Direttore Scientifico: Prof.ssa Avv. Giusella Finocchiaro
Curatrice Editoriale: Dott. Giulia Giapponesi

red-questionEletta a parola inglese dell’anno 2016, la cosiddetta post-truth (post-verità) rimanda ad un concetto apparentemente nuovo. Il termine si riferisce a circostanze in cui i fatti verificati sono meno efficaci nell’indirizzare l’opinione pubblica rispetto a narrazioni che si reggono sulle emozioni o sulle credenze individuali.

Dopo le prime apparizioni in alcuni articoli del 2015, nel corso del 2016 la parola post-truth ha cessato di essere accompagnata dalla sua definizione ed è divenuta di utilizzo comune nei discorsi di commento politico ed in particolare in quelli relativi al referendum Brexit e alle elezioni presidenziali statunitensi. In Italia è stata spesso citata nei commenti sull’esito del referendum costituzionale.

Detta in termini semplici, secondo molti commentatori l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, l’elezione di Trump e il fallimento del referendum proposto da Renzi sarebbero le conseguenze di un’epoca in cui gli aventi diritto al voto decidono di non credere ai fatti reali a favore di notizie dal forte impatto emozionale. Naturalmente non è possibile stabilire quanto questa decisione sia presa dagli elettori in modo consapevole, ma sembra implicito che il discorso sulla post-truth si riferisca anche e soprattutto a quanti non sono in grado di distinguere tra una fonte di informazione attendibile e una palesemente di parte.

Del tutto prevedibilmente, al cuore dell’allarme troviamo una riflessione sui social network come principali vettori della propagazione incontrollata di notizie false e di propaganda. Sebbene le notizie siano pubblicate e condivise dagli utenti, il ruolo di queste piattaforme sarebbe molto più attivo di quanto si possa presupporre. Su Facebook, ad esempio, la colonna dei “trending feed” incoraggia direttamente la lettura e la condivisione degli articoli più letti sul social network, molti dei quali provenienti da siti inaffidabili contenenti eclatanti notizie false, amplificandone la portata.

Il magazine Buzzfeed ha portato alla luce l’esemplare vicenda di alcuni siti pro-Trump, creati da un gruppo di adolescenti macedoni, che riportavano notizie mirabolanti e totalmente inventate al solo scopo di trarre profitto dalla pubblicità di Google Ad-sense. Calunnie ai danni di Hilary Clinton che hanno generato oltre 140.000 condivisioni da parte di utenti statunitensi.

Dopo la vittoria di Trump si è quindi scatenata una bufera sulla gestione di Facebook, accusato di non voler ammettere le proprie responsabilità sulla formazione dell’opinione pubblica. In risposta alle critiche il 15 dicembre 2016 Mark Zuckerberg ha annunciato il lancio di un sistema di classificazione degli articoli che prevede l’apparizione di un particolare “flag” sulle notizie segnalate come false dagli utenti e da una speciale squadra di “fact-checkers” professionisti.

Tuttavia sono in molti a non voler lasciare alle più grandi piattaforme della rete, i cosiddetti Over The Top, la delega alla discriminazione fra notizie veritiere o meno. Commentatori ed esperti hanno evidenziato il pericolo di lasciare a compagnie private la classificazione dell’accuratezza delle informazioni presenti in rete.

A questo proposito ha destato particolare attenzione l’intervista rilasciata il 30 dicembre 2016 al Financial Times in cui il Presidente dell’Antitust italiana, Giovanni Pitruzzella evidenzia la necessità di organizzare “una rete di organismi nazionali indipendenti capace di identificare e rimuovere le notizie false”. Una sorta di Authority che avrebbe il compito di vigilare sulla verità dell’informazione.

L’idea ha sollevato un certo interesse tra i commentatori ma anche un coro di accuse riguardo ad una supposta volontà di censura da parte delle istituzioni. In Italia l’ex comico e leader politico Beppe Grillo ha definito l’allarme post-truth come “una nuova inquisizione”. Non manca chi, come Riccardo Luna, ex direttore di Wired Italia, chiede di ripensare alle responsabilità del giornalismo di qualità come baluardo contro la dilagante disinformazione, sottolineando che la post verità non è un fenomeno nuovo anche se oggi trova un’enorme amplificazione nella rete e nei social network.

