Direttore Scientifico: Prof.ssa Avv. Giusella Finocchiaro
Curatrice Editoriale: Dott. Giulia Giapponesi

La proposta di inserire il “diritto ad essere dimenticati” tra le modifiche della direttiva europea sulla protezione dei dati personali ha portato nuovamente il diritto all’oblio al centro del dibattito giuridico in materia di privacy.

Il tema era stato anticipato e ampliamente dettagliato nella relazione della Prof. Avv. Giusella Finocchiaro presentata durante il convegno “Il futuro della responsabilità in rete. Quali regole dopo la sentena Google/Vividown?” e in seguito pubblicata sulla rivista giuridica “Il Diritto dell’Informazione e dell’informatica”, n. 3, maggio-giugno 2010.

L‘odierna conferma della Commissione Europea sulla proposta di modifica della direttiva rende la relazione nuovamente di estrema attualità. La ripronioniamo dunque nella sua versione intergrale, scaricabile in formato PDF cliccando QUI.

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posted by admin on giugno 27, 2011

Libertà di Internet

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Il parlamento olandese ha approvato la normativa che garantisce la neutralità della rete ai suoi cittadini.

L’Olanda è da oggi il primo paese europeo ad aver regolamentato il principio della net neutralitiy in nome del diritto alla trasparenza dei servizi internet e della tutela da ogni tipo di restrizione dei dispositivi di connessione o del modo in cui essi operano. Come già sancito dalla legge cilena – la prima al mondo in merito – i provider non potranno arbitrariamente bloccare, interferire, discriminare o rallentare né restringere il diritto di nessun utilizzatore di internet che voglia inviare, ricevere o offrire qualsiasi tipo di contenuto, applicazione o servizio legale attraverso la rete.

Con questa legge, il parlamento olandese ha voluto impedire che tra gli operatori delle telecomunicazioni, alle prese col calo dei profitti legati ai servizi tradizionali, si diffondesse la pratica di chiedere un sovrapprezzo per l’uso di servizi VoIP (Voice over Internet protocol) come Skype. In assenza di regolamentazioni, c’era infatti il timore che le compagnie di telecomunicazione potessero imporre un servizio “a livelli”. In particolare, l’annuncio della nuova strategia tariffaria dell’olandese KPN, che imponeva sovrapprezzi sui servizi  di VoIP e di instant messaging è stato decisivo per la presentazione di un emendamento “mirato ad evitare l’eventuale abuso di quelle tecnologie di controllo che vincolino l’accesso ai contenuti concorrenti”.

Con la nuova legge non si impedisce che le aziende di telecomunicazioni come la Kpn o le divisioni olandesi di Vodafone e T-Mobile possano differenziare la propria offerta per velocità di download e qualità del servizio, purché esse non impediscano o penalizzino l’accesso ad altri servizi concorrenti. A vigilare sul corretto rispetto della nuova normativa sarà il garante delle telecomunicazioni olandese, che potrà sanzionare le violazioni con multe fino al 10 per cento del fatturato aziendale.

Naturalmente, il fronte critico nei confronti della net neutrality è rappresentato dai grandi provider delle telecomunicazioni, che vedono nella neutralità un limite per lo sviluppo naturale dell’economia della rete. È in quest’ottica che gli Stati Uniti, lungi dal tutelare la net neutrality, stanno valutando l’introduzione di un servizio Internet a due velocità.

Dall’altro lato, tra i sostenitori della neutralità della rete si contano naturalmente le grandi società di internet come Google, Microsoft, eBay e Amazon. Con loro si schiera la Commissione Europea che, in una relazione presentata il 19 aprile 2011 a Brussells, ha annunciato che vigilerà per garantire che il principio di un’internet aperta e neutrale sia rispettato nella pratica.

A questo proposito la Commissione ha chiesto all’Organismo dei regolatori europei delle comunicazioni elettroniche (BEREC) di avviare un’analisi rigorosa della situazione su questioni cruciali, come le barriere al cambio di operatore, il blocco o lo strozzamento del traffico via internet (ad esempio i servizi di telefonia via internet), la trasparenza e la qualità dei servizi.

Entro la fine dell’anno, saranno pubblicati i risultatidell’indagine e nel caso in cui le conclusioni del BEREC  indichino problemi molto rilevanti, la Commissione ha annunciato valuterà la necessità di adottare o meno provvedimenti più rigidi.

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Vi presentiamo, in esclusiva per Diritto&Internet, l’intervista al Cons. Giovanni Buttarelli, Garante europeo aggiunto alla protezione dei dati personali.

