Direttore Scientifico: Prof.ssa Avv. Giusella Finocchiaro
Curatrice Editoriale: Dott. Giulia Giapponesi

1. Che cos’è il diritto all’oblio?

Esistono tante definizioni. Il diritto all’oblio è, come delineato nella decisione della Corte di Giustizia del 13 maggio scorso, “il diritto [della persona] a opporsi all’indicizzazione dei propri dati personali ad opera del motore di ricerca, qualora la diffusione di tali dati tramite quest’ultimo le arrechi pregiudizio”, in particolare, “qualora i dati risultino inadeguati, non siano o non siano più pertinenti”.

2. Cosa non è il diritto all’oblio?

a) Non è la revoca del consenso al trattamento dei dati personali (consenso comunemente detto “consenso privacy” o “liberatoria”). Il consenso è sempre revocabile ma la revoca non ha effetto retroattivo. In altri termini, se ieri ho dato un consenso e oggi lo revoco, non dovranno essere cancellati i dati già trattati.

b) Non è il diritto a fare cancellare i dati che ci riguardano tout court. Il diritto alla cancellazione dei dati esiste nei limiti previsti dalla legge.

3. Esiste in tutto il mondo?

No. È un diritto tutto europeo (originariamente, francese e italiano) che non esiste negli Stati Uniti e in altri Paesi. Viene tradotto “right to be forgotten” ma fuori dall’Europa risulta anche difficile da capire.

4. Contro chi può essere fatto valere? In altri termini, a chi ci si deve rivolgere?

O al motore di ricerca, ad esempio a Google, e questa è la novità della sentenza. Oppure a chi ha pubblicato l’informazione, ad esempio, al sito, al blog, al giornale on line che ha pubblicato l’informazione.

5. Occorre che l’informazione sia falsa o illecita per fare rimuovere il link?

No. Se è falsa o illecita può configurarsi anche il reato di diffamazione. Ma se l’informazione è stata pubblicata lecitamente e non è più, come dice la Corte, “adeguata o pertinente”, può essere ugualmente fatto valere il diritto all’oblio.

6. Cosa si deve dimostrare?

Che “i dati risultano inadeguati, non sono o non sono più pertinenti” o che sono pubblicati in violazione di legge.

7. Posso fare cancellare tutto quello che non mi piace?

No. Vedi punto 6.

8. Chi decide sulla rimozione dei dati?

Il soggetto cui è rivolta, cioè per esempio Google. Poi, se questi respinge la richiesta, il Garante per la protezione dei dati personali o il giudice.

9. Si può richiedere anche il risarcimento dei danni?

Sì, ma occorre fornire la prova del danno subito.

10. Esisteva questo diritto in Italia o è stato creato dalla sentenza del 13 maggio?

Esisteva già, e anzi era meglio formulato. Vedere ad esempio la decisione della Corte di cassazione del 5 aprile 2012.

La novità della decisione della Corte di Giustizia è che lo estende anche a Google.

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posted by Giusella Finocchiaro on maggio 23, 2014

Miscellanee

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Vi proponiamo qui l’editoriale di Giusella Finocchiaro, apparso il 22 maggio 2014 sulla rivista Giustizia Civile (giustiziacivile.com).

La recente sentenza della Corte di Giustizia europea del 13 maggio 2014 è destinata a divenire un leading case.

Si afferma che l’interessato, il cui nome sia collegato ad un’informazione pubblicata su un sito web, ha diritto di richiedere, anche direttamente al motore di ricerca, che il link sia soppresso. Tale diritto può essere fatto valere anche nel caso in cui l’informazione permanga sul sito web che l’ha pubblicata o nel caso in cui l’informazione sia stata e sia lecitamente pubblicata sul sito web di provenienza.

Si tratta di una decisione che investe trasversalmente molteplici tematiche: diritto alla protezione dei dati personali e diritto all’identità personale, responsabilità del motore di ricerca, e soprattutto limiti e contenuto del c.d. “diritto all’oblio”.

I principi di diritto affermati nella decisione sono tre.