Questo spunto porta tuttavia ad un’ulteriore riflessione. Se è vero che la rete ha amplificato le possibilità di incorrere in notizie false, va anche riconosciuto che la pluralità di fonti informative permette oggi più che mai di poter approfondire le notizie, analizzandole e confrontandole fra loro. Va da sé che occorre una certa capacità di discernimento per farlo, ma è solo nel contesto di una la pluralità di voci che è possibile sviluppare gli strumenti cognitivi utili a discriminare tra una notizia tutto sommato realistica e una bufala sensazionale. Pensare a soluzioni di contenimento e controllo delle notizie potrebbe quindi essere, oltre che di difficile applicazione, persino controproducente.

Sono ancora poche le voci che sottolineano la necessità di aiutare gli elettori presenti e futuri a dotarsi di strumenti intellettuali con cui riconoscere da sé le fonti più attendibili. A prescindere quindi dalle effettive soluzioni pratiche, il solo fatto di parlare pubblicamente di post-truth può costituire un primo passo verso la presa di coscienza di un problema globale che ciascuno di noi può contribuire a limitare in un modo semplice: evitando di condividere notizie non verificate.

La Corte di giustizia dell’UE ha in questi giorni stabilito che gli accordi per la gestione e il trasferimento dei dati personali tra aziende americane ed europee potranno essere sospesi dai singoli stati membri quando non sussistano le garanzie di un livello adeguato di protezione delle informazioni.

L’accordo vigente, denominato Safe Harbor, consentiva ad aziende come Facebook o Google di trasferire i dati sensibili dei propri utenti europei su server dislocati Oltreoceano. Da oggi, si sancisce nella sentenza con effetto definitivo, il Safe Harbor dovrà invece sottostare alla giurisdizione di ogni singolo stato dell’Unione, che potrà sospendere, se lo riterrà opportuno, il trasferimento dei dati personali verso i server americani.

La decisione della Corte europea giunge in seguito all’azione legale intrapresa nel 2013 dall’attivista austriaco Max Schrems nei confronti Facebook. Il giovane aveva presentato una denuncia presso l’autorità dell’Irlanda, dove il social network ha sede legale.

Muovendo dalle rivelazioni del caso Snowden, Schrems aveva denunciato le violazioni al diritto alla riservatezza dei cittadini da parte della NSA, ritenendo perciò il diritto e le prassi statunitensi non sufficienti alla tutela dei dati trasferiti dall’Europa. Dopo la bocciatura dall’autorità per la privacy irlandese, Schrems si era rivolto alla Corte di giustizia dell’Unione Europea, che con la recente sentenza ha accolto le istanze dell’attivista.

Il Safe Harbour era stato autorizzato dalla Commissione Ue nel 2000. Con l’invalidamento dalla Corte europea, le aziende americane potrebbero vedersi costrette a trovare nuovi canali per la gestione dei dati personali o a rivolgersi a ogni singolo utente del continente per una richiesta di autorizzazione del trattamento dei dati su server non situati in Europa. Attraverso un suo portavoce, Facebook ha precisato di avere agito in maniera corretta. Il Safe Harbor è solo “uno dei meccanismi che la Legge Europea prevede per consentire i flussi di dati oltreoceano. Facebook, come altre migliaia di aziende europee, utilizza diversi metodi previsti dalla normativa comunitaria per il trasferimento legale di dati dall’Europa agli Stati Uniti.

Schrems ha commentato la sentenza auspicando che il giudizio della Corte possa diventare “una pietra miliare sulla questione della privacy online. Questo giudizio traccia una linea netta. Chiarisce che la sorveglianza di massa viola i nostri diritti fondamentali”.

snapchatLa polizia inglese ha inserito nel database dei trafficanti di immagini pedopornografiche un quattordicenne che ha utilizzato Snapchat per inviare l’autoscatto di un nudo integrale a una compagna di classe.

