Direttore Scientifico: Prof.ssa Avv. Giusella Finocchiaro
Curatrice Editoriale: Dott. Giulia Giapponesi

posted by admin on gennaio 15, 2016

Diritto d'autore e copyright

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Rojadirecta-calcio-streamingIl giudice, dando ragione a Mediaset,  impone al fornitore di connessione internet di disabilitare qualsiasi tipo di collegamento al sito pirata che viola il copyright delle gare di Serie A e Champions League.

Il 13 gennaio 2016 è stata confermata la decisione della Sezione Specializzata Impresa del Tribunale di Milano che il 18 novembre 2015 aveva ordinato, in via cautelare, il blocco ad ogni accesso al popolare sito pirata Rojadirecta che mette a disposizione degli utenti liste di indirizzi di siti che trasmettono eventi sportivi in streaming.

Il provvedimento cautelare giungeva a seguito di un esposto inoltrato nel 2013 da Mediaset e Lega Calcio, che si era concluso con un ordine di sequestro del portale Rojadirecta. L’ordine obbligava gli Internet Service Provider italiani a rendere il sito irraggiungibile dai loro utenti, tramite inibizione dei DNS, un’ingiunzione a cui avevano dato seguito tutti i fornitori di connettività del nostro paese tranne Fastweb.

Nel novembre del 2015, il tribunale di Milano aveva disposto che Fastweb provvedesse a oscurare qualunque dominio riconducibile a Rojadirecta, indipendentemente dal fatto che fosse o meno in violazione delle leggi. Una penale di 30.000 euro sarebbe stata versata per ogni giorno di ritardo nell’esecuzione del blocco. Dal 18 novembre Fastweb aveva provveduto al blocco all’accesso del sito.

La sentenza del 13 gennaio impone  a tutti i provider la disabilitazione all’accesso “sia ai DNS, sia agli indirizzi IP associati”. La novità in fatto di tutela del copyright online sta nell’imposizione rivolta al fornitore di connessione internet di inibire totalmente ai propri clienti l’accesso a tutti gli indirizzi IP collegati al sito in questione.

In un recente comunicato, Mediaset spiega che «mai prima d’ora, infatti, la magistratura civile aveva imposto a un fornitore di connessione internet di inibire ai propri clienti l’accesso a tutti gli indirizzi Ip collegati a un sito, Rojadirecta nel caso in oggetto. In questo modo, il provvedimento del Tribunale di Milano fornisce una tutela effettiva ai diritti esclusivi degli editori, individuando nei fornitori di connettività gli operatori più idonei a contrastare la pirateria digitale». Mediaset ha annunciato che «farà valere questa decisione anche presso le Autorità regolamentari dove il tema del blocco degli Ip è fondamentale per evitare che i provvedimenti del Garante possano essere facilmente aggirati».

Il motore di ricerca non è un editore, ma un semplice intermediario.

Questa, in estrema sintesi, la motivazione alla base della decisione della Corte d’Appello di Milano, che ha rigettato il ricorso di RTI (Gruppo Mediaset), non riconoscendo in capo a Yahoo! Italia una violazione del diritto d’autore, e confermando la sentenza di primo grado di giugno 2014.

Secondo i giudici milanesi il motore di ricerca non è responsabile dei risultati automatici delle ricerche, e non ha il dovere di intervenire sull’indicizzazione di siti terzi che ospitano opere protette da diritto d’autore senza il consenso del titolare dei diritti.

Questa sentenza va a confermare non solo l’analoga decisione del Tribunale di primo grado, ma anche la sentenza d’appello del gennaio 2015 relativa ad un precedente contenzioso tra Yahoo! e RTI.

Il caso aveva avuto origine nel 2009 quando RTI aveva citato in giudizio “Yahoo! Video”, la piattaforma di condivisione di video caricati dagli utenti, oggi non più attiva, per la pubblicazione non autorizzata di filmati tratti da trasmissioni televisive prodotte da RTI, quali Amici, Il Grande Fratello, Striscia La Notizia, ecc.