In primo luogo, si afferma che si applica la legge nazionale del Paese nel quale il motore di ricerca opera, esercitando altre attività, quali la promozione e la vendita degli spazi pubblicitari. Si tratta di un’importante conferma di un criterio applicato anche dalla nostra giurisprudenza, ad esempio nel caso Google-Vividown. Su Internet, dove non esistono i confini nazionali, si afferma così un criterio di collegamento al diritto nazionale, e soprattutto, al diritto nazionale di un Paese europeo.

In secondo luogo, che Google, e in generale i motori di ricerca, sono “titolari del trattamento” e pertanto che l’interessato, cioè il soggetto al quale l’informazione si riferisce, ha il diritto di richiedere che sia rimossa l’indicizzazione direttamente al motore di ricerca, a prescindere da ogni richiesta al gestore del sito web che ha pubblicato l’informazione, anche nel caso in cui l’informazione sia stata e sia legittimamente pubblicata sul sito web.

In terzo luogo, che l’interessato “ha diritto a che l’informazione riguardante la sua persona non venga più collegata al suo nome da un elenco di risultati che appare a seguito di una ricerca effettuata a partire dal suo nome” e che “nel valutare i presupposti di applicazione di tali disposizioni, si deve verificare in particolare se l’interessato abbia diritto a che l’informazione in questione riguardante la sua persona non venga più, allo stato attuale, collegata al suo nome da un elenco di risultati che appare a seguito di una ricerca effettuata a partire dal suo nome, senza per questo che la constatazione di un diritto siffatto presupponga che l’inclusione dell’informazione in questione in tale elenco arrechi un pregiudizio a detto interessato”.

In estrema sintesi: l’interessato ha il diritto a richiedere (a Google) che un’informazione, risultato di una ricerca sul motore di ricerca Google, non sia più collegata al suo nome.

La decisione è interpretativa degli artt. 12 e 14 della direttiva 95/46 e dunque il legal reasoning si svolge tutto nell’ambito del diritto alla protezione dei dati personali.

Ma mantenere esclusivamente questa prospettiva sarebbe limitativo.

Il tema sotteso, ma che emerge prepotentemente, è quello della tutela dell’identità digitale o del diritto all’identità personale on line.

Lo scenario e la prospettiva non sono quelli del singolo dato personale relativo ad un evento determinato e reperibile tramite Google, bensì quelli della tutela della persona nella rete Internet, la quale oggi spesso viene percepita come un unico archivio, anche se non lo è, e costituisce una rilevante fonte informativa, spesso l’unica.

Dunque, non il dato, ma l’immagine della persona. Non il singolo archivio, ma la Rete.

È necessario, allora, ampliare la visuale e andare oltre i confini delimitati dettati dal considerare soltanto il dato personale.

La normativa sulla protezione dei dati personali è sovente letta limitatamente al solo dato personale, il quale non è che un frammento dell’identità. Ma per comprendere a pieno la problematica è necessaria una lettura più alta e più ampia, che abbia ad oggetto la tutela della persona e non solo del dato.

A cosa può mai servire tutelare i dati se non a tutelare la persona? I dati personali riferibili ad un soggetto costituiscono solo una delle sfaccettature che compongono il prisma dell’identità.

In questo senso è il dato normativo: l’art. 2 del Codice per la protezione dei dati personali italiano, nel quale si afferma che il testo unico garantisce che il trattamento dei dati personali si svolga nel rispetto dei diritti e delle libertà fondamentali, nonché della dignità dell’interessato, con particolare riferimento al diritto alla riservatezza, all’identità personale e alla protezione dei dati personali. In questo senso è la nostra giurisprudenza, con l’importante decisione della Corte di cassazione n. 5525 del 5 aprile 2012.

Certo si tratta di diritti in corso di definizione e di difficile delimitazione, dai mobili confini, che devono essere di volta in volta precisati e rielaborati.