La fotografia, inviata utilizzando la app che cancella automaticamente entro 10 secondi le immagini spedite, è stata salvata dalla ragazza sul proprio telefono, per poi essere condivisa con altri coetanei. L’accaduto è giunto all’attenzione della polizia, che pur non incriminando il ragazzo ha classificato l’atto come “produzione e distribuzione di immagini oscene di minorenni”. Il quattordicenne non sarà incriminato per avere flirtato in modo esplicito con una coetanea, ma vedrà il proprio nome iscritto nel dossier della polizia per 10 anni.

Il Guardian, riportando l’accaduto, ha sottolineato come l’inserimento del nome del ragazzo nel registro dei trafficanti pedopornografici oltre che umiliante risulterà inevitabilmente dannoso: sarà impossibile per lui accedere a lavori a contatto con bambini, e ogni potenziale datore di lavoro potrà individuarlo nel Criminal Records Bureau (CBR).

La BBC ha riferito che al momento dell’interrogatorio il ragazzo era solo e privo di tutela legale, perciò non consapevole delle implicazioni cui sarebbe andato incontro con le sue risposte. Al riguardo, l’agente di polizia che lo ha interrogato ha spiegato che in tali circostanze non sia necessario informare familiari.

L’incidente ha ravvivato il dibattito che da tempo si incentra sul paradosso cui conducono leggi rigorose ma non adeguate alla continua evoluzione dei social network, al punto di giungere talvolta a colpire le stesse persone che si vorrebbe proteggere. Infatti, se la distribuzione dell’immagine fosse stata intesa e classificata come atto di “revenge porn”, il giovane inglese sarebbe stato restituito al ruolo di vittima anziché di carnefice.

posted by admin on aprile 7, 2015

Diffamazione

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Secondo il Tribunale di Ivrea gli insulti a colleghi e superiori pubblicati su Facebook sono una causa sufficientemente grave da giustificare il licenziamento di un dipendente.

Con ordinanza del 28 gennaio 2015, il Tribunale di Ivrea ha rigettato il ricorso di un ex-dipendente che chiedeva il reintegro al lavoro in seguito ad un licenziamento per giusta causa. Il collaboratore era stato licenziato per aver postato su Facebook pesanti ingiurie nei confronti dei datori di lavoro e di alcune colleghe.

Il ricorrente, pur ammettendo di aver pubblicato sulla propria bacheca di Facebook le offese, si era rivolto al tribunale sostenendo che tale condotta non poteva essere considerata così grave da giustificare il licenziamento e chiedendo, oltre al reintegro, un indennizzo risarcitorio.

Si tratta del secondo procedimento che vede l’impiegato ricorrere in giudizio per chiedere il reintegro lavorativo presso la stessa azienda. Il rapporto di lavoro era infatti già stato interrotto nel 2012. Tuttavia, alcune irregolarità nei contratti avevano portato l’uomo ad intentare un ricorso e alla fine del 2012 il Tribunale aveva accolto la sua richiesta, annullando i termini di collaborazione a tempo determinato che aveva stipulato con la società e condannando la stessa al ripristino del rapporto di lavoro e al pagamento delle retribuzioni maturate.

Nel 2014 l’azienda aveva quindi riassunto il dipendente, ma aveva deciso di esonerarlo dal rendere effettivamente la prestazione lavorativa, e di fatto il collaboratore aveva iniziato a ricevere uno stipendio senza dover lavorare.

Paradossalmente questa condizione, che ad alcuni potrebbe sembrare vantaggiosa, ha portato il dipendente a diffamare i propri datori di lavoro su Facebook. L’uomo ha infatti pubblicato sul social network la lettera di riassunzione, accompagnandola con espressioni altamente ingiuriose nei confronti dei superiori che lo avevano reintegrato e di alcune colleghe.

