Direttore Scientifico: Prof.ssa Avv. Giusella Finocchiaro
Curatrice Editoriale: Dott. Giulia Giapponesi

posted by admin on agosto 25, 2017

Diritto all'oblio

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Il tempo non è l’unico elemento da considerare quando si esaminano casi di Diritto all’oblio, il ruolo pubblico svolto dai soggetti coinvolti e l’attualità della notizia sono fattori importanti che vanno presi in esame.

Sebbene il tempo trascorso dai fatti riportati sui giornali sia l’elemento più importante per valutare l’accoglimento di una richiesta di “diritto all’oblio”, in una recente pronuncia il Garante privacy ha ricordato che è necessario valutare anche ulteriori circostanze.

La decisione riguarda il ricorso presentato da un alto funzionario pubblico che chiedeva a Google la rimozione di alcuni risultati di ricerca ottenuti digitando il proprio nome. Si trattava di link ad articoli nei quali erano riportate notizie relative ad una vicenda giudiziaria risalente a 16 anni fa, che si era conclusa con la condanna del funzionario, che poi negli anni a seguire era stato integralmente riabilitato. Uno degli articoli di cui si chiedeva la rimozione era stato pubblicato all’epoca dei fatti mentre altri, più recenti, avevano ripreso la notizia in occasione dell’assunzione di un nuovo importante incarico da parte dell’interessato.

Il Garante ha affermato che nel valutare un caso di diritto all’oblio occorre prendere in esame tutti i risultati di ricerca ottenuti digitando il nome e cognome dell’interessato, anche associato ad ulteriori parole di specificazione, quali il ruolo ricoperto o la circostanza dell’avvenuta condanna.

Un’interpretazione in linea con la nota sentenza della Corte di Giustizia del 13 maggio 2014 conosciuta come “Google Spain”, nella quale si afferma che il motore di ricerca è obbligato a eliminare, dall’elenco di risultati di una ricerca effettuata a partire dal nome di una persona, i link verso pagine web pubblicate da terzi e contenenti informazioni relative a questa persona, anche nel caso in cui tale nome o tali informazioni non vengano previamente o simultaneamente cancellati dalle pagine web, e anche quando la loro pubblicazione su tali pagine web sia di per sé lecita. Secondo la sentenza devono essere presi in considerazione tutti gli url raggiungibili effettuando una ricerca “a partire dal nome”, senza escludere quindi la possibilità che ad esso possano essere associati ulteriori termini volti ad ottenere risultati specifici.

Chiarito questo punto rilevante, l’Autorità ha dunque ordinato a Google di deindicizzare l’URL che rinviava all’unico articolo avente ad oggetto, in via diretta, la notizia della condanna penale inflitta al ricorrente. Il Garante ha ritenuto infatti che, considerato il tempo trascorso e l’intervenuta riabilitazione, la notizia non risultasse più rispondente alla situazione attuale.

Viceversa, per quanto riguarda gli altri articoli indicati dal ricorrente, il Garante ha riconosciuto che questi, pur richiamando la stessa vicenda giudiziaria, “inseriscono la notizia in un contesto informativo più ampio, all’interno del quale sono fornite anche ulteriori informazioni” legate al ruolo istituzionale attualmente ricoperto dall’interessato e che tali risultati erano di indubbio interesse pubblico “anche in ragione del ruolo nella vita pubblica rivestito dal ricorrente”. Pertanto, riguardo alla richiesta di una loro rimozione, ha dichiarato il ricorso infondato.

posted by admin on dicembre 12, 2016

Diritto all'oblio

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Nelle vicende giudiziarie di grave entità l’interesse pubblico a conoscere le notizie prevale sul diritto all’oblio delle persone coinvolte.

Con questa motivazione il Garante privacy ha dichiarato infondata la richiesta di deindicizzazione di alcuni articoli presentata da un ex consigliere comunale. L’uomo era stato coinvolto nel 2006 in un processo per corruzione e truffa, che nel 2012 si era concluso con sentenza di patteggiamento e pena interamente coperta da indulto.