Ogni soluzione passerà inevitabilmente per complessivo un processo di bilanciamento di diritti: il diritto di accesso ad Internet, che senza i motori di ricerca è fortemente depotenziato e il diritto alla libertà di espressione, che rende il diritto all’oblio assai arduo da comprendere per i nostri colleghi di oltreoceano.

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La recente sentenza della Corte di Giustizia europea del 13 maggio 2014 ha suscitato molti commenti e sollevato molte polemiche.

Sul tema, di rilievo per tutti i cittadini, ma indubbiamente caratterizzato da alcune asperità di natura tecnico-giuridica c’è un po’ di confusione. Cerchiamo di fare chiarezza.

I fatti alla base della decisione sono noti e riassunti nel post pubblicato QUI.

Veniamo dunque direttamente alle questioni di diritto e verifichiamo cosa è VERO e cosa è FALSO.

Quali sono i principi di diritto affermati nella sentenza?

1. Si applica la legge nazionale del paese nel quale il motore di ricerca opera. VERO.

In estrema sintesi: Google Spain opera in Spagna e in Spagna raccoglie pubblicità e quindi si applica nel caso di specie la legge sul trattamento dei dati spagnola. Non è una novità, dal momento che anche nel caso italiano Google-Vividown si era applicata la legge italiana, ma è un’affermazione importante. Nel mondo di Internet, dove i confini nazionali non esistono più ma si applicano ancora le leggi nazionali, quando c’è una controversia da risolvere il primo problema è proprio: quale legge nazionale si applica?

2. Google, e in generale i motori di ricerca, sono “titolari del trattamento” (nella versione italiana c’è scritto “responsabile del trattamento”, ma è il solito problema di traduzione). VERO.

In estrema sintesi: Google è responsabile per il fatto che rende le informazioni reperibili. La conseguenza è che ci si può rivolgere direttamente a Google per fare rimuovere un’indicizzazione ad un’informazione pubblicata da terzi, anche senza rivolgersi a chi l’ha pubblicata.

3. L’interessato, cioè il soggetto al quale l’informazione si riferisce, ha il diritto di chiedere che sia rimossa l’indicizzazione, prospettando la lesione. VERO.

Google valuterà se effettuare la rimozione. Il giudice avrà comunque l’ultima parola.

Cosa la sentenza non dice

1. Che esista un diritto a fare cancellare quello che non piace. Falso. Si può chiedere, ma non si ha diritto di ottenerlo…In altri termini: posso chiedere di fare cancellare una notizia su di me che non mi piace, ma Google mi risponderà di no e in giudizio perderò….

2. Che si debbano cancellare o modificare gli archivi dei giornali. Falso. Questo non è nella sentenza e tanto meno nella nostra giurisprudenza. Abbiamo già discusso questo tema.

3. Che si debba modificare il passato o la realtà storica . Falso. Questo non è nella sentenza e tanto meno nella nostra giurisprudenza

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posted by Giulia Giapponesi on maggio 15, 2014

Miscellanee

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googleGli utenti della rete hanno il diritto di controllare i loro dati e possono chiedere ai motori di ricerca di rimuovere i risultati che li riguardano, questa la decisione della Corte di Giustizia dell’Unione Europea su una causa intrapresa da un cittadino spagnolo contro Google Spain.

Sostenendo il diritto degli utenti ad essere cancellati dal web, la Sentenza della Corte di Giustizia del 13 maggio 2014 ha stabilito che Google deve cancellare dai suoi risultati le informazioni “inadeguate, non pertinenti o non più pertinenti” qualora un cittadino lo richieda.

La Corte Europea era stata chiamata a pronunciarsi dall’Audiencia Nacional di Spagna, una corte nazionale, con specifiche competenze in materia penale, amministrativa e del lavoro. Il caso sottoposto riguarda il ricorso di Google Spain contro una decisione dell’Agencia Española de Protección de Datos (AEPD) che, accogliendo la denuncia del sig. Mario Costeja González, ordinava a Google di rimuovere i dati personali segnalati dal cittadino e di impedirne in futuro l’accesso.

