Direttore Scientifico: Prof.ssa Avv. Giusella Finocchiaro
Curatrice Editoriale: Dott. Giulia Giapponesi

posted by Giusella Finocchiaro on maggio 23, 2014

Miscellanee

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Vi proponiamo qui l’editoriale di Giusella Finocchiaro, apparso il 22 maggio 2014 sulla rivista Giustizia Civile (giustiziacivile.com).

La recente sentenza della Corte di Giustizia europea del 13 maggio 2014 è destinata a divenire un leading case.

Si afferma che l’interessato, il cui nome sia collegato ad un’informazione pubblicata su un sito web, ha diritto di richiedere, anche direttamente al motore di ricerca, che il link sia soppresso. Tale diritto può essere fatto valere anche nel caso in cui l’informazione permanga sul sito web che l’ha pubblicata o nel caso in cui l’informazione sia stata e sia lecitamente pubblicata sul sito web di provenienza.

Si tratta di una decisione che investe trasversalmente molteplici tematiche: diritto alla protezione dei dati personali e diritto all’identità personale, responsabilità del motore di ricerca, e soprattutto limiti e contenuto del c.d. “diritto all’oblio”.

I principi di diritto affermati nella decisione sono tre.

In primo luogo, si afferma che si applica la legge nazionale del Paese nel quale il motore di ricerca opera, esercitando altre attività, quali la promozione e la vendita degli spazi pubblicitari. Si tratta di un’importante conferma di un criterio applicato anche dalla nostra giurisprudenza, ad esempio nel caso Google-Vividown. Su Internet, dove non esistono i confini nazionali, si afferma così un criterio di collegamento al diritto nazionale, e soprattutto, al diritto nazionale di un Paese europeo.

In secondo luogo, che Google, e in generale i motori di ricerca, sono “titolari del trattamento” e pertanto che l’interessato, cioè il soggetto al quale l’informazione si riferisce, ha il diritto di richiedere che sia rimossa l’indicizzazione direttamente al motore di ricerca, a prescindere da ogni richiesta al gestore del sito web che ha pubblicato l’informazione, anche nel caso in cui l’informazione sia stata e sia legittimamente pubblicata sul sito web.

In terzo luogo, che l’interessato “ha diritto a che l’informazione riguardante la sua persona non venga più collegata al suo nome da un elenco di risultati che appare a seguito di una ricerca effettuata a partire dal suo nome” e che “nel valutare i presupposti di applicazione di tali disposizioni, si deve verificare in particolare se l’interessato abbia diritto a che l’informazione in questione riguardante la sua persona non venga più, allo stato attuale, collegata al suo nome da un elenco di risultati che appare a seguito di una ricerca effettuata a partire dal suo nome, senza per questo che la constatazione di un diritto siffatto presupponga che l’inclusione dell’informazione in questione in tale elenco arrechi un pregiudizio a detto interessato”.

In estrema sintesi: l’interessato ha il diritto a richiedere (a Google) che un’informazione, risultato di una ricerca sul motore di ricerca Google, non sia più collegata al suo nome.

La decisione è interpretativa degli artt. 12 e 14 della direttiva 95/46 e dunque il legal reasoning si svolge tutto nell’ambito del diritto alla protezione dei dati personali.

Ma mantenere esclusivamente questa prospettiva sarebbe limitativo.

Il tema sotteso, ma che emerge prepotentemente, è quello della tutela dell’identità digitale o del diritto all’identità personale on line.

Lo scenario e la prospettiva non sono quelli del singolo dato personale relativo ad un evento determinato e reperibile tramite Google, bensì quelli della tutela della persona nella rete Internet, la quale oggi spesso viene percepita come un unico archivio, anche se non lo è, e costituisce una rilevante fonte informativa, spesso l’unica.

Dunque, non il dato, ma l’immagine della persona. Non il singolo archivio, ma la Rete.

È necessario, allora, ampliare la visuale e andare oltre i confini delimitati dettati dal considerare soltanto il dato personale.

La normativa sulla protezione dei dati personali è sovente letta limitatamente al solo dato personale, il quale non è che un frammento dell’identità. Ma per comprendere a pieno la problematica è necessaria una lettura più alta e più ampia, che abbia ad oggetto la tutela della persona e non solo del dato.

