Direttore Scientifico: Prof.ssa Avv. Giusella Finocchiaro
Curatrice Editoriale: Dott. Giulia Giapponesi

Lucasfilm is demanding that popular photo-sharing site ImageShack cough up the identity of one of its users the studio says uploaded an infringing photograph connected to its upcoming Star Wars movie.
ImageShack has already deleted the picture from user “Darth-Simi” whose account was used to post a picture that was described as a villain from the upcoming Star Wars: The Force Awakens movie. The image included a glimpse of a red crossguard lightsaber like the one showed in a teaser trailer officially released in November. Lucasfilm’s parent company, Disney, is seeking a San Francisco federal court to order California-based ImageShack to turn over Darth-Simi’s personal information.
The studio is making the demand [PDF] to remove the picture “Star Wars Episode VII Costume Design and Photograph” under the Digital Millennium Copyright Act.
The DMCA requires Internet Service Providers like ImageShack to remove images upon a rightsholder’s request or become legally liable for hosting them. The act grants rightsholder’s the right to sue infringers for up to $150,000 per violation. The DMCA also gives a rightsholder the power of subpoena to unmask infringers.
The J.J. Abrams-directed movie is expected to debut in December.
ImageShack, of Los Gatos, Calif., did not immediately respond for comment.

starwarsLa casa di produzione cinematografica Lucasfilm ha chiesto ad ImageShack, una popolare piattaforma web di condivisione foto, di rivelare l’identità di un utente reo di avere pubblicato una fotografia coperta da diritto d’autore.

L’immagine in questione, dal titolo Star Wars Episode VII Costume Design and Photograph, ritrarrebbe il nuovo “cattivo” di Star Wars 7, il nuovo film della nota serie un tempo conosciuta anche come Guerre Stellari.  L’uscita del film è prevista a dicembre 2015, ma a quanto pare i fan sono già alla ricerca di soffiate e indiscrezioni sui nuovi personaggi dell’episodio diretto da J.J. Abrams, già creatore della fortunata serie televisiva Lost.

In ottemperanza alle disposizioni del Digital Millennium Copyright Act, su richiesta dei produttori cinematografici ImageShack ha prontamente rimosso la foto, che aveva ottenuto 6000 visualizzazioni sull’account di un misterioso utente di nome Darth-Simi.

Com’è noto, il DCMA dispone che gli fornitori di servizi agli utenti, come ImageShack, siano tenuti a rimuovere i contenuti degli utenti segnalati da detentori di diritti d’autore come in violazione. Se la rimozione non avviene entro un periodo di tempo, gli intermediari diventano legalmente responsabili della pubblicazione.

La rimozione non è stata tuttavia ritenuta sufficiente per chiudere l’incidente e, nel tentativo di trovare un responsabile a cui chiedere un risarcimento economico, la Disney, società proprietaria della Lucasfilm, ha deciso di identificare il colpevole dell’infrazione. Ha quindi richiesto ad una Corte federale di San Francisco di ordinare alla società ImageShack, con sede a los Gatos, California, di rendere note le informazioni personali dell’utente Darth-Simi.

Anche questa richiesta è prevista dal “subpoena process” del DCMA, è quindi probabile che la Disney verrà a conoscenza di informazioni sull’utente, che le serviranno per valutare se procedere o no ad una richiesta di risarcimento, la cui richiesta potrà ammontare fino a 150.000 dollari.

Si prevede che Star Wars: The Force Awakens frutterà diversi miliardi alla Disney fra merchandising e box office.

Yahoo Y logoLa Corte di Appello di Milano ha accolto il ricorso di Yahoo! contro la sentenza di violazione del diritto d’autore, emessa a favore del Gruppo Mediaset nel 2011.

La succursale italiana di Yahoo! era stata condannata a causa di alcuni video caricati dagli utenti sulla piattaforma “Yahoo! Video”, oggi non più in attività. I video incriminati erano tratti da trasmissioni televisive di RTI (Gruppo Mediaset) quali Amici, Il Grande Fratello, Striscia La Notizia, ecc.

Secondo il giudice di primo grado, nonostante i video fossero stati diffusi dagli utenti, la violazione era da ritenersi in capo a Yahoo! in quanto l’attività della piattaforma non poteva essere ricondotta alla limitazione di responsabilità prevista dall’art.14 della Direttiva Europea sul Commercio Elettronico (2000/31/CE) attuata dal d.lgs 70/2003.

