Direttore Scientifico: Prof.ssa Avv. Giusella Finocchiaro
Curatrice Editoriale: Dott. Giulia Giapponesi

Non cessa il dibattito sulle fake news (letteralmente, “notizie false”), termine con il quale si fa riferimento a quel fenomeno – tutto digitale – di circolazione di notizie non veritiere che, ribalzando da una piattaforma all’altra (può essere un blog, un social), assumono il connotato di notizia attendibile sulla base non tanto della loro verificabilità, quanto della quantità di condivisioni ottenute. In altre parole, è il numero di utenti che visualizza e condivide la notizia a conferire attendibilità all’informazione e autorevolezza alla fonte. Un sistema, dunque, che pecca di inaffidabilità in quanto non si basa su criteri oggettivi di valutazione.

Il fenomeno pare essere ormai diventato virale, tanto da formare oggetto dell’attenzione del Parlamento europeo che, con risoluzione del 15 giugno 2017 sulle piattaforme on line e il mercato unico digitale, ha colto l’occasione per esprimere la propria opinione al riguardo. In tale sede, tra gli altri temi, il Parlamento ha esortato il legislatore europeo ad approfondire la situazione attuale e il quadro giuridico vigente relativo alle notizie false verificando la possibilità di un intervento legislativo per limitare la divulgazione e la diffusione di contenuti falsi. A tal proposito, un ruolo attivo può essere assunto dalle piattaforme on line che dovrebbero fornire agli utenti gli strumenti necessari per denunciare le notizie false, così informando gli altri utenti della contestazione di veridicità occorsa. Secondo il Parlamento europeo, anche la responsabilità degli intermediari digitali andrebbe chiarita a tal riguardo, in modo da promuovere la certezza giuridica e da accrescere la fiducia degli utenti. Infine, il Parlamento osserva come, allo stesso tempo, la libertà di espressione e il libero scambio di opinione siano valori fondamentali da tutelare e da non comprimere, se non a seguito di un opportuno bilanciamento di interessi che ne dimostri la necessità.

Delle esposte problematiche e della viralità di tale fenomeno sono ben consapevoli anche le Autorità italiane. L’Autorità Garante per la protezione dei dati personali si è espressa favorevolmente circa l’opportunità di responsabilizzare gli intermediari rispetto all’uso distorto della Rete, pur riconoscendo tuttavia come un’estensione di tale sistema al campo delle fake news potrebbe degenerare in censura. Dall’altra parte, l’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni auspica una strategia regolatoria incentrata su obblighi di trasparenza e accountability delle funzioni di distribuzione delle notizie da parte delle piattaforme Internet attraverso, ad esempio, l’adozione di meccanismi che inibiscano l’accesso alle risorse pubblicitarie e ai siti riconosciuti quali fonti di notizie false.

In conclusione, pare che uno dei più grandi pregi di Internet, ossia quello di dare voce a tutti, si stia in realtà risolvendo – a causa dell’uso scorretto e non responsabile della Rete – in un rischioso veicolo di disinformazione. Non resta che vedere come si comporterà il legislatore: se opterà per un intervento normativo generale che detti criteri oggettivi e fornisca strumenti di eliminazione (anche automatica) delle fake news o, piuttosto, se – responsabilizzando gli intermediari – lascerà ad essi l’arduo compito di definire un sistema di contrasto a tale fenomeno.

Quotidiano Nazionale, testata che riunisce Il Resto del Carlino, Il Giorno e La Nazione, il 22 maggio 2017 ha pubblicato un’analisi di Giusella Finocchiaro sulle implicazioni giuridiche correlate al fenomeno Blue Whale.

Le recenti notizie di suicidi di adolescenti indotti via Internet con il gioco Blue Whale sollevano ancora una volta il problema della responsabilità giuridica.

