Direttore Scientifico: Prof.ssa Avv. Giusella Finocchiaro
Curatrice Editoriale: Dott. Giulia Giapponesi

red-questionEletta a parola inglese dell’anno 2016, la cosiddetta post-truth (post-verità) rimanda ad un concetto apparentemente nuovo. Il termine si riferisce a circostanze in cui i fatti verificati sono meno efficaci nell’indirizzare l’opinione pubblica rispetto a narrazioni che si reggono sulle emozioni o sulle credenze individuali.

Dopo le prime apparizioni in alcuni articoli del 2015, nel corso del 2016 la parola post-truth ha cessato di essere accompagnata dalla sua definizione ed è divenuta di utilizzo comune nei discorsi di commento politico ed in particolare in quelli relativi al referendum Brexit e alle elezioni presidenziali statunitensi. In Italia è stata spesso citata nei commenti sull’esito del referendum costituzionale.

Detta in termini semplici, secondo molti commentatori l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, l’elezione di Trump e il fallimento del referendum proposto da Renzi sarebbero le conseguenze di un’epoca in cui gli aventi diritto al voto decidono di non credere ai fatti reali a favore di notizie dal forte impatto emozionale. Naturalmente non è possibile stabilire quanto questa decisione sia presa dagli elettori in modo consapevole, ma sembra implicito che il discorso sulla post-truth si riferisca anche e soprattutto a quanti non sono in grado di distinguere tra una fonte di informazione attendibile e una palesemente di parte.

Del tutto prevedibilmente, al cuore dell’allarme troviamo una riflessione sui social network come principali vettori della propagazione incontrollata di notizie false e di propaganda. Sebbene le notizie siano pubblicate e condivise dagli utenti, il ruolo di queste piattaforme sarebbe molto più attivo di quanto si possa presupporre. Su Facebook, ad esempio, la colonna dei “trending feed” incoraggia direttamente la lettura e la condivisione degli articoli più letti sul social network, molti dei quali provenienti da siti inaffidabili contenenti eclatanti notizie false, amplificandone la portata.

Il magazine Buzzfeed ha portato alla luce l’esemplare vicenda di alcuni siti pro-Trump, creati da un gruppo di adolescenti macedoni, che riportavano notizie mirabolanti e totalmente inventate al solo scopo di trarre profitto dalla pubblicità di Google Ad-sense. Calunnie ai danni di Hilary Clinton che hanno generato oltre 140.000 condivisioni da parte di utenti statunitensi.

Dopo la vittoria di Trump si è quindi scatenata una bufera sulla gestione di Facebook, accusato di non voler ammettere le proprie responsabilità sulla formazione dell’opinione pubblica. In risposta alle critiche il 15 dicembre 2016 Mark Zuckerberg ha annunciato il lancio di un sistema di classificazione degli articoli che prevede l’apparizione di un particolare “flag” sulle notizie segnalate come false dagli utenti e da una speciale squadra di “fact-checkers” professionisti.

Tuttavia sono in molti a non voler lasciare alle più grandi piattaforme della rete, i cosiddetti Over The Top, la delega alla discriminazione fra notizie veritiere o meno. Commentatori ed esperti hanno evidenziato il pericolo di lasciare a compagnie private la classificazione dell’accuratezza delle informazioni presenti in rete.

A questo proposito ha destato particolare attenzione l’intervista rilasciata il 30 dicembre 2016 al Financial Times in cui il Presidente dell’Antitust italiana, Giovanni Pitruzzella evidenzia la necessità di organizzare “una rete di organismi nazionali indipendenti capace di identificare e rimuovere le notizie false”. Una sorta di Authority che avrebbe il compito di vigilare sulla verità dell’informazione.

L’idea ha sollevato un certo interesse tra i commentatori ma anche un coro di accuse riguardo ad una supposta volontà di censura da parte delle istituzioni. In Italia l’ex comico e leader politico Beppe Grillo ha definito l’allarme post-truth come “una nuova inquisizione”. Non manca chi, come Riccardo Luna, ex direttore di Wired Italia, chiede di ripensare alle responsabilità del giornalismo di qualità come baluardo contro la dilagante disinformazione, sottolineando che la post verità non è un fenomeno nuovo anche se oggi trova un’enorme amplificazione nella rete e nei social network.

Questo spunto porta tuttavia ad un’ulteriore riflessione. Se è vero che la rete ha amplificato le possibilità di incorrere in notizie false, va anche riconosciuto che la pluralità di fonti informative permette oggi più che mai di poter approfondire le notizie, analizzandole e confrontandole fra loro. Va da sé che occorre una certa capacità di discernimento per farlo, ma è solo nel contesto di una la pluralità di voci che è possibile sviluppare gli strumenti cognitivi utili a discriminare tra una notizia tutto sommato realistica e una bufala sensazionale. Pensare a soluzioni di contenimento e controllo delle notizie potrebbe quindi essere, oltre che di difficile applicazione, persino controproducente.