Il mancato riconoscimento della neutralità dell’intermediario era motivato da un presunto controllo sui video da parte di Yahoo! che avrebbe reso la piattaforma un hosting provider “attivo”, a differenza dei provider “passivi” tutelati dalla Direttiva. In sostanza, la Corte aveva riconosciuto un’attività di tipo editoriale da parte della piattaforma, in virtù della funzione di indicizzazione automatica e, paradossalmente, della possibilità di rimozione di contenuti segnalati come illeciti.

Ciò premesso, il giudice aveva individuato la colpevolezza di Yahoo! anche nella mancata rimozione di tutti i video in seguito alla diffida ricevuta da RTI. Una motivazione a cui Yahoo! aveva risposto invano nel corso del giudizio, sostenendo di avere rimosso subito i 9 video indicati e di aver chiesto a RTI di specificare ulteriori URL di video da rimuovere e di non aver mai ricevuto la lista completa.

La Corte di Appello, nella sentenza che ribalta la decisione di primo grado ha sottolineato come Yahoo! avesse puntualmente provveduto a rimuovere anche ulteriori 218 video, nel momento in cui i relativi URL sono stati indicati da RTI, in fase di giudizio.

Per quanto riguarda la responsabilità della piattaforma, citando alcune decisioni della Corte di Giustizia dell’Unione Europea quali quelle relative al caso SABAM-Scarlet, quelle relative al caso SABAM-Netlog e quelle relative al caso Telekebel, il giudice d’appello ha rigettato le interpretazioni in cui si era prodotto il Tribunale di Milano nel 2011. Non ci sono i presupposti per considerare la piattaforma come appartenente ad una diversa tipologia di hosting provider non tutelata dalla Direttiva 2000/31/CE. Yahoo! è pertanto un semplice intermediario e come tale non era tenuto ad individuare autonomamente contenuti in violazione dei diritti di d’autore di RTI, né avrebbe dovuto approntare un sistema di filtri che prevenisse le successive violazioni.

RTI è stata dunque condannata a risarcire Yahoo! delle spese processuali di primo e secondo grado, per un ammontare totale di 244.000 euro.

Il testo della sentenza è stato pubblicato QUI.

posted by Giusella Finocchiaro on maggio 23, 2014

Miscellanee

(No comments)

Vi proponiamo qui l’editoriale di Giusella Finocchiaro, apparso il 22 maggio 2014 sulla rivista Giustizia Civile (giustiziacivile.com).

La recente sentenza della Corte di Giustizia europea del 13 maggio 2014 è destinata a divenire un leading case.

Si afferma che l’interessato, il cui nome sia collegato ad un’informazione pubblicata su un sito web, ha diritto di richiedere, anche direttamente al motore di ricerca, che il link sia soppresso. Tale diritto può essere fatto valere anche nel caso in cui l’informazione permanga sul sito web che l’ha pubblicata o nel caso in cui l’informazione sia stata e sia lecitamente pubblicata sul sito web di provenienza.

Si tratta di una decisione che investe trasversalmente molteplici tematiche: diritto alla protezione dei dati personali e diritto all’identità personale, responsabilità del motore di ricerca, e soprattutto limiti e contenuto del c.d. “diritto all’oblio”.

I principi di diritto affermati nella decisione sono tre.

In primo luogo, si afferma che si applica la legge nazionale del Paese nel quale il motore di ricerca opera, esercitando altre attività, quali la promozione e la vendita degli spazi pubblicitari. Si tratta di un’importante conferma di un criterio applicato anche dalla nostra giurisprudenza, ad esempio nel caso Google-Vividown. Su Internet, dove non esistono i confini nazionali, si afferma così un criterio di collegamento al diritto nazionale, e soprattutto, al diritto nazionale di un Paese europeo.

In secondo luogo, che Google, e in generale i motori di ricerca, sono “titolari del trattamento” e pertanto che l’interessato, cioè il soggetto al quale l’informazione si riferisce, ha il diritto di richiedere che sia rimossa l’indicizzazione direttamente al motore di ricerca, a prescindere da ogni richiesta al gestore del sito web che ha pubblicato l’informazione, anche nel caso in cui l’informazione sia stata e sia legittimamente pubblicata sul sito web.