Chi è il responsabile? In questo caso, anche penalmente? Certamente chi è l’autore del reato, ma questi è spesso anonimo e difficilmente individuabile. Oltre a questo, anche il social network che ha diffuso la comunicazione? A differenza dell’autore del reato, infatti, i social network, così come i gestori del sito e di blog, sono più facilmente individuabili. Il tema della responsabilità del provider fu affrontato già alla fine degli anni ‘90, quando l’Unione Europea ha elaborato la direttiva sul commercio elettronico, poi approvata nel 2000. In quella direttiva fu affermato il principio in base al quale il provider non ha obbligo di controllo e sorveglianza preventivi. Allora come oggi gli elementi a favore della responsabilità del provider (ovviamente ulteriore, rispetto a quella dell’autore dell’illecito) erano: individuabilità e solvibilità del soggetto, possibilità per questi di effettuare un controllo. Dall’altro lato, gli argomenti contro erano: la difficoltà tecnica di effettuare un controllo preventivo , il condizionamento esercitato dal controllo preventivo (ad esempio sull’espressione di un’opinione libera) , il costo dell’attività di controllo.

Mentre è evidente che il provider o il social network siano nella migliore posizione per effettuare un controllo preventivo, meno evidenti sono i costi del controllo, sia sotto un profilo economico che sotto un profilo sociale. Il controllo, infatti, richiede risorse economiche e tecnologiche, mentre se esercitato da un soggetto economico quale il provider potrebbe portare ad una forma di censura privata. Si giunse quindi all’affermazione dell’assenza dell’obbligo di sorveglianza e controllo preventivi. In giurisprudenza si è affermata, talvolta, la responsabilità del gestore del sito o del provider per mancata collaborazione con l’autorità giudiziaria o per mancata rimozione del contenuto lesivo, quando richiesto. In tali casi il gestore o il provider potrebbero, secondo le circostanze, essere ritenuti concorrenti nell’illecito.

In altri casi i giudici hanno cercato di costruire una responsabilità per altra via: per esempio, attraverso la legge sulla protezione dei dati personali o attraverso la legge sul diritto d’autore. Così per esempio el caso di Google- Vividown. Secondo la recente legge sul cyberbullismo i gestori di piattaforme virtuali come i social network e, in generale, tutti i fornitori di contenuti du Internet possono essere destinatari di richieste di oscuramento o rimozione di contenuti lesivi.Oggi dunque il social network non è responsabile, salvo letture molto recenti della giurisprudenza come nel caso Cantone, che hanno portato il Tribunale di Napoli (3 novembre 2016) a stabilire la responsabilità del provider che ha l’obbligo di rimuovere i contenuti (nello specifico link a siti di terze parti pubblicati da utenti del social network) semplicemente su richiesta di un utente e senza attendere l’ordine di un’autorità giudiziaria.

Questo modello è attualmente in discussione e alcuni richiedono di configurare la responsabilità del provider e di eliminare l’anonimato.

Il problema è, come sempre, chi debba dettare le regole, e anche il legislatore europeo ha un campo di azione limitato. Come per il fenomeno delle fake news, i grandi operatori propongono un sistema di autoregolamentazione. Ma ovviamente, mai come in questo caso, trattandosi di un fenomeno in corso di stabilizzazione, dettare le regole significa esercitare il potere.

Quotidiano Nazionale, testata che riunisce Il Resto del Carlino, Il Giorno e La Nazione, il 15 aprile 2017 ha pubblicato un commento a cura di Giusella Finocchiaro sul tema della privacy e dei minori.

Sono valide le iscrizioni a Facebook (e in generale ad un social network) di bambini e adolescenti? Se per concludere un contratto è necessario essere maggiorenni, perché non occorre esserlo per iscriversi ad un social? Insomma: quanti anni occorre avere per prestare un valido consenso al trattamento dei dati personali? Secondo Facebook tredici, secondo la legge italiana diciotto.

E allora come si spiega la presenza di così tanti bambini e adolescenti italiani sui social? Semplice: secondo la maggior parte dei contratti di iscrizione, non vale la legge italiana, ma quella del social network e quindi per Facebook quella degli Stati Uniti e della California.