Il sig. Costeja González aveva presentato all’AEPD una segnalazione contro Google e contro la società editrice de La Vanguardia, quotidiano molto diffuso in Catalogna. Il reclamo era fondato sul fatto che digitando il nome “Costeja González” su Google venivano visualizzati link a due pagine del quotidiano, risalenti al 1998, sulle quali il suo nome veniva collegato ad un’asta di immobili relativa ad un pignoramento per riscossione coattiva di crediti previdenziali.

Dal momento che il processo di pignoramento era terminato e il debito era stato pagato, il sig. Costeja González sosteneva che la vicenda non dovesse più essere ricondotta al suo nome nei risultati del motore di ricerca.

Per quanto riguarda il coinvolgimento del quotidiano, l’AEPD aveva respinto il reclamo ritenendo che la pubblicazione da parte della società editrice delle informazioni in questione fosse legalmente giustificata, in quanto aveva avuto luogo su ordine del Ministero del Lavoro e degli Affari sociali e aveva avuto lo scopo di fare pubblicità alla vendita pubblica. L’Authority spagnola ha invece accolto il reclamo contro Google ritenendo che i motori di ricerca sono soggetti alla normativa in materia di protezione dei dati, dato che essi effettuano un trattamento di dati per il quale sono responsabili e agiscono quali intermediari della società dell’informazione.

Il giudice della Corte di Giustizia Europea, sostenendo la decisione del Garante Spagnolo, ha ritenuto che l’attività del motore di ricerca implichi un trattamento di dati, che si distingue da quello ad opera degli editori di siti web e persegue obiettivi diversi. Il motore di ricerca sarebbe quindi “responsabile” del trattamento dei dati, dal momento che determina le finalità e gli strumenti di tale trattamento, ai sensi dell’articolo 2, lettera b) della direttiva 95/46.

In relazione alla rimozione dei risultati, la Corte ha sancito che il motore di ricerca è obbligato a eliminare, dall’elenco di risultati di una ricerca effettuata a partire dal nome di una persona, i link verso pagine web pubblicate da terzi e contenenti informazioni relative a questa persona, anche nel caso in cui tale nome o tali informazioni non vengano previamente o simultaneamente cancellati dalle pagine web di cui trattasi, e anche quando la loro pubblicazione su tali pagine web sia di per sé lecita.

“Infatti”, si legge nella sentenza, “l’inclusione nell’elenco di risultati di una pagina web e delle informazioni in essa contenute relative a questa persona, poiché facilita notevolmente l’accessibilità di tali informazioni a qualsiasi utente di Internet che effettui una ricerca sulla persona di cui trattasi e può svolgere un ruolo decisivo per la diffusione di dette informazioni, è idonea a costituire un’ingerenza più rilevante nel diritto fondamentale al rispetto della vita privata della persona interessata che non la pubblicazione da parte dell’editore della suddetta pagina web.”

Pertanto il giudice ha concluso che, nei casi riguardanti il diritto all’oblio, il richiedente la rimozione può sulla scorta dei suoi diritti fondamentali derivanti dagli articoli 7 e 8 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, chiedere che l’informazione in questione non venga più messa a disposizione del grande pubblico attravero i risultati del motore di ricerca.

Secondo la Corte, “i diritti fondamentali di cui sopra prevalgono, in linea di principio, non soltanto sull’interesse economico del gestore del motore di ricerca, ma anche sull’interesse di tale pubblico ad accedere all’informazione suddetta in occasione di una ricerca concernente il nome di questa persona.” Tuttavia, la Corte sottolinea che, in alcuni casi particolari, come nel caso di un personaggio pubblico, l’ingerenza nei diritti fondamentali può essere giustificata dall’interesse preponderante del pubblico ad avere accesso all’informazione.

La decisione della Corte di Giustizia Europea non ha mancato di suscitare molte critiche e commenti negativi sul web, a cominciare dalle dichiarazioni di Google. “Si tratta di una decisione deludente per i motori di ricerca e per gli editori online in generale”, ha fatto sapere un portavoce di Mountain View. “Siamo molto sorpresi che differisca così drasticamente dall’opinione espressa dall’Advocate General Ue e da tutti gli avvertimenti e le conseguenze che lui aveva evidenziato. Adesso abbiamo bisogno di tempo per analizzarne le implicazioni”.