In terzo luogo, che l’interessato “ha diritto a che l’informazione riguardante la sua persona non venga più collegata al suo nome da un elenco di risultati che appare a seguito di una ricerca effettuata a partire dal suo nome” e che “nel valutare i presupposti di applicazione di tali disposizioni, si deve verificare in particolare se l’interessato abbia diritto a che l’informazione in questione riguardante la sua persona non venga più, allo stato attuale, collegata al suo nome da un elenco di risultati che appare a seguito di una ricerca effettuata a partire dal suo nome, senza per questo che la constatazione di un diritto siffatto presupponga che l’inclusione dell’informazione in questione in tale elenco arrechi un pregiudizio a detto interessato”.

In estrema sintesi: l’interessato ha il diritto a richiedere (a Google) che un’informazione, risultato di una ricerca sul motore di ricerca Google, non sia più collegata al suo nome.

La decisione è interpretativa degli artt. 12 e 14 della direttiva 95/46 e dunque il legal reasoning si svolge tutto nell’ambito del diritto alla protezione dei dati personali.

Ma mantenere esclusivamente questa prospettiva sarebbe limitativo.

Il tema sotteso, ma che emerge prepotentemente, è quello della tutela dell’identità digitale o del diritto all’identità personale on line.

Lo scenario e la prospettiva non sono quelli del singolo dato personale relativo ad un evento determinato e reperibile tramite Google, bensì quelli della tutela della persona nella rete Internet, la quale oggi spesso viene percepita come un unico archivio, anche se non lo è, e costituisce una rilevante fonte informativa, spesso l’unica.

Dunque, non il dato, ma l’immagine della persona. Non il singolo archivio, ma la Rete.

È necessario, allora, ampliare la visuale e andare oltre i confini delimitati dettati dal considerare soltanto il dato personale.

La normativa sulla protezione dei dati personali è sovente letta limitatamente al solo dato personale, il quale non è che un frammento dell’identità. Ma per comprendere a pieno la problematica è necessaria una lettura più alta e più ampia, che abbia ad oggetto la tutela della persona e non solo del dato.

A cosa può mai servire tutelare i dati se non a tutelare la persona? I dati personali riferibili ad un soggetto costituiscono solo una delle sfaccettature che compongono il prisma dell’identità.

In questo senso è il dato normativo: l’art. 2 del Codice per la protezione dei dati personali italiano, nel quale si afferma che il testo unico garantisce che il trattamento dei dati personali si svolga nel rispetto dei diritti e delle libertà fondamentali, nonché della dignità dell’interessato, con particolare riferimento al diritto alla riservatezza, all’identità personale e alla protezione dei dati personali. In questo senso è la nostra giurisprudenza, con l’importante decisione della Corte di cassazione n. 5525 del 5 aprile 2012.

Certo si tratta di diritti in corso di definizione e di difficile delimitazione, dai mobili confini, che devono essere di volta in volta precisati e rielaborati.

Ogni soluzione passerà inevitabilmente per complessivo un processo di bilanciamento di diritti: il diritto di accesso ad Internet, che senza i motori di ricerca è fortemente depotenziato e il diritto alla libertà di espressione, che rende il diritto all’oblio assai arduo da comprendere per i nostri colleghi di oltreoceano.

posted by admin on aprile 22, 2013

Responsabilità dei provider

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La vicenda dei tre dirigenti di Google condannati a sei mesi di carcere dal Tribunale di Milano nel 2010 e assolti in appello nel 2012 sembrerebbe non essersi ancora conclusa. A quanto si apprende, il pubblico ministero avrebbe recentemente presentato il ricorso in Cassazione.

Com’è noto, il caso  si era concluso lo scorso dicembre quando la Corte d’Appello di Milano ha assolto con formula piena i tre dirigenti di Google, accusati di violazione della legge sulla privacy per aver “permesso” la pubblicazione su YouTube di un video in cui un minorenne disabile veniva umiliato dai compagni di classe, .

Uno dei tre menager condannati, Peter Fleischer, responsabile delle privacy policy per l’Europa, ha annunciato sul suo blog che il pubbico ministero italiano ha presentato il ricorso in Cassazione, sostenendo che le piattaforme come YouTube devono essere obbligate ad effettuare un controllo preventtivo sui video caricati dagli utenti e ottenere la liberatoria delle persone riprese nei filmati.