Quale legge prevale? È il più classico dei problemi giuridici su Internet: quello della determinazione della legge applicabile e della giurisdizione. Il nuovo Regolamento europeo 679/2016 sul trattamento dei dati personali, che costituisce una nuova disciplina europea sulla privacy, direttamente applicabile dal maggio 2018, lo risolve con un parziale compromesso. Prevede che prevalga il diritto europeo e che bastino 16 anni (ma i singoli Stati membri possono stabilire un’età inferiore, purchè non al di sotto dei 13 anni). Se il minore ha un’età inferiore ai 16 anni, il consenso è prestato o autorizzato dal titolare della responsabilità genitoriale.

Secondo recenti sentenze italiane su casi analoghi (pubblicazioni di foto dei propri figli sui social), in questo caso occorrerebbe il consenso di entrambi i genitori. È evidente che non sarà molto difficile eludere questa norma. Ma, come prevede il Regolamento europeo, è il social che deve controllare, utilizzando la tecnologia disponibile.

Facebook ha annunciato l’introduzione di nuovi strumenti per impedire la diffusione online di immagini intime di persone non consenzienti, una forma di vendetta sempre più diffusa, non solo fra gli adolescenti.

Per le vittime di “revenge porn” le conseguenze, sia psicologiche che sociali, sono spesso devastanti. È tristemente noto, non solo in Italia, il caso di Tiziana, la donna di 31 anni che nel settembre 2016 morta suicida in seguito alla diffusione incontrollata di un video intimo pubblicato da un suo ex-partner per vendetta.

Si tratta di un crimine di difficile contrasto perché la condivisione incontrollata del contenuto non permette la cancellazione dalla memoria della rete.

Nell’ottobre 2016 In Irlanda un giudice della corte suprema di Belfast aveva respinto il tentativo di Facebook di evitare il tribunale nel caso di una 14enne, che nonostante vari tentativi di rimozione, non era riuscita a rimuovere una sua foto intima in una “pagina della vergogna” su social perché altri utenti continuavano a condividerla L’azienda californiana si era difesa spiegando di aver rimosso la foto a ogni segnalazione, ma secondo i legali della minorenne Facebook avrebbe avuto il potere di prevenire ogni ripubblicazione usando un sistema di identificazione dell’immagine.

In quest’ottica, il social network ha studiato un meccanismo che possa evitare tempestivamente la condivisione di un contenuto segnalato.

Funziona così: gli utenti possono segnalare le foto con uno speciale contrassegno che allerta il personale tecnico specializzato per una revisione dell’immagine che possa stabilire se il contenuto viola gli standard della community. In caso di accertata violazione l’immagine viene rimossa e, grazie alla tecnologia di foto-matching, individuata anche sulle bacheche di altri utenti che possono averla già condivisa.

Questo intervento non riguarda solo i post su Facebook, anche Messenger e Instagram sono coinvolti nel sistema di segnalazione e rimozione. Per ora però l’innovazione non riguarda WhatsApp.

Dal punto di vista legislativo la “revenge pornography” è considerata un crimine in diverse giurisdizioni nazionali, come ad esempio in 34 stati degli USA, in Australia e nel Regno Unito. Attualmente in Italia non esiste una legge specifica e la casistica rientra nella fattispecie del reato di diffamazione e di violazione della privacy.

il 27 settembre del 2016 è stata presentata una proposta di legge per l’introduzione dell’articolo 612-ter del codice penale , concernente il reato che si manifesta attraverso la pubblicazione via internet di contenuti pornografici, sia fotografici che video, senza l’esplicito consenso dei soggetti interessati. La proposta prevede che la pubblicazione online di simili contenuti sia punita con la reclusione da uno a tre anni e la pena sia aumentata della metà se il fatto è commesso dal coniuge, anche separato o divorziato, o da persona che è o è stata legata da relazione affettiva alla persona offesa.

