Direttore Scientifico: Prof.ssa Avv. Giusella Finocchiaro
Curatrice Editoriale: Dott. Giulia Giapponesi

posted by admin on dicembre 14, 2016

Tutela dei consumatori

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cellphone-smartphone-jpgDal 2017 sarà possibile utilizzare il telefono cellulare nei paesi dell’Unione Europea senza costi aggiuntivi di rispetto alle normali tariffe delle propria compagnia.

Quando un viaggiatore usa il cellulare fuori dai propri confini nazionali  la compagnia telefonica del Paese di origine stringe un accordo per l’utilizzo delle reti di telecomunicazione con una compagnia del Paese ospitante. L’accordo ha un prezzo che incide sui costi dell’utente, che si trova a spendere di più per utilizzare normali servizi di chiamata, navigazione online ed SMS. Questo processo è conosciuto come “roaming”.

“Roam like at Home” è lo slogan con cui è stato definito l’obiettivo della Commissione Europea di abbattere i costi del roaming fra i Paesi membri. Un obiettivo perseguito dal 2007 quando la Commissione ha iniziato il processo di riduzione dei costi, conclusosi con l’accordo approvato dal Parlamento Europeo e dal Consiglio nell’Ottobre 2015.

A partire dal 15 giugno 2017 tutti i cittadini dell’Unione Europea potranno dunque utilizzare il proprio telefono all’estero come se fossero a casa. Quindi, nel caso di utilizzo di un pacchetto che prevede un determinato numero di minuti di chiamate, SMS e GB di navigazione mensili, i contatori seguiteranno a scalare il consumo normalmente.

Vista la grande differenza dei costi telefonici tra i Paesi dell’Unione Europea – l’abbonamento mensile più economico in Estonia costa 8 euro, mentre in Ungheria costa 57 euro – è stato valutato che l’abbattimento dei costi di roaming rischia di spingere i cittadini all’acquisto di schede SIM presso i Paesi con le tariffe più convenienti. Per questo d’ora in avanti al momento dell’acquisto di un abbonamento telefonico sarà necessario dimostrare che l’intestatario è residente nello stesso Paese della compagnia telefonica.

Il “Roaming implementing regulation on fair use policy and sustainability mechanism”, il regolamento che elenca tutti gli aspetti del nuovo assetto di telecomunicazione sarà pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea il 17 dicembre ed entrerà in vigore decorsi 20 giorni.

Per maggiori informazioni sul roaming e sul nuovo regolamento si rimanda alla pagina Question & Answers dedicata al tema dalla Commissione Europea

La Commissione Europea aveva adottato la normativa il 12 luglio, lo “scudo” è operativo dal 1 agosto 2016. Adottata anche una “guida per il cittadino” per chiarire come attraverso il Privacy Shield venga tutelato il diritto alla protezione dei dati personali e quali siano gli eventuali rimedi in caso di utilizzo illecito.

Con l’entrata in vigore, le società private possono accreditarsi per il Privacy Shield presso il Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti che verificherà se le policy aziendali sono in linea con lo standard di protezione dei dati richiesto dallo scudo.

QUI sono disponibili una serie di post del nostro blog che illustrano gli aspetti regolatori del Privacy Shield.

Per la guida per il cittadino si rimanda invece a QUESTO LINK.

Ripristinare la fiducia nei trasferimenti transatlantici di dati mediante forti misure di salvaguardia: la Commissione europea presenta lo scudo UE-USA per la privacy.

Il 29 febbraio 2016 la Commissione europea ha pubblicato i testi giuridici che instaurano lo scudo UE-USA per la privacy che comprendono i principi che le imprese sono tenute a rispettare, nonché gli impegni scritti del governo degli Stati Uniti (che saranno pubblicati nel U.S. Federal Register) sull’applicazione dell’accordo, comprese assicurazioni sul rispetto delle garanzie e delle limitazioni in materia di accesso ai dati da parte delle autorità pubbliche.

Una volta adottato, il meccanismo di accertamento dell’adeguatezza della protezione dei dati stabilirà se le garanzie fornite al momento del trasferimento dei dati sono equivalenti alle norme in materia di protezione dei dati nell’UE. Il nuovo quadro rispecchia i requisiti stabiliti dalla Corte europea di giustizia nella sentenza del 6 ottobre 2015. Le autorità statunitensi si sono formalmente impegnate a che lo scudo per la privacy sia rigorosamente rispettato e hanno escluso qualsiasi atto di sorveglianza di massa o indiscriminata da parte delle autorità di sicurezza nazionali in futuro.