Come il giudice del Tribunale di Ivrea ha sottolineato, i post non erano riservati agli “amici” del ricorrente, ma erano “potenzialmente visibili dal circa miliardo di utenti del social network” e sono stati rimossi solo in seguito ad una diffida da parte dell’azienda. Questi fattori hanno pesato sulla decisione finale del giudice, secondo cui la gravità della condotta dell’ex-dipendente è da considerarsi “tanto grave da non consentire la prosecuzione, anche provvisoria, del rapporto di lavoro.”

Nell’ordinanza viene esplicitato che le ingiurie, e soprattutto gli insulti sessisti proferiti ai danni delle colleghe del tutto estranee al precedente contenzioso tra i datori di lavoro e l’impiegato, denotano “la volontà del ricorrente di diffamare sia la società, sia parte dei dipendenti, con le modalità potenzialmente più offensive dell’altrui reputazione.”

Invano il ricorrente aveva tentato di giustificare la sua condotta come “una reazione, anche se eccessiva ed abnorme (ma anche istintiva)”. Il giudice ha osservato che se fosse stata generata da un gesto istintivo –anche se inconsulto – il dipendente avrebbe provveduto all’eliminazione dei post prontamente e non dopo oltre due settimane, come in realtà accaduto. Questa lunga permanenza online dei commenti sembrerebbe inoltre suggerire da parte del ricorrente la mancata percezione della gravità del proprio comportamento.

Alla luce di queste considerazioni, il Tribunale ha rigettato con ordinanza il ricorso e ha condannato il ricorrente al pagamento delle spese processuali sostenute dall’azienda, liquidate in euro 3.500.

La decisione del giudice del tribunale di Ivrea conferma l’orientamento giurisprudenziale del licenziamento per giusta causa per post denigratori a danno del datore di lavoro, come già stabilito dalla Corte d’Appello di Torino (sentenza del 17 luglio 2014, n. 164) e dalla sezione lavoro del Tribunale Milano (ordinanza del 1 agosto 2014).

Computers, Privacy and Data ProtectionOggi si assiste ad una vera e propria esplosione del volume di dati relativi alla localizzazione di persone e oggetti.

Questo genere di informazioni è registrato in maniera esplicita quando, ad esempio, un utente acconsente all’utilizzo dei suoi dati geografici su un social network, ed in maniera più implicita dai tracker GPS dei veicoli e dai tag RFID (Radio-frequency identification) degli oggetti in movimento. A volte, inoltre, questi dati possono essere estrapolati da particolari azioni che lasciano “tracce digitali”, come ad esempio gli addebiti su carta di credito nei negozi o l’utilizzo dei sistemi di bigliettazione elettronica su smartcard per i mezzi pubblici.

Com’è noto, se da un lato , i dati di localizzazione costituiscono una risorsa importante, dall’altro possono rappresentare una seria minaccia per la privacy degli utenti, in quanto un’analisi di informazioni geografiche può facilmente portare allo scoperto dati sensibili, come, ad esempio, preferenze religiose o politiche. Bilanciare l’aspetto di utilità delle informazioni di localizzazione e la protezione dei dati è diventata una vera e propria sfida per il legislatore.

Sarà questo uno dei temi della settima conferenza internazionale “Computers, Privacy and Data Protection” che quest’anno sarà dedicata al tema della prospettiva globale sulle possibilità di riforma della normativa per la protezione dei dati personali. La conferenza si terrà a Bruxelles dal 22 al 24 gennaio 2014.

In particolare, un approfondimento sulle privacy in mobilità e i dati di geolocalizzazione sarà il tema del panel pomeridiano di venerdì 22 gennaio, al quale parteciperà l’ Avv. Annarita Ricci dello Studio Legale Finocchiaro.

Per maggiori informazioni visitare il sito del CPDP.

In corso di pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale le “Linee guida in materia di attività promozionale e contrasto allo spam” rivolte a imprese e cittadini. Il Garante chiarisce le regole per l’attività promozionale sui social network.

