in corso nelle vicinanze di una scuola elementare di Veracruz.

Le notizie, rilevatesi successivamente false, si sono succedute culminando con la segnalazione del rapimento di alcuni bambini da parte di uomini armati.

“Hanno preso cinque bambini, era un gruppo armato” ha scritto sul proprio account di twitter Gilberto Martinez, mentre Maria de Jesus Bravo confermava la notizia replicando l’annuncio sul proprio profilo.

L’allarme si è subito diffuso e i parenti degli studenti si sono precipitati nei pressi della scuola, paralizzando il traffico e causando diversi incidenti automobilistici.

Gli accusati, oramai noti alla stampa internazionale come i “terroristi di twitter”, si sondo difesi sostenendo di avere solo ripetuto ciò che era già stato scritto su altri siti internet, e diffondendo perciò informazioni provenienti da altre fonti. Di fronte alla minaccia a 30 anni di reclusione ed alle accuse di terrorismo, la difesa dei due utenti di twitter si è poi appellata al United Nations International Covenant on Civil and Political Rights.

Il quotidiano anglosassone the Guardian ha osservato che, qualunque sia l’esito di questa vicenda, si tratta del caso più serio mai registrato di incitamento al caos ed alla violenza attraverso un social network.

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posted by admin on maggio 24, 2011

Web 2.0

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imagesSta aumentando la portata delle proteste contro la decisione di Sky Italia di escludere dal suo pacchetto satellitare Current TV, il canale-sito web fondato da Al Gore nel 2005, noto per ospitare contenuti-video d’informazione alternativa creati dai telespettatori.

La campagna di reclamo è stata lanciata sul sito di Current attraverso una pagina che esorta tutti i sostenitori ad inviare una mail all’amministratore delegato di Sky Italia Tom Mockridge per chiedere la revoca della decisione di chiudere il canale. Nel giro di qualche giorno la protesta si è diffusa su Facebook, Twitter e su molti magazine online e cartacei, coinvolgendo un numero crescente di persone preoccupate per la motivazione ideologica che potrebbe sottendere alla decisione di Sky.

Secondo i vertici di Current TV, infatti, il mancato rinnovo del contratto è da imputare a motivazioni di carattere politico. La missione di Current sarebbe in opposizione all’agenda ideologica della News Corporation, la multinazionale proprietaria di Sky, che prevede la ricerca di potere politico in tutte le nazioni in cui opera. Questo quanto sostenuto da Al Gore in una recente intervista al The Guardian, nella quale l’ex candidato alle presidenziali USA ha acccusato Rupert Murdoch, proprietario della News Corp, di aver abusato del suo potere. Secondo Gore la motivazione dietro la decisione di chiudere Current TV va individuata nel recente ingaggio di Keith Olbermann, un giornalista americano che ha sempre aspramente criticato l’operato della News Corp, chiamato a condurre un nuovo programma del canale.

Più specificatamente sul caso italiano, Gore ha sostenuto che la posizione di Current TV spesso critica nei confronti del governo e del premier Berlusconi (Current ha trasmesso il discusso documentario “Citizen Berlusconi” sull’accentramento del potere mediatico in Italia) si scontrerebbe con i piani di Murdoch, determinato ad ingraziarsi i favori del governo nella trattativa sugli spazi del digitale terrestre.

Queste tesi sono state portate dall’ex candidato alle presidenziali USA anche sugli schermi italiani, in una puntata della trasmissione “Annozero“, condotta da Michele Santoro. Il noto conduttore l’anno scorso era stato a sua volta ospitato su Current TV in occasione di “Rai per una notte”, l’evento di protesta contro la sospensione dalla Rai di “Annozero”. Secondo i dirigenti di Current la collaborazione con Santoro, nemico del premier italiano, aggiunge un ulteriore tassello alla tesi della chiusura di Current come “omaggio” a Silvio Berlusconi.

In risposta alle accuse, Sky ha dichiarato che le uniche motivazioni dietro alla decisione sono di carattere economico. La piattaforma satellitare ha reso noto che il contratto stipulato con Current nel 2008, quando è stata inserita nel pacchetto Sky, prevedeva un rinnovo automatico qualora il canale avesse raggiunto l’obiettivo di 4500 telespettatori medi giornalieri, un obiettivo mai raggiunto. La decisione, dunque, sarebbe stata presa in considerazione del fatto che oltre al mancato raggiungimento della quota, nel primo trimestre del 2011 Current Tv ha avuto un calo di share del 20% rispetto al 2010.

