Direttore Scientifico: Prof.ssa Avv. Giusella Finocchiaro
Curatrice Editoriale: Dott. Giulia Giapponesi

posted by admin on gennaio 8, 2017

Diritto del lavoro

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Dal primo gennaio in Francia è in vigore la legge sul “diritto di disconnessione” che punta a bandire le email di lavoro al di fuori dell’orario lavorativo.

Ideata per contrastare la diffusione dello stress correlato al controllo compulsivo delle email, la nuova norma impone a tutte le aziende con più di 50 dipendenti di dare il via a negoziazioni per definire le modalità con cui i garantire ai lavoratori il diritto di ignorare i loro smartphone.

Come è noto, infatti, l’attività di  risposta alle email al di fuori dell’orario lavorativo solitamente non viene considerata lavoro straordinario e pertanto non è retribuita. Inoltre, la disponibilità fuori orario è oggi considerata “un dovere” da molti datori di lavoro. Per questo la legge obbliga le aziende a stabilire un accordo con i dipendenti nel quale siano espressamente indicati gli orari entro i quali sono tenuti a rispondere alle comunicazioni provenienti dall’ufficio. Le nuove regole puntano a tutelare anche le professioni digitali che lavorano in remoto e che quindi sono più esposte a chiamate fuor orario.

La norma è stata introdotta dal Ministro del Lavoro francese dopo un’indagine sull’impatto sulla salute del flusso ininterrotto di informazioni digitali legati all’ambiente di lavoro. L’utilizzo eccessivo di dispositivi digitali grazie ai quali gli impiegati sono reperibili a qualunque ora è considerato responsabile di diversi disturbi tra cui “burnout” , insonnia e problemi relazionali.

Alcune multinazionali con sede in Francia hanno già reso noto che stanno già applicando soluzioni innovative quali il “coprifuoco” sulle comunicazioni serali” o sistemi di cancellazione automatica delle email inviate a colleghi in ferie o non operativi.

ebookBocciato il tentativo di equiparare l’aliquota di tassazione su libri elettronici e cartacei.

La Corte di Giustizia dell’Unione Europea si è espressa in merito alla riduzione dell’aliquota IVA sui libri elettronici operata negli anni passati da Francia e Lussemburgo. Una difformità di tassazione ritenuta illegittima per ciò che riguarda gli ebook, ma lecita per i libri cartacei.

Nelle due sentenze relative ai ricorsi per inadempimento degli obblighi stabiliti dalla direttiva IVA presentati dalla Commissione nei confronti di Francia e Lussemburgo, si specifica che la possibilità di riduzione dell’aliquota è applicabile per il supporto fisico, parte integrante del libro cartaceo, ma non per il libro elettronico, a cui occorre un ulteriore supporto.

In questi termini, il libro elettronico è da considerarsi un servizio, e non un supporto. Le regole della UE, si precisa nella sentenza, vietano la possibilità di applicare un’IVA ridotta a tutti i servizi forniti per via elettronica.

La decisione presa sugli ebook spegne il dibattito che in questi mesi ha avuto luogo in Italia, e che ha prodotto l’introduzione di un emendamento nell’ultima legge di stabilità, nel quale è prevista per i libri elettronici una riduzione di tassazione dal 22 al 4 per cento.

La reazione degli editori europei non si è fatta attendere: in una lettera aperta rivolta alle massime cariche del Consiglio e del Parlamento europei, si esorta a un intervento sulla direttiva comunitaria “per eliminare la stortura che penalizza lo sviluppo del libro e della lettura nell’intero continente”. Firmatari del testo sono la Federazione degli Editori Europei (Fep), la Federazione delle associazioni europee degli scrittori (Ewc), la Federazione europea e internazionale dei librai (Eibf), e l’Associazione Italiana Editori (Aie).

Google Fr 2014-02-09 at 10.18.20 amSembra un doodle ma non lo è: da alcuni giorni sulla homepage di Google France un cartello riporta informazioni sulla sanzione di 150.000 euro imposta dal garante francese per la violazione della privacy dei suoi utenti.