A seguito del reclamo presentato dalla madre di Tiziana Cantone, il Garante per la protezione dei dati personali ha avviato un’istruttoria chiedendo ai principali motori di ricerca?, ?Google e Yahoo?, ?di giustificare le ragioni per le quali sugli stessi risultino ancora indicizzate pagine sulle quali sono pubblicate immagini o video pornografici associati al nome della donna.

red-questionEletta a parola inglese dell’anno 2016, la cosiddetta post-truth (post-verità) rimanda ad un concetto apparentemente nuovo. Il termine si riferisce a circostanze in cui i fatti verificati sono meno efficaci nell’indirizzare l’opinione pubblica rispetto a narrazioni che si reggono sulle emozioni o sulle credenze individuali.

Dopo le prime apparizioni in alcuni articoli del 2015, nel corso del 2016 la parola post-truth ha cessato di essere accompagnata dalla sua definizione ed è divenuta di utilizzo comune nei discorsi di commento politico ed in particolare in quelli relativi al referendum Brexit e alle elezioni presidenziali statunitensi. In Italia è stata spesso citata nei commenti sull’esito del referendum costituzionale.

Detta in termini semplici, secondo molti commentatori l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, l’elezione di Trump e il fallimento del referendum proposto da Renzi sarebbero le conseguenze di un’epoca in cui gli aventi diritto al voto decidono di non credere ai fatti reali a favore di notizie dal forte impatto emozionale. Naturalmente non è possibile stabilire quanto questa decisione sia presa dagli elettori in modo consapevole, ma sembra implicito che il discorso sulla post-truth si riferisca anche e soprattutto a quanti non sono in grado di distinguere tra una fonte di informazione attendibile e una palesemente di parte.

Del tutto prevedibilmente, al cuore dell’allarme troviamo una riflessione sui social network come principali vettori della propagazione incontrollata di notizie false e di propaganda. Sebbene le notizie siano pubblicate e condivise dagli utenti, il ruolo di queste piattaforme sarebbe molto più attivo di quanto si possa presupporre. Su Facebook, ad esempio, la colonna dei “trending feed” incoraggia direttamente la lettura e la condivisione degli articoli più letti sul social network, molti dei quali provenienti da siti inaffidabili contenenti eclatanti notizie false, amplificandone la portata.

Il magazine Buzzfeed ha portato alla luce l’esemplare vicenda di alcuni siti pro-Trump, creati da un gruppo di adolescenti macedoni, che riportavano notizie mirabolanti e totalmente inventate al solo scopo di trarre profitto dalla pubblicità di Google Ad-sense. Calunnie ai danni di Hilary Clinton che hanno generato oltre 140.000 condivisioni da parte di utenti statunitensi.

Dopo la vittoria di Trump si è quindi scatenata una bufera sulla gestione di Facebook, accusato di non voler ammettere le proprie responsabilità sulla formazione dell’opinione pubblica. In risposta alle critiche il 15 dicembre 2016 Mark Zuckerberg ha annunciato il lancio di un sistema di classificazione degli articoli che prevede l’apparizione di un particolare “flag” sulle notizie segnalate come false dagli utenti e da una speciale squadra di “fact-checkers” professionisti.

Tuttavia sono in molti a non voler lasciare alle più grandi piattaforme della rete, i cosiddetti Over The Top, la delega alla discriminazione fra notizie veritiere o meno. Commentatori ed esperti hanno evidenziato il pericolo di lasciare a compagnie private la classificazione dell’accuratezza delle informazioni presenti in rete.

A questo proposito ha destato particolare attenzione l’intervista rilasciata il 30 dicembre 2016 al Financial Times in cui il Presidente dell’Antitust italiana, Giovanni Pitruzzella evidenzia la necessità di organizzare “una rete di organismi nazionali indipendenti capace di identificare e rimuovere le notizie false”. Una sorta di Authority che avrebbe il compito di vigilare sulla verità dell’informazione.

L’idea ha sollevato un certo interesse tra i commentatori ma anche un coro di accuse riguardo ad una supposta volontà di censura da parte delle istituzioni. In Italia l’ex comico e leader politico Beppe Grillo ha definito l’allarme post-truth come “una nuova inquisizione”. Non manca chi, come Riccardo Luna, ex direttore di Wired Italia, chiede di ripensare alle responsabilità del giornalismo di qualità come baluardo contro la dilagante disinformazione, sottolineando che la post verità non è un fenomeno nuovo anche se oggi trova un’enorme amplificazione nella rete e nei social network.