Sono ancora poche le voci che sottolineano la necessità di aiutare gli elettori presenti e futuri a dotarsi di strumenti intellettuali con cui riconoscere da sé le fonti più attendibili. A prescindere quindi dalle effettive soluzioni pratiche, il solo fatto di parlare pubblicamente di post-truth può costituire un primo passo verso la presa di coscienza di un problema globale che ciascuno di noi può contribuire a limitare in un modo semplice: evitando di condividere notizie non verificate.

instagramLa notizia dell’acquisizione dell’app di condivisione foto Instagram da parte di Facebook ha già sollevato le prime perplessità sul versante della privacy.

Nonostante Mark Zuckerberg abbia annunciato che Instagram non sarà inglobato dentro Facebook ma continuerà ad essere indipendente, molti utenti dell’app di photo-sharing hanno annunciato su Twitter la volontà di cancellare il proprio account per evitare che i relativi dati finiscano negli ormai famigerati database eterni di Facebook. Secondo alcuni magazine nelle ultime ore ci sarebbe stato un vero e proprio assalto ai siti che spiegano come fare a cancellare un account da Instagram portando via con sé le proprie foto.

I timori degli utenti di Instagram sono condivisi anche da esperti di privacy online e attivisti per i diritti digitali che hanno sottolineato diverse criticità per la protezione dei dati personali degli utenti. Sebbene la policy sulla privacy di Instagram sia stata sempre considerata equilibrata, non prevede tuttavia nessuna garanza per i dati degli utenti in caso di acquisizione della società che gestisce il sito da parte di terzi.

Come sottolineato da esperti, gli utenti di Instagram sapevano di stare utilizzando una piattaforma piuttosto basilare di mera condivisione di foto e di scarso interesse sia per inserzioni pubblicitarie sia per eventuali indagini esterne. Ora che si paventa la possibilità che le foto condivise si combinino con i dati di Facebook, lo scenario di rischio per la tutela della privacy si fa più complesso.

Sono attesi chiarimenti da parte del CEO di Facebook Mark Zuckerberg.

posted by admin on luglio 5, 2010

Miscellanee

(No comments)

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Dalla recente indagine internazionale contro il servizio di Google Street View fino alle proteste contro la privacy di Facebook, la questione della protezione dei dati personali si è rivelata essere oggi di fondamentale importanza per un sano sviluppo della società della rete.

Il tema, al centro anche della discussa sentenza sul caso Google/Vividown, ha sollevato un ampio dibattito. Da un lato si è rilevata la difficoltà nello stabilire una policy interna coerente con le varie normative nazionali per le aziende che operano internazionalmente sulla rete. Dall’altro lato la violazione della privacy attraverso contenuti generati dagli utenti ha portato nuovamente in primo piano la questione dell’attribuzione di responsabilità ai meri fornitori di servizi.

All’interno del dibattito non sono mancate prese di posizione radicali, come quella del giovane CEO di Facebook, Mark Zuckerberg che ha recentemente dichiarato in un’intervista a Repubblica: “Per i miei genitori la privacy era un valore, per i miei coetanei condividere è un valore”.

Ma qual è l’attuale spazio di intervento dell’Autorità Garante della privacy sui social network? Quali i criteri delle istituzioni della policy aziendale sulla protezione dei dati personali di un azienda che, come Google, opera in tutto il mondo?

Questi sono alcuni degli spunti di riflessione che saranno sollevati durante l’incontro coordinato da Giusella Finocchiaro, Professore ordinario di diritto di Internet e di diritto privato nell’Università di Bologna, con il Cons. Giovanni Buttarelli, Garante europeo aggiunto dei dati personali, e il Dott. Marco Pancini, European Policy Counsel and Director of institutional relations of Google Italia.

L’evento si terrà giovedì prossimo, 8 luglio, alle 17 presso Villa Guastavillani, sede di Alma Graduate School, via degli Scalini 18, Bologna. Per ulteriori informazioni e iscrizioni cliccare QUI.

home_facebookSi deve a due informatici canadesi l’ideazione del Quit Facebook Day, la giornata della cancellazione da Facebook, fissata per il 31 Maggio. Si tratta di un’iniziativa di protesta contro il modo in cui il social network sta trattando i dati personali dei suoi utenti: in occasione del Quit Facebook Day si invitano tutti coloro che hanno a cuore la propria privacy a cancellare il proprio profilo.

L’iniziativa sta riscuotendo un discreto successo, soprattutto sulla scia delle polemiche suscitate dall’ultima trovata commerciale di Facebook, la cosiddetta “instant personalization” che prevede che siti esterni al social network possano accedere ai dati degli utenti quando questi transitano sulle loro pagine.