La sentenza è stata invece accolta positivamente da Viviane Reding, commissario europeo alla Giustizia: “È una chiara vittoria a favore della protezione dei dati personali dei cittadini europei, che conferma la necessità di portare le regole odierne sulla protezione dei dati dall’età della pietra ai giorni nostri, nel mondo moderno dei computer”.

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Il diritto all’oblio è nuovamente al centro di una vicenda giudiziaria riportata sulla stampa di tutto il mondo. Il caso contrappone due avversari molto noti: l’ex presidente della Formula Uno, Max Mosley, e Google.

Il 6 novembre 2013 il Tribunal de Grande Instance di Parigi ha ordinato a Google di bloccare tra i risultati del suo motore di ricerca le immagini relative alle pratiche sadomasochiste di Max Mosley diffuse nel 2008 dal magazine inglese News of the World. Le foto, tratte da un video girato durante un incontro con alcune prostitute, erano state già al centro di una sentenza di un tribunale di Londra che aveva condannato il magazine inglese ad un risarcimento di 92.000 dollari per violazione della privacy.

A 5 anni dallo scandalo mediatico e dalla condanna del tribunale inglese, Mosley si è rivolto alla Corte parigina chiedendo di imporre a Google un filtro sui risultati del suo motore di ricerca.

Davanti alla Corte, la  compagnia di Mountain View si è definita favorevole alla rimozione, sostenendo che avrebbe rimosso i link ai siti che ospitavano le immagini incriminate su segnalazione di Mosley. L’azienda si è tuttavia opposta alla richesta di inserire un filtro permanente in quanto ciò avrebbe rappresentato l’introduzione di  ”un allarmante nuovo modello di censura automatica”.

L’argomentazione non ha però convinto il giudice, che ha imposto a Google la rimozione delle immagini entro due mesi dalla sentenza e l’obbligo di sorveglianza su eventuali nuove pubblicazioni per i prossimi cinque anni, stabilendo una sanzione di mille euro per ogni mancata applicazione constatata.

Google è stata inoltre condannata al risarcimento simbolico di un euro per Mosley e al pagamento di 5000 euro di spese legali.

“Noi non consideriamo responsabili i fabbricanti di carta o i costruttori di stampanti se i loro clienti utilizzano questi oggetti per infrangere la legge”, ha dichiarato Google in un post del suo blog: “La vera responsabilità per i contenuti illeciti è da attribuirsi a coloro che li pubblicano. “

La società ha annunciato di avere già presentato l’appello alla 17esima camera civile del Tribunal de Grande Instance di Parigi. L’appello tuttavia non ha potere sospensivo e pertanto è obbligatoria l’esecuzione provvisoria di quanto ordinato dalla sentenza di primo grado.

Il caso porta nuovamente in primo piano, in Europa, il dibattito sull’attribuzione di responsabilità degli intermediari del web sui contenuti pubblicati da terze parti.

La questione è seguita attentamente anche dalle principali web company degli Stati Uniti, come Microsoft e Yahoo, i cui interessi possono essere compromessi da decisioni più favorevoli alla privacy individuale che alla libertà di informazione.

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googleLa responsabilità dei contenuti pubblicati deve essere in capo ai gestori dei singoli siti web e non ai motori di ricerca: un recente parere della Corte di Giustizia Europea esonera Google dall’obbligo di rimuovere le informazioni datate che possono ledere la reputazione degli individui.

La raccomandazione, emessa dall’avvocato generale Niilo Jaaskinen, è stata presentata nell’ambito del procedimento incentrato sul “diritto all’oblio” che la Corte di Giustizia Europea ha intrapreso in seguito ad una richiesta proveniente dalla Spagna.