Questo spunto porta tuttavia ad un’ulteriore riflessione. Se è vero che la rete ha amplificato le possibilità di incorrere in notizie false, va anche riconosciuto che la pluralità di fonti informative permette oggi più che mai di poter approfondire le notizie, analizzandole e confrontandole fra loro. Va da sé che occorre una certa capacità di discernimento per farlo, ma è solo nel contesto di una la pluralità di voci che è possibile sviluppare gli strumenti cognitivi utili a discriminare tra una notizia tutto sommato realistica e una bufala sensazionale. Pensare a soluzioni di contenimento e controllo delle notizie potrebbe quindi essere, oltre che di difficile applicazione, persino controproducente.

Sono ancora poche le voci che sottolineano la necessità di aiutare gli elettori presenti e futuri a dotarsi di strumenti intellettuali con cui riconoscere da sé le fonti più attendibili. A prescindere quindi dalle effettive soluzioni pratiche, il solo fatto di parlare pubblicamente di post-truth può costituire un primo passo verso la presa di coscienza di un problema globale che ciascuno di noi può contribuire a limitare in un modo semplice: evitando di condividere notizie non verificate.

La Corte di giustizia dell’UE ha in questi giorni stabilito che gli accordi per la gestione e il trasferimento dei dati personali tra aziende americane ed europee potranno essere sospesi dai singoli stati membri quando non sussistano le garanzie di un livello adeguato di protezione delle informazioni.

L’accordo vigente, denominato Safe Harbor, consentiva ad aziende come Facebook o Google di trasferire i dati sensibili dei propri utenti europei su server dislocati Oltreoceano. Da oggi, si sancisce nella sentenza con effetto definitivo, il Safe Harbor dovrà invece sottostare alla giurisdizione di ogni singolo stato dell’Unione, che potrà sospendere, se lo riterrà opportuno, il trasferimento dei dati personali verso i server americani.

La decisione della Corte europea giunge in seguito all’azione legale intrapresa nel 2013 dall’attivista austriaco Max Schrems nei confronti Facebook. Il giovane aveva presentato una denuncia presso l’autorità dell’Irlanda, dove il social network ha sede legale.

Muovendo dalle rivelazioni del caso Snowden, Schrems aveva denunciato le violazioni al diritto alla riservatezza dei cittadini da parte della NSA, ritenendo perciò il diritto e le prassi statunitensi non sufficienti alla tutela dei dati trasferiti dall’Europa. Dopo la bocciatura dall’autorità per la privacy irlandese, Schrems si era rivolto alla Corte di giustizia dell’Unione Europea, che con la recente sentenza ha accolto le istanze dell’attivista.

Il Safe Harbour era stato autorizzato dalla Commissione Ue nel 2000. Con l’invalidamento dalla Corte europea, le aziende americane potrebbero vedersi costrette a trovare nuovi canali per la gestione dei dati personali o a rivolgersi a ogni singolo utente del continente per una richiesta di autorizzazione del trattamento dei dati su server non situati in Europa. Attraverso un suo portavoce, Facebook ha precisato di avere agito in maniera corretta. Il Safe Harbor è solo “uno dei meccanismi che la Legge Europea prevede per consentire i flussi di dati oltreoceano. Facebook, come altre migliaia di aziende europee, utilizza diversi metodi previsti dalla normativa comunitaria per il trasferimento legale di dati dall’Europa agli Stati Uniti.

Schrems ha commentato la sentenza auspicando che il giudizio della Corte possa diventare “una pietra miliare sulla questione della privacy online. Questo giudizio traccia una linea netta. Chiarisce che la sorveglianza di massa viola i nostri diritti fondamentali”.

snapchatLa polizia inglese ha inserito nel database dei trafficanti di immagini pedopornografiche un quattordicenne che ha utilizzato Snapchat per inviare l’autoscatto di un nudo integrale a una compagna di classe.

