Direttore Scientifico: Prof.ssa Avv. Giusella Finocchiaro
Curatrice Editoriale: Dott. Giulia Giapponesi

posted by admin on settembre 8, 2014

Diritto d'autore e copyright

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493197245Scontro sulla nuova funzionalità di Bing che permette ai gestori di siti di incorporare qualsiasi immagine del web attraverso un widget collegato al motore di ricerca.

A poche settimane dal lancio del “widget immagini” del motore di ricerca Bing, Getty Images ha depositato una una denuncia contro Microsoft per violazione di proprietà intellettuale.

Il nuovo Image Widget permette ai gestori di inserire sui propri siti un pannello che visualizza immagini singole o intere fotogallery attinte dalla rete senza limitazioni attraverso una selezione del motore di ricerca.

Secondo Getty Images, dal momento che la maggioranza delle foto pubblicate sul web è coperta da copyright il widget faciliterebbe una massiva violazione del diritto d’autore. Ovviamente, la preoccupazione principale dell’agenzia fotografica va alle 80 milioni di foto del suo catalogo, quotidianamente vendute a siti web e prodotti editoriali di tutto il mondo.

Nella denuncia, Getty Images ha chiarito che l’accusa non si rivolge alle funzionalità di ricerca immagini di Bing, ma solamente alla diffusione del widget, pubblicizzato da Microsoft come uno strumento progettato per rendere i siti web visivamente più attraenti e, di conseguenza, di più alto valore economico.

Ma, secondo Getty Images, lo sfruttamento economico delle immagini non si esaurirebbe in questo passaggio. Infatti, quando gli utenti “cliccano” sul widget vengono reindirizzati alla pagina della ricerca immagini di Bing permettendo alla Microsoft di raccogliere informazioni sugli utenti. Inoltre, aumentando il traffico sul motore di ricerca, il widget rende più redditizia la pubblicità su Bing.

In sostanza, l’agenzia di foto accusa Microsoft di lucrare indirettamente sulle immagini pubblicate dagli utenti del widget in violazione dal diritto d’autore.

Tuttavia, potrebbe esserci un’altra motivazione dietro al tentativo di bloccare la diffusione dell’applicativo di Microsoft. Nel marzo 2014 Getty Images ha lanciato un proprio widget di inserimento foto, dal funzionamento molto simile a quello di Bing, che permette ai siti non commerciali e agli utenti dei social network di inserire liberamente foto coperte dal diritto d’autore tratte dal catalogo dell’agenzia. “Però a differenza di Microsoft”, ha specificato un portavoce al The Seattle Times,”noi abbiamo licenze e accordi contrattuali  che ci permettono di distribuire legalmente le immagini”.

Getty Images ha richiesto al giudice della Corte Distrettuale Sud di New York un’ingiunzione preliminare ed una permanente contro la diffusione dell’Image Widget, almeno fino a quando Microsoft non potrà provare che la funzionalità non viola il diritto d’autore degli scatti fotografici. L’agenzia chiede inoltre un risarcimento per danni economici, che saranno valutati nel corso del giudizio.

Microsoft, in un comunicato, ha fatto sapere di ritenere molto importante la legge sul diritto d’autore e di voler prendere in seria considerazione la richiesta di Getty Images.

Attualmente, sulla pagina di download di Bing dedicata al widget, non è più possibile scaricare l’applicativo.

posted by admin on gennaio 28, 2013

Libertà di Internet

Commenti disabilitati

microsoft-logo-iconÈ stato recentemente pubblicato un documento firmato da associazioni per i diritti digitali dei cittadini, giornalisti, ed esperti di privacy che chiede più chiarezza sulla policy sulla protezione dei dati personali attuata da Skype.

Su quale livello di riservatezza possono oggi contare gli utenti di Skype dopo l’acquisizione della compagnia da parte di Microsoft? Questa la domanda alla base della lettera aperta indirizzata al presidente della divisione Skype e ai vertici dell’azienda di Redmond.