Consenso obbligatorio per le offerte commerciali agli utenti di social network e di servizi di instant messaging come Skype e WhatsApp,  no a e-mail e sms indesiderati, misure semplificate per le promozioni delle imprese che rispettano le regole. Questi i punti principali delle linee guida del Garante sull’attività promozionale in rete, rivolte sia alle imprese che vogliono avviare campagne per pubblicizzare prodotti e servizi, sia agli utenti che desiderano difendersi da messaggi pubblicitari non autorizzati.

L’Autorità per la protezione dei dati dedica una particolare attenzione allo spam diffuso sui social network (il cosiddetto social spam) e ad alcune pratiche di “marketing virale” o “marketing mirato”, caratterizzato da una presenza invasiva sui profili social dei singoli utenti.

Queste in sintesi le principali regole pubblicate sul sito del Garante:

Offerte commerciali e spam

• Invio di offerte commerciali solo con il consenso preventivo. Per poter inviare comunicazioni promozionali e materiale pubblicitario tramite sistemi automatizzati (telefonate preregistrate, e-mail, fax, sms, mms) è necessario aver prima acquisito il consenso dei destinatari (cosiddetto opt-in). Tale consenso deve essere specifico, libero, informato e documentato per iscritto.

• Maggiori controlli su chi realizza campagne di marketing. Chi commissiona campagne promozionali deve esercitare adeguati controlli per evitare che agenti, subagenti o altri soggetti a cui ha demandato i contatti con i potenziali clienti effettuino spam.

Consenso per l’uso dei dati presenti su Internet e social network. Necessario lo specifico consenso del destinatario per inviare messaggi promozionali agli utenti di Facebook, Twitter e altri social network (ad esempio pubblicandoli sulla loro bacheca virtuale) o di altri servizi di messaggistica e Voip sempre più diffusi come Skype, WhatsApp, Viber, Messenger, etc. Il fatto che i dati siano accessibili in Rete non significa che possano essere liberamente usati per inviare comunicazioni promozionali automatizzate o per altre attività di marketing “virale” o “mirato”.

• “Passaparola” senza consenso. Non è necessario il consenso per inviare e-mail o sms con offerte promozionali ad amici a titolo personale (il cosiddetto “passaparola”).

Semplificazioni per le aziende in regola

E-mail promozionali ai propri clienti. Consentito l’invio di messaggi promozionali, tramite e-mail, ai propri clienti su beni o servizi analoghi a quelli già acquistati (cosiddetto soft spam).

Promozioni per “fan” di marchi o aziende. Una impresa o società può inviare offerte commerciali ai propri “follower” sui social network quando dalla loro iscrizione alla pagina aziendale si evinca chiaramente l’interesse o il consenso a ricevere messaggi pubblicitari concernenti il marchio, il prodotto o il servizio offerto.

Consenso unico valido per diverse attività. Basta un unico consenso per tutte le attività di marketing (come l’invio di materiale pubblicitario o lo svolgimento di ricerche di mercato); il consenso prestato per l’invio di comunicazioni commerciali tramite modalità automatizzate (come e-mail o sms) copre anche quelle effettuate tramite posta cartacea o con telefonate tramite operatore. Le aziende che intendono raccogliere i dati personali degli utenti per comunicarli o cederli ad altri soggetti a fini promozionali, possono acquisire un unico consenso valido per tutti i soggetti terzi indicati nell’apposita informativa fornita all’interessato.

Tutele e sanzioni contro lo spam

• Gli utenti che ricevono spam possono presentare segnalazioni, reclami o ricorsi al Garante e comunque esercitare tutti i diritti previsti dal Codice privacy, inclusa la richiesta di sanzioni contro chi invia messaggi indesiderati (nei casi più gravi possono arrivare fino a circa 500.000 euro).

• Le “persone giuridiche”, pur non potendo più chiedere l’intervento formale del Garante per la privacy, possono comunque comunicare eventuali violazioni. Hanno invece la possibilità di rivolgersi all’Autorità giudiziaria per azioni civili o penali contro gli spammer.