Il Commission Nationale de l’Informatique et des Libertés (CNIL) ha sanzionato l’azienda californiana per la modifica alle policy relative alle attività di raccolta e trattamento dei dati personali.

L’attenzione è rivolta alla ormai nota unificazione delle 60 policy sulla privacy dei vari servizi di Google (YouTube, Gooogle+, Gmail…) che combina i dati personali raccolti nelle varie piattaforme per creare un unico profilo che segue l’utente in tutti gli ambienti virtuali gestiti da Mountain View. In particolare, è stato rilevato come l’aspetto più critico di questo nuovo modello, introdotto da Google nel marzo 2012 sia stato imposto agli utenti senza lasciare loro la possibilità di opt out.

Nel 2013 l’Authority francese per la protezione dei dati, insieme ai Garanti privacy di Italia, Regno Unito, Paesi Bassi, Germania e Spagna, ha annunciato l’avvio di un’istruttoria coordinata volta a stabilire se il nuovo pacchetto di policy unificate di Google fosse compatibile con i requisiti fissati nella Direttiva 95/46/CE sulla protezione dei dati personali.

Dopo alcuni mesi di indagine, la CNIL aveva concesso a Google un periodo di tre mesi per attuare misure che informassero gli utenti sulle modalità di utilizzo dei loro dati personali, chiarire per quanto tempo fossero mantenuti nelle banche dati di Mountain View e inserire una richiesta di autorizzazione da parte degli utenti per l’installazione di cookies sui loro computer. Google non ha tuttavia rispettato la richiesta del Garante francese, che il 3 gennaio scorso ha quindi imposto all’azienda una sanzione amministrativa e l’ordine di apporre sulla propria homepage l’avviso riguardante la violazione per un periodo minimo di 48ore.

Si è rivelato inutile il tentativo di Mountain View di appellarsi al Consiglio di Stato francese per sospendere parzialmente l’ordine della Commissione Sanzioni della CNL: venerdì 7 febbraio il giudice ha rigettato la richiesta e Google è stato costretto ad apporre la notifica sulla propria homepage durante il weekend.

Una curiosità: è stato riportato che il sito del garante privacy francese non ha retto il traffico generato dal link al provvedimento presente nella notifica di Google ed è così rimasto irraggiungibile per diverse ore.

La funzione di Google che suggerisce le parole da digitare sulla barra delle ricerche è al centro di una nuova vicenda legale che ha coinvolto la compagnia, accusata questa volta di fomentare l’antisemitismo attraverso la creazione di un database di celebrità di fede ebraica.

L’organizzazione francese SOS Racisme, insieme all’Unione degli Studenti Ebrei di Francia, a J’accuse! – Azione internazionale per la giustizia (AIPJ), e al Movimento contro il razzismo e per l’Amicizia fra i Popoli, hanno esposto querela contro la compagnia di Mountain View per il suggerimento della parola “ebreo”, proposta agli utenti che si trovano a digitare il nome di alcuni personaggi noti, come il magnate Rupert Murdoch o la star della serie televisiva Mad Man Jon Hamm.

Secondo le associazioni, attraverso questo tipo di suggerimento Google víola la legge francese che vieta di creare liste basate sull’appartenenza etnica. A questo proposito, il legale di SOS Racisme ha dichiarato che attraverso la funzionalità di Google suggest, la compagnia americana ha di fatto creato il più ampio archivio di ebrei della storia. I querelanti chiedono quindi al giudice di ordinare a Google la cessazione dei suggerimenti relativi alla parola “ebreo” nelle diverse lingue.

Naturalmente, la funzionalità Google suggest è automatica, e, come si può leggere nella pagina dedicata al servizio, suggerisce le parole da cercare sulla base delle precedenti ricerche effettuate dagli utenti sul motore di ricerca. Tuttavia, la compagnia ha la possibilità di filtrare alcune parole e fare in modo che non compaiano. È il caso dei termini legati alla pornografia, alla violenza o all’incitamento all’odio. In passato, Google è stata costretta da giudici di varie nazionalità a cancellare anche alcuni suggerimenti accostati a nomi di privati cittadini coinvolti in scandali o crimini.