Dopo essersi rivolto a Google invano, l’ex consigliere aveva presentato ricorso al Garante chiedendo la rimozione di alcuni url relativi all’indagine in cui era rimasto coinvolto, che apparivano nei risultati delle ricerche associate al suo nome. Secondo l’uomo, la permanenza in rete di tali notizie, risalenti a circa dieci anni prima e ormai prive di interesse, gli avrebbe causato un danno all’immagine, alla vita privata e all’attuale attività lavorativa, peraltro non più connessa ad incarichi pubblici.

In accordo con le Linee guida dei Garanti europei, l’Autorità ha sottolineato che sebbene il trascorrere del tempo sia la componente essenziale del diritto all’oblio, questo elemento incontra un limite quando le informazioni di cui si chiede la deindicizzazione siano riferite a reati gravi e che hanno destato un forte allarme sociale. Inoltre, nonostante fosse trascorso un certo lasso di tempo dai fatti riportati negli articoli, nel caso specifico meritava considerazione il fatto che la vicenda giudiziaria si fosse definita solo pochi anni prima. Oltre a ciò, alcuni url richiamavano la notizia in articoli relativi ad una maxi inchiesta sulla corruzione pubblicati fino al 2015 e la loro relativa attualità dimostra l’interesse ancora vivo e attuale dell’opinione pubblica.

frontespizioPresentiamo qui l’editoriale di Giusella Finocchiaro pubblicato su Quotidiano Nazionale e Il resto del Carlino il 15 settembre 2016.

La distinzione fra reale e virtuale non ha più senso in un mondo in cui comunichiamo e ci esprimiamo con tutti gli strumenti a disposizione, ma la dignità della persona, alla base dei diritti fondamentali dell’uomo come riconosce anche la Carta Europea, sembra avere perso ogni significato. Vicende angoscianti quelle delle ultime ore, che hanno visto come protagonista il web. Tiziana Cantone si è tolta la vita a causa della diffusione di video intimi in rete. Una ragazza di 17 anni violentata in discoteca a Rimini in condizioni di incapacità, come si è letto sui giornali, è stata filmata, nei momenti in cui si consumava l’abuso, dalle – presunte – amiche. Al di là dei sentimenti di cordoglio, angoscia, indignazione che il lettore prova (o dovrebbe provare) leggendo simili notizie, alcune considerazioni tecnico-giuridiche si possono svolgere, sulla base delle prime informazioni ricavate in queste ore dai media. Fughiamo subito ogni dubbio: la trasmissione di contenuti personali a un conoscente o a un amico non implica un consenso tacito alla diffusione o alla divulgazione di quei contenuti.

L’articolo continua su Quotidiano.net

Il Garante privacy respinge il ricorso di un ex terrorista che chiedeva la deindicizzazione di pagine web in cui erano riportati gravi reati di cui si era macchiato tra la fine degli anni 70 e i primi anni 80.

Dopo aver finito di scontare la sua pena nel 2009, l’uomo si era rivolto a Google chiedendo la rimozione di alcuni url e dei suggerimenti di ricerca che vengono visualizzati dalla funzione di “completamento automatico”, grazie alla quale inserendo nome e cognome dell’interessato compariva la parola “terrorista”.

Non avendo Google dato corso alla richiesta, l’ex terrorista si è rivolto al Garante per la Protezione dei Dati Personali lamentando che la permanenza in rete di contenuti risalenti così indietro nel tempo e fuorvianti rispetto all’attuale percorso di vita, era causa di gravi danni dal punto di vista personale e professionale. Il ricorrente, sostenendo di non essere un personaggio pubblico ma un libero cittadino, reclamava quindi il diritto all’oblio.

L’Autorità ha respinto il ricorso sulla base del fatto che le informazioni di cui si chiede la deindicizzazione fanno riferimento a reati particolarmente gravi, che rientrano tra quelli indicati nelle Linee guida sull’esercizio del diritto all’oblio adottate dal Gruppo di lavoro dei Garanti privacy europei nel 2014, reati per i quali le richieste di rimozione devono essere valutate più severamente.