In quell’occasione il Tribunale di primo grado aveva ritenuto la piattaforma responsabile delle violazioni, perché aveva ravvisato nel suo servizio un’attività di tipo editoriale, in virtù della funzione di indicizzazione automatica e, paradossalmente, proprio della possibilità di rimozione di contenuti segnalati come illeciti. Nel 2015 la Corte d’Appello ha però smentito la precedente sentenza, sottolineando come non sussista alcuna responsabilità del provider poiché l’attività di cercare e organizzare in un elenco i siti pertinenti ai criteri di ricerca richiesti dell’utente si basa sulla memorizzazione automatica, intermedia e temporanea delle informazioni. L’embedding dei video, la scelta del frame dell’anteprima, i suggerimenti di ricerca sono “di carattere automatico e neutro”.

L’attuale sentenza della Corte d’Appello, quindi, pur avendo come oggetto l’attività di Yahoo! come motore di ricerca e non come piattaforma di video sharing, si è espressa sulla stessa linea di principio. Ha aggiunto inoltre una constatazione sulla mancata sussistenza di “elementi tali da far desumere che l’attività di Yahoo! Italia SRL sia intenzionalmente orientata ad agganciare links in aperta violazione dei diritti altrui”.

RTI ha già dichiarato l’intenzione di impugnare in Cassazione la sentenza della Corte d’Appello.

Yahoo Y logoLa Corte di Appello di Milano ha accolto il ricorso di Yahoo! contro la sentenza di violazione del diritto d’autore, emessa a favore del Gruppo Mediaset nel 2011.

La succursale italiana di Yahoo! era stata condannata a causa di alcuni video caricati dagli utenti sulla piattaforma “Yahoo! Video”, oggi non più in attività. I video incriminati erano tratti da trasmissioni televisive di RTI (Gruppo Mediaset) quali Amici, Il Grande Fratello, Striscia La Notizia, ecc.

Secondo il giudice di primo grado, nonostante i video fossero stati diffusi dagli utenti, la violazione era da ritenersi in capo a Yahoo! in quanto l’attività della piattaforma non poteva essere ricondotta alla limitazione di responsabilità prevista dall’art.14 della Direttiva Europea sul Commercio Elettronico (2000/31/CE) attuata dal d.lgs 70/2003.

Il mancato riconoscimento della neutralità dell’intermediario era motivato da un presunto controllo sui video da parte di Yahoo! che avrebbe reso la piattaforma un hosting provider “attivo”, a differenza dei provider “passivi” tutelati dalla Direttiva. In sostanza, la Corte aveva riconosciuto un’attività di tipo editoriale da parte della piattaforma, in virtù della funzione di indicizzazione automatica e, paradossalmente, della possibilità di rimozione di contenuti segnalati come illeciti.

Ciò premesso, il giudice aveva individuato la colpevolezza di Yahoo! anche nella mancata rimozione di tutti i video in seguito alla diffida ricevuta da RTI. Una motivazione a cui Yahoo! aveva risposto invano nel corso del giudizio, sostenendo di avere rimosso subito i 9 video indicati e di aver chiesto a RTI di specificare ulteriori URL di video da rimuovere e di non aver mai ricevuto la lista completa.

La Corte di Appello, nella sentenza che ribalta la decisione di primo grado ha sottolineato come Yahoo! avesse puntualmente provveduto a rimuovere anche ulteriori 218 video, nel momento in cui i relativi URL sono stati indicati da RTI, in fase di giudizio.

Per quanto riguarda la responsabilità della piattaforma, citando alcune decisioni della Corte di Giustizia dell’Unione Europea quali quelle relative al caso SABAM-Scarlet, quelle relative al caso SABAM-Netlog e quelle relative al caso Telekebel, il giudice d’appello ha rigettato le interpretazioni in cui si era prodotto il Tribunale di Milano nel 2011. Non ci sono i presupposti per considerare la piattaforma come appartenente ad una diversa tipologia di hosting provider non tutelata dalla Direttiva 2000/31/CE. Yahoo! è pertanto un semplice intermediario e come tale non era tenuto ad individuare autonomamente contenuti in violazione dei diritti di d’autore di RTI, né avrebbe dovuto approntare un sistema di filtri che prevenisse le successive violazioni.

RTI è stata dunque condannata a risarcire Yahoo! delle spese processuali di primo e secondo grado, per un ammontare totale di 244.000 euro.