Il caso ha origine dalla vicenda di un cittadino spagnolo che si è rivolto al Garante della privacy del suo paese lamentando la diffusione tra i risultati di Google di una notizia riguardante una sua evasione fiscale risalente a 15 anni prima. L’uomo chiedeva all’Autorità che la notizia, ritenuta lesiva della sua immagine personale, venisse rimossa dai risultati di Google.

Il Garante spagnolo ha ritenuto la richiesta del cittadino legittima e Google, dopo aver ricevuto l’ordine di rimozione dei link alle notizie, ha presentato ricorso alla Corte di Giustizia Europea, invitandola a pronunciarsi per stabilire se, per quanto attiene ai risultati, i motori di ricerca debbano rispondere di una responsabilità di tipo editoriale, o se debba essere considerato come un semplice hosting provider.

Secondo il parere dell’avvocato generale Google deve sottostare alle leggi per la protezione dei dati dell’Unione Europea, ma non deve essere ritenuto responabile per i contenuti prodotti da terze parti, come canali televisivi o giornali.

La Corte di giustizia Europea non è vincolata al parere emesso dall’avvocato generale, ma è prassi che le raccomandazioni siano accolte dai giudici. La decisione della Corte è attesa per la fine dell’anno.

Il parere dell’avvocato Niilo Jaaskinen giunge in un momento critico per Google, che in questo periodo è oggetto di un’indagine da parte di sei Garanti per la protezione dei dati europei, tra cui quello italiano, in merito alla sua nuova policy unificata sulla privacy.

Il caso è seguito con attenzione anche dalle principali aziende statuintensi attive sul fronte delle ricerche in rete, come Microsoft e Yahoo. Se infatti l’opinione dell’avvocato generale fosse in qualche modo respinta Google si troverebbe ad affrontare centinaia di casi simili a quello del cittadino spagnolo.

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La decisione Cass. 5525 del 5 aprile 2012 rappresenta un vero leading case in cui si afferma il diritto alla contestualizzazione dell’informazione e alla verità attuale.

Non è, come superficialmente commentato, una sentenza sul diritto all’oblio. Anzi. È, invece, una decisione in cui si afferma il diritto all’attualizzazione della notizia.

La verità è tale solo se attuale. Se è la verità di 20 anni prima, è una verità parziale, e quindi non è verità.

I fatti: un politico è imputato per corruzione nel 1993. La notizia è correttamente riportata nei giornali dell’epoca. Successivamente il politico viene assolto. A distanza di molti anni digitando il nome del politico nei motori di ricerca si trova la notizia dell’imputazione, ma non anche quella dell’assoluzione.

Certo, la prima notizia è vera. Ma oggi rappresenta una verità parziale, una rappresentazione falsa della realtà, che lede profondamente il diritto all’identità personale.

Si impone, dunque, di contestualizzare la notizia.

Il tema è ampiamente illustrato, nelle sue linee generali, nell’articolo che riporto QUI e che è ripreso nella decisione.

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Le notizie presenti negli archivi storici online dei giornali sono da ritenersi parziali perchè non riportano gli ulteriori sviluppi dei fatti, e pertanto vanno aggiornate. La Corte di Cassazione impone così l’obbligo per gli editori di aggiornare gli archivi online delle notizie pubblicate.

Con sentenza n.5525 della terza sezione civile, la Cassazione ha stabilito che le testate online dovranno dotare i loro archivi di “un sistema idoneo a segnalare (nel corpo o nel margine) la sussistenza di un seguito o di uno sviluppo della notizia e quale esso sia stato [...] consentendone il rapido e agevole accesso da parte degli utenti ai fini del relativo e adeguato approfondimento”.

Il caso, giunto davanti alla Corte, riguarda la notizia del coinvolgimento giudiziario di un rappresentante politico lombardo. L’uomo era stato arrestato nel 1993 con accuse di corruzione, ma in seguito era stato prosciolto. La notizia del suo arresto, tuttavia, compare ancora oggi tra i risultati dei motori di ricerca per via dell’articolo presente sull’archivio storico del Corriere della Sera.