Il Garante ha inoltre sottolineato come nella fattispecie le informazioni abbiano assunto una valenza storica e segnato la memoria collettiva. Si tratta di una delle pagine più buie della storia italiana, della quale il ricorrente non è stato un comprimario, ma un vero e proprio protagonista. Inoltre, nonostante il lungo lasso di tempo trascorso dagli eventi l’attenzione del pubblico è tuttora molto alta su quel periodo e sui fatti trascorsi, come dimostra l’attualità dei riferimenti raggiungibili mediante gli stessi url.

Il Garante ritenendo quindi prevalente l’interesse del pubblico ad accedere alle notizie in questione, ha dichiarato infondata la richiesta di rimozione degli url indicati dal ricorrente ed indicizzati da Google.

Il provvedimento è pubblicato QUI.

Il colosso di Mountain View dovrà pagare una multa di 100.000 euro per non aver filtrato i risultati delle sue ricerche come imposto dalla sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea del 13 maggio 2014.

La Commission Nationale de l’Informatique et des Libertes (CNIL) ha specificato che l’obbligo a cancellare dai risultati di ricerca le informazioni “inadeguate, non pertinenti o non più pertinenti” qualora gli interessati lo richiedano, vale per tutti i siti gestiti da Google.

Nonostante Google abbia provveduto a mettere a disposizione un modulo per la richiesta di cancellazione dei link, lo scorso maggio l’Authority francese ha rilevato che l’attività di deindicizzazione dei risultati è stata applicata solo ai domini di Google relativi ai paesi europei. Se dunque un risultato veniva eliminato dalle ricerche su Google.fr (Francia) questo non avveniva anche nel motore di ricerca internazionale Google.com.

La CNIL ha dunque ordinato a Google di provvedere alla rimozione dei risultati segnalati su tutti i domini di sua gestione, ma la compagnia di Mountain View si è opposta a questa richiesta in nome del diritto di espressione, sottolineando i limiti giurisdizionali dell’Authority di Francia che, a suo avviso, non avrebbe potere di censura sul dominio americano.

Google ha infatti sottolineato che i risultati vengono filtrati anche su google.com qualora l’accesso al portale provenga da un’utenza francese.

Tuttavia, la CNIL ha rigettato questa motivazione sostenendo che la tutela al diritto alla privacy dei cittadini non può essere subordinata alla provenienza geografica delle persone che consultano i risultati delle ricerche.

Google ha annunciato che ricorrerà in appello contro il provvedimento.

Continua la nostra analisi del testo dell’emanando Regolamento europeo “concernente la tutela delle persone fisiche con riguardo al trattamento dei dati personali e la libera circolazione di tali dati”.  Esaminiamo qui il tema dei diritti degli interessati dal trattamento dei dati personali.

Preminente (anche a livello strutturale) è la sezione dedicata al riconoscimento di una vasta gamma di diritti (artt. 12-20) in capo agli interessati, ossia alle persone fisiche i cui dati sono oggetto di trattamento. La direzione, da accogliere favorevolmente, è quella di rafforzare i diritti sinora riconosciuti adeguandoli all’ambiente virtuale, e di conferire agli interessati un maggiore potere di controllo sui propri dati personali: in questa ottica, sono da segnalare il diritto di rettifica dei dati (art. 16), il diritto all’oblio (art. 17), il diritto a restringere il campo del trattamento al ricorrere di determinate evenienze (art. 17a), il diritto alla portabilità dei dati (art. 18) e il diritto ad opporsi ai trattamenti effettuati sulla base di un pubblico interesse o di un legittimo interesse del titolare del trattamento (art. 19).

Si è tentato di calare tali diritti, validi per il trattamento effettuato con mezzi tradizionali, nel contesto digitale: un esempio è offerto dalle disposizioni inerenti alle modalità di esercizio del diritto all’oblio, il quale, se fatto legittimamente valere, onera il titolare del trattamento ad assicurare la cancellazione non solo del dato, bensì anche di ogni riferimento (“any links”), copia o duplicazione dello stesso da parte di qualsiasi altro titolare che abbia trattato o tratti quel determinato dato. Analogamente, il diritto alla portabilità dei dati evidenzia la necessità di modernizzare e di approntare soluzioni adeguate alle problematiche emergenti dall’ambiente virtuale: attraverso il riconoscimento di tale diritto in capo all’interessato si mira ad evitare che questi possa essere soggetto a lock-in tecnologici, tutelando la sua libertà di movimento anche nel cyberspazio.