Il testo della sentenza è stato pubblicato QUI.

posted by admin on settembre 16, 2013

Diritto d'autore e copyright, Miscellanee

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Il Tribunale di Roma ha vietato al magazine online “Il Post” la pubblicazione di informazioni volte ad indicare l’esistenza e la raggiungibilità di piattaforme di streaming che trasmettono illegalmente eventi sportivi.

Anche la sola pubblicazione dei nomi di siti dedicati alla pirateria rappresenta una condotta illecita. Questo, in sostanza, quanto stabilito dal tribunale di Roma che in una recente ordinanza contro Il Post ha proibito al direttore responsabile della testata di “fornire, in qualsiasi modo e con qualunque mezzo, espresse indicazioni sulla denominazione e la raggiungibilità dei portali telematici che, direttamente o indirettamente, consentono di accedere illegalmente a prodotti audiovisivi”.

L’ordinanza contro Il Post ha accolto la richiesta di RTI Mediaset in associazione con i vertici di Lega Calcio, che si sono rivolti al giudice chiedendo di inibire la pubblicazione di articoli contenenti informazioni utili ad individuare siti che a loro volta pubblicavano link a piattaforme che trasmettevano illegalmente partite di calcio.

Gli articoli a cui fa riferimento la richiesta, pubblicati tra il 2010 ed il 2012, informavano i lettori sulla possibilità di guardare gli eventi sportivi in diretta sia attraverso siti istituzionali di canali televisivi esteri e sia attraverso streaming provenienti direttamente da Sky ma diffusi senza autorizzazione. La possibile illegalità dei siti di streaming veniva ben chiarita nell’articolo.

Nell’ottobre 2012 con una lettera di diffida i legali di RTI Mediaset invitarono la direzione del magazine ad interrompere ogni attività informativa che contribuisse a facilitare l’accesso alla diffusione illecita dei contenuti di RTI e a rimuovere entro 24 ore ogni informazione di contenuto identico o simile a quello denunciato.

La direzione del Post acconsentì alla richiesta rimuovendo tutti i link alle piattaforme segnalate come illegali. Tuttavia il 13 febbraio 2013 la testata pubblicò un approfondimento sull’argomento dal titolo “I siti dove vedere le partite in streaming – Quali sono, cosa dicono le leggi in Italia e in Europa”.

Secondo quanto ricostruito dal Post, l’articolo intendeva fare maggiore chiarezza sulla legalità o meno dello streaming delle partite, citando le decisioni giudiziarie che avevano coinvolto diverse piattaforme ed elencando i punti principali del dibattito culturale e legislativo intorno alla legittimità e illegittimità della trasmissione online degli eventi sportivi.

Nonostante l’assenza di link e riferimenti diretti alla trasmissione di alcun evento sportivo, alcuni giorni dopo la pubblicazione dell’articolo, il Post fu oggetto di una nuova diffida, questa volta dai legali della Lega Calcio, che denunciava come illecita l’attività di pubblicazione di “indicazioni e riferimenti a siti web attraverso i quali accedere illegalmente alla visione di eventi calcistici del campionato di Serie A in corso” e chiedeva l’interruzione di ogni attività informativa che contribuisse ad agevolare l’accesso alla diffusione illecita dei contenuti audiovisivi licenziati dalla Lega Calcio.

Da allora, nel tentativo di evitare un ulteriore avanzamento della vicenda giudiziaria ma perseguendo la volontà di informare i lettori della possibilità di vedere le partite su siti internet, Il Post ha cessato di pubblicare in qualsiasi nome delle piattaforme illegali, limitandosi a rimandare i lettori all’articolo del 10 febbraio per un ulteriore approfondimento.

Questa condotta non ha tuttavia soddisfatto i querelanti che hanno presentato ricorso al Tribunale Civile di Roma reclamando “un provvedimento cautelare” che inibisse la pubblicazione di “qualsiasi informazione che concorra ad agevolare – direttamente o indirettamente, in qualsiasi modo e forma – la lesione dei diritti trasmissivi, dei diritti autorali connessi e dei diritti di privativa industriale di RTI”.

A nulla è valso l’appello dei legali del Post al diritto di cronaca. Il giudice ha accolto tutte le richieste di RTI e Lega Calcio, vietando la diffusione di qualunque tipo di informazione che possa ricordare l’esistenza di siti per lo streaming illecito, e tra queste anche il rimando ad un articolo di approfondimento.