Con oltre 600 milioni di utenti registrati, si legge nella lettera, oggi Skype è di fatto una delle principali compagnie di telecomunicazioni del mondo. Molti dei suoi utenti, tra cui attivisti che operano in paesi governati da regimi autoritari, giornalisti che corrispondono con le loro fonti riservate, o semplici cittadini che vogliono mantenere private le loro conversazioni, si affidano a Skype per effettuare comunicazioni sicure.

Tuttavia, da quando Skype è stato acquisito dalla Microsoft, il rinnovamento del management e il cambio di giurisdizione territoriale (dall’Europa agli Stati Uniti) potrebbero avere portato delle modifiche alla politica in materia di privacy.  Un’eventualità che preoccupa utenti ed esperti, visto e considerato che la società di Redmond non ha mai rilasciato dichiarazioni chiare sull’attuale orientamento aziendale in materia di protezione dei dati personali.

Al contrario, i firmatari della lettera sostengono che, anche quando interpellata direttamente in proposito, l’azienda ha persistentemente fornito risposte ambigue e confusionarie.

A oltre un anno dalla data dell’acquisizione, viene dunque oggi domandato alla Microsoft  di fornire un report di trasparenza, da aggiornare regolarmente, che informi gli utenti di Skype su alcuni aspetti del trattamento effettuato sui loro dati personali, tra cui le intercettazioni di conversazioni e messaggi.

In particolare, il report dovrebbe chiarire la quantità dei dati contenenti informazioni sugli utenti che Skype cede a terze parti. Tra questi, la quantità di dati che vengono rilasciati inseguito a  richieste provenienti da autorità governative e il tipo di dati che esse richiedono. Dovrebbero inoltre essere esplicitate le motivazioni in base alle quali Skype accetta o non accetta di cedere i dati dei cittadini alle autorità.

Sarebbe altresì necessario che la Microsoft facesse sapere specificatamente quale tipo di dati raccoglie e per quanto tempo li detiene. Occorre inoltre che la società fornisca una panoramica sui possibili rischi effettivi che terze parti non autorizzate intercettino i dati delle conversazioni o le informazioni sugli utenti.

Il report dovrebbe chiarire inoltre i rapporti operativi fra Skype e la cinese TOM Online così come quelli con tutte le altre società che hanno licenza di utilizzare la struttura tecnologica di Skype.

Un ultimo appunto riguarda la questione della mutata giurisdizione territoriale. Si chiede a Microsoft di rendere noto quali sono le linee guida fornite agli operatori di Skype qualora ricevano richieste di informazioni dalla polizia o dai servizi segreti degli Stati Uniti.

La lettera aperta, firmata da 45 organizzazioni e 61 cittadini, tra cui accademici, giornalisti e avvocati, è consultabile alla pagina www.skypeopenletter.com.

posted by Giulia Giapponesi on giugno 27, 2012

Brevetti

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microsoft-logo-iconIl Tribunale dell’Unione Europea ha bocciato il ricorso della Microsoft concedendole però una lieve riduzione dell’esorbitante sanzione pecuniaria inflitta nel 2008.

La compagnia americana era stata sanzionata dalla Commissione Europea alla Concorrenza nel 2004, allora presieduta dall’attuale premier italiano Mario Monti, per reiterato abuso di posizione dominante e violazione della normativa antitrust. All’azienda di Redmond veniva contestato lo sbarramento di accesso alle informazioni di interoperatività di alcuni suoi protocolli server. La Commissione aveva quindi ordinato alla Microsoft di garantire l’accesso indiscriminato a tali informazioni agli altri operatori del mercato.

La richiesta tuttavia è stata soddisfatta solo in parte. La compagnia fondata da Bill Gates ha infatti permesso l’accesso alle informazioni dietro pagamento di esorbitanti tassi di remunerazione. Nel 2008, la Commissione è nuovamente intervenuta sancendo “la natura irragionevole” di tali percentuali e infliggendo così una nuova sanzione alla compagnia americana. Applicando la facoltà di imporre alle aziende in violazione delle leggi antitrust una multa fino al 10% del relativo fatturato annuo, la Commissione ha imposto alla Microsoft il pagamento della cifra, allora record, di 899 milioni di euro.