In data 18 dicembre 2015 il COREPER ha approvato il testo del compromesso finale del Regolamento europeo “concernente la tutela delle persone fisiche con riguardo al trattamento dei dati personali e la libera circolazione di tali dati”, frutto dei negoziati in forma di trilogo tra il Consiglio, il Parlamento europeo e la Commissione.

Prende così vita la tanto attesa riforma in materia di protezione dei dati personali, i cui primi passi risalgono alla Proposta della Commissione europea di Gennaio 2012. Da allora sono trascorsi quattro anni di intenso lavoro delle istituzioni europee, determinate a conservare il ruolo di prim’ordine conquistato dall’Unione in tale ambito, attraverso l’elaborazione di una normativa al passo con gli sviluppi tecnologici finalizzata a rafforzare i diritti fondamentali dei cittadini nell’era digitale. Il nuovo Regolamento europeo andrà ad aggiornare e modernizzare i principi in materia di tutela dei dati personali sanciti dalla Direttiva 95/46/CE, secondo un quadro coerente e armonizzato valido per tutto il territorio europeo che consentirà, tra l’altro, di porre fine alla corrente frammentazione normativa in materia.

In attesa dell’approvazione definitiva, è interessante esaminare i capisaldi che il Regolamento pone a tutela della protezione dei dati personali contestualizzata nell’ambiente di Internet.

Particolare attenzione è dedicata ai diritti degli interessati in un’ottica di rafforzamento e conferimento di un maggior potere di controllo sui propri dati personali circolanti nella Rete: sono da segnalare il diritto di rettifica dei dati, il diritto all’oblio, il diritto a restringere il campo del trattamento al ricorrere di determinate evenienze, il diritto alla portabilità dei dati e il diritto ad opporsi a determinati trattamenti.

I controllers (titolari del trattamento) vengono maggiormente responsabilizzati, dovendo predisporre misure tecniche ed organizzative di sicurezza adeguate in funzione del rischio associato alle operazioni di trattamento e dovendo obbligatoriamente comunicare alle autorità e agli interessati i c.d. data breaches, ossia le violazioni dei dati avvenute durante tali operazioni.

Un secondo ordine di controlli viene affidato alle figure del Data Protection Officer (già previsto, a livello europeo, dal Reg. UE n. 44/2001) e di una supervisory authority indipendente a livello nazionale, poste a presidio del rispetto dei diritti dei cittadini e a garanzia della conformità delle operazioni di trattamento alle disposizioni del Regolamento. Al fine di coordinare l’azione delle Autorità di vigilanza nazionali sarà poi istituito il Comitato europeo per la protezione dei dati, che assicurerà a sua volta il funzionamento di meccanismi di mutua assistenza.

Infine, la legittimità dei trasferimenti di dati verso Paesi extra-UE sarà subordinata ad una valutazione di adeguatezza da parte della Commissione europea circa il livello di protezione assicurato in quel determinato Stato. In assenza di una decisione di tale ordine, il trasferimento potrà avvenire solo in presenza di garanzie adeguate (ad esempio, clausole tipo di protezione dei dati, norme vincolanti d’impresa, clausole contrattuali) o al ricorrere di particolari evenienze.

Giusella Finocchiaro

Laura Greco

Proponiamo qui l’intervista a Giusella Finocchiaro comparsa sul numero di dicembre 2015 del magazine del Consorzio Interuniversitario CINECA.

I principi giuridici a cui si fa riferimento in Internet scaturiscono dai principi generali del diritto o da discipline ad hoc?

I principi generali del diritto, naturalmente, sono sempre i medesimi, e d’altra parte non avrebbe senso approcciarsi al diritto cercando una soluzione ad hoc e una norma ad hoc per ogni problema specifico, senza attribuire la rilevanza necessaria al quadro d’insieme. Non è quindi sempre vero che per regolamentare le nuove tecnologie occorrono nuove norme. Inoltre, occorre evitare il luogo comune secondo cui la tecnologia corre e il diritto arranca. E’ una suggestione che non ha riscontro nella realtà, come dimostrato, ad esempio, dalla normativa in materia di firme elettroniche che, in Italia, ha visto la legge precedere la tecnica e addirittura il bisogno.