A cosa può mai servire tutelare i dati se non a tutelare la persona? I dati personali riferibili ad un soggetto costituiscono solo una delle sfaccettature che compongono il prisma dell’identità.

In questo senso è il dato normativo: l’art. 2 del Codice per la protezione dei dati personali italiano, nel quale si afferma che il testo unico garantisce che il trattamento dei dati personali si svolga nel rispetto dei diritti e delle libertà fondamentali, nonché della dignità dell’interessato, con particolare riferimento al diritto alla riservatezza, all’identità personale e alla protezione dei dati personali. In questo senso è la nostra giurisprudenza, con l’importante decisione della Corte di cassazione n. 5525 del 5 aprile 2012.

Certo si tratta di diritti in corso di definizione e di difficile delimitazione, dai mobili confini, che devono essere di volta in volta precisati e rielaborati.

Ogni soluzione passerà inevitabilmente per complessivo un processo di bilanciamento di diritti: il diritto di accesso ad Internet, che senza i motori di ricerca è fortemente depotenziato e il diritto alla libertà di espressione, che rende il diritto all’oblio assai arduo da comprendere per i nostri colleghi di oltreoceano.

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googleLa responsabilità dei contenuti pubblicati deve essere in capo ai gestori dei singoli siti web e non ai motori di ricerca: un recente parere della Corte di Giustizia Europea esonera Google dall’obbligo di rimuovere le informazioni datate che possono ledere la reputazione degli individui.

La raccomandazione, emessa dall’avvocato generale Niilo Jaaskinen, è stata presentata nell’ambito del procedimento incentrato sul “diritto all’oblio” che la Corte di Giustizia Europea ha intrapreso in seguito ad una richiesta proveniente dalla Spagna.

Il caso ha origine dalla vicenda di un cittadino spagnolo che si è rivolto al Garante della privacy del suo paese lamentando la diffusione tra i risultati di Google di una notizia riguardante una sua evasione fiscale risalente a 15 anni prima. L’uomo chiedeva all’Autorità che la notizia, ritenuta lesiva della sua immagine personale, venisse rimossa dai risultati di Google.

Il Garante spagnolo ha ritenuto la richiesta del cittadino legittima e Google, dopo aver ricevuto l’ordine di rimozione dei link alle notizie, ha presentato ricorso alla Corte di Giustizia Europea, invitandola a pronunciarsi per stabilire se, per quanto attiene ai risultati, i motori di ricerca debbano rispondere di una responsabilità di tipo editoriale, o se debba essere considerato come un semplice hosting provider.

Secondo il parere dell’avvocato generale Google deve sottostare alle leggi per la protezione dei dati dell’Unione Europea, ma non deve essere ritenuto responabile per i contenuti prodotti da terze parti, come canali televisivi o giornali.

La Corte di giustizia Europea non è vincolata al parere emesso dall’avvocato generale, ma è prassi che le raccomandazioni siano accolte dai giudici. La decisione della Corte è attesa per la fine dell’anno.

Il parere dell’avvocato Niilo Jaaskinen giunge in un momento critico per Google, che in questo periodo è oggetto di un’indagine da parte di sei Garanti per la protezione dei dati europei, tra cui quello italiano, in merito alla sua nuova policy unificata sulla privacy.

Il caso è seguito con attenzione anche dalle principali aziende statuintensi attive sul fronte delle ricerche in rete, come Microsoft e Yahoo. Se infatti l’opinione dell’avvocato generale fosse in qualche modo respinta Google si troverebbe ad affrontare centinaia di casi simili a quello del cittadino spagnolo.

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the_pirate_bay_logoSembra esserci un nuovo risvolto nella vicenda giudiziaria che da oltre quattro anni coinvolge il sito di condivisione di file The Pirate Bay. Dopo la condanna inflitta un anno fa dalla Corte d’Appello svedese, Fredrik Neji, uno dei quattro fondatori del sito, ha deciso di portare il caso davanti alla Corte di Giustizia Europea.