La sentenza del Tribunale dell’Unione Europea, che ha confermato la decisione del 2008, ha ora mitigato di poco la sanzione riducendola di “appena” 39 milioni di euro. L’alleggerimento è stato accordato in relazione ad una sorta di ambiguità comunicativa, derivata da una lettera inviata dalla Commissione Europea alla Microsoft nel 2005 che autorizzava quest’ultima ad applicare alcune restrizioni sulla distribuzione di alcuni prodotti open-source sviluppati dai suoi concorrenti, sulla base di alcuni brevetti non registrati.

Naturalmente, i portavoci dell’azienda di Redmond hanno espresso il loro rammarico per la decisione del Tribunale dell’Unione, tuttavia non hanno ancora annunciato la probabile intenzione di procedere con un ricorso in appello alla Corte di Giustizia Europea.

La maggioranza degli utenti di Internet italiani è consapevole dei rischi per la propria privacy  legati all’uso della rete.

Questo quanto è emerso dalla recente indagine “Instant Poll sull’Online Privacy”, presentata al convegno “Tutela del consumatore e sviluppo delle nuove tecnologie”, promosso da Microsoft Italia, in collaborazione con Glocus e Fondazione Magna Carta, presso la Camera dei Deputati.

Secondo i dati raccolti, il 92% degli utilizzatori abituali della rete è consapevole delle possibili criticità legate alla protezione dei dati personali. In particolare, il  51% ritiene che la privacy sia sempre a rischio, sia nella vita online sia in quella offline, mentre il 35% considera maggiori i rischi connessi all’utilizzo della rete.

Le principali preoccupazioni legate al tema riguarderebbero il furto di dati bancari (68%) e di dati sensibili (66%). A queste seguono il timore di intrusioni nella propria casella di posta elettronica (30%) e della tracciabilità degli spostamenti attraverso la geolocalizzazione (12%). Preoccupa anche il monitoraggio dei siti visitati in Rete (12%).

Sul versante della sicurezza, le idee sembrano meno chiare. Per tentare di tutelarsi da intrusioni illecite gli utenti italiani sembrano affidarsi soprattutto a password complesse (57%) e prestano particolare attenzione a non leggere email considerate “sospette” (57%) e all’installazione e l’aggiornamento di firewall e antivirus (55%).

Non risultano invece utilizzate le funzioni legate alle impostazioni dei browser, come la possibilità di tenere sotto controllo i cookies (10%) o gestire il livello generale di protezione (11%).

Per quanto riguarda la tutela istituzionale della privacy gli utenti italiani hanno risposto di avere fiducia negli enti (58%) e, in quota minore, nelle istituzioni politiche (22%).

posted by Giulia Giapponesi on settembre 2, 2011

Computer Crimes

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Il gruppo  internazionale di hacker conosciuto come ”Anonymous” è tornato a colpire nei giorni scorsi. Le nuove vittime degli attacchi sarebbero i server DNS di Facebook e dei siti di Apple, Microsoft e Symantec

Il resoconto dettagliato dell’attacco è stato recentemente pubblicato sul sito Pastebin. La rivendicazione è firmata dal gruppo Anonymous dello Sri Lanka.

Il metodo usato per attaccare i siti è denominato “DNS Cache Snoop Poisoning”,  un processo attraverso il quale gli hacker possono inserire degli indirizzi IP falsi nella cache dei DNS servers che risolvono le richieste di indirizzi degli utenti. In questo modo, alla richiesta di un indirizzo web l’utente si trova a visualizzare un sito diverso da quello richiesto. 

Questo genere di attacchi è considerato particolarmente pericoloso perché colpisce il sistema primario di funzionamento del worl wide web.

Non sono ancora stati resi noti comunicati da parte delle società presumibilmente danneggiate.

L’ordinanza del 23 Marzo del Tribunale di Roma che obbliga Yahoo! a eliminare tutti i link verso siti “pirata” dai risultati del suo motore di ricerca , ha suscitato molti commenti e critiche fuori e dentro la rete. Tra questi spiccano le dichiarazioni dei protagonisti della vicenda giudiziaria, che si sono recentemente pronunciati sui rispettivi intenti futuri.

