Una recente operazione della Guardia di Finanza di Milano sullo scambio illegale di opere protette da copyright ha portato alla denuncia di due persone ed al sequestro di circa 22.500 opere musicali tra cui alcuni brani dell’ultimo album della cantante Laura Pausini.
A quanto risulta da diversi magazine online, sarebbe stato proprio lo staff della Pausini a denunciare alla Guardia di Finanza la presenza in rete di alcuni brani dell’ultimo album della cantante romagnola diffusi illegalmente su Internet prima dell’uscita ufficiale nei negozi.
A quanto risulta, i file sarebbero versioni “live” di alcune canzoni registrate durante una prova in teatro risalente ad alcuni mesi fa.
In seguito alla segnalazione, i militari del Nucleo di Polizia tributaria della Guardia di Finanza di Milano, in collaborazione con la Federazione contro la pirateria musicale, hanno condotto un’indagine di otto settimane fra le province di Milano, Bergamo, Caserta e Pavia.
L’operazione, denominata “Inedito” come il titolo dell’album della Pausini, ha portato alla denuncia di due persone che rischiano ora sanzioni amministrative per oltre 2 milioni e 317mila euro.
È stato stimato che l’immediata rimozione dei file inediti dalle piattaforme online abbia evitato all’artista un danno economico di diversi milioni di euro.
Come ampiamente riportato dalla stampa, l’entourage della cantante sospetta che il colpevole della diffusione illegale dei brani sia da ricercarsi nell’ex chitarrista della Pausini, recentemente allontanato dal gruppo per motivi professionali e personali.
Il Tribunale di Milano ha nuovamente accolto le richieste del Gruppo Mediaset nei confronti di un Content Service Provider che ospita contenuti generati dagli utenti. Questa volta si tratta della società Yahoo! Italia, condannata per aver diffuso senza autorizzazione alcuni video televisivi protetti da diritto d’autore.
Dopo le decisioni del Tribunale di Roma nei confronti di Google/YouTube e dal Tribunale di Milano verso Libero.it, entrambe a favore di Mediaset, ancora una volta in Italia è stata stabilita la diretta responsabilità dei provider in caso di diffusione non autorizzata di contenuti protetti da copyright.
Yahoo! era stata citata in giudizio dal Gruppo Mediaset il 3 novembre del 2009 a seguito di un controllo a campione che aveva rilevato la presenza di 218 video tratti dalle sue trasmissioni televisive, per un totale di 21 ore di programmazione.
Il Tribunale ha stabilito che la diffusione non autorizzata dei video da parte di Yahoo! Italia costituisce violazione del diritto di autore; ne ha dunque vietato l’ulteriore diffusione sul portale fissando una penale di 250 euro per ogni video non rimosso e per ogni giorno di ulteriore indebita permanenza.
L’entità del risarcimento del danno subito da Mediaset sarà fissata in una seconda udienza fissata per il 18 ottobre 2011.
Diversi commentatori della rete hanno evidenziato il contrasto tra la decisione del Tribunale di Milano e quella del Tribunale di Madrid che, un anno fa, respingeva analoghe richieste di Telecinco (anch’essa parte del gruppo Mediaset) nei confronti di Google/YouTube.
L’Unione europea ha esteso i diritti d’autore sulla musica registrata da 50 a 70 anni.
La nuova legislazione, a lungo reclamata dall’industria discografica internazionale, era stata proposta alla Commissione Europea nel 2008 e votata dal Parlamento Europeo nell’Aprile 2009. Lo scorso 12 settembre è stata ratificata a Brussels dal Consiglio dei Ministri europeo. Da questo momento gli Stati membri hanno due anni di tempo per tradurla in legge nazionale.
Grazie alla nuova direttiva i diritti di molti famosi brani degli anni 50, che erano dunque prossimi alla scadenza, godranno di altri 20 anni di protezione. Tra più famosi beneficiari spiccano i Beatles, che hanno pubblicato il loro primo singolo “Love me do” nel 1962.
È bene specificare che i diritti in questione non riguardano i compositori dei brani, ai quali l’Unione Europea ha già garantito un adeguata protezione che si estende fino a 70 anni dalla loro morte, ma i diritti dei performers (tra quali anche i musicisti “turnisti”) e i diritti delle case discografiche produttrici di brani registrati.
Nel presentare al pubblico la nuova legge, tuttavia, i portavoce del Consiglio dei Ministri Europeo hanno sottolineato principalmente i vantaggi che i giovani artisti trarranno dalla nuova legislazione, ideata “per proteggere gli autori che generalmente iniziano la carriera molto giovani e con l’aumento dell’aspettativa di vita spesso non sono tutelati per l’intero arco della loro carriera”.
La Commissione Europea vigilerà sugli sviluppi del regolamento italiano sul diritto d’autore in rete
Si è diffusa in rete la risposta del vice presidente della Commissione Europea, Neelie Kroes all’interrogazione del parlamentare europeo Sofia Alfano (Alde-IDV) a proposito della discussa nuova disciplina dell’Agcom in materia di diritto d’autore in rete.
Nel documento il vice presidente ricorda che “Le misure adottate dagli Stati membri relative all’accesso degli utenti o all’uso da parte loro di servizi e applicazioni attraverso le reti di comunicazione elettroniche devono rispettare i diritti e le libertà fondamentali delle persone fisiche, quali sono garantiti dalla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo, delle libertà fondamentali e dei principi generali del diritto comunitario. Tali misure possono essere imposte solo se sono appropriate, proporzionate e necessarie in una società democratica [...].”