La vicenda ha avuto inizio nel 2009 quando un tibunale svedese ha condannato i quattro ad un anno di carcere e 905.000 dollari di risarcimento danni ciascuno per concorso in violazione di diritto d’autore.

La sentenza di secondo grado del 2010 ha poi confermato la precedente sentenza, modificando in parte la condanna. Il periodo di detenzione è stato abbassato da un anno ad alcuni mesi ma la quota di risarcimento danni è stata alzata ad un totale di oltre 6,8 milioni di dollari, da dividere fra gli imputati. Nel determinare l’esorbitante cifra, il giudice della Corte d’appello ha tenuto conto delle stime di perdite economiche dichiarate dai legali di alcune fra le più importanti major mondiali dell’intrattenimento. Un tipo di calcolo molto criticato da quanti sostengono che un’equivalenza tra file scaricati illegalmente e prodotti non venduti non possa essere stabilita logicamente, in quanto non c’è alcuna prova che il fruitore di un file piratato sarebbe stato anche disposto a pagare per avere lo stesso prodotto.

Nel tentativo di rovesciare la sentenza, i legali dei quattro hanno quindi tentato la strada del ricorso alla Corte Suprema, ma lo scorso primo febbraio la loro richiesta è stata rigettata e la condanna della Corte d’appello è così diventata definitiva. A quel punto le strade dei tre fondatori si sono separate, Carl Lundström ha commutato il periodo di detenzione con la libertà vigilata, Peter Sunde ha tentato la via della richiesta di clemenza al Governo svedese, Gottfrid Svartholm si è dato alla macchia e il Fredrik Neji ha deciso di continuare l’iter giudiziario tentando un ricorso alla Corte di giustizia europea.

Annunciando il ricorso il legale di Neji ha sottolineato che il sito The Pirate Bay non ha mai trasmesso file coperti da copyright, dal momento che i file torrent contengono informazioni di per sé non illegali e possono essere usati per scambiarsi qualunque tipo di file. Sono piuttosto gli utenti che hanno scelto di utilizzare il servizio offerto dal sito per scambiare materiale protetto da diritto d’autore. Pertanto, secondo il legale, il sito di condivisione di file dovrebbe essere protetto dell’Art.10 della Convenzione sui Diritti Umani che garantisce la libertà di informare e di essere informati.

“Sarebbe come essere ritenuti responsabili perché qualcuno ha inviato una lettera dai contenuti illegali attraverso il sistema postale. Oppure, un’altra analogia forse più rilevante, sarebbe se i fondatori di un sito di compravendite fossero ritenuti responsabili per la vendita di una bicicletta rubata attraverso un annuncio pubblicato sul sito”, ha aggiunto il legale di Neji.

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Il dominio di primo livello “.eu” è stato introdotto per segnalare l’afferenza all’Unione Europea, alla sua legislazione e al suo mercato e pertanto deve essere assegnato solo ad aziende e privati residenti in stati membri.

Questo l’assunto alla base del parere della Corte di Giustizia Europea, interpellata dalla Corte d’appello di Bruxelles sul caso di una contesa di un dominio “.eu” tra una società americana ed una belga.

Il caso ha origine nel 2005, a pochi mesi dall’apertura delle vendite del dominio “.eu”. La Walsh Optical, un’azienda americana che vende occhiali da vista attraverso il sito www.lensworld.com, richiede alla EURid, la società che gestische l’assegnazione dei domini “.eu”, l’attribuzione del dominio www.lensworld.eu attraverso l’intercessione di una società di consulenza belga che inoltra la richiesta per suo conto.

Un anno dopo, la Pie Optiek, una ditta belga di occhiali e lenti proprietaria del sito www.lensworld.be, presenta una richiesta per lo stesso dominio. L’EURid è però costretta a rigettare la richiesta per via della precedente registrazione da parte della società di consulenza. La Pie Optiek si oppone, reclamando il diritto all’acquisto del dominio e accusando la società di consulenza belga di speculazione per aver comprato il dominio per conto della società americana.

La Corte d’appello di Bruxelless, chiamata a pronunciarsi sul contenzioso, chiede dunque alla Corte di Giustizia Europea di gettare luce sulla definizione di licenziatario eleggibile per i domini “.eu”.