Fleischer ribadisce che si tratterebbe di una minaccia alla libera espressione su Internet ma si dichiara comunque fiducioso per il buon esito della vicenda giudiziaria.

posted by admin on febbraio 18, 2013

Responsabilità dei provider

(No comments)

Blogger_Logo_trasparenteDal Regno Unito giunge notizia di una sentenza che porta nuovamente in primo piano la questione della responsabilità dei provider sui contenuti generati dagli utenti. Il caso è incentrato sulla mancata rimozione di contenuti diffamatori pubblicati sulla piattaforma Blogger di Google.

La Corte d’appello di Londra ha stabilito che in seguito alla richiesta di cancellazione di commenti diffamatori, il provider ha a disposizione 5 settimane per la rimozione del contenuto, passate le quali vi sono i presupposti per avviare una causa per diffamazione.

Il ricorso in appello era stato presentato da un ex candidato per le elezioni comunali del partito conservatore che aveva querelato per diffamazione Google a causa della mancata rimozione di alcuni commenti pubblicati nel 2011 sul blog London Muslim, ospitato dalla piattaforma Blogger gestita dal motore di ricerca

Sebbene alcuni dei commenti sostenessero che il candidato fosse uno spacciatore di droga ed un ladro, e quindi fossero di fatto diffamatori, il giudice di primo grado aveva stabilito che non fosse possibile sostenere il reato di diffamazione perché Google non poteva essere considerato come l’editore dei blog ospitati sulla sua piattaforma.

Al contrario, la corte di appello ha di fatto avvalorato l’attribuzione di responsabilità di Google, stabilendo un tempo massimo entro il quale il provider deve adempire alle richieste di rimozione. Tuttavia, nonostante la diversa interpretazione legislativa, anche la Corte di Appello ha rigettato le richieste del querelante sostenendo che non fosse possibile stabilire quanti lettori fossero venuti a conoscenza dei commenti diffamatori.

La sentenza ha suscitato un notevole interese nel Regno Unito in quanto stabilisce un primo precedente in materia di responsabilità di Google nei confronti dei contenuti pubblicati sualla sua piattaforma di blog.

posted by admin on ottobre 20, 2011

Libertà di Internet

(No comments)

La Suprema Corte del Canada si è recentemente pronunciata su un caso incentrato sull’attribuzione di responsabilità per la pubblicazione di link che rimandano a contenuti ritenuti diffamatori.

Il giudice Rosalie Silberman Abella ha sostenuto che tale responsabilità non è da attribuirsi a chi pubblica i link, dal momento che i collegamenti sono meri riferimenti, e non possono essere ritenuti pubblicazioni. Come i riferimenti bibibliografici, infatti, “entrambi comunicano che qualcosa esiste ma di per sé non sono in grado di comunicare i contenuti. Entrambi richiedono un’azione da parte di un terzo soggetto, prima che lo stesso possa accedere al contenuto. Il fatto che l’accesso ad un contenuto sia reso molto più facile da un link cha da una nota a pié di pagina non cambia la realtà che un link, di per sé, è un oggetto neutrale. Non esprime opinioni e non ha controllo sul contenuto al quale rimanda”.

I link inoltre sono una parte indispensabile del processo di diffusione delle informazioni proprio della rete. Per questa ragione, secondo il giudice canadese, “limitare la loro utilità assoggettandoli alle tradizionali regole delle pubblicazioni avrebbe l’effetto di restringere seriamente il flusso di informazioni e, di conseguenza, la libertà di espressione. Il potenziale “congelamento” nelle funzioni di Internet potrebbe essere devstante, dal momento che gli autori di un articolo difficilmente vorrebbero rischiare una diretta responsabilità per aver rimandato ad un secondo articolo sul quale essi non hanno alcun controllo del contenuto”.

La decisione della Corte canadese è stata ripresa da molti magazine internazionali e alcuni commentatori si sono mostrati “stupiti” della necessità di questa sentenza. Tuttavia la questione della responsabilità sui link è di grande attualità anche in Italia, come dimostra la vicenda di Yahoo! recentemente trattata su queste pagine.

posted by Giulia Giapponesi on settembre 20, 2011

Miscellanee

(No comments)

Il Tribunale di Milano ha nuovamente accolto le richieste del Gruppo Mediaset nei confronti di un Content Service Provider che ospita contenuti generati dagli utenti. Questa volta si tratta della società Yahoo! Italia, condannata per aver diffuso senza autorizzazione alcuni video televisivi protetti da diritto d’autore.