I pilastri del Privacy Shield sono:

- Imposizione di obblighi precisi alle società: il nuovo accordo sarà trasparente e comprenderà efficaci meccanismi di vigilanza, fra cui quello di sanzioni o esclusione in caso di inadempienza, al fine di garantire che le società rispettino i loro obblighi. Le nuove regole comprendono anche condizioni più rigorose per i trasferimenti successivi ad altri partner dalle società che partecipano al programma.

- Garanzie chiare e obblighi di trasparenza applicabili all’accesso da parte del governo degli Stati Uniti: per la prima volta, gli Stati Uniti hanno fornito all’UE una garanzia scritta, da parte dell’Ufficio del Direttore dell’intelligence nazionale, che assicura che tutti i diritti di accesso delle autorità pubbliche ai fini della sicurezza nazionale saranno soggetti a precisi limiti, garanzie e meccanismi di controllo, e sarà impedito l’accesso generalizzato ai dati personali. John Kerry, segretario di Stato statunitense, si è impegnato a introdurre una possibilità di ricorso in materia di intelligence nazionale per i cittadini dell’UE tramite un meccanismo basato sulla figura del mediatore all’interno del Dipartimento di Stato, che sarà indipendente dai servizi di sicurezza nazionali. Il Mediatore tratterà i reclami e le richieste di informazioni da parte di singoli cittadini dell’UE e li informerà se le normative in materia sono state rispettate. Tali impegni scritti saranno pubblicati nel U.S. Federal Register.

- Protezione effettiva dei diritti dei cittadini dell’UE con diverse possibilità di ricorso: i reclami devono essere risolti dalle imprese entro 45 giorni. Sarà disponibile una soluzione consistente nella composizione extragiudiziale gratuita delle controversie. I cittadini dell’UE si potranno anche rivolgere alle loro autorità nazionali di protezione dei dati, che collaboreranno con la Commissione federale per il commercio per assicurare che i reclami dei cittadini dell’UE vengano esaminati e risolti. Qualora una controversia non sia stata risolta mediante detti mezzi, si potrà far ricorso, in ultima istanza, ad un meccanismo di arbitrato, la cui decisione sarà esecutiva. Inoltre, le imprese possono impegnarsi a rispettare il parere delle autorità di protezione dei dati dell’UE. Tale disposizione è obbligatoria per le imprese che trattano dati relativi alle risorse umane.

- Meccanismo annuale di riesame congiunto: Il meccanismo consentirà di monitorare il funzionamento del Privacy Shield, compresi gli impegni e le garanzie relative all’accesso ai dati a fini di contrasto della criminalità e finalità di sicurezza nazionale. La Commissione europea e il ministero del Commercio degli Stati Uniti procederanno al riesame, e inviteranno esperti nazionali di intelligence degli Stati Uniti e delle autorità europee di protezione dei dati a parteciparvi. In base al riesame annuale, la Commissione presenterà una relazione al Parlamento europeo e al Consiglio.

Prima che il collegio prenda una decisione finale sarà richiesto un parere dell’Article 29 Working Group, composto da rappresentanti degli Stati membri e le autorità europee per la protezione dei dati. Nel frattempo, la parte statunitense provvederà ai necessari preparativi per porre in atto il nuovo quadro, i meccanismi di monitoraggio e il nuovo meccanismo di mediazione.

In seguito all’adozione del Judicial Redress Act da parte del Congresso degli Stati Uniti, firmato dal presidente Obama il 24 febbraio, la Commissione proporrà a breve la firma dell’accordo quadro. La decisione di conclusione dell’accordo dovrebbe essere adottata dal Consiglio dopo aver ottenuto l’approvazione del Parlamento europeo.

Google respinge le obiezioni della Commissione europea sull’abuso di posizione dominante nel mercato delle ricerche di shopping online.

Nell’aprile 2015 con una “comunicazione di obiezioni” la Commissione europea aveva ufficializzato l’avvio di una procedura antitrust nei confronti di Google. La procedura era stata richiesta da alcuni portali specializzati nella comparazione dei prezzi online, che lamentavano una concorrenza sleale da parte della funzionalità Google Shopping, che suggerisce  fra i primi risultati delle ricerche un servizio di confronto sui prezzi di beni in vendita online.