Secondo il consulente legale della Corte Europea Verica Trstenjak, la chiave di lettura risiede nel rapporto contrattuale instaurato fra la Walsh Optical e la società di consulenza belga. Nonostante infatti sia denominato “accordo di licenza” (license agreement), di fatto il contratto stipulato fra le due compagnie non è una licenza ma un contratto per la fornitura di servizi, dal momento che la società di consulenza aveva cercato di ottenere il dominio a beneficio esclusivo dell’azienda americana in cambio di un corrispettivo economico.

Avendo dunque svolto il ruolo di mero intermediario per una società senza base nell’Unione Europea, la società di consulenza belga non si può considerare come un legittimo licenziatario di un dominio “.eu”.

Con questa decisione, la Corte di Giustizia stabilisce un criterio che esclude che una società priva di residenza in uno stato membro possa aggirare le regole per il rilascio domini “.eu” affidando la commissione a terze parti.



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25-08-08-ebay-logoUna recente sentenza della Corte di giustizia europea che ha affermato la responsabilità di eBay, qualora vengano offerti in vendita prodotti contraffatti , offre lo spunto per alcune riflessioni, più generali, sul variegato fenomeno delle aste online.

E-bay è un noto sito web in cui utenti registrati offrono in vendita beni che vengono acquistati attraverso una procedura per molti aspetti simile ad una asta. Si parte, infatti, da un prezzo minimo ed il bene viene “aggiudicato” al contraente che offre il prezzo più alto nel rispetto di una prestabilita scadenza temporale. Occorre però chiedersi se su eBay si svolga un’asta on-line propriamente detta e conseguentemente, quale sia la disciplina di settore applicabile.

Cosa si intende con l’espressione aste online?

L’espressione aste online indica una nozione di genere cui vengono ricondotte diverse fattispecie, non tutte qualificabili quali incanti veri e propri.

Il principale elemento di discrimine è il ruolo svolto dalla casa d’aste: nell’incanto in senso stretto, la casa d’aste svolge un complesso di attività, con conseguenti assunzione di specifiche responsabilità, che vanno dal garantire il regolare svolgimento della procedura al fornire una serie di informazioni sui beni oggetto di gara.

Non di rado, invece, i gestori dei siti in cui si svolgono le aste online si limitano a mettere a disposizione dei possibili acquirenti la piattaforma tecnologica, astenendosi dal compiere qualsiasi attività inerente il perfezionamento della procedura negoziale. In altri termini, in questi casi, i gestori dei siti sarebbero equiparabili a dei service provider: come tali, sottoposti alla disciplina di cui al d.lgs. n. 70 del 9 aprile 2003 che, come noto, sottrae i provider ad un generale obbligo di sorveglianza sulle informazioni trasmesse o memorizzate o dal ricercare preventivamente fatti o circostanze che indichino la presenza di attività illecite.

Le aste online sono vietate?

L’art. 18, comma 5° del d.lgs. n. 114 del 31 marzo 1998 vieta di realizzare aste online, propriamente dette, attraverso lo strumento televisivo o altri sistemi di comunicazione a distanza. Occorre tuttavia richiamare l’attenzione sul seguente punto: non tutte le aste online, propriamente dette, sono vietate, ma solo quelle che si svolgono tra professionisti e consumatori. Più precisamente, come indicato dalla circolare n. 3547/C del 17 giugno 2002, il divieto colpisce solo gli operatori dettaglianti che svolgono l’attività di vendita diretta ai consumatori finali. La ratio del divieto è evidente ed è quella di evitare ai consumatori acquisti incauti o non adeguatamente consapevoli.

Conclusioni

Dalla ricostruzione effettuata deriva che solo attraverso una verifica effettuata caso per caso è possibile distinguere le aste online propriamente dette da altri simili pratiche negoziali cui si applicano le disposizioni sulla contrattazione a distanza di cui al d.lgs. n. 206 del 6 settembre 2005 se avvengono tra un professionista ed un consumatore.

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posted by Annarita Ricci on ottobre 12, 2011

Trademarks

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Con una recente sentenza, la Corte di Giustizia Europea ha esteso i confini della tutela dei marchi, stabilendo che l’eventuale funzione di investimento loro riconosciuta è suscettibile di protezione giuridica.

Secondo la Corte, alla funzione principale del marchio (garantire ai consumatori l’indicazione dell’origine o della provenienza del prodotto) può essere affiancata una funzione di pubblicità e di investimento. Un marchio può, infatti, essere utilizzato dal suo titolare per acquisire o mantenere una reputazione idonea ad attirare i consumatori e renderli fedeli all’uso del prodotto. Conseguentemente, il titolare di un marchio ha il diritto di opporsi all’uso da parte di un terzo, suo concorrente, di un segno identico per contraddistinguere prodotti o servizi analoghi a quelli per i quali detto marchio è stato registrato, quando il predetto uso è idoneo a diminuire la reputazione di cui gode il marchio ovvero a metterne in pericolo la conservazione.

La vicenda, concernente il servizio di posizionamento AdWords di Google, ha visto coinvolta la Società Interflora Inc. e la Società di vendita al dettaglio Marks & Spencer. Quest’ultima nell’ambito del servizio ADWords aveva scelto quali parole chiave alcune varianti del termine “Interflora” . Conseguentemente, l’utente della rete, digitando il termine Interflora, veniva pubblicizzata la pagina web della Società Marks & Spencer. Di qui l’azione promossa dalla Società Interflora per la tutela del proprio marchio.

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posted by admin on settembre 16, 2010

Professione forense

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Le comunicazioni tra un avvocato dipendente da un’impresa e il suo datore di lavoro non possono godere del diritto di riservatezza goduto da chi svolge indipendentemente la professione forense. Questo ciò che è emerso da una recente sentenza della Corte di giustizia europea.

La decisione della Corte chiude così il ricorso da parte di una multinazionale del ramo chimico contro una sentenza del Tribunale di primo grado che aveva negato il riconoscimento della tutela della riservatezza alle comunicazioni tra un dirigente e un giurista interno all’azienda.

Le comunicazioni a cui si fa riferimento erano state raccolte nel 2003, nel corso di un’indagine della Commissione europea volta a indagare su eventuali pratiche anticoncorrenziali da parte della multinazionale. Tra i vari documenti prelevati come prove i funzionari della Commissione avevano incluso due messaggi e-mail scambiati tra il direttore generale della società e un avvocato dipendente dalla stessa, ma iscritto all’ordine forense olandese.

Appellandosi al principio di tutela della riservatezza alle comunicazioni tra clienti e avvocati, la multinazionale aveva fatto ricorso contro la Commissione europea domandando al Tribunale di primo grado la restituzione della corrispondenza e-mail e la sua esclusione dagli atti. La domanda è stata rigettata e nel 2008 la società chimica ha presentato ricorso alla Corte di giustizia.

Il 14 settembre la Corte ha tuttavia confermato la sentenza del Tribunale, specificando che la tutela della riservatezza nelle comunicazioni tra avvocato e cliente è strettamente legata alla qualifica di avvocato indipendente, in quanto deriva dalla concezione della funzione dell’avvocato come collaborazione all’amministrazione della giustizia e attività intesa a fornire, in piena indipendenza e nell’interesse superiore della giustizia, l’assistenza legale di cui il cliente ha bisogno.

Un legale stipendiato da una società, nonostante l’iscrizione all’Ordine forense, non gode dello stesso grado di indipendenza dal suo datore di lavoro di cui gode, nei confronti dei suoi clienti, un avvocato che lavora in uno studio legale esterno. Pertanto, per un avvocato interno è più difficile che per un avvocato esterno risolvere eventuali conflitti tra i suoi doveri professionali e gli obiettivi del suo cliente.

L’avvocato interno ad un’azienda non può quindi essere equiparato ad un esterno a causa della situazione di lavoratore subordinato in cui si trova, situazione che, per sua stessa natura, non consente all’avvocato interno di discostarsi dalle strategie commerciali perseguite dal suo datore di lavoro e che dunque influisce sulla sua capacità di agire con indipendenza professionale. A causa di questa discrepanza la Corte ha altresì sostenuto l’insussistenza di qualunque violazione del principio della parità di trattamento.

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