Contestualmente alle Linee guida, allo scopo di semplificare ulteriormente gli adempimenti in materia di marketing diretto, il Garante ha adottato anche un apposito provvedimento generale sul consenso al trattamento dei dati personali, sempre in via di pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale.

posted by admin on febbraio 12, 2013

Diffamazione

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ferpi_reputazionewebLa recente sentenza del Tribunale di Livorno che ha condannato per “diffamazione a mezzo stampa” una ex dipendente per aver postato su Facebook commenti offensivi sul suo ex datore di lavoro, accende i riflettori sull’equiparazione dei social media alla stampa.

La questione della visibilità sul web, amplificata in maniera esponenziale dai social network (facebook, twitter, linkedin, youtube, blog…) è da valutare con molta attenzione e cautela poiché, se da un lato facilita la comunicazione e il marketing, dall’altro espone imprese e singoli utenti a rischi considerevoli, con ricadute negative sulla credibilità e reputazione, senza contare le possibili conseguenze penali.

I rischi nel web non sono solo quelli legati a ciò che viene scritto ma riguardano anche le l’uso delle immagini e i diritti derivanti dalla proprietà intellettuale.

Su questa tematica Giusella Finocchiaro condurrà un seminario dal titolo “Opinioni e ingiurie nel web: rischi e strumenti per salvaguardare reputazione e privacy di imprese e cittadini”. Il seminario si terrà a Firenze l’8 marzo 2013 dalle ore 17,30 alle 19,30, presso l’Hotel Londra, Via Jacopo da Diacceto 16-20.

L’evento è organizzato dall’Associazione Ferpi Toscana, per maggiori informazioni e per l’iscrizione seminario si prega di visitare il sito web www.ferpitoscana.it alla sezione “eventi”.

I datori di lavoro californiani non potranno più chiedere agli impiegati e ai candidati per un lavoro la password del loro account sui social media. Lo vieta una nuova legge dell’Assemblea dello Stato della California, recentemente intervenuta su un fenomeno in crescita nel monde del lavoro statuintense.

La pratica ormai è risaputa. Le informazioni personali pubblicate su Twitter, Google+, MySpace, ma sopratttuto su Facebook, possono essere determinanti durante un colloquio di lavoro, così come una foto “sbagliata” sul proprio profilo può causare guai seri nell’ambiente lavorativo. L’episodio più celebre rimane quello della “piratessa ubriaca”, la giovane inglese che perse il posto da insegnante per essere stata taggata su Facebook in una foto che la ritraeva in evidente stato di ebbrezza. Un caso “da manuale” quando si parla di privacy e social network.

Con l’aumentare della consapevolezza sull’importanza della privacy in rete, aspiranti lavoratori e impiegati sono passati ai ripari e, per scongiurare sgraditi controlli, hanno iniziato sempre più frequentemente ad alzare il livello di protezione dei loro account da occhi indiscreti. Purtroppo l’accorgimento non è bastato, e negli ultimi anni si sono registrate numerose segnalazioni da parte di candidati a cui erano state chieste le credenziali di accesso ai profili “privati” durante un colloquio di lavoro.

Una simile violazione della privacy era stata denunciata, oltre che dai lavoratori stessi, anche da Facebook, che nel marzo del 2012 aveva minacciato di intraprendere azioni legali contro chiunque avesse estorto ai suoi utenti i dati di accesso ai loro profili. Per rendere ancora più netta la presa di posizione da parte dell’azienda, Facebook ha introdotto nel proprio regolamento una specifica voce che invita a non richiedere le informazioni di accesso all’account di terzi.

Il governo della California, conscio del ruolo pioneristico dello stato nella creazione e nella diffusione dei social media, è intervenuto su questo fenomeno attraverso due leggi che saranno in vigore dal primo gennaio 2013: l’Assembly Bill 1844  che proibisce ai datori di lavoro di richiedere user name e password collegati agli account privati dei lavoratori e dei candidati, e il Senate Bill 1349 che contiene un’analoga prescrizione rivolta al mondo dell’università.

Il governatore della California Edmund G. Brown Jr, dopo aver firmato le due leggi, ha diffuso la notizia sui principali social network.