Google ha respinto con fermezza le accuse sostenendo invece che, lungi dall’essere anticompetitivo, il servizio offre ai consumatori europei una più ampia varietà di scelta e sostiene la concorrenza dei venditori, permettendo alle piccole e medie imprese di comparire accanto ai grandi seller internazionali. La sua difesa si basa su tre tesi fondamentali.

La prima riguarda alcuni dati. Google ha fatto sapere che la quantità di traffico che il motore di ricerca ha diretto ai maggiori siti di comparazione di prezzi non è affatto diminuita, ma è aumentata del 227% negli ultimi dieci anni. A questo Fatto Mountain View aggiunge che le dozzine di nuovi operatori nel settore del confronto prezzi che sono recentemente entrate nel mercato sono indice di una competitività in salute.

La seconda motivazione si basa su un’osservazione giuridica. Il colosso californiano nega di avere per legge la responsabilità di dirigere il traffico verso i suoi competitor: la similitudine con le politiche di unbundling, obbligatorie per operatori come i fornitori di elettricità o di gas, non è appropriata per il suo ruolo dal momento che gli utenti possono scegliere il motore di ricerca che preferiscono e ci sono tanti modi differenti di accedere ai contenuti del web.

La terza argomentazione è relativa ad un aspetto economico. Google ritiene che la Commissione Europea non abbia tenuto in giusta considerazione il dinamismo del mercato della compravendita online in particolare nei ruguardi di grandi motori di ricerca di beni da comprare, come Amazon o eBay, o delle nuove funzionalità di acquisto legate ai social network.

La difesa di Google è stata pubblicata sul blog europeo del motore di ricerca.

I commissari europei coinvolti nella comunicazione di obiezioni a Google hanno fatto sapere di aver ricevuto la risposta di Mountain View e di stare valutando le motivazioni.

FairSearch Europe, una lobby che rappresenta alcuni competitor di Google, tra cui Microsoft ed Expedia, e che aveva presentato l’accusa sulla concorrenza sleale alla Commissione, ha reso noto che le motivazioni di Google non cambiano in alcun modo la loro posizione.

ebookBocciato il tentativo di equiparare l’aliquota di tassazione su libri elettronici e cartacei.

La Corte di Giustizia dell’Unione Europea si è espressa in merito alla riduzione dell’aliquota IVA sui libri elettronici operata negli anni passati da Francia e Lussemburgo. Una difformità di tassazione ritenuta illegittima per ciò che riguarda gli ebook, ma lecita per i libri cartacei.

Nelle due sentenze relative ai ricorsi per inadempimento degli obblighi stabiliti dalla direttiva IVA presentati dalla Commissione nei confronti di Francia e Lussemburgo, si specifica che la possibilità di riduzione dell’aliquota è applicabile per il supporto fisico, parte integrante del libro cartaceo, ma non per il libro elettronico, a cui occorre un ulteriore supporto.

In questi termini, il libro elettronico è da considerarsi un servizio, e non un supporto. Le regole della UE, si precisa nella sentenza, vietano la possibilità di applicare un’IVA ridotta a tutti i servizi forniti per via elettronica.

La decisione presa sugli ebook spegne il dibattito che in questi mesi ha avuto luogo in Italia, e che ha prodotto l’introduzione di un emendamento nell’ultima legge di stabilità, nel quale è prevista per i libri elettronici una riduzione di tassazione dal 22 al 4 per cento.

La reazione degli editori europei non si è fatta attendere: in una lettera aperta rivolta alle massime cariche del Consiglio e del Parlamento europei, si esorta a un intervento sulla direttiva comunitaria “per eliminare la stortura che penalizza lo sviluppo del libro e della lettura nell’intero continente”. Firmatari del testo sono la Federazione degli Editori Europei (Fep), la Federazione delle associazioni europee degli scrittori (Ewc), la Federazione europea e internazionale dei librai (Eibf), e l’Associazione Italiana Editori (Aie).

app_storeGoogle ha annunciato che, per venire incontro alle prescrizioni della Commissione Europea, cesserà di etichettare come “gratuite” le App che contengono opzioni di pagamento.

In seguito al considerevole numero di ricorsi di genitori in merito ai cosiddetti acquisti “in-app” dei videogiochi, che spesso vengono effettuati inconsapevolmente dai bambini, nel dicembre 2013 la Commissione Europea di concerto con le Autorità nazionali aveva formulato una serie di richieste indirizzate ad Apple, Google e all’Interactive Software Federation of Europe.