Non è la prima volta, infatti, che il servizio di suggerimento di Google causa alla compagnia dei problemi sul piano della legalità. I casi precedenti, tuttavia, erano originati da accuse di diffamazione derivate dal suggerimento di un termine negativo associato ai nomi dei querelanti. C’è quindi attesa per l’esito di un caso  che verte invece su un termine che individua l’appartenenza ad un gruppo etnico-religioso.

posted by admin on settembre 28, 2010

Responsabilità dei provider

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google_suggestA pochi giorni dalla sentenza di Madrid che ha scagionato YouTube dalle accuse di Telecinco, si è diffusa la notizia di un’ulteriore controversia legale che ha coinvolto Google in Francia.

Il Tribunale di Parigi ha condannato la compagnia di Mountain View per diffamazione ai danni di un cittadino francese che lamentava l’accostamento del suo nome a termini  quali “satanista” e “stupratore” attraverso il servizio Google Suggest, che suggerisce le parole durante la digitazione della query sul motore di ricerca. Tali termini comparivano inoltre sul servizio “ricerche correlate” offerto nella pagina dei risultati di Google.

Il querelante, che ha subito una condanna non ancora definitiva a tre anni di carcere per corruzione di minore, ha chiesto al Tribunale di Parigi di ordinare la rimozione dei termini diffamatori e un risarcimento danni di 100.000 euro da parte di Google e del suo CEO Eric Shmidt.

Google si è difesa davanti alla corte sostenendo che i  suddetti servizi sono completamente automatici, dal momento che si basano su algoritmi, e che i risultati suggeriti derivano solo dalla frequenza con cui gli utenti hanno associato in passato i termini proposti.

La compagnia americana ha anche sostenuto che il semplice accostamento di parole non può essere considerato come diffamazione, dal momento che chi naviga in internet sa bene che i risultati delle ricerche tengono solo conto della concomitanza, all’interno di uno stesso testo web, dei termini cercati.

La corte parigina tuttavia non ha accolto le giustificazioni di Google, rilevando come non sia stata presentata alcuna prova riguardo l’automatizzazione del servizio di suggerimento parole. In aggiunta, il fatto che i termini suggeriti da Google Suggest non siano uguali a quelli proposti del servizio “Ricerche Correlate” dimostra che non possono basarsi sul medesimo algoritmo.

Il Tribunal de grande instance ha quindi condannato l’azienda di Mountain View, constatando come il suggerimento di parole possa incuriosire gli utenti e portarli a scegliere più spesso i termini di ricerca proposti, contribuendo, in questo modo, a rendere sempre più frequenti gli stessi accostamenti, in una sorta di “effetto valanga”.

Google dovrà perciò rimuovere i sostantivi considerati diffamatori dalla lista dei suggerimenti e pagare le spese processuali del querelante. Per il risarcimento dei danni è stata invece fissata una cifra simbolica di un euro.

I legali di Mountain View hanno annunciato il ricorso in appello.

posted by admin on ottobre 27, 2009

Diritto d'autore e copyright, ISP

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Jean-Bernard Levy, original pic by MEDEF

Jean-Bernard Levy, original pic by MEDEF

Sono passati solo pochi giorni  dalla sua introduzione in Francia, ma già uno dei colossi del multimedia afferma: la Legge Hadopi va estesa anche al di fuori del territorio transalpino. Ad affermarlo con nettezza è Jean-Bernard Levy, amministratore delegato del più importante conglomerato di produzione editoriale del mondo, la francese Vivendi. Perché anche se l’efficacia operativa della norma è ancora da dimostrare, spiega, essa costituisce un primo e ineludibile passo in avanti per la protezione dei diritti degli editori.