Recentemente si è affermato il principio secondo cui il diritto deve essere tecnologicamente neutro. In base a questo principio il legislatore non deve condizionare il mercato, favorendo questa o quella tecnologia, né deve condizionare lo sviluppo della tecnica. L’approccio è «funzionale» perché non si norma l’oggetto, ma la funzione. Occorre evitare di creare dei vincoli nei confronti di un determinato sviluppo tecnologico o commerciale, al contrario è necessario stabilire dei principi generali che possano rimanere invariati per un certo periodo di tempo, senza essere vincolati al mutamento delle tecnologie.

Oltre la firma elettronica, un altro caso emblematico è rappresentato dalla disciplina a tutela dei consumatori prevista per i contratti a distanza. Chiaramente si fa riferimento ad una modalità, ma non ad una specifica tecnologia. Da un punto di vista normativo, dunque non è rilevante, distinguere fra acquisti fatti ad esempio tramite un App o tramite un sito web tradizionale.

In merito alla tutela dell’utente sono ben noti il diritto alla privacy e il diritto d’autore, ma si parla anche di diritto all’oblio: di cosa si tratta?

Il diritto all’oblio non costituisce un diritto autonomo ma è sempre la declinazione di altri diritti normativamente riconosciuti. Tradizionalmente con la definizione di diritto all’oblio si fa riferimento al diritto di un soggetto a non vedere ripubblicate alcune notizie relative a vicende, già legittimamente pubblicate, rispetto all’accadimento delle quali è trascorso un notevole lasso di tempo.

Naturalmente su Internet il tempo da considerare non è più quello trascorso tra la pubblicazione dell’informazione e la ripubblicazione, ma quello trascorso dal tempo della pubblicazione che perdura. Il fattore tempo è rilevante non solo per quanto riguarda gli eventi di cronaca, ma anche per eventi in relazione ai quali un periodo significativo sia ormai trascorso e invece manchino elementi di contestualizzazione nel tempo. In questi casi, la giurisprudenza ha ravvisato la violazione del diritto all’identità personale.

Il problema è quello di attribuire un peso all’informazione per garantire che l’identità di un soggetto non sia travisata sulla Rete. Come ha affermato la decisione della Corte di cassazione 5 aprile 2012, n. 5525, l’obiettivo si può raggiungere contestualizzando l’informazione. Non si tratta dunque del diritto a dimenticare, ma del diritto a contestualizzare. Il tema sotteso, ma che emerge prepotentemente è quello della tutela dell’identità, nella molteplicità delle sue esplicazioni.

Lo scenario e la prospettiva non sono dunque quelli della singola informazione su di un determinato individuo relativo ad un evento determinato e reperibile tramite Google, bensì quelli della tutela della persona nella rete Internet, la quale oggi spesso viene percepita come un unico archivio, anche se non lo è, e costituisce una rilevante fonte informativa, spesso l’unica.

“Il Diritto nella Rete”, ma anche “la Rete nel Diritto”: in che modo Internet ha influenzato o modificato i principi del diritto comune?

Se in linea generale i principi del diritto comune restano invariati, è innegabile che con l’avvento delle nuove tecnologie il giurista si trova di fronte a nuove sfide. Quanto esposto sul diritto all’oblio è esemplificativo. Se nel mondo fisico l’elemento chiave è rappresentato dal concetto di “ripubblicazione”, su Internet è invece necessario riferirsi al tempo di permanenza dell’informazione, dal momento che non si tratta di un evento che si ripropone all’attenzione del pubblico, bensì di un evento che potenzialmente non è mai uscito dall’attenzione del medesimo. E quindi l’esigenza che in questo caso il diritto vuole soddisfare è diversa perché non è più quella di non ripubblicare, ma quella di collocare la pubblicazione, avvenuta magari legittimamente molti anni addietro, nell’attuale presente.

Una Rete senza frontiere: quanto le norme di diritto internazionale sono state investite da Internet?