Dopo le decisioni del Tribunale di Roma nei confronti di Google/YouTube e dal Tribunale di Milano verso Libero.it, entrambe a favore di Mediaset, ancora una volta in Italia è stata stabilita la diretta responsabilità dei provider in caso di diffusione non autorizzata di contenuti protetti da copyright.

Yahoo! era stata citata in giudizio dal Gruppo Mediaset il 3 novembre del 2009 a seguito di un controllo a campione che aveva rilevato la presenza di 218 video tratti dalle sue trasmissioni televisive, per un totale di 21 ore di programmazione.

Il Tribunale ha stabilito che la diffusione non autorizzata dei video da parte di Yahoo! Italia costituisce violazione del diritto di autore; ne ha dunque vietato l’ulteriore diffusione sul portale fissando una penale di 250 euro per ogni video non rimosso e per ogni giorno di ulteriore indebita permanenza.

L’entità del risarcimento del danno subito da Mediaset sarà fissata in una seconda udienza fissata per il 18 ottobre 2011.

Diversi commentatori della rete hanno evidenziato il contrasto tra la decisione del Tribunale di Milano e quella del Tribunale di Madrid che, un anno fa, respingeva analoghe richieste di Telecinco (anch’essa parte del gruppo Mediaset) nei confronti di Google/YouTube.

Questa settimana è stata diffusa l’ultima bozza dell’ACTA, il discusso trattato internazionale anti-contraffazione che definisce disposizioni comuni per la repressione delle violazioni della proprietà intellettuale.

Durante l’ultima sessione di negoziazione tra gli stati che stipulano l’accordo  – Unione Europea, USA, Canada, Australia, Svizzera, Giappone, Corea del Sud, Messico, Marocco, Nuova Zelanda, Singapore – sono state riviste molte delle parti del trattato che avevano suscitato la preoccupazione dei gruppi a sostegno della libertà in rete.

In primo luogo, è stata cancellata la prescrizione, voluta dai rappresentanti del governo degli Stati Uniti, che attribuiva ai provider di servizi la responsabilità di rimuovere qualsiasi contenuto segnalato come in violazione di diritto d’autore. Secondo questa norma, che ricalcava il Digital Millennium Copyright Act, il provider che non obbediva prontamente ad una richiesta di rimozione era da ritenersi corresponsabile della violazione perpetrata dagli utenti. Molti dei gruppi a favore della condivisione dei contenuti su internet hanno dimostrato soddisfazione per l’esclusione di questo passaggio, di cui rimane solo un’eco nell’invito alla cooperazione fra provider e detentori di diritti intellettuali.

Secondo l’attuale versione dell’ACTA, al provider rimane solo il dovere di consegnare i dati identificativi dei responsabili di sospette violazioni qualora i detentori di diritti abbiano presentato una richiesta alle autorità sufficientemente documentata.

Anche una seconda proposta ispirata al DMCA non è più presente nella nuova bozza del trattato. Si tratta del rafforzamento delle misure contro la diffusione di strumenti informatici creati per aggirare i sistemi di Digital Rights Management, le protezioni tecnologiche contro la pirateria. Nella penultima versione del documento erano prescritte sanzioni civili e penali per chiunque aggirasse i DRM. Ora le strategie di tutela delle protezioni tecnologiche sono lasciate alle diverse decisioni degli Stati membri.

Nel documento, inoltre, non si riscontrano norme che accolgano il suggerimento per l’adozione della regola dei three strikes – disconnessione forzata delle connessioni degli utenti che praticano download sospetti -  proposta da associazioni quali la RIAA (Record Industry Association of Amrica) e la MPAA (Motion Picture Association of America) attraverso i negoziatori del governo degli Stati Uniti.

Il trattato, che un anno fa è stato definito dall’amministrazione di Obama come “una questione di sicurezza nazionale“, risulta quindi epurato dagli aspetti più incisivi, in particolare voluti dagli Stati Uniti.