La fotografia, inviata utilizzando la app che cancella automaticamente entro 10 secondi le immagini spedite, è stata salvata dalla ragazza sul proprio telefono, per poi essere condivisa con altri coetanei. L’accaduto è giunto all’attenzione della polizia, che pur non incriminando il ragazzo ha classificato l’atto come “produzione e distribuzione di immagini oscene di minorenni”. Il quattordicenne non sarà incriminato per avere flirtato in modo esplicito con una coetanea, ma vedrà il proprio nome iscritto nel dossier della polizia per 10 anni.

Il Guardian, riportando l’accaduto, ha sottolineato come l’inserimento del nome del ragazzo nel registro dei trafficanti pedopornografici oltre che umiliante risulterà inevitabilmente dannoso: sarà impossibile per lui accedere a lavori a contatto con bambini, e ogni potenziale datore di lavoro potrà individuarlo nel Criminal Records Bureau (CBR).

La BBC ha riferito che al momento dell’interrogatorio il ragazzo era solo e privo di tutela legale, perciò non consapevole delle implicazioni cui sarebbe andato incontro con le sue risposte. Al riguardo, l’agente di polizia che lo ha interrogato ha spiegato che in tali circostanze non sia necessario informare familiari.

L’incidente ha ravvivato il dibattito che da tempo si incentra sul paradosso cui conducono leggi rigorose ma non adeguate alla continua evoluzione dei social network, al punto di giungere talvolta a colpire le stesse persone che si vorrebbe proteggere. Infatti, se la distribuzione dell’immagine fosse stata intesa e classificata come atto di “revenge porn”, il giovane inglese sarebbe stato restituito al ruolo di vittima anziché di carnefice.

posted by admin on aprile 7, 2015

Diffamazione

(No comments)

Secondo il Tribunale di Ivrea gli insulti a colleghi e superiori pubblicati su Facebook sono una causa sufficientemente grave da giustificare il licenziamento di un dipendente.

Con ordinanza del 28 gennaio 2015, il Tribunale di Ivrea ha rigettato il ricorso di un ex-dipendente che chiedeva il reintegro al lavoro in seguito ad un licenziamento per giusta causa. Il collaboratore era stato licenziato per aver postato su Facebook pesanti ingiurie nei confronti dei datori di lavoro e di alcune colleghe.

Il ricorrente, pur ammettendo di aver pubblicato sulla propria bacheca di Facebook le offese, si era rivolto al tribunale sostenendo che tale condotta non poteva essere considerata così grave da giustificare il licenziamento e chiedendo, oltre al reintegro, un indennizzo risarcitorio.

Si tratta del secondo procedimento che vede l’impiegato ricorrere in giudizio per chiedere il reintegro lavorativo presso la stessa azienda. Il rapporto di lavoro era infatti già stato interrotto nel 2012. Tuttavia, alcune irregolarità nei contratti avevano portato l’uomo ad intentare un ricorso e alla fine del 2012 il Tribunale aveva accolto la sua richiesta, annullando i termini di collaborazione a tempo determinato che aveva stipulato con la società e condannando la stessa al ripristino del rapporto di lavoro e al pagamento delle retribuzioni maturate.

Nel 2014 l’azienda aveva quindi riassunto il dipendente, ma aveva deciso di esonerarlo dal rendere effettivamente la prestazione lavorativa, e di fatto il collaboratore aveva iniziato a ricevere uno stipendio senza dover lavorare.

Paradossalmente questa condizione, che ad alcuni potrebbe sembrare vantaggiosa, ha portato il dipendente a diffamare i propri datori di lavoro su Facebook. L’uomo ha infatti pubblicato sul social network la lettera di riassunzione, accompagnandola con espressioni altamente ingiuriose nei confronti dei superiori che lo avevano reintegrato e di alcune colleghe.