- “Salvare chi cerca lavoro da se stesso” questo secondo il Der Spiegel l’obiettivo della legge tedesca che regola l’utilizzo da parte dei datori di lavoro delle informazioni sugli impiegati trovate su Facebook. Cosa pensa del fatto di limitare per legge l’uso delle informazioni personali reperibili pubblicamente online?

È un punto all’ordine del giorno dell’attività delle Autorità Garanti, e anche dei legislatori. In Germania, ad esempio, c’è una particolare sensibilità, anche perché la legislazione tedesca è piuttosto dettagliata e avanzata in materia di tutela dei dati dei lavoratori, ma il problema si sta ponendo anche altrove. Come esperto designato dal Consiglio di Europa, ho redatto la nuova bozza di raccomandazione che dovrebbe sostituire la Raccomandazione (89) 2 sul trattamento dei dati nel rapporto di lavoro. Una raccomandazione del Consiglio d’Europa non è semplicemente un’esortazione, è un atto giuridico indirizzato ai circa 50 Stati membri del Consiglio che, votandolo, si impegnano ad attuarlo. In Italia le raccomandazioni del Consiglio d’Europa sono state citate nella legge-delega per l’adozione dei decreti delegati dopo la legge 675 e anche nello stesso Codice del 2003 come criteri direttivi per varare i codici di deontologia e di buona condotta. Questo mio testo, accompagnato da uno studio, fa proprio riferimento alla necessità di nuove regole specifiche su questo punto. Fino adesso si è lavorato con criteri molto generali di trasparenza e correttezza, di informazione e valutazione del principio di incompatibilità e finalità, ma questi criteri non bastano più perché le prassi possono essere molto diversificate. Certamente già oggi sono da ritenere illeciti gli accessi a social network basati su astuzie, inganni e trucchi; come, ad esempio, entrare nel social network attraverso la delega a un’altra persona, o sollecitare l’amicizia del lavoratore interessato con espedienti di vario tipo. Ma, anche qualora il datore di lavoro fosse presente in modo trasparente sul social network, il problema si porrebbe ugualmente. Il social network si usa per socializzare con una serie limitata di soggetti e per ragioni personali. Quindi, occorrerà fare una valutazione di questo tipo, magari distinguendo i social network usati per ragioni puramente di diletto da quelli riservati alle relazioni professionali, tipo Linked-In.

- Secondo il CEO di Facebook “La privacy per le nuove generazioni è un concetto superato”, in Germania però si valuta se insegnare nelle scuole come difendere i propri dati sensibili. Quale importanza viene data all’educazione alla privacy dal Garante Europeo?

La Conferenza mondiale della Autorità Garanti, che si è appena conclusa a Gerusalemme, è partita proprio dalla citazione di questa frase di FB per rovesciarla completamente e ritenerla assolutamente inadatta. Ma la stessa prassi di FB ha dimostrato il contrario di quanto affermato dal suo CEO, non a caso si sono già mossi per rimediare ad alcuni problemi seri di privacy e probabilmente troveranno un rimedio ad altri nelle prossime settimane. Il fatto che ci sia un entusiasmo nell’utilizzo dei nuovi sistemi di comunicazione non significa che sia corretto ritenere superato il concetto di privacy. Per le nuove generazioni può essere vero nel presente, ma non in un momento successivo quando ci si troverà a soffrire le conseguenze per problemi vari derivati magari da un difetto di informazione del social network.

Innanzitutto, è necessario l’uso di una comunicazione che sia comprensibile facilmente a quella generazione. Bisogna evitare l’approccio pedagogico, evitare di porsi su un piedistallo e insegnare ai giovani a utilizzare i nuovi strumenti di tecnologia. Il paternalismo non può funzionare. Quindi bisogna capire meglio i nuovi linguaggi e adattare le informative e i dispositivi per esercitare i diritti dell’interessato alle nuove esigenze. Un modulo burocratico non sarà mai utilizzato, una finestra pop-up user-friendly probabilmente sì, anche attraverso uno smartphone. Per questo motivo la nuova Comunicazione della Commissione europea sul futuro della normativa europea in materia sposta molto l’attenzione sull’educazione delle nuove generazioni – sull’ammonimento, sui rischi – ma anche sull’opportunità di avere nuovi strumenti più dinamici, più funzionali, più immediati e più facili da utilizzare per esercitare i diritti e cancellare le informazioni, per esempio nell’eventualità di una migrazione da un social network a un altro.