Le richieste vertevano sulle modalità di comunicazione delle possibilità di acquisto contenute nelle App. In particolare veniva richiesto ai distributori di presentare soluzioni concrete rispetto ad azioni da intraprendere quali:

- evitare di presentare i giochi come “gratuiti” se contengono opzioni di  pagamento;

- non inserire esortazioni dirette ai bambini né sull’acquisto diretto né sul ricorso ai genitori per acquistare parti del gioco;

- evitare l’addebito diretto attraverso impostazioni di default ma richiedere l’esplicito consenso al pagamento agli utenti, che devono essere correttamente informati  sui metodi di pagamento;

- inserire un indirizzo email di contatto per l’inoltro di eventuali reclami.

Recentemente, Google ha fatto sapere di avere in programma una serie di modifiche risolutive che saranno operative dal prossimo settembre. Tra queste, l’eliminazione della parola “gratis” dalla descrizione di App che hanno opzioni di pagamento, lo sviluppo di linee guida per gli sviluppatori e l’introduzione di alcune impostazioni prestabilite che prevedano un’esplicita autorizzazione ai pagamenti.  Per quanto riguarda la Apple, al momento l’azienda di Cupertino non ha annunciato cambiamenti in vista.

La conversione delle prescrizioni in provvedimenti e le eventuali sanzioni sono ora affidate alle singole Authority nazionali.

posted by admin on aprile 10, 2013

Libertà di Internet, PA telematica

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La Commissione Europea ha approvato una proposta di revisione della Direttiva comunitaria sull’accesso alle informazioni nel settore pubblico in materia di open data. I dati pubblici saranno accessibili a sviluppatori, aziende e privati cittadini.

Gli open data, cioè i dati prodotti dagli enti governativi accessibili a tutti in formato aperto, sono considerati la più grande singola fonte di informazioni in Europa. L’insieme di questo tipo di dati comprende mappe digitali, dati meteorologici, informazioni sulle società, dati sul traffico stradale e informazioni di carattere giudiziario.

La maggioranza di queste informazioni potrebbe essere riutilizzata da aziende e cittadini per ideare nuovi servizi e prodotti quotidiani come navigatori satellitari, app per smartphone e altri servizi informativi.

Il cambiamento proposto dalla Commissione darà ai privati la possibilità di accedere gratuitamente, o ad un costo limitato, agli open data governativi dell’Unione Europea. Tra questi sono inclusi anche informazioni finora rimaste inaccessibili al pubblico, come dati provenienti da musei, librerie e archivi.

Il riutilizzo dei dati del settore pubblico, attraverso il libero impiego che ne potranno fare i privati sia in ambito commerciale che nel settore del non-profit, permetterà di creare una nuova fonte di valore per l’Europa. Secondo una recente indagine della Commissione Europea (Vickery study), il valore totale dell’industria dell’informazione del settore pubblico dei soli 27 Stati dell’Unione è nell’ordine dei 18 miliardi di euro, mentre l’impatto economico indiretto generato dal loro uso si aggirerebbe tra i 70 e i 140 milioni di euro.

Le modifiche proposte alla direttiva dovranno ora essere approvate dal Parlamento Europeo, per poi essere convertite in leggi nazionali dai governi degli stati membri entro 18 mesi.

posted by Giulia Giapponesi on giugno 27, 2012

Brevetti

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microsoft-logo-iconIl Tribunale dell’Unione Europea ha bocciato il ricorso della Microsoft concedendole però una lieve riduzione dell’esorbitante sanzione pecuniaria inflitta nel 2008.

La compagnia americana era stata sanzionata dalla Commissione Europea alla Concorrenza nel 2004, allora presieduta dall’attuale premier italiano Mario Monti, per reiterato abuso di posizione dominante e violazione della normativa antitrust. All’azienda di Redmond veniva contestato lo sbarramento di accesso alle informazioni di interoperatività di alcuni suoi protocolli server. La Commissione aveva quindi ordinato alla Microsoft di garantire l’accesso indiscriminato a tali informazioni agli altri operatori del mercato.