Come il giudice del Tribunale di Ivrea ha sottolineato, i post non erano riservati agli “amici” del ricorrente, ma erano “potenzialmente visibili dal circa miliardo di utenti del social network” e sono stati rimossi solo in seguito ad una diffida da parte dell’azienda. Questi fattori hanno pesato sulla decisione finale del giudice, secondo cui la gravità della condotta dell’ex-dipendente è da considerarsi “tanto grave da non consentire la prosecuzione, anche provvisoria, del rapporto di lavoro.”

Nell’ordinanza viene esplicitato che le ingiurie, e soprattutto gli insulti sessisti proferiti ai danni delle colleghe del tutto estranee al precedente contenzioso tra i datori di lavoro e l’impiegato, denotano “la volontà del ricorrente di diffamare sia la società, sia parte dei dipendenti, con le modalità potenzialmente più offensive dell’altrui reputazione.”

Invano il ricorrente aveva tentato di giustificare la sua condotta come “una reazione, anche se eccessiva ed abnorme (ma anche istintiva)”. Il giudice ha osservato che se fosse stata generata da un gesto istintivo –anche se inconsulto – il dipendente avrebbe provveduto all’eliminazione dei post prontamente e non dopo oltre due settimane, come in realtà accaduto. Questa lunga permanenza online dei commenti sembrerebbe inoltre suggerire da parte del ricorrente la mancata percezione della gravità del proprio comportamento.

Alla luce di queste considerazioni, il Tribunale ha rigettato con ordinanza il ricorso e ha condannato il ricorrente al pagamento delle spese processuali sostenute dall’azienda, liquidate in euro 3.500.

La decisione del giudice del tribunale di Ivrea conferma l’orientamento giurisprudenziale del licenziamento per giusta causa per post denigratori a danno del datore di lavoro, come già stabilito dalla Corte d’Appello di Torino (sentenza del 17 luglio 2014, n. 164) e dalla sezione lavoro del Tribunale Milano (ordinanza del 1 agosto 2014).

Computers, Privacy and Data ProtectionOggi si assiste ad una vera e propria esplosione del volume di dati relativi alla localizzazione di persone e oggetti.

Questo genere di informazioni è registrato in maniera esplicita quando, ad esempio, un utente acconsente all’utilizzo dei suoi dati geografici su un social network, ed in maniera più implicita dai tracker GPS dei veicoli e dai tag RFID (Radio-frequency identification) degli oggetti in movimento. A volte, inoltre, questi dati possono essere estrapolati da particolari azioni che lasciano “tracce digitali”, come ad esempio gli addebiti su carta di credito nei negozi o l’utilizzo dei sistemi di bigliettazione elettronica su smartcard per i mezzi pubblici.

Com’è noto, se da un lato , i dati di localizzazione costituiscono una risorsa importante, dall’altro possono rappresentare una seria minaccia per la privacy degli utenti, in quanto un’analisi di informazioni geografiche può facilmente portare allo scoperto dati sensibili, come, ad esempio, preferenze religiose o politiche. Bilanciare l’aspetto di utilità delle informazioni di localizzazione e la protezione dei dati è diventata una vera e propria sfida per il legislatore.

Sarà questo uno dei temi della settima conferenza internazionale “Computers, Privacy and Data Protection” che quest’anno sarà dedicata al tema della prospettiva globale sulle possibilità di riforma della normativa per la protezione dei dati personali. La conferenza si terrà a Bruxelles dal 22 al 24 gennaio 2014.

In particolare, un approfondimento sulle privacy in mobilità e i dati di geolocalizzazione sarà il tema del panel pomeridiano di venerdì 22 gennaio, al quale parteciperà l’ Avv. Annarita Ricci dello Studio Legale Finocchiaro.

Per maggiori informazioni visitare il sito del CPDP.

In corso di pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale le “Linee guida in materia di attività promozionale e contrasto allo spam” rivolte a imprese e cittadini. Il Garante chiarisce le regole per l’attività promozionale sui social network.

Consenso obbligatorio per le offerte commerciali agli utenti di social network e di servizi di instant messaging come Skype e WhatsApp,  no a e-mail e sms indesiderati, misure semplificate per le promozioni delle imprese che rispettano le regole. Questi i punti principali delle linee guida del Garante sull’attività promozionale in rete, rivolte sia alle imprese che vogliono avviare campagne per pubblicizzare prodotti e servizi, sia agli utenti che desiderano difendersi da messaggi pubblicitari non autorizzati.