I gruppi per i diritti civili in rete hanno accolto la nuova versione dell’ACTA con sollievo. In un comunicato rilasciato da Public Knowledge, che ha sede a Washington, la co-fondatrice ha definito il documento come una vittoria, ma ha ricordato come la procedura segreta del negoziato, al quale hanno partecipato rappresentanti del governo e dell’industria, sia stata profondamente scorretta:

“Come abbiamo già detto in passato, questo non è un accordo commerciale nel senso tradizionale dei passati accordi commerciali. In tutto tranne che nel nome, è un accordo per controllare il trattamento della proprietà intellettuale. Come tale, avrebbe dovuto essere negoziato a porte aperte, all’interno di forum come quello del WIPO, World Intellectual Property Organization, soggetto ad un pieno dibattito del Congresso e ad una retificazione da parte del Senato”.

iinetSulle responsabilità dei provider giunge dall’Australia una sentenza in netta controtendenza rispetto alla recente ordinanza della Cassazione sul caso di the Pirate Bay. Uno dei maggiori internet service provider australiani, iiNet, è stato assolto dall’accusa di concorso nella violazione di diritto d’autore commessa dai suoi utenti.

La vicenda legale di iiNet era iniziata nel 2008 quando un gruppo formato dai maggiori studios cinematografici hollywoodiani, riuniti sotto l’egida della Australian Federation Against Copyright Theft, aveva accusato l’ISP di concorso nel reato di violazione del copyright.  In particolare, il fatto che iiNet , sebbene informato dagli studios holywoodiani della condotta illecita degli utenti che scaricavano film con BitTorrent,  non abbia provveduto a disconnetterli né a diffidarli, rappresentava per l’AFACT una “autorizzazione” alle violazioni.

Ma il giudice ha rigettato l’accusa dichiarando che iiNEt “non è responsabile per gli utenti che utilizzano BitTorrent per infrangere la legge sul copyright…La legge non prevede l’obbligo per nessuna persona di proteggere il copyright di un’altra” sottolineando come l’ISP si sia limitato a fornire un servizio che non è inteso né designato per violare il copyright. Pertanto l’AFACT dovrà coprire le spese legali sostenute da iiNet, per un ammontare di 4 milioni di dollari australiani.

Il giudice ha inoltre evidenziato il fatto che questo caso ha attirato una forte attenzione sia in Australia che all’estero. È stato anche il primo processo australiano ad andare su Twitter.

emule_01È fissata per il 10 febbraio presso il Tribunale di Roma la prima udienza del contenzioso tra la Federazione Anti Pirateria Audiovisiva (FAPAV) e Telecom Italia.

La richiesta che  Fapav presenta al Giudice è di ordinare a Telecom di inibire ai suoi utenti l’accesso ad alcuni siti da cui è possibile scaricare film coperti da diritto d’autore. Infatti, secondo dati in possesso della Federazione, negli ultimi mesi “centinaia di migliaia di utenti Telecom” avrebbero scaricato illegalmente filmati attraverso software per il peer-to-peer.

Per ottenere questa informazione la Fapav ha condotto un’indagine in cui sono stati monitorati  i comportamenti online degli utenti Telecom: si è potuto così scoprire quali film hanno scaricato e condiviso e persino quali siti hanno visitato.

Ed è a causa di questa intromissione nella vita dei privati cittadini che  il Garante della privacy ha deciso di costituirsi in giudizio a fianco di Telecom Italia. Si ripete così un caso in tutto analogo a quello di Peppermint, dove, anche grazie allo schieramento del Garante a fianco degli Internet Provider, il Tribunale di Roma finì per sancire che la segretezza delle comunicazioni elettroniche si può violare solo in casi gravi, tra cui non rientra il peer-to-peer.

Questa volta però le cose potrebbero andare diversamente: le recenti sconfitte dei fornitori di servizi come nel caso di YouTube-Mediaset e l’ordinanza della Cassazione su The Pirate Bay hanno dimostrato come la giurisprudenza in Italia si stia orientando sempre di più verso un modello che attribuisce responsabilità sul comportamento degli utenti ai fornitori di servizi.

Allo scopo di contrastare questa tendenza, l’Aiip (l’Associazione italiana internet provider) ha annunciato che si costituirà in giudizio con Telecom e con il Garante.