Il legale della Pfa Films, proprietaria dei diritti sulla pellicola About Elly al centro della discussa ordinanza, venerdì 25 marzo ha dichiarato al Sole 24 Ore di voler procedere con la richiesta di un cospicuo risarcimento danni “derivanti da una concorrenza parassitaria”. Il legale ha aggiunto che la società che rappresenta è pronta ad avviare eventuali procedimenti anche contro Google e Microsoft. Le due società, nelle persone giuridiche di  Google Italy Srl e Microsoft Srl, erano già state anche coinvolte nella causa che ha sanzionato Yahoo!, ma l’accusa nei loro confronti è decaduta perché le citate Srl italiane non gestiscono i rispettivi motori di ricerca, controllati invece dalle compagnie statunitensi.

Nello stesso giorno delle dichiarazioni del legale della Pfa,  Yahoo! ha annunciato l’intenzione di presentare reclamo contro l’ordinanza  della nona sezione del Tribunale di Roma, firmata dal giudice Gabriella Muscolo. In una nota la società ha  specificato che si appellerà “all’errata interpretazione nell’odinanza che vuole attribuire ai motori di ricerca la responsabilità del contenuto creato o ospitato da terzi che appare nei risultati di ricerca sul web”.

Nella nota, la compagnia del motore di ricerca ha voluto sottolineare anche un particolare di una certa rilevanza: le richieste di rimozione dei link pirata inviate a Yahoo! da parte della società produttrice del film non riportano nessuna indicazione riguardo agli URL dei collegamenti da rimuovere. L’operazione di filtraggio di link non segnalati con precisione costringerebbe i motori di ricerca a un monitoraggio costante dei contenuti del web. Una simile responsabilità secondo Yahoo! “non solo è in contrasto con la legge esistente e i principi riportati nella direttiva sull’ecommerce, ma può portare a gravi conseguenze restrittive sulla libera espressione di Internet”.

posted by admin on marzo 25, 2010

Libertà di Internet

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A poche settimane dall’entrata in vigore della legge che censura i siti sgraditi, piovono critiche sul governo di Canberra. Le grandi compagnie tecnologiche australiane, gli ISP, così come gli accademici e gli intellettuali del paese, reclamano trasparenza sulla cosiddetta Refused Classification, la lista dei contenuti non voluti dal governo: un elenco che non comprende solo la pedopornografia e la violenza ma anche altri temi tra cui l’aborto, l’eutanasia, alcune esperienze sessuali, l’uso di droghe e i graffiti urbani.

Quali siano esattamente i criteri con i quali vengono scelti i contenuti da censurare e quali siti comprenda tutta la lista sono informazioni al momento inaccessibili ai cittadini. Ed è questo uno dei motivi che ha spinto alcuni esponenti di importanti aziende e docenti universitari a presentare al governo una domanda di chiarimenti e la richiesta di istituire una revisione periodica della lista da parte di una commissione esterna, oltre alla possibilità per i siti oscurati di fare ricorso. Ma non solo: larga parte dei contestatori si dichiara contraria a tutto il sistema di censura, che di fatto risulta inefficace per la lotta alla pedopornografia e alla violenza (dal momento che i filtri sono sempre aggirabili) e può persino essere controproducente sulla tutela dei minori, visto che i genitori potrebbero abbassare la guardia sapendo che la rete è filtrata. Inoltre, secondo i contestatori, la grande quantità di materiale che potrebbe essere classificato come refused dal governo lascerebbe troppa libertà ai politici che potrebbero utilizzare la censura per scopi antidemocratici.

Google, che si era già schierato contro la censura RC, ha dichiarato di avere aperto un dibattito con associazioni di consumatori e di genitori australiani dal quale è emerso che “i genitori hanno la ferma convinzione che la proposta governativa si spinge troppo oltre e li priva della libertà di scelta riguardo al tipo di informazione a cui possono accedere loro e i loro figli“.

Questa volta Google non è però solo nella battaglia contro il controllo della rete. Anche da parte di Microsoft è giunta la richiesta di protenzione contro “decisioni esecutive arbitrarie” sui contenuti banditi, mentre quelli di Yahoo! Australia si sono uniti alla protesta ribadendo come “il filtraggio di tutto il materiale compreso nella classificazione potrebbe bloccare contenuti con un forte valore sociale, politico e/o educativo“.