Direttore Scientifico: Prof.ssa Avv. Giusella Finocchiaro
Curatrice Editoriale: Dott. Giulia Giapponesi

Deposte le motivazioni della decisione della Cassazione sul noto caso Google Vs. Vividown: il provider non è responsabile della violazione della privacy dei soggetti dei video caricati dagli utenti.

La Terza sezione penale della Corte di Cassazione ha pubblicato le motivazioni della sentenza di assoluzione per i tre dirigenti di Google che erano stati condannati a sei mesi di carcere nel 2010, in seguito alla diffusione su Google video di un filmato in cui un minorenne disabile veniva umiliato a scuola.

Secondo la Suprema Corte, non è configurabile una responsabilità penale di un Internet host provider nel caso di violazione della privacy realizzata con un video diffuso sul web.

“I reati di cui all’articolo 167 del codice privacy, per i quali qui si procede – si legge da fonti di stampa che hanno riportato stralci delle motivazioni della sentenza – devono essere intesi come reati propri, trattandosi di condotte che si concretizzano in violazioni di obblighi dei quali è destinatario in modo specifico il solo titolare del trattamento e non ogni altro soggetto che si trovi ad avere a che fare con i dati oggetto di trattamento senza essere dotato dei relativi poteri decisionali”.

La Cassazione ha specificato che il gestore del servizio di hosting “non ha alcun controllo sui dati memorizzati né contribuisce in alcun modo alla loro scelta, alla loro ricerca o alla formazione del file che li contiene, essendo tali dati interamente ascrivibili all’utente destinatario del servizio che li carica sulla piattaforma messa a sua disposizione”.

I fatti all’origine della vicenda giudiziaria risalgono al 2006 quando l’associazione Vividown (Associazione italiana per la ricerca scientifica e per la tutela della persona Down, con sede a Milano) ha querelato Google per aver permesso la diffusione di un video in cui un ragazzino disabile veniva deriso dai compagni di classe.  Nel 2010 i tre dirigenti di Google sono stati condannati dal giudice Oscar Magi a sei mesi di carcere per violazione della privacy del minorenne ripreso nel video. Secondo il giudice, l’azienda californiana era da ritenersi responsabile per via della vaghezza delle indicazioni in materia di privacy che Google Video presentava agli utenti che praticavano l’upload dei filmati, una vaghezza tanto più grave perché relativa ad un’attività svolta con finalità di lucro (per leggere l’intervista ad Oscar Magi a cura di Diritto&Internet cliccare QUI).

Nel dicembre 2012 la Corte d’Appello del Tribunale di Milano, ribaltando la precedente decisione, ha assolto i tre manager  individuando la responsabilità del trattamento dei dati nell’uploader del video e non nel provider di contenuti. Pertanto la violazione non sarebbe in capo a Google, ma ai responsabili della pubblicazione online del video (nello specifico, della studentessa). Per un’analisi delle motivazioni della Corte d’Appello si rimanda all’approfondimento della Prof. Giusella Finocchiaro.

La sentenza della Cassazione del 18 dicembre 2013 ha confermato il verdetto della Corte d’Appello. Nelle motivazioni pubblicate oggi la Corte Suprema ha infatti rilevato che Google video esercitava l’attività di  “mero Internet host provider, soggetto che si limita a fornire una piattaforma sulla quale gli utenti possono liberamente caricare i loro video”, del cui “contenuto restano gli esclusivi responsabili”. Pertanto, i tre dirigenti di Google imputati nel procedimento “non sono titolari di alcun trattamento”, mentre “gli unici titolari del trattamento dei dati sensibili eventualmente contenuti nei video caricati sul sito sono gli stessi utenti che li hanno caricati, ai quali soli possono essere applicate le sanzioni, amministrative e penali, previste per il titolare del trattamento del Codice Privacy”.

Il caso Vividown vs. Google, considerato il più noto caso italiano in materia di diritto su Internet, si è concluso mercoledì con la notizia dell’assoluzione in Cassazione dei tre dirigenti di Google.

La Terza sezione penale della Corte di Cassazione confermando la sentenza d’appello, ha assolto David Drummond, George De Los Reyes e Peter Fleischer, i tre manager di Google che nel 2010 erano stati condannati dalla sentenza di primo grado a sei mesi di carcere.

I fatti all’origine della vicenda giudiziaria risalgono al 2006 quando l’associazione Vividown (Associazione italiana per la ricerca scientifica e per la tutela della persona Down, con sede a Milano) aveva querelato Google per aver permesso la diffusione di un video in cui un ragazzino disabile veniva umiliato dai compagni di classe. Il filmato era stato caricato sulla piattaforma Google video da una studentessa, all’epoca minorenne, ed era diventato in poco tempo uno dei video più “cliccati”, guadagnando una particolare evidenza grafica all’interno della piattaforma.

Il verdetto di condanna del Tribunale di Milano ha avuto una forte eco internazionale ed è stato ripreso dalla stampa di tutto il mondo. In sostanza, il giudice Oscar Magi estensore della sentenza, ha condannato i dirigenti non per il reato di diffamazione voluto dall’accusa, ma per violazione della privacy. Secondo il giudice, l’azienda californiana era da ritenersi responsabile per via della vaghezza delle indicazioni in materia di privacy che Google Video presentava agli utenti che praticavano l’upload dei filmati, una vaghezza tanto più grave perché relativa ad un’attività svolta con finalità di lucro. Nella visione del giudice, la ragazzina che aveva caricato il video non sarebbe stata sufficientemente avvertita a prestare attenzione al rispetto della privacy (per leggere l’intervista ad Oscar Magi a cura di Diritto&Internet cliccare QUI).

La decisione del Tribunale di Milano ha sollevato un coro internazionale di protesta a causa dell’attribuzione di responsabilità al provider di contenuti. Le maggiori  critiche, com’era prevedibile, sono partite dal blog di Google e da quello personale di Peter Fleischer, ed in poco tempo hanno creato una forte cassa di risonanza mediatica contro la sentenza italiana. Le proteste facevano riferimento alla neutralità dei provider garantita dall’art. 17 del d.lgs. 70/2003 che applica la Direttiva 31/2000 e che esclude un obbligo di sorveglianza, configurando una responsabilità successiva alla commissione dell’illecito solo a determinate condizioni. QUI la questione è stata ulteriormente approfondita sul nostro blog.

Nel dicembre 2012 la Corte d’Appello del Tribunale di Milano, ribaltando la decisione del giudice Magi, ha assolto con formula piena i tre manager perché “il fatto non sussiste”. La Corte ha individuato la responsabilità del trattamento dei dati nell’uploader del video e non nel provider di contenuti. Pertanto la violazione non sarebbe in capo a Google, ma ai responsabili della pubblicazione online del video (nello specifico, della studentessa). Per un’analisi delle motivazioni della Corte si rimanda all’approfondimento della Prof. Giusella Finocchiaro.

La vicenda tuttavia non si è risolta in appello e nel 2013 la procura di Milano ha presentato il ricorso in Cassazione, sostenendo che le piattaforme come YouTube dovrebbero essere obbligate a effettuare un controllo preventivo sui video caricati dagli utenti e ottenere la liberatoria delle persone riprese nei filmati.

A quanto si apprende da fonti di stampa, nella sua requisitoria il sostituto procuratore generale Mario Fraticelli ha chiesto l’annullamento con rinvio dei proscioglimenti e invocato la celebrazione di un processo d’appello-bis, riferendosi al fatto che “la stessa sentenza della Corte d’Appello scrive che i tre imputati avevano trattato il video e avrebbero avuto la possibilità di prendere visione dei contenuti” e che “non si può pensare che chi offre un servizio su una piattaforma poi non si occupi di quello che viene caricato”. La Cassazione, tuttavia, non ha accolto la richiesta.

Le motivazioni del verdetto della Suprema Corte saranno rese note fra un mese.

Google si dice soddisfatta per l’esito della vicenda giudiziaria: “Siamo felici che la Corte di Cassazione abbia confermato l’innocenza dei nostri colleghi. Di nuovo, il nostro pensiero va al ragazzo e alla famiglia. La decisione di oggi è importante anche perché riconferma un importante principio giuridico”.

Due recenti decisioni giurisprudenziali inducono a riflettere sul tema della responsabilità della Rete. Si tratta della decisione dalla Corte Europea per i Diritti Umani nel caso Delfi AS contro Estonia e della recente sentenza del Tribunale di Grande Istanza di Parigi nel caso Max Mosley contro Google Inc.

Le due sentenze affermano rispettivamente la responsabilità del portale e del motore di ricerca per i contenuti pubblicati dagli utenti.

Queste decisioni, ritengo, impongono al giurista il dovere di interrogarsi sull’attualità della direttiva europea 31/2000 sul commercio elettronico e sul regime di responsabilità del provider. Va peraltro precisato che la responsabilità del provider non può che essere ulteriore rispetto a quella dell’utente dell’illecito.

La decisione della Corte Europea per i Diritti Umani evidenzia una sostanziale compatibilità della condanna ad un risarcimento danni del portale informativo estone, per i commenti diffamatori ivi pubblicati da lettori anonimi, con l’art. 10 della Convenzione che tutela la libertà di espressione. Risarcimento molto esiguo che ammonta a soli 320 euro per danno non patrimoniale, ma che evidenzia in modo netto il principio espresso dalla Corte: chi è stato diffamato deve essere in condizione di ottenere un risarcimento (non era possibile individuare l’autore nel caso di specie).

La sentenza dal Tribunale di Grande Istanza di Parigi, che ha suscitato ultimamente molti interrogativi, ha condannato Google Inc. alla rimozione dei link relativi alle fotografie non autorizzate riguardanti l’ex presidente della Fia (Federazione internazionale dell’automobilismo), Max Mosley. Due mesi sono stati assegnati a Google dal giudice Marie Mongin per conformarsi alla decisione e per rimborsare l’ex presidente con la simbolica cifra di 1 euro di danni e 5000 euro per le spese legali.

È evidente per gli addetti ai lavori il disallineamento fra dato normativo e giurisprudenza.

Se si considera il solo dato normativo non ci sono dubbi: la responsabilità del provider è disciplinata dalla direttiva europea e, nell’ordinamento italiano, dall’art. 17 del d.lgs. 70/2003 che esclude un obbligo di sorveglianza e configura una responsabilità successiva alla commissione dell’illecito solo a determinate condizioni.

Dal punto di vista storico, questa norma nacque per soddisfare le esigenze dell’economia, approccio che del resto caratterizza la stessa direttiva 31/2000 nonché lo stesso approccio dell’UE al commercio elettronico: l’esigenza era quella di favorire lo sviluppo di Internet. È, d’altronde, assai peculiare una norma sulla responsabilità che esonera da responsabilità. Questa esigenza economica è accompagnata anche dalla necessità di soddisfare ulteriori esigenze: libertà e neutralità della Rete.

Oggi, tuttavia, la giurisprudenza pare cercare sempre più frequentemente soluzioni interpretative che consentano di superare il dettato normativo.

Emblematico in Italia il recente caso Google- Vividown (Trib. Milano, 12 aprile 2010, poi riformato dal Tribunale di Appello di Milano il 21 dicembre 2012) in cui il fondamento della reposnsabilità in capo a Google fu ravvisato nella normativa sulla protezione dei dati personali.

È dunque necessario riflettere sulle ragioni storiche ed economiche alla base di questo cambiamento di scenario. Dal 2000 ad oggi, in poco meno di un quindicennio, Internet è radicalmente cambiata. La necessità, oggi, non è più quella di “far crescere la rete”, ma quella di ripensare la disciplina normativa nonché l’allocazione di responsabilità, in questa fase di maturità di Internet.

È d’obbligo inoltre una riflessione sul ruolo dei motori di ricerca. Sono davvero neutri? O generano una sorta di realtà parallela per l’utente medio di Internet?

Si registrano già alcune decisioni che affermano la responsabilità dei motori di ricerca: nel Regno Unito la sentenza della Royal Courts of Justice del 14 febbraio 2013, in Australia la sentenza Trkulja v. Google del 12 novembre 2012 ed infine in Francia la sentenza del Tribunal de Grand Istance de Paris che ha condannato Google per diffamazione con la sentenza dell’8 settembre 2010.

Queste decisioni impongono al giurista il dovere di interrogarsi sull’attualità del d.lgs. 70/2003 e sulle esigenze di riforma.

È il momento dunque di cominciare a porsi delle domande e di ripensare ad una norma nata nel 2000, ma pensata ancora prima, quando l’obiettivo principale era far crescere Internet.

Qual è la funzione della responsabilità civile e il suo obiettivo in questo nuovo contesto?

Per rispondere a questa domanda occorre rispondere ad altre due domande. E si tratta di domande di metodo, in un contesto in cui invece sempre più spesso si scrivono leggi senza avere un progetto, senza chiedersi perché, abbandonando quello che dovrebbe invece essere il vero ruolo del giurista che è quello di porre e porsi domande e solo dopo di scrivere le norme.

E le (almeno due) domande da porsi sono queste.

La prima: quali sono i valori che attraverso il diritto è chiamato a tutelare in questo caso?

La seconda: chi decide? Il giudice o il legislatore?

Il 27 febbraio sono state rese pubbliche le motivazioni della sentenza di assoluzione degli amministratori di Google pronunciata dalla Corte d’appello di Milano il 21 dicembre nell’ormai famoso caso Google vs. Vividown.

Non è configurabile, secondo la Corte, il reato di trattamento illecito di dati personali, previsto dall’art. 167 del Codice per la protezione dei dati personali perché:

1) l’obbligo dell’informativa non è neppure richiamato fra le fattispecie la cui violazione comporta il configurarsi di detto illecito

2) Google non è titolare del trattamento ed è invece il titolare a dover fornire l’informativa all’interessato

3) non è configurabile il dolo specifico.

Per comprendere appieno la decisione occorre muovere dal disposto dell’art. 167 del Codice privacy, intitolato “Trattamento illecito di dati”:

“1. Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque, al fine di trarne per sé o per altri profitto o di recare ad altri un danno, procede al trattamento di dati personali in violazione di quanto disposto dagli articoli 18, 19, 23, 123, 126 e 130, ovvero in applicazione dell’articolo 129, è punito, se dal fatto deriva nocumento, con la reclusione da sei a diciotto mesi o, se il fatto consiste nella comunicazione o diffusione, con la reclusione da sei a ventiquattro mesi.

2. Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque, al fine di trarne per sé o per altri profitto o di recare ad altri un danno, procede al trattamento di dati personali in violazione di quanto disposto dagli articoli 17, 20, 21, 22, commi 8 e 11, 25, 26, 27 e 45, è punito, se dal fatto deriva nocumento, con la reclusione da uno a tre anni”.

Dunque, secondo il testo della norma sopra riportato, il reato di trattamento illecito dei dati personali si configura se si realizzano contestualmente i seguenti presupposti:

1) sussiste il dolo specifico, cioè il fine di trarre profitto o di recare ad altri un danno

2) si procede al trattamento in violazione di uno degli articoli menzionati

3) dal fatto deriva nocumento.

Sulla configurabilità del nocumento non sussistono dubbi. Non ricorrono, invece, gli altri due presupposti.

Nel caso Google vs. Vividown il dolo specifico non sussiste, non potendo, secondo la Corte d’appello, ritenersi che questo coincida “con il fine di profitto costituito dalla palese vocazione economica dell’azienda Google” “mancando qualsiasi riscontro di un vantaggio direttamente conseguito dagli imputati” e la struttura della norma “postula la necessaria partecipazione psichica intenzionale e diretta del soggetto al raggiungimento di un profitto”.

Il trattamento è avvenuto senza che all’interessato fosse fornita l’informativa, ma questo non è un comportamento previsto dall’art. 167. Infatti, l’art. 13, che dispone l’obbligo di fornire l’informativa non è menzionato dall’art. 167. Oltre a ciò, l’obbligo di fornire l’informativa all’interessato grava sul titolare del trattamento e non su terzi soggetti, dunque sull’uploader del video e non su Google.

Non si può che condividere questi argomenti e concordare con la decisione che porta chiarezza in una materia quanto mai complessa.

Pubblicate le motivazioni della sentenza di secondo grado del caso Google vs. Vividown, conclusosi con l’assoluzione di Google dall’accusa di violazione della legge sulla privacy.

Com’è ormai noto, quello che può essere considerato il più noto caso italiano in materia di diritto su Internet si è concluso con l’assoluzione di Google.

Lo scorso dicembre la Corte d’Appello di Milano, ribaltando la precedente sentenza, ha assolto con formula piena i tre dirigenti di Google, David Drummond, George De Los Reyes e Peter Fleischer, perché il fatto non sussiste.

Nel 2010, i tre manager erano stati condannati dal tribunale di Milano a sei mesi di carcere a causa della diffusione su Google video di un filmato in cui un ragazzino disabile veniva umiliato dai compagni di classe. Il giudice di primo grado aveva ravvisato nella vicenda una responsabilità della dirigenza di Google a causa della vaghezza delle indicazioni in materia di privacy che Google Video riserva agli utenti che praticano l’upload degli audiovisivi.

Le motivazioni della Corte d’Appello, pubblicate il 27 febbraio 2013, individuano tuttavia la responsabilità del trattamento dei dati nell’uploader del video e non nella piattaforma di hosting. Pertanto la violazione non sarebbe in capo a Google, ma ai responsabili della pubblicazione online del video (nello specifico, una studentessa minorenne di Torino).

Per un’analisi dettagliata delle motivazioni della sentenza si rimanda al post della Prof. Giusella Finocchiaro. Le motivazioni della sentenza sono disponibili QUI.

Ieri la Corte d’Appello di Milano ha assolto i manager di Google con formula piena, perché il fatto non sussiste. Erano stati condannati per violazione della privacy dal Tribunale di Milano nel 2010 con una sentenza che fece scalpore.

I fatti: il video di una ragazzo disabile fatto vittima di bullismo da alcuni coetanei era stato da questi caricato su Youtube. Google non viene condannata, come erroneamente si crede, per responsabilità del provider il quale nel nostro ordinamento giuridico non ha l’obbligo di effettuare un controllo preventivo. Ma i suoi manager, trattandosi di responsabilità penale, vengono condannati per violazione della legge sulla privacy. Discussi, nella sentenza di primo grado, la stessa applicabilità della legge italiana al caso, nonché l’obbligo di controllo da parte di Google della corretta applicazione della normativa sulla protezione dei dati personali da parte di chi carica i video su Youtube.

Restiamo in attesa di leggere le motivazioni della sentenza, per molti diversi aspetti, di grandissima rilevanza.

Per un approfondimento rimandiamo ai precedenti post pubblicati su questo blog.

googleHa assunto toni apertamente offensivi il dialogo mediato tra Eric Schmidt, CEO di Google, e uno dei PM del caso Google/Vividown, intervistati rispettivamente dal Financial Times e dal Corriere della sera.

Sul quotidiano londinese Schmidt ha definito la sentenza del caso italiano come “bullshit“, aggiungendo che la decisione del giudice, “semplicemente sbagliata“, equivale a “prendere tre persone a caso e sparargli“.

Offende me e offende la compagnia” ha concluso.

La risposta alle dichiarazioni di Eric Schmidt non è arrivata dal giudice Magi – che abbiamo recentemente intervistato – ma da Alfredo Robledo, uno dei due PM di Milano che hanno avviato il procedimento contro Google. «L’intervista di Schmidt al Financial Times fa cadere le braccia…» ha dichiarato il PM, a cui non è piaciuta l’espressione “bullshit” usata dal CEO di Mountain View. “Per farmi capire da lui dovrei usare quella sua stessa parola», ha aggiunto.

Mentre Schmidt non entra in ulteriori considerazioni  sulla vicenda, l’intervista ad Alfredo Robledo si dilunga su alcuni aspetti del caso giudiziario. Sul tema della privacy il PM si sofferma sulle differenze tra Europa e Stati Uniti. A suo parere il primo emendamento della Costituzione americana sulla libertà di espressione è una norma locale degli USA che in Europa trova un suo confine nel rispetto dei diritti delle persone, tra cui quello alla privacy.

FONTE: Corriere.it, FT.com.

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Immagine 1Ricordiamo a chiunque fosse interessato ad un approfondimento sul confine fra privacy e libertà di espressione, che il tema sarà tra gli argomenti principali dell’incontro “Privacy, social network e motori di ricerca” a cui parteciperanno il Dott. Giovanni Buttarelli, Garante europeo aggiunto dei dati personali, e il Dott. Marco Pancini, European Policy Counsel and Director of institutional relations of Google Italia.

L’incontro, inizialmente programmato per il 14 Maggio, è stato rimandato all’8 Luglio – ore 17 –  come conclusione del ciclo di appuntamenti su Diritto e Innovazione Tecnologica, presso l’Alma Graduate School di Bologna.

Per informazioni ed iscrizioni cliccare QUI.

È stato pubblicato il documento che riassume le motivazioni della sentenza che lo scorso febbraio ha condannato tre dirigenti di Google a sei mesi di carcere per aver permesso la diffusione di un video in cui un ragazzino disabile veniva umiliato dai compagni di classe, caricato su Google video da una ragazzina.

Era già noto che il giudice non avesse condannato i dirigenti per il reato di diffamazione, voluto dall’accusa, ma per violazione della privacy. Ora le motivazioni chiariscono che la colpevolezza ricade nella vaghezza delle indicazioni in materia che Google Video riserva agli utenti che praticano l’upload degli audiovisivi, specialmente perché questa mancanza di cura comunicativa ricade nell’ambito di un’attività svolta con finalità di lucro. In sostanza, la ragazzina che ha caricato il video non è stata sufficientemente esortata a prestare attenzione al rispetto della privacy del protagonista del filmato e Google, tramite il servizio pubblicitario AdWords, ha tratto profitto dalla pubblicazione dell’audiovisivo che è rimasto online per circa due mesi.

Secondo il giudice di Milano, in materia di privacy poco importano le differenze fra content provider e host provider, non esiste una zona franca che consenta a un soggetto di ritenersi esente dall’obbligo di legge nel momento in cui venga, in qualsiasi modo,  in possesso di dati sensibili di terzi. “Non esiste la sconfinata prateria di internet dove tutto è permesso e niente può essere vietato, pena la scomunica mondiale del popolo del web. Esistono invece leggi che codificano comportamenti che creano degli obblighi che ove non rispettati conducono al riconoscimento di una penale responsabilità”, si legge nel documento.

Nelle considerazioni finali il giudice ha anche espresso il proprio stupore per la risonanza mediatica della sentenza. Il fatto che in Italia sia stata ordinata la reclusione a un anno di carcere (ridotto a 9 mesi e per le attenuanti e a 6 per il rito abbreviato) per tre dirigenti di un colosso internazionale che opera in 160 paesi del mondo, non avrebbe dovuto, nella visione del giudice, destare questo clamore.

A dispetto di questo parere, tuttavia, anche la notizia della pubblicazione delle motivazioni della sentenza ha fatto il giro del mondo, dal New York Times al Times of India sono state riprese le parole del giudice di Milano, a ribadire l’attenzione internazionale sulla vicenda.

posted by admin on febbraio 26, 2010

Responsabilità dei provider

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Com’era prevedibile, la sentenza del Tribunale di Milano che condanna tre dirigenti di Google a sei mesi di reclusione per violazione della privacy ha suscitato forti reazioni sui quotidiani italiani e internazionali.  Riportiamo qui le più importanti analisi e commenti usciti sui blog e i magazine internazionali che si occupano di internet.

Wired Magazine riporta le dichiarazioni di Leslie Harris, presidente del Centro per la Democrazia e Tecnologia di Washington:n”Questo è precisamente il tipo di azione che richiede un intervento del segretario di stato Hillary Clinton a favore della libertà globale di internet….] La decisione della Corte Italiana incoraggerà gli stati con regimi autoritari a giustificare i loro tentativi di sopprimere la libertà su internet”.

Cyberlaw.uk.org ha intervistato sull’argomento  Lee Tien, il legale della Electronic Frountiers Foundation di San Francisco: “Le minacce alla libertà di espressione su Internet da parte di nazioni nel mondo che non hanno le stesse leggi e gli stessi atteggiamenti verso la libertà di espressione è senz’altro un problema costante, e sta peggiorando” ha detto Tien. Ma ha esortato a non dare troppa importanza al caso, che può essere visto come una velata maccchinazione contro Google da parte del primo ministro Silvio Berlusconi, che ha praticamente il monopolio dei media tradizionali Italiani.”

Su Internetgovernance.org è presente un’analisi dei fattori, perlopiù sfuggiti alla stampa americana, che determinano una posizione di debolezza di Google in Europa: 1)Il fatto che Google  abbia in qualche modo limitato la sua stessa esenzione da responsabilità implementando il monitoraggio dei contenuti protetti da copyright ; 2) la debolezza, vaghezza e obsolescenza della direttivaUE sull’  E-Commerce che prospetta esenzione da responsabilità per i provider; 3) le politiche e le leggi sulla privacy europee e il modo in cui queste leggi possono essere usate – sia per ragioni legittime che illegittime – per attaccare questa grande corporation che minaccia i modelli di buisinness di interessi radicati.

Infine, sul blog di Google, divenuto ormai un bollettino di guerra, non è mancato un commento dell’azienda che, dichiarandosi stupefatta dalla sentenza del Tribunale di Milano, lancia un vero e proprio allarme: “Se a tutti i fornitori di servizi come Blogger, YouTube e ogni altro social network o community venisse applicato il principio di responsabilità su ciascun singolo contributo degli utenti – ogni porzione di testo, ogni foto, ogni file, ogni video –  allora il Web come lo conosciamo cesserebbe di esistere e molti dei vantaggi economici, sociali politici e tecnologici che comporta sparirebbero”.