Per esprimere il proprio pensiero Levy ha scelto la Conferenza Internazionale sulla Creatività ed il Business Network (C&abinet) organizzata dal governo inglese per promuovere la riflessione sulla transizione delle industrie multimediali ai formati di produzione e distribuzione digitali. E proprio dal REgno Unito dovrebbe partire, secondo lo stesso Levy, l’estensione del modello “tre errori e sei fuori” proposta oltralpe dal Gabinetto Sarkozy: “La Gran Bretagna dovrebbe fare di più per promuovere lo sviluppo del suo comparto media” ha dichiarato al Guardian “e anche se la legislazione francese è attualmente più avanzata, appare ovvio che anche in UK si dovrebbe creare una legge tipo Hadopi”.

Le parole di Levy possiedono un peso particolare anche in ragione delle dimensioni del gruppo Vivendi, nel “portafoglio” del quale figurano colossi come Universal Music, Canal Plus e Activision, oltre ad uno dei maggiori Internet Service Provider (ISP) di Francia, l’omonimo Vivendi. E a sentire il CEO del conglomerato francese anche gli stessi ISP dovrebbero pronunciarsi a favore dell’estensione di normative più restrittive in materia di file sharing: “i provider dovrebbero senz’altro appoggiare leggi di questo tipo, dal momento che molti degli investimenti che stanno affrontando oggi per allargare la banda disponibile sono resi necessari dalle attività di download illegale”.

posted by admin on settembre 15, 2009

Diritto d'autore e copyright

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Immagine originale di cap21photo, distribuita con licenza CC

Immagine di cap21photo, distribuita con licenza CC

La Camera dei Deputati francese ha approvato la nuova versione della legge contro la circolazione illegale di contenuti digitali, meglio conosciuta con il nome di “Legge Hadopi”. Il provvedimento passa ora all’esame del Senato, che lo dovrebbe discutere nel corso della prossima settimana. Prima di allora, però, il dispositivo dovrà essere esaminato anche da una commissione mista, composta da 7 deputati e 7 senatori.

Come la prima- rigettata in Giugno dalla Corte Costituzionale- anche la nuova versione di Hadopi prevede la disconnessione dell’abbonamento internet per gli IP che si rendono protagonisti di episodi ripetuti di downloading illegale. Tuttavia, per evitare ulteriori eccezioni di incostituzionalità, la titolarità del diritto di disconnessione viene sottratta all’Alta autorità per la diffusione delle opere e la protezione dei diritti di autore su internet (Hadopi) ed attribuita al giudice ordinario di primo grado. All’Hadopi spetterebbe il solo compito di constatare l’infrazione (e di mandare due avvertimenti prima via mail e poi via posta) senza poter intervenire direttamente con il taglio della connessione.

Il Gabinetto Sarkozy punta su Hadopi 2 come deterrente contro i fenomeni di pirateria digitale in campo musicale e cinematografico. Ma il provvedimento ha attirato anche forti critiche, da parte sia dell’opposizione parlamentare francese che delle stesse istituzioni europee
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Una nuova versione della Legge HADOPI è stata presentata al Consiglio Costituzionale francese. E’ il giornale britannico The Register a riferirlo spiegando che la norma, bocciata in prima scrittura dall’Assemblea Nazionale, rivista e successivamente dichiarata incostituzionale, sarebbe stata ri- sottoposta ai giudici costituzionali.

Attraverso HADOPI il governo francese punta a contrastare il fenomeno dello scambio di file peer- to- peer via internet. Al cuore della norma sta la possibilità di disconnettere le linee dati di quegli utenti sugli IP dei quali vengano rilevati tre episodi di infrazione delle leggi sul copyright.

Il Consiglio Costituzionale aveva rigettato la norma spiegando che l’agenzia HADOPI, cui il Governo prevedeva demandare il monitoraggio e le eventuali attività di disconnessione, non ha titolo a procedere ad operazioni di questo genere.

Per ovviare a tale impedimento, la nuova versione della Legge prevede che la decisione sulla disconnessione “punitiva” sia posta in capo ad un giudice. Oltre a “staccare” la linea dell’incriminato, al magistrato è data anche facoltà di imporre sanzioni civili (con multe fino a 300000 Euro) o penali (fino a 2 anni di detenzione).

Il dibattito sulla proposta è calendarizzato per il giorno 21 Luglio.