Si legge infatti nell’ordinanza: “benché il singolo articolo di informazione in ordine al fenomeno della diffusione gratuita in streaming della partite di calcio di maggiore interesse costituisce legittimo esercizio del diritto di cronaca e di informazione, che si estende anche all’indicazione puntuale degli estremi dei fatti e dei suoi autori, il sistematico e ripetuto rinvio, mediante il link contenuto nel comunicato informativo delle singole partite in procinto di svolgimento sembra avere l’effetto non tanto di porre a conoscenza il pubblico dell’illiceità del predetto fenomeno – finalità al cui assolvimento non appare necessario il ricorso ad un link ipertestuale e che è possibile soddisfare, in modo più corretto ed efficace, attraverso il mero riferimento all’illiceità della diffusione delle partite su siti internet diversi da quelli dei licenziatari – quanto piuttosto, di offrire al pubblico medesimo uno strumento per l’immediata e facile individuazione dei siti ove è possibile vedere gratuitamente l’evento”.

In esecuzione dell’ordinanza, il Post ha censurato dai propri articoli ogni riferimento all’esistenza nei fatti di siti non autorizzati a trasmettere le partite di calcio, ha provveduto alla pubblicazione del dispositivo della sentenza e alla rifusione delle spese legali.

Dopo aver perso il ricorso presso l’Organizzazione Mondiale per la Proprietà Intellettuale (WIPO)  Mediaset si rivolge alla legge italiana per tornare in possesso del suo ex dominio “mediaset.com”, ora in mano ad una società americana.

La nona sezione del Tribunale Civile di Roma ha accolto il ricorso 1193/12 di Mediaset nei confronti della società Fenicius Llc imponendole di cessare l’uso del dominio la cui acquisizione, secondo quanto si apprende dalla sentenza, “è stata compiuta con finalità di agganciamento del noto marchio Mediaset”.

La vicenda ha avuto inizio un anno fa, quando l’azienda di Cologno Monzese, per dimenticanza o per disguidi, ha mancato di effettuare il rinnovo del dominio “mediaset.com”, successivamente acquistato all’asta da Didier Mediba, rappresentante della Fenicius Llc.

In novembre, Mediaset ha avviato un ricorso per ottenere la riassegnazione del dominio presso l’Arbitration e Mediation centre della WIPO. L’organizzazione mondiale non ha però accolto la richiesta, ritenendo generiche e non sufficienti le asserzioni dei legali di Mediaset volte a dimostrare la malafede del rappresentante della Fenicius Llc.

Di tutt’altro avviso è stato invece il Tribunale di Roma, che, accogliendo la richiesta di Mediaset, ha imposto alla Fenicius Llc, con sede nel Delaware (USA), l’inibizione all’uso del nome e del dominio “Mediaset.com” e 1.000 euro di penale per ogni giorno di ritardo nell’esecuzione del provvedimento.

Naturalmente, è improbabile che la società americana acconsenta di sottostare alla decisione del tribunale italiano, soprattutto in seguito alla pronuncia a suo favore del WIPO. Tuttavia, nel comunicato stampa di Mediaset traspare soddisfazione per l’esito del ricorso romano.

Per Mediaset, la sentenza diventa anche occasione per una richiesta all’Autorità di un intervento regolatore in tema di copyright. L’azienda conclude infatti il comunicato con queste parole:

“La strada giudiziaria non può essere la soluzione: richiede alle aziende investimenti economici e intellettuali e contribuisce a intasare la giustizia civile. Ormai il problema ci sembra urgente e lo segnaliamo alle autorità competenti.”


posted by admin on settembre 24, 2010

Responsabilità dei provider

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Immagine 1Una sentenza della settima divisione del Tribunale Commerciale di Madrid ha respinto le accuse di violazione del diritto d’autore formulate dall’emittente spagnola Telecinco contro Google/YouTube.

Il canale televisivo, che fa parte del gruppo Mediaset, aveva denunciato la piattaforma di video-sharing nel 2008, chiedendo al Tribunale di ordinare la rimozione immediata per violazione di copyright di tutti i contenuti audiovisivi di proprietà di Telecinco.