La privacy degli utenti dei social network è nuovamente al centro dell’attenzione da quando si è diffusa la notizia che Twitter ha venduto i messaggi pubblicati dai suoi utenti negli ultimi due anni a DataSift una società di marketing.

Tutti i messaggi pubblici postati a partire da gennaio 2010 sono ora gestiti da DataSift che a sua volta li renderà disponibili per ricerche di mercato a qualunque società desideri utilizzarli per pianificare campegne pubblicitarie, rilevare tendenze o per altre finalità commerciali. La compagnia di analisi dati ha dichiarato di avere già una lista di attesa con oltre 1000 domande di accesso al servizio da parte di aziende private.

I difensori dei diritti digitali dei cittadini hanno espresso preoccupazione per la nuova modalità di vendita. In particolare. preoccupa il fatto che gli utenti di Twitter siano stati abituati a pensare che il tempo di permanenza dei loro messaggi avesse una durata limitata.

Fino ad oggi infatti i normali utenti di Twitter avevano la possibilità di rileggere solo i messaggi pubblicati negli ultimi sette giorni. In realtà, già da tempo il social network offriva alle aziende di ricerche di mercato la possibilità di accedere ai messaggi degli ultimi 30 giorni.

Twitter ha fatto comunque sapere che i messaggi venduti a DataSift non includono i messaggi eliminati dagli utenti o quelli privati.

posted by admin on febbraio 16, 2012

Responsabilità dei provider

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I gestori di social network non possono essere costretti ad applicare filtri per prevenire l’utilizzo illecito, da parte degli utenti, di opere musicali e audiovisive.

È quanto ha recentemente stabilito la Corte di Giustizia dell’Unione Europea, chiamata a pronunciarsi in una causa che vedeva contrapposta la SABAM, società belga di gestione dei diritti di autori, compositori ed editori, e il social network Netlog.

La SABAM lamentava il fatto che Netlog consentisse ai suoi utenti di condividere opere musicali e audiovisive del repertorio della SABAM senza versare un compenso e senza autorizzazione. La società aveva dunque chiesto al presidente del Tribunale di primo grado di Bruxelles, che venisse ordinato alla Netlog di cessare immediatamente qualsiasi messa a disposizione illecita delle opere musicali del repertorio della SABAM, a pena di una sanzione pecuniaria di 1 000 euro per ogni giorno di ritardo.

La Netlog aveva sostenuto che, se accolta, la richiesta della SABAM avrebbe comportato per il social network un obbligo generale di sorveglianza, vietato dalla direttiva sul commercio elettronico.

La Corte di Giustizia Europea, interpellata dal Tribunale di Bruxelles a riguardo, ha accolto la tesi di Netlog.

L’ingiunzione richiesta dalla SEBAM  implicherebbe infatti una sorveglianza sulla maggior parte delle informazioni memorizzate presso il prestatore di servizi di hosting coinvolto. Tale sorveglianza dovrebbe essere illimitata nel tempo e riguardare qualsiasi futura violazione, anche di opere che non sono state ancora create. Un’ingiunzione di questo genere causerebbe, quindi, una grave violazione della libertà di impresa della Netlog, poiché l’obbligherebbe a predisporre un sistema informatico complesso, costoso, permanente e unicamente a sue spese. L’ingiunzione andrebbe inoltre a colpire anche il diritto alla tutela dei dati personali degli utenti di Netlog e la loro libertà di ricevere o di comunicare informazioni.

Un simile obbligo non rispetterebbe il divieto di imporre a detto gestore un obbligo generale di
sorveglianza, né l’esigenza di garantire il giusto equilibrio tra la tutela del diritto d’autore, da un
lato, e la libertà d’impresa, il diritto alla protezione dei dati personali e la libertà di ricevere o
comunicare informazioni, dall’altro

Riassumendo, la richiesta della SEBAM non rispetterebbe il divieto di imporre al gestore un obbligo generale di sorveglianza, né l’esigenza di garantire il giusto equilibrio tra la tutela del diritto d’autore, da un lato, e la libertà d’impresa, il diritto alla protezione dei dati personali e la libertà di ricevere o comunicare informazioni, dall’altro.