Rivolgendosi prima al Garante privacy e poi al Tribunale di Milano, l’uomo aveva chiesto la rimozione dei dati giudiziari che lo riguardavano, lamentando l’assenza di un aggiornamento – all’interno della notizia archiviata – che riportasse l’esito favorevole della vicenda. In alternativa chiedeva l’inserimento di un aggiornamento correlato alla notizia o lo spostamento dell’articolo in un’area del sito non indicizzata dai motori di ricerca.  Le richieste, tuttavia, non sono state accettate né dal Garante né dal Tribunale.

Chiamata in causa, la Corte di Cassazione ha invece accolto le motivazioni del ricorrente.

Pur stabilendo che non esiste un profilo di diffamazione dal momento che i fatti descritti dall’articolo erano veri all’epoca della sua pubblicazione, la Corte ha riconosciuto la parzialità dell’informazione alla luce degli avvenimenti seguenti.

Nel tentativo di bilanciare l’interesse collettivo, garantito dal diritto di cronaca, con l’interesse individuale, tutelato dal diritto alla riservatezza e dal diritto all’oblio, la Corte ha quindi stabilito che gli articoli archiviati debbano essere correlati dai relativi aggiornamenti.

La decisione è volta in questo modo a tutelare non solo il diritto all’identità personale e morale della persona coinvolta nei fatti, ma anche il diritto del cittadino utente a ricevere una corretta e completa informazione. La sentenza della Cassazione attribuisce dunque un nuovo valore del diritto all’oblio all’interno dei principi stessi del diritto di cronaca.

Nessuna attribuzione di responsabilità è invece stata attribuita dalla Corte di Cassazione ai motori di ricerca, ancora una volta definiti come “meri intermediari”.


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La proposta di inserire il “diritto ad essere dimenticati” tra le modifiche della direttiva europea sulla protezione dei dati personali ha portato nuovamente il diritto all’oblio al centro del dibattito giuridico in materia di privacy.

Il tema era stato anticipato e ampliamente dettagliato nella relazione della Prof. Avv. Giusella Finocchiaro presentata durante il convegno “Il futuro della responsabilità in rete. Quali regole dopo la sentena Google/Vividown?” e in seguito pubblicata sulla rivista giuridica “Il Diritto dell’Informazione e dell’informatica”, n. 3, maggio-giugno 2010.

L‘odierna conferma della Commissione Europea sulla proposta di modifica della direttiva rende la relazione nuovamente di estrema attualità. La ripronioniamo dunque nella sua versione intergrale, scaricabile in formato PDF cliccando QUI.

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La Commissione Europea discuterà mercoledì una modifica alla direttiva sulla protezione dei dati personali nella quale verrà per la prima volta riconosciuto il “diritto ad essere dimenticati”, ovvero il diritto per il cittadino di pretendere la cancellazione di qualunque dato personale archiviato su siti web.

Le modifica, collocata nell’ambito dell’ampio lavoro di revisione della direttiva, che risale al 1995, è stata anticipata dal Vicepresidente dell’Unione Europea, Viviane Reding, durante la Digital Life Conference recentemente tenutasi a Monaco.

La proposta ha come primo obiettivo quello di aiutare gli adolescenti a i giovani a controllare e gestire la propria reputazione online, in particolare sui social network. Alla base dell’intervento normativo c’è infatti la preoccupazione riguardo alla difficoltà di ottenere la cancellazione di dati “imbarazzanti”, pubblicati con leggerezza nel passato, ma dalle possibili conseguenze negative per il presente, specialmente in considerazione del fatto che sempre più spesso chi offre un lavoro effettua delle ricerche su Internet per orientarsi sui candidati.

Non tutti i dati, tuttavia, sarebbero ugualmente cancellabili. Viviane Reding ha infatti specificato che questa modifica non influirebbe sui dati archiviati nei database degli organi di informazione, così come sui dati medici o sui dati in possesso degli organi di giustizia.

Le maggiori compagnie della rete non hanno ancora rilasciato dichiarazioni ufficiali a commento della proposta nell’attesa di maggiori dettagliate informazioni.

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