Valgono le stesse considerazioni già fatte in linea generale. È chiaro che l’avvento della rete ha posto anche a livello internazionale la necessità di disciplinare specifici scenari: penso in primo luogo alle normative finalizzate a favorire l’uso della rete quale strumento di commercio e conseguentemente alla disciplina posta a tutela dei consumatori.

Discorso a parte per le convenzioni internazionali nate per facilitare la cooperazione fra le forze dell’ordine in relazione a crimini commessi per via telematica, penso ad esempio alla Convenzione del Consiglio d’Europa di Budapest sulla criminalità informatica del 23 novembre 2001.

Qual è il giudice naturale competente per le controversie in internet?

Dipende dalla natura della controversia. Si applicano le stesse regole procedurali del mondo fisico, il problema che Internet pone è che non sempre è immediata l’individuazione della giurisdizione competente.

Lei è docente all’Ateneo bolognese, a suo avviso, in che maniera Internet ha rivoluzionato il mondo dell’università? Si tratta solo di nuovi strumenti disponibili per le amministrazioni e per gli studenti, o anche qualcosa d’altro, nella mentalità ad esempio, è cambiato?

Ci sono pro e contro nell’utilizzo della rete, anche da parte del mondo universitario. Com’è ovvio, l’accesso immediato ad una maggiore quantità di informazioni ha reso più veloce il processo di ricerca e più ampia la portata di accesso ai testi di studio. Va tuttavia sottolineato che l’informazione archiviata su Internet non è ordinata: tutte le informazioni in rete sono appiattite, si trovano sullo stesso livello. Da un punto di vista accademico la ricerca in rete pone delle difficoltà agli studenti, perché non sempre sono in grado di rendersi conto dell’autorevolezza della fonti che stanno consultando. Al contrario, la consultazione dei testi cartacei in biblioteca assicura un maggior controllo sull’informazione e permette di distinguere più facilmente fra fonti originarie e opere derivate.

Per quanto riguarda invece il cambiamento che la rete ha portato da un punto di vista amministrativo, va ricordato che la pubblicità, cioè il modo di rendere conoscibili le informazioni, non è la stessa su Internet e fuori da Internet. Su Internet chiunque può fruirne senza limiti, a meno che non siano disposti espressamente restrizioni di accesso (aree riservate, password, ecc.) e limiti temporali. Dunque la pubblicazione on line e la pubblicazione off line costituiscono situazioni giuridiche differenti. L’Ateneo bolognese si è dotato di un regolamento innovativo sulla pubblicità degli atti che tiene conto del tempo di pubblicazione, il quale viene limitato a tre anni, delle modalità di accesso e dell’essenzialità del contenuto di ciò che deve essere pubblicato. Trasparenza non significa pubblicare tutto su Internet che, non dimentichiamolo, è un deposito e non un archivio strutturato della conoscenza.

Lei è stata tra le prime in Italia, a occuparsi di queste materie, e oggi è una delle più importanti esperte a livello internazionale, con incarichi e riconoscimenti importanti: cosa l’ha attratta all’inizio, e che bilancio fa oggi di questa esperienza?

Devo dire che dalla mia posizione di professionista preferisco sempre evitare di fare un bilancio su ciò che è stato fatto, perché preferisco guardare alle cose che devo ancora fare, nella volontà di migliorare sempre. Però senz’altro posso dire che sono soddisfatta di aver scelto di intraprendere lo studio di una branca del diritto che è continuamente fonte di nuovi stimoli.

Ho iniziato spinta dalla curiosità per un aspetto nuovo della giurisprudenza, animata anche da una passione per le innovazioni della tecnica. Nel mio campo di specializzazione ho quindi scoperto un aspetto affascinante della professione giuridica: la creatività del diritto. Credo quindi di essere stata fortunata, anche perché ho svolto sempre il mio lavoro con motivazione ed interesse, ma, per quanto soddisfatta, sono anche consapevole che ci sono molte nuove sfide da intraprendere.

posted by admin on ottobre 27, 2015

Diritto all'oblio, reputazione online

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erasePubblicato un bilancio delle richieste inviate dai cittadini all’Autorità Garante per la protezione dei dati per ottenere la rimozione di alcuni link dai risultati dei motori di ricerca.