- La Privacy by design è considerata uno dei modi più efficaci per evitare violazioni della privacy dovute al lancio di nuovi sistemi software online. La nuova regolamentazione prescriverà alle aziende di integrare la consulenza sulla privacy al lavoro dei progettisti?

Sicuramente sì. La Comunicazione della Commissione europea che è stata resa pubblica in tutte le lingue dell’Unione il 4 novembre, annuncia l’impegno della Commissione ad inserire la privacy by design tra i principi della nuova disciplina. In questo momento si sta discutendo se debba essere un principio autonomo o una nozione, da tradurre poi in comportamenti differenziali. Quel che è certo è che, come dice la risoluzione che è stata approvata all’unanimità dalle autorità Garanti di tutto il mondo riunite a Gerusalemme, questo principio deve permettere di affrontare i problemi fin dall’inizio onde evitare la difficoltà di sviluppare la protezione dei dati in un momento successivo, quando tutte le scelte sono già state fatte. Si tratta di avere un supporto da parte della tecnologia per risolvere i problemi, quindi non solo attraverso un software pruivacy-oriented, ma anche attraverso la creazione di dispositivi che permettono di adempiere automaticamente ai requisiti della privacy, per esempio la cancellazione automatica dei dati attraverso una sovrascrittura, o l’istituzione di alert che permettano di capire quando l’uso ulteriore dei dati è incompatibile con le finalità originali, o ancora qualcosa che impedisca o renda più difficile una profilazione dell’interessato sulla base di una raccolta occulta dei dati da parte dei motori di ricerca.

- La geolocalizzazione attraverso dispositivi GPS è la causa del più recente allarme in materia di privacy online. Tuttavia, anche gli indirizzi IP contengono – da sempre – informazioni di localizzazione sul territorio. Il prossimo regolamento europeo interverrà in particolare su questi aspetti?

C’è già una normativa avanzata perché la Direttiva 2002/58, rivista recentemente attraverso la Direttiva e-privacy che deve essere recepita dagli Stati membri entro il maggio 2011, tocca questi punti e non verrà probabilmente modificata dalla nuova normativa europea. Rimarrà quindi un pilastro per i prossimi anni. Già oggi la normativa prevede il consenso dell’interessato adeguatamente informato e la possibilità di “staccare la spina” quando si utilizza un servizio a valore aggiunto che comporta la localizzazione. La questione si sta affrontando anche dal punto di vista della conservazione di questo genere di dati attraverso la cosiddetta direttiva data-retention. Oggi, per motivi di polizia e di giustizia, i dati registrati delle chiamate sono oggetto di conservazione per uno o due anni, a seconda che i dati siano telefonici o telematici, e questo porta ad una possibile schedatura eccessiva dei movimenti delle persone.

Va anche considerato che oggi la geolocalizzazione è prevalentemente gestita attraverso sistemi telefonici, ma un prossimo domani, attraverso soprattutto ai trasporti intelligenti, sarà operante a prescindere dalla telefonia mobile e sarà utilizzata nell’ambito della circolazione dei veicoli, per servizi quali il pagamento di pedaggi, l’accesso ai centri storici, e la sicurezza, con la possibilità, ad esempio, di mandare allarmi quando si hanno incidenti o si finisce in un burrone. Quindi, ci sarà di nuovo l’esigenza di bilanciare la possibilità di beneficiare di questi sistemi, per avere ad esempio messaggi informativi su blocchi del traffico, incidenti stradali, autostrade chiuse ed altro, con la garanzia che questi dati vengano utilizzati solamente one-by-one e non vengano registrati, o comunque utilizzati solo per quella finalità e non per ulteriori marketing e schedature.

-Il tema dell’accountability aziendale è stato uno degli argomenti centrali della conferenza in Israele. Come sarà integrato nella regolamentazione europea?