Nel respingere la domanda di Telecinco la sentenza ha stabilito che YouTube, in quanto mero intermediario di servizi, non è responsabile delle violazioni compiute dai suoi utenti secondo quanto stabilito dalla Direttiva Europea 23/2000. Il ruolo di mero intermediario è stato riconosciuto alla piattaforma di video sharing sulla base della procedura attraverso la quale vengono pubblicati video: un sistema automatico che non implica alcun intervento da parte di YouTube.

Secondo l’accusa, tuttavia, la piattaforma di condivisione di filmati avrebbe assunto, nella pratica, il ruolo di editore. I legali del canale televisivo sostenevano che il fatto che alcuni video fossero “consigliati”, e che altri non fossero pubblicati perché in contrasto con la policy del sito, costituisse la prova di un controllo di YouTube sui contenuti.

Il Tribunale ha respinto le ragioni di Telecinco adducendo che, da un lato, la procedura che rende alcuni video “consigliati” è automatica perché si basa su parametri oggettivi, e, dall’altro, l’enorme quantità di materiale audiovisivo caricato – ad oggi oltre 500 milioni di video –  esclude la possibilità di qualunque controllo preventivo.

La sentenza (che riportiamo qui in inglese) ricorda anche che YouTube offre uno strumento che permette ai detentori di diritti di notificare i contenuti considerati in violazione attraverso la segnalazione degli URL corrispondenti. Questo strumento è stato utilizzato con successo anche da rappresentanti di Telecinco che hanno ottenuto l’immediata rimozione di alcuni video protetti da copyright.

Il Tribunale ha stabilito quindi che l’intermediario può essere ritenuto responsabile dei contenuti solo dal momento in cui viene a conoscenza delle supposte violazioni e la segnalazione delle violazioni spetta al detentore dei diritti.

Entrambe le parti coinvolte si sono dette soddisfatte dell’esito della causa.

Il blog di Google ha dedicato alla notizia un post (intitolato “Una grande vittoria per internet”) nel quale Aaron Ferstman, Head of Communications di  YouTube, dichiara:

Questa decisione riflette la saggezza della normativa europea in materia di copyright. Più di 24 ore di video vengono caricate ogni minuto su YouTube. Se i siti Internet dovessero monitorare tutti i video, foto e documenti prima di consentirne la pubblicazione, molti siti famosi – non solo YouTube, ma anche Facebook, Twitter, MySpace ed altri – sarebbero costretti a chiudere.

Nel comunicato ufficiale di Telecinco, i rappresentanti dell’emittente televisiva hanno espresso soddisfazione per il fatto che il giudice abbia ironizzato sulle “dichiarazioni epocali” di YouTube sulla libertà di espressione. A questo proposito hanno sottolineato una frase della sentenza:

“probabilmente, c’è molto di retorica e di dichiarazione epocale nelle ripetute invocazioni (di YouTube) al principio sacralizzato della libertà di espressione e la pretesa funzione che in questo contesto afferma occupare”.

La decisione del Tribunale di Madrid segue così la recente sentenza dell’analogo caso Viacom/YouTube. In quell’occasione, il giudice federale di Manhattan aveva sancito la non responsabilità della piattaforma di condivisione video per il principio del safe harbor: il provider di servizi non è responsabile dei contenuti generati dagli utenti se assicura la rimozione immediata di materiale segnalato come in violazione.

L’esito della causa spagnola si scosta invece dalle ultime sentenze italiane nei casi di attribuzione di responsabilità ai provider:  la sentenza  YouTube-Mediaset e l’ordinanza della Cassazione su The Pirate Bay hanno infatti dimostrato come la giurisprudenza in Italia si stia orientando sempre di più verso un modello che attribuisce responsabilità ai fornitori di servizi sui contenuti generati dagli utenti.

posted by admin on dicembre 17, 2009

Diritto d'autore e copyright

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Immagine 1Con una pronuncia del 15 dicembre 2009, il Tribunale di Roma ha, in via cautelare, ordinato a You Tube LLC, You Tube Inc e Google UK Ltd l’immediata rimozione dai propri server e la conseguente immediata disabilitazione all’accesso di tutti i contenuti riproducenti, in tutto o in parte, sequenze di immagine relative al programma “Il Grande Fratello”. Il testo integrale dell’ordinanza è disponibile a questo indirizzo.