In seguito della sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea del 13 maggio 2014 – che ha stabilito che Google deve cancellare dai risultati di ricerca le informazioni “inadeguate, non pertinenti o non più pertinenti” qualora gli interessati lo richiedano – la compagnia di Mountain View ha pubblicato un modulo per il “diritto all’oblio”, grazie al quale gli utenti possono chiedere la cancellazione dei risultati associati al loro nome. Ogni richiesta di rimozione viene valutata dal motore di ricerca che acconsente alla cancellazione solo quando la notizia viene ritenuta priva di rilevante interesse per il pubblico.

A partire da maggio 2014, le richieste di rimozione pervenute a Google dai cittadini italiani sono state 25.118, per un totale di 82.603 URL. Sebbene le richieste siano state rifiutate nel 70,5% dei casi, l’Authority ha evidenziato come solo una esigua percentuale degli applicanti respinti si sia successivamente rivolta al Garante per un ricorso.

Le istanze inoltrate da comuni utenti e figure pubbliche locali dopo la mancata rimozione sono circa 50, delle quali una decina “in via di definizione” . La maggior parte dei ricorsi si è conclusa con un rigetto, e solo in un terzo dei casi sono state accolte le richieste.

Il Garante ha reso noto che per ogni singolo caso è stato valutato se le informazioni fossero di interesse pubblico e se da ritenersi eccedenti o potenzialmente dannose per la reputazione e la vita privata del ricorrente. I casi rigettati riguardano infatti “vicende processuali di sicuro interesse pubblico, anche a livello locale, spesso recenti o per le quali non erano ancora stati esperiti tutti i gradi di giudizio. I dati personali riportati, tra l’altro, risultavano trattati nel rispetto del principio di essenzialità dell’informazione”.

Google dovrà procedere alla rimozione dei link segnalati per tutti i ricorsi accolti dall’Autorità Garante.

Nella nota pubblicata dal Garante non si fa riferimento ai ricorsi che coinvolgono altri motori di ricerca, poiché il numero delle richieste di deindicizzazione da parte dei cittadini è in questo caso di gran lunga inferiore.

posted by admin on agosto 11, 2015

Diritto all'oblio

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Google ha rigettato la richiesta della Commission nationale de l’informatique et des libertés che esigeva la possibilità per gli utenti francesi di chiedere la rimozione dei link alle notizie “inadeguate o non più pertinenti” che li riguardano dai risultati del motore di ricerca, in tutto il mondo.

Nella lettera di diffida, inviata il mese scorso dal Garante francese, si fa riferimento all’indicizzazione delle informazioni sensibili di utenti europei che ne hanno chiesta e ottenuta la cancellazione dai risultati del motore di ricerca: in questi casi, i link sono stati rimossi dai risultati delle ricerche di Google.fr, ma non da Google.com, o altra versione Google di un altro continente.

Attualmente, la limitazione all’accesso a questo genere di informazioni riguarda le versioni di Google operanti in Europa, in seguito alla sentenza della Corte di Giustizia Europea del 13 maggio 2014 emessa contro Google Spain. La Corte ha disposto che chiunque trovi nei risultati delle ricerche di Google un link di accesso a informazioni sul proprio passato divenute irrilevanti, non pertinenti, o eccessive, possa ottenerne la cancellazione.

Secondo il garante francese, il rispetto della normativa può essere pienamente osservato solo estendendo l’inibizione a tutto il globo, ovvero alla totalità dei domini del motore di ricerca.

Il comunicato di risposta di Google ha sottolineato come l’applicazione della normativa sia stata pienamente rispettata, ma “mentre il diritto all’oblio può essere ora una legge in Europa, non è una legge globale”; perciò si dichiara “rispettosamente in disaccordo con il CNIL, che ritiene di poter avere su questo tema autorità a livello globale e abbiamo chiesto al Garante francese di ritirare il suo avvertimento formale”.

Peter Fleischer, privacy counsel di Google, ha inoltre sottolineato come il provvedimento del CNIL risulti “sproporzionato e inutile, dato che la grande maggioranza degli utenti di Internet francesi – attualmente circa il 97% – usa la versione europea del motore di ricerca Google.fr, anziché Google.com o altre versione di Google”.