Non come un nuovo principio, né come un appesantimento ulteriore presso soggetti pubblici e privati. Servirà invece per responsabilizzare di più i titolari dei dati e influirà sulle stesse autorità sulla protezione dei dati, che devono essere più selettive e non possono essere caricate di tutto l’onere dell’enforcement. La linea che si sta seguendo è quella di mantenere i principi che conosciamo già dal 1995, rendendoli però più dinamici e adeguati alle nuove tecnologie. Si tratta di fare le cose più seriamente: i titolari del trattamento non devono soltanto considerare questa materia come qualcosa da rispettare nel momento in cui c’è un incidente, un reclamo o un ricorso, ma come qualcosa da tradurre in pratica. Devono assumersi l’onere di trasformare in una procedura interna tutto ciò che è necessario fare per essere effettivamente aderenti ai principi normativi, quindi distribuire ruoli e compiti, creare una policy interna e nel caso di ricorso, reclamo, ispezione, controllo da parte dell’Autorità essere in grado di poter adeguatamente, in tempo reale, dimostrare di averlo fatto. Quindi, non più un contesto in cui il titolare del trattamento sceglie di non adempiere agli obblighi della privacy e di correre il rischio di una sanzione, pensando che forse un’ispezione non arriverà mai, ma una prospettiva in cui il titolare è consapevole che la tutela della privacy è un compito quotidiano, una cosa che se non si fa, si potrebbe anche essere chiamati a rispondere per non avere tradotto in concreto gli obblighi di legge. Quindi, qualcosa di nuovo e non nuovo al tempo stesso.

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posted by admin on ottobre 6, 2010

Computer Crimes

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La Commissione Europea ha recentemente presentato una proposta di direttiva volta a combattere gli attacchi informatici su larga scala, e più in generale i nuovi reati informatici.

Pare infatti che gli attacchi contro i sistemi di informazione siano in continuo aumento e siano sempre più sofisticatiNel marzo 2009 gli apparati informatici di organizzazioni governative e private di più di 100 paesi sono stati assaltati attraverso i cosiddetti botnet, reti di computer infettati da particolari virus o trojan che rendono i PC controllabili a distanza all’insaputa dei proprietari.

Questi tipi di attacchi sono particolarmente aggressivi perché possono essere effettuati da migliaia di computer contemporaneamente, con effetti devastanti sui sistemi IT pubblici e privati. Nel 2007 un attacco tramite botnet in Estonia ha reso temporaneamente fuori uso la maggior parte dei servizi pubblici on-line, così come i server del governo, del parlamento e della polizia.

La direttiva proposta oggi dalla Commissione si basa sulle disposizioni vigenti dal 2005 e introduce nuove circostanze aggravanti e sanzioni penali più rigide per gli autori di attacchi informatici e i produttori di software maligni. Prevede inoltre che gli Stati membri siano tenuti a rispondere rapidamente alle richieste di aiuto in caso di attacchi informatici, rendendo così più efficace la cooperazione giudiziaria comunitaria.

Al pacchetto contro i reati informatici si vorrebbe affiancare anche un rafforzamento dell’ENISA (l’Agenzia europea per la sicurezza delle reti e dell’informazione) e un aumento del suo mandato, che scade nel 2012, di ulteriori cinque anni.

Entrambe le proposte saranno sottoposte per adozione al Parlamento Europeo e al Consiglio dei ministri dell’UE.

l’Agenzia
europea per la sicurezza delle reti e dell’informazione (ENISA)
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Questa settimana il Parlamento Europeo ha compiuto un altro passo in direzione della definitiva approvazione dell’ACTA, Anti Counterfeiting Trade Agreement, l’accordo multilaterale per la repressione della contraffazione – tra cui le sanzioni obbligatorie per le violazioni del copyright – che abbiamo già trattato qui.

La  Commissione Affari Legali JURI, che  si occupa dell’interpretazione e l’applicazione del diritto internazionale nell’Unione Europea, ha approvato il rapporto di Marielle Gallo, membro dell’ala del centro-destra, sul rafforzamento del diritto alla proprietà intellettuale nel mercato interno. Il documento presenta una mozione al Parlamento Europeo per l’adozione di effettive contromisure al fenomeno della pirateria, che viene intesa sia come contraffazione di prodotti a marchio registrato sia come condivisione online di contenuti protetti da copyright. Nel rapporto si incoraggia la Commissione a portare avanti il negoziato dell’ACTA e a promuovere una collaborazione innovativa fra dipartimenti amministrativi e settori industriali.

L’approvazione del documento è stata molto criticata dall’ala socialista del Parlamento Europeo e dai movimenti per le libertà civili in rete. Marielle Gallo, già vicina politicamente a Nicolas Sarkozy, è stata accusata di voler introdurre in Europa la cosidetta regola dei three strikes, di cui si era fatto portatore il partito del primo ministro francese. L’europarlementare ha tuttavia replicato di non essere a favore di un simile provvedimento, ma di propendere per un’attribuzione di responsabilità ai provider, nella quale vengano oscurati i siti che offrono download illegali ai propri utenti.