L’Autorità per la protezione dei dati dedica una particolare attenzione allo spam diffuso sui social network (il cosiddetto social spam) e ad alcune pratiche di “marketing virale” o “marketing mirato”, caratterizzato da una presenza invasiva sui profili social dei singoli utenti.

Queste in sintesi le principali regole pubblicate sul sito del Garante:

Offerte commerciali e spam

• Invio di offerte commerciali solo con il consenso preventivo. Per poter inviare comunicazioni promozionali e materiale pubblicitario tramite sistemi automatizzati (telefonate preregistrate, e-mail, fax, sms, mms) è necessario aver prima acquisito il consenso dei destinatari (cosiddetto opt-in). Tale consenso deve essere specifico, libero, informato e documentato per iscritto.

• Maggiori controlli su chi realizza campagne di marketing. Chi commissiona campagne promozionali deve esercitare adeguati controlli per evitare che agenti, subagenti o altri soggetti a cui ha demandato i contatti con i potenziali clienti effettuino spam.

Consenso per l’uso dei dati presenti su Internet e social network. Necessario lo specifico consenso del destinatario per inviare messaggi promozionali agli utenti di Facebook, Twitter e altri social network (ad esempio pubblicandoli sulla loro bacheca virtuale) o di altri servizi di messaggistica e Voip sempre più diffusi come Skype, WhatsApp, Viber, Messenger, etc. Il fatto che i dati siano accessibili in Rete non significa che possano essere liberamente usati per inviare comunicazioni promozionali automatizzate o per altre attività di marketing “virale” o “mirato”.

• “Passaparola” senza consenso. Non è necessario il consenso per inviare e-mail o sms con offerte promozionali ad amici a titolo personale (il cosiddetto “passaparola”).

Semplificazioni per le aziende in regola

E-mail promozionali ai propri clienti. Consentito l’invio di messaggi promozionali, tramite e-mail, ai propri clienti su beni o servizi analoghi a quelli già acquistati (cosiddetto soft spam).

Promozioni per “fan” di marchi o aziende. Una impresa o società può inviare offerte commerciali ai propri “follower” sui social network quando dalla loro iscrizione alla pagina aziendale si evinca chiaramente l’interesse o il consenso a ricevere messaggi pubblicitari concernenti il marchio, il prodotto o il servizio offerto.

Consenso unico valido per diverse attività. Basta un unico consenso per tutte le attività di marketing (come l’invio di materiale pubblicitario o lo svolgimento di ricerche di mercato); il consenso prestato per l’invio di comunicazioni commerciali tramite modalità automatizzate (come e-mail o sms) copre anche quelle effettuate tramite posta cartacea o con telefonate tramite operatore. Le aziende che intendono raccogliere i dati personali degli utenti per comunicarli o cederli ad altri soggetti a fini promozionali, possono acquisire un unico consenso valido per tutti i soggetti terzi indicati nell’apposita informativa fornita all’interessato.

Tutele e sanzioni contro lo spam

• Gli utenti che ricevono spam possono presentare segnalazioni, reclami o ricorsi al Garante e comunque esercitare tutti i diritti previsti dal Codice privacy, inclusa la richiesta di sanzioni contro chi invia messaggi indesiderati (nei casi più gravi possono arrivare fino a circa 500.000 euro).

• Le “persone giuridiche”, pur non potendo più chiedere l’intervento formale del Garante per la privacy, possono comunque comunicare eventuali violazioni. Hanno invece la possibilità di rivolgersi all’Autorità giudiziaria per azioni civili o penali contro gli spammer.

Contestualmente alle Linee guida, allo scopo di semplificare ulteriormente gli adempimenti in materia di marketing diretto, il Garante ha adottato anche un apposito provvedimento generale sul consenso al trattamento dei dati personali, sempre in via di pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale.