Direttore Scientifico: Prof.ssa Avv. Giusella Finocchiaro
Curatrice Editoriale: Dott. Giulia Giapponesi

posted by admin on febbraio 1, 2017

Diffamazione

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Facebook non può essere equiparato alla stampa, pertanto l’utilizzo del social network non può costituire un’aggravante per il reato di diffamazione.

Con sentenza n. 4873 depositata il 1° febbraio 2017, la Quinta Sezione della Cassazione ha stabilito che in caso di diffamazione attraverso Facebook, non può ritenersi applicabile l’aggravante “a mezzo stampa” di cui all’articolo 13 della Legge 47/1948 sulla stampa. Facebook, infatti, differisce dalla stampa in quanto è un servizio di rete sociale, “basato su una piattaforma software scritta in vari linguaggi di programmazione, che offre messaggistica privata ed instaura una trama di relazioni tra più persone dello stesso sistema”.

Il caso è stato portato davanti alla Corte Suprema su richiesta del procuratore della Repubblica di Imperia che aveva impugnato per «abnormità» l’ordinanza con cui il Gip locale aveva qualificato come diffamazione aggravata dal solo «mezzo di pubblicità» un reato relativo ad alcune offese pubblicate su Facebook da un imputato catanese 60enne nei confronti di un terzo, fatto avvenuto a Diano Marina nell’estate del 2013.

Il giudice preliminare ha qualificato il reato come una diffamazione aggravata dalla sola circostanza dell’offesa recata mediante l’attribuzione di un fatto determinato con un qualunque mezzo di pubblicità (articolo 595, commi 2 e 3, del Codice penale), pertanto nella valutazione del reato non ha trovato applicazione la Legge sulla stampa, che avrebbe raddoppiato la pena edittale (da un massimo di 3 a un massimo di 6 anni) e, come conseguenza, avrebbe determinato processualmente la citazione diretta a giudizio.

posted by admin on novembre 23, 2016

Diffamazione

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facebookNei casi di separazione un utilizzo non accorto dei social network può avere conseguenze legali: una donna è stata condannata a risarcire all’ex marito  5000 euro per aver diffuso su Facebook la notizia di una sua nuova relazione prima dell’effettiva separazione legale.

Secondo il Tribunale di Torre Annunziata sebbene la violazione della fedeltà coniugale sia determinante nell’attribuzione delle responsabilità nei casi di separazione non sufficiente di per sè a integrare una responsabilità risarcitoria del coniuge che l’abbia compiuta. Tuttavia è possibile individuare un profilo di danno non patrimoniale nei casi dove l’infedeltà “per le sue modalità abbia trasmodato in comportamenti che, oltrepassando i limiti dell’offesa di per sé insita nella violazione dell’obbligo in questione, si siano concretizzati in atti specificamente lesivi della dignità della persona, costituente bene costituzionalmente protetto”.

Nel caso specifico, la donna condannata aveva affermato a terzi di essere divorziata e sul proprio profilo Facebook si attribuiva lo stato di “separata” prima dell’instaurazione del procedimento de quo e, con terzi, nel riferirsi al marito, lo chiamava “il verme” e affermava che aveva tendenze omosessuali, da questi negate. Secondo il giudice, non è in dubbio che il comportamento descritto abbia gravemente offeso la dignità e la reputazione dell’ex coniuge in quanto “la connotazione pubblica della relazione adulterina, la dichiarazione pubblica della esistenza di un rapporto di fidanzamento tra la ricorrente ed altro uomo e la gravità delle offese rivoltegli, sono sufficienti per ritenere lesa la dignità e la reputazione”.

La sentenza è disponibile a QUESTO LINK.

posted by admin on novembre 21, 2016

Miscellanee

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Nei casi di sospetta diffamazione i provvedimenti cautelari di sequestro sono inammissibili tanto per i giornali stampati quanto per i loro corrispettivi online, lo stabilisce la Cassazione.

Pronunciandosi su istanza del Procuratore generale in tema di diffamazione a mezzo stampa e di tutela costituzionale, le Sezioni Unite della Corte di Cassazione hanno enunciato con la sentenza n. 23469 del 18.11.2016 il seguente principio di diritto:

La tutela costituzionale assicurata dal terzo comma dell’art. 21 Cost. alla stampa si applica al giornale o al periodico pubblicato, in via esclusiva o meno, con mezzo telematico, quando possieda i medesimi tratti caratterizzanti del giornale o periodico tradizionale su supporto cartaceo e quindi sia caratterizzato da una testata, diffuso o aggiornato con regolarità, organizzato in una struttura con un direttore responsabile, una redazione ed un editore registrato presso il registro degli operatori della comunicazione, finalizzata all’attività professionale di informazione diretta al pubblico, cioè di raccolta, commento e divulgazione di notizie di attualità e di informazioni da parte di soggetti professionalmente qualificati. Pertanto, nel caso in cui sia dedotto il contenuto diffamatorio di notizie ivi pubblicate, il giornale pubblicato, in via esclusiva o meno, con mezzo telematico non può essere oggetto, in tutto o in parte, di provvedimento cautelare preventivo o inibitorio, di contenuto equivalente al sequestro o che ne impedisca o limiti la diffusione, ferma restando la tutela eventualmente concorrente prevista in tema di protezione dei dati personali.

La Corte ha sottolineato che l’art. 21, comma 3, Cost., dispone che il sequestro della stampa generalmente intesa – cioè, senza specificazioni, sia essa periodica o comune – può essere disposto, con atto motivato dell’autorità giudiziaria, soltanto nel caso di delitti per i quali la legge sulla stampa espressamente lo autorizzi o nel caso di stampa clandestina.

Al riguardo viene citata la decisione della Corte costituzionale del 24 giugno 1970, n. 122 che sancì il divieto di sequestro della stampa (con eccezione dei casi previsti dalla legge sulla stampa stessa) per la prevalenza della libertà di stampa – a causa dell’importanza del suo ruolo in una società democratica – su ogni altro interesse meramente individuale.

La Cassazione  ha riaffermato tale principio in relazione al giornale telematico nel caso di contenuti sospettati di essere diffamatori e cioè lesivi della reputazione e dell’onore. Infatti, il solo diritto alla reputazione e all’onore, benché fondamentale, deve intendersi recessivo dinanzi alla tutela della libertà di stampa, anche nella fase cautelare finalizzata all’adozione di misure urgenti (v. Corte cost. 122/70, cit.).

Le misure cautelari proibite dalla lettera del comma terzo dell’art. 21 Cost. sono tutte quelle che impedirebbero la diffusione del materiale già pronto alla circolazione. Pertanto, secondo la Corte, nel caso dei giornali online non sono ammissibili quale oggetto di provvedimento cautelare tutte le misure che tendano ad impedire la persistenza nella Rete o l’ulteriore circolazione o diffusione dell’articolo – o equipollente –ritenuto diffamatorio o, se da esse inscindibile, dell’intera pagina o dell’edizione o, in casi estremi, della testata; misure tra cui devono comprendersi anche quelle indicate come deindicizzazione o altre di analogo effetto.

L’eventuale oscuramento e risarcimento dovrà quindi essere individuato dal giudice, che terrà conto della particolare diffusività degli strumenti adoperati, nel momento del riconoscimento dell’effettiva violazione del diritto individuale all’onore od alla reputazione con pronuncia almeno esecutiva, che potrà eventualmente ribaltare la valutazione di prevalenza tra i due diritti fondamentali.

La Corte sottolinea infine che la pronuncia non riguarda violazioni diverse dalla diffamazione, come quelle in materia di protezione dei dati personali.

Il testo della sentenza è disponibile QUI.

tripadvisorL’hosting provider non deve rispondere degli illeciti commessi dai propri utenti, né è tenuto a rimuovere contenuti su richiesta di chi si dichiara parte lesa. Il Tribunale di Grosseto solleva TripAdvisor dalla responsabilità per le recensioni negative della sua community.

Con sentenza n. 46 del 2016, il Tribunale di Grosseto ha stabilito che un servizio come Tripadvisor debba essere considerato un hosting provider, e in quanto tale non debba rispondere degli illeciti commessi dai propri utenti.

Il caso è stato sollevato da una struttura alberghiera dell’Argentario che nel 2013 ha denunciato il portale di viaggi per la pubblicazione di una recensione negativa ritenuta dall’albergatore falsa e diffamatoria. Secondo l’accusa TripAdvisor sarebbe stato corresponsabile della diffamazione in quanto non avrebbe impedito la pubblicazione della recensione, non avrebbe rimosso la recensione con sufficiente tempestività a seguito della segnalazione e non avrebbe acconsentito a consegnare i dati del recensore.

Il Tribunale di Grosseto rigettando le richieste degli albergatori ha stabilito che la piattaforma avrebbe agito in maniera conforme a quanto prescrive la legge italiana. Secondo il giudice ciò che conta per la qualificazione del servizio di hosting è il ruolo svolto in relazione al contenuto pubblicato: nel caso in esame il portale non interferisce con il contenuto delle recensioni e quindi non può essere considerato responsabile.

In relazione alle motivazioni dell’accusa il Tribunale ha chiarito che Tripadvisor si qualifica come mero hosting provider nonostante abbia adottato dei filtri automatizzati per scongiurare la pubblicazione di recensioni esplicitamente inopportune o fraudolente, come previsto dalle proprie policy. Il giudice ha inoltre precisato che le piattaforme che pubblicano user generated content (Ugc), ocontenuti forniti dagli utenti, abbiano la facoltà, ma non l’obbligo, di rimuovere i contenuti su richiesta del soggetto che si ritiene leso, essendo l’autorità giudiziaria l’unica competente ad accertare l’eventuale natura diffamatoria degli stessi.

posted by admin on novembre 2, 2015

Libertà di Internet

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Schermata 11-2457330 alle 00.43.29Freedom House, organizzazione americana non-profit che opera per la promozione della libertà nel mondo, ha pubblicato un dossier che esamina le limitazioni alla libertà online in 65 nazioni.

Stando ai dati forniti, il livello globale di libertà in rete è in calo per il quinto anno consecutivo. Tra le cause principali della flessione, l’arresto di blogger e attivisti online, l’aumento della censura e le pressioni dei grandi colossi del web su aziende e utenti per la rimozione di contenuti sgraditi. Nella classifica stilata analizzando la situazione di 65 paesi e ordinata a partire dal più libero, l’Italia si posiziona al 23° posto; il primo posto è assegnato all’Islanda, l’ultimo alla Cina.

Particolare attenzione è riservata alle democrazie del Medio Oriente, che registrano un passo indietro dovuto ai recenti provvedimenti presi dai governi impegnati nella lotta al terrorismo. La stessa motivazione è quella che ha condotto a un ribasso anche nella valutazione di Francia, Australia e Italia.

In generale, i motivi del calo sono principalmente i seguenti: l’intervento dei governi per limitare o eliminare contenuti web che hanno per tema questioni politiche, religiose o sociali, rilevato in 42 paesi contro i 37 dell’anno precedente; gli arresti e le intimidazioni che hanno condotto in carcere persone colpevoli della condivisione web di informazioni politiche, religiose o sociali, rilevato in 40 paesi; l’aumento di leggi e tecnologie per la sorveglianza, in 14 paesi; l’uso di software per mettere sotto controllo attivisti e membri delle opposizioni; l’uso di strumenti adibiti alla decriptazione dei dati per impedire l’utilizzo dell’anonimato in rete.

L’analisi della situazione italiana in tema di accessibilità attesta il coinvolgimento di solo il 62 per cento della popolazione, evidenziando un ritardo rispetto molti altri paesi europei. Tra gli ultimi ostacoli si annovera una mancanza di familiarità con i computer e con la lingua inglese, il predominio della televisione commerciale e la situazione della gestione della telefonia mobile.

Le recenti misure per bloccare materiale illegale senza un ordine del tribunale hanno preoccupato gli attivisti dei diritti digitali. Tuttavia, precisa Freedom House, le violazioni dei diritti degli utenti sono molto rare in Italia. Le leggi sulla diffamazione rimangono una minaccia per i giornalisti online e gli utenti dei social media, in particolare per l’ambiguità con cui vengono talvolta messe in pratica. La nuova legge antiterrorismo è stata approvata nonostante una sentenza dell’Alta Corte europea abbia giudicato tali requisiti un affronto ai diritti umani.

Per Freedom on the net 2015, il 31% dei cittadini dei 65 Paesi monitorati è libero di utilizzare la rete, il 22,7% lo è parzialmente , mentre per il 34,3% non è possibile una valutazione chiara.

Il Tribunale di Roma si è pronunciato in merito alla querela per diffamazione e alla richiesta di risarcimento danni presentata dal Movimento Italiano Genitori (Moige) nei confronti di Wikimedia Foundation Inc. Il giudice ha rigettato le richieste di rimozione dei contenuti ritenuti dannosi e diffamatori pubblicati su Wikipedia nelle pagine dedicate all’associazione, negando la concessione di un risarcimento di oltre 200.000 euro avanzato per la mancata rimozione.

Il contenzioso aveva avuto origine nel 2011, quando il Moige aveva denunciato la Fondazione Wikimedia, chiedendo la rimozione di alcuni contenuti che ne avrebbero offerto una descrizione particolarmente negativa, riducendone l’immagine a quella di un “manipolo di bigotti censori”. Il Moige aveva anche richiesto la rimozione di alcune citazioni provenienti dal sito ufficiale della stessa associazione. In seguito all’invio di richieste scritte e diffide, al vano tentativo di modifica e blocco della pagina incriminata, il Moige si era rivolto al Tribunale di Roma.

Con la conferma del ruolo di Wikimedia quale hosting provider neutrale, il giudice ha riconosciuto all’enciclopedia online la mancanza di responsabilità civile in merito al contenuto delle pagine create dagli utenti. Nella sentenza, si specifica che la procedura messa a disposizione da Wikimedia per permettere la modifica delle pagine di Wikipedia, estremamente chiara, oltre che confermata dalla documentazione allegata, “esclude l’obbligo di garanzia di verità e validità” e “trova il suo bilanciamento nella possibilità lasciata a chiunque di modificarne i contenuti e di chiederne la cancellazione”. A riprova di ciò, “conformemente allo spirito della libera enciclopedia, la pagina della medesima dedicata al Moige ed oggetto di contestazione è stata ripetutamente modificata dall’epoca dell’introduzione del giudizio sino all’attualità, per come evidenziato da entrambe le parti anche in sede di precisazione delle conclusioni e di scritti conclusivi”.

Non è perciò riscontrato alcun tipo di condotta omissiva a titolo di concorso nella diffamazione. L’eventuale responsabilità di tale condotta è da imputare ai singoli utenti, “dei quali viene peraltro conservato dal provider l’indirizzo a scopo cautelativo”. Infine, la procedura dell’enciclopedia online “prevede il blocco dell’account degli utenti che hanno cercato ripetutamente di modificare voci esistenti senza il supporto di fonti attendibili o di motivazioni verificabili o in contrasto con le regole redazionali, ciò al fine di tutela del servizio e della sua integrità”.

La Fondazione Wikimedia ha commentato la sentenza sottolinenando come costituisca “una vittoria per tutti i Wikipedians e per la libertà di espressione su Internet”.

posted by admin on aprile 13, 2015

Diffamazione, Libertà di Internet

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Esempio di un meme satirico nei confronti del Presidente Putin

Esempio di un meme satirico nei confronti del presidente russo Vladimir Putin.

Il governo russo ha vietato la pubblicazione delle immagini virali che prendono in giro personaggi pubblici.

Il Roskomnadzor, l’ente statale russo per il monitoraggio delle telecomunicazioni, ha annunciato che in futuro sarà illegale pubblicare meme satirici che ritraggono personaggi noti. I cosiddetti internet meme, contenuti virali spesso composti da immagini associate a frasi umoristiche, saranno oscurati non solo quando riconosciuti causa di un danno per l’onore e la dignità del soggetto ritratto, ma anche se colpevoli di distorcere la “personalità del soggetto”.

Le nuove disposizioni del Roskomnadzor non si riferiscono all’entrata in vigore di una legge, quanto all’estensione dell’applicazione di regole già esistenti per la difesa dell’immagine di personaggi pubblici.

Molti canali di informazione russi hanno messo in relazione il nuovo divieto con una sentenza su un contenzioso tra il cantante russo V. Syutkin e un sito satirico. Syutkin aveva querelato il sito a causa della pubblicazione di un meme che utilizzava il suo volto, e il tribunale russo ha dato ragione all’artista. Sebbene la stretta sui meme sia stata annunciata proprio qualche giorno dopo la sentenza che tutelava il cantante, molti hanno ipotizzato che la censura sui contenuti satirici sia stata voluta da Vladimir Putin, considerato da diversi analisti della comunicazione il bersaglio più frequente dell’umorismo politico online.

Stando alle nuove disposizioni del governo russo, un personaggio pubblico che si ritenga offeso da un meme può informare il Roskomnadzor, che a sua volta può valutare se inoltrare una denuncia al tribunale. In tal caso, il sito incriminato avrà poche ore per rimuovere l’immagine offensiva e non incorrere nel provvedimento di oscuramento.

Diversi commentatori ritengono che il concetto di “distorsione della personalità del soggetto” risulti estremamente sfumato, al punto da divenire strumento da rivolgere arbitrariamente contro la libertà di espressione. L’imposizione di una responsabilità diretta nell’atto di pubblicazione o di condivisione di immagine su Internet potrebbe sollecitare l’incremento delle cause per diffamazione. Più che fungere da deterrente, le nuove disposizioni rischiano di innescare un processo di autocensura molto restrittivo.

La presa di posizione rispetto i meme può essere considerata in linea con i recenti provvedimenti restrittivi disposti dal governo russo nei confronti di internet. Nel corso del 2014 era già stata introdotta una legge che di fatto impediva ai cittadini di gestire blog anonimi, e una legge che permette al Roskomnadzor di bloccare temporanemente qualsiasi sito senza dover fornire spiegazioni.

revengepornCondannato per furto di identità ed estorsione l’ideatore di un sito che permetteva ai suoi utenti la pubblicazione di foto imbarazzanti degli ex partner.

Le immagini degli ignari cittadini venivano rese pubbliche, accompagnate da informazioni che ne permettevano agevolmente l’identificazione, al fine di umiliare pubblicamente le vittime e distruggerne la vita sociale. Questo lo scopo del cosiddetto “revenge porn” termine che definisce i contenuti sessualmente espliciti che vengono resi pubblici online senza il permesso delle persone coinvolte.

L’attività del sito ugotposted.com, ideato dal giovane californiano Kevin Christopher Bollaert, si basava sulla raccolta di file postati da utenti disposti a pubblicare le foto dei momenti di intimità passati con i rispettivi ex partner, con l’inequivocabile intento di procurare loro più danno possibile. Il sito d’archivio delle “vendette”, attivo dal dicembre 2012 al settembre 2013, aveva pubblicato oltre 10.000 immagini online.

Bollaert aveva inoltre avviato in parallelo un secondo sito, changemyreputation.com, che offriva come unico servizio quello di permettere alle vittime delle pubblicazioni di ugotposted.com di ottenere la rimozione delle proprie immagini, dietro un compenso di 300/350 dollari. In questo modo, il ventisettenne californiano amministratore dei due domini avrebbe ricavato circa 30.000 dollari.

Il 21 Febbraio 2015, i giudici della Corte di San Diego (California) hanno riconosciuto Bollaert colpevole di sei casi di estorsione e 21 di furto d’identità. È stato condannato a 18 anni di carcere e al pagamento di 10.000 dollari di multa.

La sentenza, ha specificato il procuratore generale K. D. Harris, è un precedente importante, che rende chiare “le conseguenze gravi a cui andranno incontro coloro che tenteranno di trarre profitto dallo sfruttamento di vittime online”.

Il procuratore, definendo il revenge porn un atto “vile e criminale”, ha poi confermato l’impegno “a vigilare e indagare e perseguire coloro che commettono simili deplorevoli atti”.

posted by admin on aprile 7, 2015

Diffamazione

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Secondo il Tribunale di Ivrea gli insulti a colleghi e superiori pubblicati su Facebook sono una causa sufficientemente grave da giustificare il licenziamento di un dipendente.

Con ordinanza del 28 gennaio 2015, il Tribunale di Ivrea ha rigettato il ricorso di un ex-dipendente che chiedeva il reintegro al lavoro in seguito ad un licenziamento per giusta causa. Il collaboratore era stato licenziato per aver postato su Facebook pesanti ingiurie nei confronti dei datori di lavoro e di alcune colleghe.

Il ricorrente, pur ammettendo di aver pubblicato sulla propria bacheca di Facebook le offese, si era rivolto al tribunale sostenendo che tale condotta non poteva essere considerata così grave da giustificare il licenziamento e chiedendo, oltre al reintegro, un indennizzo risarcitorio.

Si tratta del secondo procedimento che vede l’impiegato ricorrere in giudizio per chiedere il reintegro lavorativo presso la stessa azienda. Il rapporto di lavoro era infatti già stato interrotto nel 2012. Tuttavia, alcune irregolarità nei contratti avevano portato l’uomo ad intentare un ricorso e alla fine del 2012 il Tribunale aveva accolto la sua richiesta, annullando i termini di collaborazione a tempo determinato che aveva stipulato con la società e condannando la stessa al ripristino del rapporto di lavoro e al pagamento delle retribuzioni maturate.

Nel 2014 l’azienda aveva quindi riassunto il dipendente, ma aveva deciso di esonerarlo dal rendere effettivamente la prestazione lavorativa, e di fatto il collaboratore aveva iniziato a ricevere uno stipendio senza dover lavorare.

Paradossalmente questa condizione, che ad alcuni potrebbe sembrare vantaggiosa, ha portato il dipendente a diffamare i propri datori di lavoro su Facebook. L’uomo ha infatti pubblicato sul social network la lettera di riassunzione, accompagnandola con espressioni altamente ingiuriose nei confronti dei superiori che lo avevano reintegrato e di alcune colleghe.

Come il giudice del Tribunale di Ivrea ha sottolineato, i post non erano riservati agli “amici” del ricorrente, ma erano “potenzialmente visibili dal circa miliardo di utenti del social network” e sono stati rimossi solo in seguito ad una diffida da parte dell’azienda. Questi fattori hanno pesato sulla decisione finale del giudice, secondo cui la gravità della condotta dell’ex-dipendente è da considerarsi “tanto grave da non consentire la prosecuzione, anche provvisoria, del rapporto di lavoro.”

Nell’ordinanza viene esplicitato che le ingiurie, e soprattutto gli insulti sessisti proferiti ai danni delle colleghe del tutto estranee al precedente contenzioso tra i datori di lavoro e l’impiegato, denotano “la volontà del ricorrente di diffamare sia la società, sia parte dei dipendenti, con le modalità potenzialmente più offensive dell’altrui reputazione.”

Invano il ricorrente aveva tentato di giustificare la sua condotta come “una reazione, anche se eccessiva ed abnorme (ma anche istintiva)”. Il giudice ha osservato che se fosse stata generata da un gesto istintivo –anche se inconsulto – il dipendente avrebbe provveduto all’eliminazione dei post prontamente e non dopo oltre due settimane, come in realtà accaduto. Questa lunga permanenza online dei commenti sembrerebbe inoltre suggerire da parte del ricorrente la mancata percezione della gravità del proprio comportamento.

Alla luce di queste considerazioni, il Tribunale ha rigettato con ordinanza il ricorso e ha condannato il ricorrente al pagamento delle spese processuali sostenute dall’azienda, liquidate in euro 3.500.

La decisione del giudice del tribunale di Ivrea conferma l’orientamento giurisprudenziale del licenziamento per giusta causa per post denigratori a danno del datore di lavoro, come già stabilito dalla Corte d’Appello di Torino (sentenza del 17 luglio 2014, n. 164) e dalla sezione lavoro del Tribunale Milano (ordinanza del 1 agosto 2014).

posted by admin on marzo 20, 2015

Tutela dei consumatori

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Annunciate procedure più agevoli per la segnalazione alle forze dell’ordine dei tweet con contenuti offensivi e minacciosi.

La nuova funzione offerta da Twitter consentirà a chi segnala messaggi che “possano far temere per la propria incolumità fisica” di ricevere un documento riepilogativo nel quale saranno contenute le informazioni necessarie per avviare rapidamente un’azione di controllo delle autorità competenti.

Con la procedura di segnalazione sarà possibile non solo richiedere la rimozione di un tweet del social network, ma anche specificare ulteriormente il tipo di infrazione che si intende sottoporre all’attenzione dello staff di Twitter.

Il nuovo modulo di segnalazione prevede l’inserimento i dati della persona che segnala i contenuti ritenuti lesivi e quelli della vittima delle offese o delle minacce, in modo da consentire un’azione di denuncia personale o per conto di terzi.

Successivamente, sarà possibile scegliere di ricevere via mail un documento riassuntivo nel quale saranno contenuti la descrizione del tweet e i dati dell’account di chi lo ha realizzato.

Nel documento sarà presente anche un link di riferimento che offrirà alle forze dell’ordine le indicazioni necessarie per avviare la procedura di controllo. A quel punto non resterà che consegnare il documento alle autorità competenti.

Twitter ha inteso rafforzare la sicurezza della piattaforma puntando su strumenti più semplici e tempestivi, utilizzabili con qualunque supporto, al fine di accelerare gli interventi di controllo ed evitare impedimenti di carattere procedurale e burocratico.