Sul rapporto Gallo è intervenuto criticamente anche il gruppo francese attivo per i diritti e le liberà su internet La Quadrature du NET, che ha ipotizzato forti pressioni da parte di “poche e anacronistiche industrie” sull’Unione Europea; “La loro influenza politica rema contro l’interesse generale e impedisce al Parlamento Europeo di esplorare strade per una nuova economia creativa” ha dichiarato un portavoce del gruppo.

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safer-internet-day_tI profili degli utenti minorenni dei social network devono essere impossibili da trovare attraverso i motori di ricerca. Questa una delle principali regole emerse dall’accordo europeo fra 17 grandi società del web tra cui Facebook, Google/YouTube, MySpace, Microsoft e Yahoo.

L’incontro tra le aziende si è svolto a Lussemburgo, in occasione della giornata “Safer Internet 2010″ organizzata dalla Commissione europea. I principali siti europei di socializzazione  si sono riuniti per stipulare una serie di regole volte a migliorare la sicurezza dei minorenni che utilizzano la rete e far fronte comune contro i rischi potenziali a cui sono esposti i più giovani come l’adescamento da parte di adulti, il “bullismo” online e la divulgazione di informazioni personali.

L’invisibilità dei profili degli utenti sui motori di ricerca è un’opzione già da tempo disponibile su alcuni social network, tra cui Facebook, ma per gli utenti meno esperti non è facile trovare e cambiare le impostazioni sulla privacy. Ora la nuova autoregolamentazione prevede, almeno per i minorenni, che questo settaggio diventi automatico e che risulti quindi impossibile compiere ricerche in merito ai loro profili privati.

Oltre all’invisibilità sui motori di ricerca, l’accordo prevede che i social network rendano tutte le opzioni di tutela della privacy evidenti e accessibili in ogni momento. I siti dovranno inoltre mettere a disposizione un tasto per la “segnalazione di abusi” e impedire l’iscrizione ai minori di 13 anni.

Evidentemente crea non poche perplessità l’effettiva attuazione di quest’ultima regola, dal momento che sarà inevitabilemente l’utente stesso a dover dichiarare la propria età all’accesso del sito. Ma non solo, per iscriversi ad un social network è necessario compilare con i propri dati anagrafici una scheda di autocertificazione che non risulta essere soggetta ad ulteriori verifiche o controlli. Non sembra quindi uno sbarramento particolarmente efficace per impedire ad adolescenti “nativi digitali” la divulgazione di foto o informazioni personali.

Il sostanziale passo avanti rappresentato da questo accordo risiede più che altro nella maggior assunzione di responsabilità da parte dei social network nel non rendere pubblici i profili dei minorenni. L’esplicitazione di queste regole contribuisce inoltre alla diffusione di una maggior consapevolezza tra i giovani dei rischi e delle conseguenze che comporta la pubblicazione spensierata delle proprie informazioni personali.

Sull’accordo tra le aziende si è espressa con soddisfazione Viviane Reding, commissaria europea per la società dell’informazione e i media:

La socializzazione in rete ha un enorme potenziale di sviluppo in Europa e può contribuire a rafforzare la nostra economia e a rendere la nostra società più interattiva - purché vi siano gli strumenti idonei a garantire che bambini e adolescenti possano fidarsi ed essere sicuri quando si fanno nuovi “amici” e condividono dati personali online.

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posted by admin on febbraio 3, 2010

Miscellanee

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0925_commissione_europeaLa Commissione Europea ha aperto una procedura d’infrazione contro la Francia a causa della cosiddetta “telecom tax” sugli operatori di telecomunicazioni. La tassa, introdotta lo scorso anno all’interno di una legge di riforma del servizio radiotelevisivo pubblico, prevede che gli operatori di connettività ad internet versino fino allo 0,9% del loro fatturato per sostenere la televisione pubblica francese che non è più finanziata da pubblicità. Secondo il Tesoro, l”importo annuale di questa tassa è stimato essere intorno ai 400 milioni di euro.

Secondo la Commissione questa legge violerebbe però la direttiva europea (2002/20/CE art.12) che stabilisce dei limiti alle tasse imponibili dagli stati membri alle aziende che forniscono connettività. Pertanto ha avviato la procedura d’infrazione inviando un avviso formale al Governo Francese che ora ha due mesi per rispondere con le proprie contro osservazioni.