Secondo Current tuttavia gli ascolti sono in aumento. Il dato del 2010 sarebbe infatti stato falsato proprio da “Rai per una notte”. La portata dell’evento mediatico avrebbe portato uno picco di ascolti anomalo per Current,  falsando così il dato aggregato degli ascolti del primo trimestre 2010, rispetto al quale si registra una diminuzione nel 2011. Se si esclude l’anomalia, però, i dati di share sarebbero in aumento.

Ad ogni modo, in seguito alle prime proteste pare che Sky abbia fatto una proposta di rinnovo a Current, ma che questa non sia stata accolta. La piattaforma satellitare avrebbe infatti proposto al canale un compenso del 70% in meno rispetto al contratto precedente. Sky tuttavia sostiene che Current avrebbe chiesto invece il doppio rispetto all’accordo stipulato tre anni prima.

La diatriba tra Current e Sky sembra per ora essersi trasformata in una guerra di dati – misurati con parametri diversi – e proposte economiche non del tutto trasparenti. I commentatori della rete si dividono fra quanti credono alle motivazioni ideologiche e quanti trovano fantasiosa la tesi di un alleanza fra i due rivali Rupert Murdoch e Silvio Berlusconi. Il caso, sollevato da Current TV, ha nuovamente rivolto l’attenzione internazionale verso la situazione mediatica italiana.

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home_facebookRisale alla scorsa settimana la notizia dell’ultimo colpo di Facebook contro uno dei suoi principali competitor di Silicon Valley, il colosso Google.

Pare che il più famoso social network abbia assoldato una nota agenzia di pubbliche relazioni, la Burson-Marsteller, per diffondere sulla stampa notizie su presunte violazioni della privacy di Google. Negli ultimi mesi infatti molte agenzie di stampa americane hanno ricevuto da parte della Burson-Marsteller pressioni per la pubblicazione di articoli anti-Google che denunciassero la gestione della privacy di Social Circle, una nuova funzione di Gmail che  includerebbe tra i risultati delle ricerche contenuti provenienti da Facebook e Twitter.

Il quotidano The Daily Beast ha quindi compiuto una piccola indagine ed ha scoperto che l’agenzia di pubbliche relazione era stata reclutata segretamente da Facebook per sensibilizzare la pubblica opinione su quello che il social network ritiene essere uno sfruttamento illecito delli propri contenuti.

Interpellato a riguardo, un portavoce di Facebook ha confermato il ruolo dell’azienda nella vicenda, precisando che l’intento della campagna non era solo quello di difendere gli interessi aziendali, ma anche portare alla luce le preoccupanti attività di Google dal punto di vista della privacy degli utenti.

A questo riguardo tuttavia c’è chi ha espresso perplessità, infatti, se la strategia anti-Google portasse ad un intervento più severo del legislatore in tema di privacy, anche Facebook potrebbe risentirne.

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Il recente licenziamento della dipendente inglese che sarebbe stata allontanata dal lavoro per essersi lamentata, attraverso il proprio profilo Facebook, del proprio stipendio, torna a far riflettere sul tema dell’utilizzo delle risorse tecnologiche da parte dei lavoratori. Si fa riferimento a Facebook solo come modello – il più noto e diffuso – di social network.

1) È vietato usare Facebook nel posto di lavoro?

Non sempre, dipende: è una scelta del datore di lavoro.

2) Come si fa a conoscere qual è la scelta?

Occorre leggere la policy o le linee guida (i nomi possono essere molto vari) emanate dal datore di lavoro, anche ai sensi delle Linee Guida del Garante (Linee Guida per posta elettronica e Internet).

3) Se non esistono policy?

Naturalmente la scelta può essere ricavata altrimenti, anche dal contratto, per esempio. In questo caso, si ritiene che gli strumenti di lavoro siano affidati dal datore di lavoro al lavoratore per lo svolgimento dell’attività lavorativa.

4) Le policy possono prevedere un utilizzo di Facebook per fini personali?

In generale, sì. Le scelte dei datori di lavoro possono essere molto diverse, anche di tolleranza.

5) Se il datore di lavoro è una pubblica amministrazione?

In questo caso, la questione è più delicata. Si ricorda che il codice penale punisce il reato di peculato c.d. “d’uso”.

6) Il lavoratore è vincolato nell’esprimersi su Facebook se fa riferimento al suo lavoro o al datore di lavoro?

È vincolato da norme di natura generale, che si applicano a Facebook come a qualunque altro contesto. Si tratta, solo per fare qualche esempio, degli obblighi di fedeltà, correttezza, non concorrenza, tutela dei dati personali, oltre che di rispetto dell’onore e della reputazione altrui.

7) Il datore di lavoro può utilizzare le informazioni che trova su Facebook?

Se ne viene lecitamente a conoscenza, mediante la particolare catena di consensi che caratterizza Facebook, sì.

8) Le informazioni inserite su Facebook sono da considerarsi “private”?

Dipende da cosa si intende per “privato”. Le informazioni pubblicate su Facebook sono visibili a soggetti autorizzati, direttamente o indirettamente (amici, amici degli amici) e quindi, potenzialmente, anche da molti soggetti.

9) Le informazioni inserite su Facebook possono essere utilizzate solo per certe finalità (personali) e non per altre (lavorative)?

Solo se questa limitazione è espressamente dichiarata. Al momento, non risulta.

10) Occorre una legge ad hoc?

La Germania si è orientata in questo senso. Resto contraria ad una legge per ogni innovazione tecnologica. Ci vuole più consapevolezza.

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screen-shot-2010-03-19-at-124716-pmNegli Stati Uniti si torna a parlare del caso The Fly on The Wall e della cosiddetta “hot news doctrine“, il principio che sancisce che la copertura di una notizia sia riservata in esclusiva, per un periodo di tempo limitato, al giornale che per primo la pubblica.

Il caso, che abbiamo trattato qui, si era concluso con un’ingiunzione del giudice distrettuale in cui si vietava al sito di notizie finanziarie The Fly on the Wall di pubblicare prima delle dieci del mattino i rapporti sul mercato borsistico emessi dalle banche. Il giudice aveva così accolto l’istanza di Bank of America, Barclays e Morgan Stanley che accusavano The Fly di pubblicare indebitamente informazioni di loro proprietà in tempo reale, entrando così in concorrenza con le banche sul mercato delle soffiate finanziarie.

The Fly on the wall, annunciando il ricorso in appello, aveva chiesto il sostegno di tutta la stampa finanziaria: il principio della hot news doctrine, infatti, avrebbe potuto avere ripercussioni su tutti i giornali abituati a pubblicare notizie da fonti non originali. In particolare i quotidiani che trattano notizie borsistiche, per le quali la temperstività è cruciale.

Tuttavia, le possibili conseguenze dell’affermarsi della hot news doctrine hanno una portata molto più grande del solo settore giornalistico ed economico. Su Internet, dove regna la ripubblicazione immediata ed esponenziale di qualsiasi notizia, l’applicazione di questa regola è infatti impensabile.

Per questa ragione Google e Twitter sono intervenute nel ricorso in appello di The Fly on the Wall presentando alla Corte un amicus brief a sostegno del sito finanziario. Nel documento le due compagnie definiscono la hot news doctrine come “obsoleta” , sottolineando come sia impossibile definire un periodo di tempo di esclusività di una notizia nel mondo della rete.

“Come potrebbe una Corte stabilire un periodo di tempo nel quale ad esempio  i fatti del recente attentato a Times Square non possono essere riportati da altri?” si legge nel documento presentato da Twitter e Google. Sulla rete inoltre, tutti gli utenti possono ripubblicare una notizia, non solo i giornalisti. “E se gli utenti possono pubblicare notizie sui fatti, perché non possono ripubblicare raccomandazioni finanziarie di Barclays e Merrill Lynch?”, si chiede un articolo di Ars Techinca.

Anche l’Electronic Frontier Foundation ha presentato un amicus brief alla Corte che presiederà l’appello di The Fly. on the Wall. Secondo l’EFF la hot news doctrine è in contrasto con i principi del Primo Emendamento dal momento che “un’ingiunzione che si basa sulla hot news doctrine implica chiaramente una restrizione nella pubblicazione di fatti rilevanti”.

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