La richiesta tuttavia è stata soddisfatta solo in parte. La compagnia fondata da Bill Gates ha infatti permesso l’accesso alle informazioni dietro pagamento di esorbitanti tassi di remunerazione. Nel 2008, la Commissione è nuovamente intervenuta sancendo “la natura irragionevole” di tali percentuali e infliggendo così una nuova sanzione alla compagnia americana. Applicando la facoltà di imporre alle aziende in violazione delle leggi antitrust una multa fino al 10% del relativo fatturato annuo, la Commissione ha imposto alla Microsoft il pagamento della cifra, allora record, di 899 milioni di euro.

La sentenza del Tribunale dell’Unione Europea, che ha confermato la decisione del 2008, ha ora mitigato di poco la sanzione riducendola di “appena” 39 milioni di euro. L’alleggerimento è stato accordato in relazione ad una sorta di ambiguità comunicativa, derivata da una lettera inviata dalla Commissione Europea alla Microsoft nel 2005 che autorizzava quest’ultima ad applicare alcune restrizioni sulla distribuzione di alcuni prodotti open-source sviluppati dai suoi concorrenti, sulla base di alcuni brevetti non registrati.

Naturalmente, i portavoci dell’azienda di Redmond hanno espresso il loro rammarico per la decisione del Tribunale dell’Unione, tuttavia non hanno ancora annunciato la probabile intenzione di procedere con un ricorso in appello alla Corte di Giustizia Europea.

Il 4 giugno 2012 la Commissione Europea ha adottato la proposta di regolamento sull’identificazione elettronica e servizi fiduciari per le transazioni elettroniche nel mercato interno.

Il regolamento prevede che cittadini e imprese possano utilizzare i loro regimi nazionali di identificazione elettronica (eID) per accedere ai servizi pubblici di tutti i paesi dell’UE in cui la eID è disponibile. Grazie al nuovo regolamento, ad esempio, i cittadini in procinto di trasferirsi in un altro paese dell’UE, di contrarre matrimonio all’estero o di presentare dichiarazioni dei redditi in paesi diversi potranno svolgere online gli adempimenti buriocratici richiesti.

Ma non solo: il regolamento mira a creare un mercato interno per le firme elettroniche e i servizi fiduciari online connessi, che opereranno così attraverso le frontiere con il medesimo valore legale dei processi tradizionali su base cartacea. Ciò permetterà alle imprese di partecipare ad appalti pubblici online per contratti pubblici settoriali in tutta l’UE e di firmare, orodatare e sigillare elettronicamente le loro offerte.

Per la eID, il regolamento introduce la certezza giuridica attraverso il principio del riconoscimento e dell’accettazione reciproca, in base al quale gli Stati membri accettano le eID nazionali che sono state ufficialmente notificate alla Commissione.

Questa proposta rappresenta il primo passo per l’attuazione degli obiettivi della Task Force Legislation Team (eIDAS) istituita dalla Commissione al fine di fornire un contesto normativo comune per l’identificazione elettronica e i servizi fiduciari per le transazioni elettroniche nel mercato interno. L’obbiettivo è quello di aumentare la comodità d’uso, l’affidabilità e la fiducia nel mondo digitale.

Commentando la proposta, la vicepresidente della Commissione europea, Neelie Kroes, ha dichiarato: “Occorre che i cittadini e le imprese possano trattare nell’ambito di un mercato unico digitale senza frontiere, perché è questo il valore di internet. Anche la certezza del diritto e la fiducia sono essenziali e per questo occorre un regolamento più completo sulle firme elettroniche e sull’identificazione elettronica.”

La proposta sarà ora sottoposta a procedura legislativa ordinaria per la sua adozione su decisione congiunta del Parlamento europeo e al Consiglio d’Europa.

La proposta di inserire il “diritto ad essere dimenticati” tra le modifiche della direttiva europea sulla protezione dei dati personali ha portato nuovamente il diritto all’oblio al centro del dibattito giuridico in materia di privacy.

Il tema era stato anticipato e ampliamente dettagliato nella relazione della Prof. Avv. Giusella Finocchiaro presentata durante il convegno “Il futuro della responsabilità in rete. Quali regole dopo la sentena Google/Vividown?” e in seguito pubblicata sulla rivista giuridica “Il Diritto dell’Informazione e dell’informatica”, n. 3, maggio-giugno 2010.

L‘odierna conferma della Commissione Europea sulla proposta di modifica della direttiva rende la relazione nuovamente di estrema attualità. La ripronioniamo dunque nella sua versione intergrale, scaricabile in formato PDF cliccando QUI.