Ma non è solo quest’ultima intrusione il motivo del malcontento sempre più esteso nei confronti di Facebook. Recenti articoli hanno evidenziato un percorso di progressiva erosione della capacità di controllo dei propri dati offerta agli utenti del servizio (per una rapida panoramica dello stato della privacy dei profili di FB nel tempo, un ricercatore dell’IBM Center for Social Software ha ideato una pratica visualizzazione grafica).

Come se ciò non bastasse, l’orientamento sprezzante della tutela dei dati personali della policy interna al Social Network era stato chiaramente esplicitato dal suo fondatore Mark Zuckerberg che all’inzio di quest’anno aveva dichiarato che “la privacy è un concetto ormai superato“.

In evidente disaccordo con lui alcuni senatori degli Stati Uniti recentemente hanno indirizzato al social network una lettera nel quale si invitava l’amministrazione a migliorare la tutela dei dati personali degli utenti. In seguito anche il Working Party, il gruppo dei Garanti dei dati personali dell’unione Europea, ha richiamato Facebook in una lettera di aperta critica.

La tempesta di polemiche questa settimana ha trovato una risposta da parte del social network. Facebook ha dichiarato che renderà più semplici i meccanismi di protezione dei propri dati per gli utenti, annunciando l’introduzione di un unico bottone per disabilitare l’intrusione nel loro profilo di terze parti.

Mercoledì Mark Zuckerberg ha scritto nel suo blog una lunga lettera di spiegazioni sui nuovi controlli della privacy, che a tratti assume toni di scusa:

Ogni volta che facciamo un cambiamento proviamo a imparare dalle lezioni passate, e ogni volta facciamo anche nuovi sbagli. Siamo lontani dalla perfezione, ma sempre facciamo del nostro meglio per costruire il miglior servizio per voi e per il mondo.

L‘Electronic Frontier Foundation, da sempre in prima linea in materia di privacy, ha commentato positivamente la risposta di Facebook, tuttavia ha puntualizzato che non è che il primo passo. Molta strada resta ancora da fare per garantire agli utenti del servizio un pieno controllo dei propri dati. Ad esempio, anche se è stata facilitata la procedura di opt-out, la famigerata instant personalization rimane un’impostazione di default. Per un’analisi precisa delle implicazioni negative sui dati personali che persistono su Facebook si rimanda all’articolo dell’EFF.

home_facebookGli ultimi cambiamenti applicati in automatico alle impostazioni della privacy dei 400 milioni di utenti di Facebook hanno suscitato la preoccupazione di alcuni senatori democratici del governo americano.

In una lettera indirizzata a a Mark Zuckerberg, CEO di Facebook, i senatori Charles Schumer, Michael Bennet, Mark Begich e Al Franken hanno sollevato alcune critiche riguardo alla una nuova policy  di Facebook che rende visibili a tutti alcuni dati personali quali nome proprio, città di residenza, città di origine, gusti (likes), interessi e amici. La modifica, applicata in modo automatico alle impostazioni della privacy, permette anche a terze parti, siti esterni al social network, di conservare per 24 ore le informazioni degli utenti Facebook che transitano sulle loro pagine. È la cosiddetta “instant personalization”, che è stata presentata da Facebook come “un modo per connettersi con gli amici sui siti preferiti”.

I senatori, nell’annunciare che la questione verrà esaminata dalla Federal Trade Commission,  hanno dichiarato: “nel frattempo, noi crediamo che Facebook possa fare qualche rapida e produttiva mossa per alleviare la preoccupazioni dei suoi utenti. È di cruciale importanza che istituisca delle procedure di opt-in per la condivisione delle informazioni invece che costringere gli utenti a lunghi e complicati passaggi per effettuare l’opt-out da una impostazione“.

Scoprire come effettuare la procedura per l’opt-out, termine con cui si indica la disdetta dell’opzione, è in effetti abbastanza complicato. Per questo motivo fin dal giorno dell’opt-in automatico, annunciato da Facebook sulla homepage, si è diffuso tra gli utenti un passaparola con le istruzioni: “andare dalla homepage  su -> Account – >Privacy Setting -> Application and Websites -> Instant Personalization Edit setting: depennare il quadratino”.

Ma non finisce qui. Per bloccare l’accesso alle proprie informazioni personali da parte di siti visitati dagli amici che non hanno effettuato l’opt-out, la Electronic Frontier Foundation prescrive di andare sulle pagine di Microsoft Docs, Pandora e Yelp (i siti con cui Facebook ha stretto accordi di personalizzazione istantanea) e cliccare  Block Application, nella colonna di sinistra. Una procedura non certo accessibile a qualsiasi utente e di fatto piuttosto complessa anche per chi è avvezzo ai tortuosi meccanismi delle impostazioni sulla privacy.

La risposta di Facebook alla protesta dei senatori è stata conciliante. Dopo l’incontro con l sen.Charles Shumer il portavoce Facebook, Andrew Noyes, ha promesso di esaminare  la questione e ha espresso la speranza che il governo aiuti Facebook nell’aiutare gli utenti a esercitare il pieno controllo sulle informazioni che condividono in rete.