L’avvio della procedura d’infrazione è stato accompagnato da una dichiarazione di  Viviane Reding, il Commissario responsabile dell’informazione e dei media:

“Non solo questa nuova tassa sugli operatori sembra incompatibile con la normativa europea, ma in più riguarda un settore che è uno dei maggiori trainanti della crescita economica. Inoltre, c’è un serio rischio che la tassa sarà trasferita ai clienti in un periodo nel quale stiamo proprio cercando di ridurre la loro bolletta tagliando le tariffe da terminazione e i costi delle chiamate da cellulari, del trasferimento di dati e del roaming degli SMS”.




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posted by admin on gennaio 29, 2010

ISP, Responsabilità dei provider, Web 2.0

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timeLo schema di decreto che recepisce la direttiva UE sugli audiovisivi sta suscitando dure reazioni sia interne che internazionali.

Time Magazine ha definito le misure del decreto come “senza precedenti nelle democrazie occidentali” (unprecedented among Western democracies), sottolineando come questo provvedimento darebbe allo Stato il controllo su ogni contenuto audiovisivo in rete obbligando chiunque carichi un video a ottenere una licenza dal Ministero delle Comunicazioni. L’articolo confronta in più passaggi l’Italia alla Cina, suggerendo come il vero bersaglio del Governo sia Google-YouTube, in relazione alla causa fra Mediaset e il colosso internazionale (Like in China, the government’s main target is Google, which is in an ongoing battle with Mediaset over copyright revenue for network programming that winds up on YouTube).

Anche da Bruxelles arrivano reazioni critiche verso lo schema di decreto. Lo annuncia l’agenzia Reuters secondo la quale fonti comunitarie riferiscono perplessità sulle nuove responsabilità che il decreto impone non solo a fornitori di servizi come YouTube, ma anche agli Internet Service Provider. Oltre a ciò, la Commissione Europea sarebbe anche in procinto di aprire una procedura d’infrazione contro l’Italia per la mancata notifica del decreto, attesa entro il 19 dicembre scorso.

Sul fronte interno, Corrado Calabrò, Presidente dell’Autorità garante delle comunicazioni, ha espresso vari dubbi sullo schema di decreto davanti alla commissione Lavori pubblici del Senato. In particolare ha osservato come la delega all’Esecutivo risulti troppo ampia e ha lamentato una sottrazione di competenze all’Agcom.

Anche l’opposizione si è mossa contro il decreto Romani con un appello in difesa del web (scritto da parlamentari Pd, Idv, Udc) che chiede al governo di «cancellare dal decreto Romani le norme censorie sul web» (l’autorizzazione ministeriale per i video, l’obbligo di rettifica per i tg, il copyright). Parallelamente il Pd ha anche presentato un disegno di legge nel quale si chiede di garantire pluralismo informatico e parita’ di accesso a internet.

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Meglena_KunevaSi chiama Stakeholder Forum on Fair Data Collection e nasce con una finalità chiara: far incontrare gli attori coinvolti nella “filiera” collegata al trattamento dei dati personali, e informare i cittadini intorno all’uso che degli stessi dati viene fatto. Perché gli abitanti del Vecchio Continente, sostengono gli ideatori del neonato Forum, sono molto preoccupati per la propria privacy. E la Commissione non può rimanere inerte di fronte ad una questione di tanta portata.

“Già nel 2007 il 10% dei pubblicitari europei faceva uso di pratiche di individualizzazione degli annunci basate sul trattamento dei dati personali” spiega a The Register la Commissaria per la Tutela dei Consumatori Meglena Kuneva. “Solo un anno dopo la quota era salita al 28%. Ed oggi quasi il 60% delle aziende del settore si dichiara intenzionato ad adottare tali tecniche”

Salvo che l’affermarsi di questa tendenza, continua Kuneva, costituisce una fonte di preoccupazione crescente per i cittadini europei. Da qui la decisione di creare un Forum permanente che coinvolga tutti gli attori coinvolti nei processi di raccolta, elaborazione e commercializzazione dei dati personali degli utenti. In concreto, la Commissione inviterà presto soggetti come gli Internet Service Provider, i produttori di contenuti, i pubblicitari e le stesse associazioni dei consumatori ad entrare nel Forum, ed a condividere questioni e soluzioni in materia di privacy e tutela delle informazioni personali.

“Questa sarà anche l’occasione per valutare insieme i rischi percepiti dai consumatori, e ricercare delle soluzioni condivise per fare fronte ad essi” ha aggiunto l’alta dirigente comunitaria.

La prima riunione dello Stakeholder Forum on Fair Data Collection dovrebbe tenersi nel prossimo mese di Febbraio, e la Commissione prevede altri due incontri nel corso del 2010.

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