Per quanto riguarda la nuova disciplina dell’Agcom “La Commissione ha rilevato le modifiche sostanziali dell’Agcom alla bozza di regolamento italiana sulla protezione del copyright sulle reti di comunicazione elettroniche [...] e seguirà con attenzione ogni ulteriore sviluppo”.
L’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni ha approvato lo schema di regolamento sul diritto d’autore su internet, al centro del recente movimento di protesta.
Il regolamento è stato rielaborato allo scopo di eliminare alcune delle ambiguità alla base della maggioranza delle critiche dei commentatori. In particolare l’Authority ha sottolineato che le nuove regole non prevederanno la possibilità di inibire l’accesso a un sito web in seguito alla semplice segnalazione di violazioni del diritto d’autore.
Sono stati inoltre evidenziati i limiti del rapporto tra l’intervento amministrativo dell’Agcom e i preminenti poteri dell’Autorità giudiziaria.
La nuova procedura a tutela del diritto d’autore sui siti web si articolerà in due parti:
Nella prima fase, cosiddetta fase del notice and take down, il legittimo titolare dei diritti d’autore invia una richiesta di rimozione del materiale considerato come in violazione all’amministratore del sito web. Se quest’ultimo riconosce che i diritti del contenuto oggetto di segnalazione sono effettivamente riconducibili al segnalante può rimuovere spontaneamente il materiale entro 4 giorni dalla richiesta.
Qualora durante la prima fase sorgano problemi, le parti potranno rivolgersi all’Autorità, la quale, a seguito di un trasparente contraddittorio della durata di 10 giorni, potrà impartire nei successivi 20 giorni (prorogabili di altri 15) un ordine di rimozione selettiva dei contenuti illegali o, rispettivamente, di loro ripristino, a seconda di quale delle richieste rivoltegli risulti fondata.
Questa procedura è da considerarsi alternativa e non sostitutiva della via giudiziaria e si blocca in caso di ricorso al giudice di una delle parti.
Il nuovo regolamento dell’Agcom rispetta il principio del fair use e non si applica ai siti che non abbiano finalità commerciali o scopo di lucro, nè ai siti di carattere didattico o scientifico, nè nei casi di esercizio di diritto di cronaca, commento, critica o discussione.
Non riguarda in oltre i casi in cui la riproduzione parziale, per quantità e qualità, del contenuto rispetto all’opera integrale che non nuoccia alla sua valorizzazione commerciale.
L’autorità specifica che il provvedimento non si rivolge all’utente finale, né interviene sulle applicazioni peer-to-peer.
In seguito all’approazione il provvedimento viene ora sottoposto a consultazione pubblica, della durata di 60 giorni dalla sua pubblicazione nella Gazzetta ufficiale, con l’obiettivo di acquisire proposte e osservazioni da parte dei soggetti interessati.
Sta crescendo in rete il movimento di protesta contro la delibera dell’Agcom (668/10/CONS) che consentirà, attraverso una procedura veloce e puramente amministrativa, la rimozione dei contenuti online considerati in violazione della legge sul diritto d’autore.
Il provvedimento, che sarà varato il 6 luglio, metterebbe l’Autorità in condizione di applicare sanzioni pecuniarie o il blocco dell’indirizzo IP per i siti web refrattari all’ordine di rimozione. Molti commentatori della rete hanno denunciato il fatto che, con il nuovo provvedimento, l’Agcom diventerà una sorta di “sceriffo della rete” che avrà il potere di rimuovere da internet qualunque contenuto segnalato come in violazione del copyright senza alcun coinvolgimento del sistema giudiziario.
Le manifestazioni di protesta contro il provvedimento hanno assunto forme differenti. Oltre l’intervento dei principali blogger italiani, sono comparse petizioni e video di denuncia. Ieri si è aggiunto anche l’intervento del gruppo hacker Anonymous che ha attaccato il sito dell’Agcom per denunciare il pericolo di censura e limitazione della libertà di internet in Italia.
In una nota resa pubblica lo stesso giorno, l’Agcom ha fatto sapere che “qualsiasi provvedimento in materia di tutela del copyright sarà adottato dopo un procedimento caratterizzato dalla più ampia e interattiva consultazione e dalla massima trasparenza e sarà aperto ai contributi costruttivi di chiunque persegua una linea di disponibilità al democratico confronto”.
Il Consiglio dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni ha approvato all’unanimità un pacchetto di iniziative concernenti l’esercizio delle competenze in materia di tutela del diritto d’autore, che passa ora alla consultazione pubblica.
La nuova bozza, recentemente pubblicata da il Sole 24Ore, concentra i provvedimenti per la protezione del copyright contro i siti che diffondono illegalmente i file musicali e audiovisivi protetti da diritto d’autore, anche attraverso la sola indicizzazione di link ad altri siti.
L’attività di contrasto alla pirateria si sposta quindi dal monitoraggio dell’attività degli utenti al controllo sui siti che contribuiscono a diffondere file illegali, in particolare in attività quali “la ritrasmissione su internet di contenuti audiovisivi premium in tecnologia live streaming senza detenerne i diritti; la messa a disposizione su internet – non autorizzata – di opere cinematografiche in tecnologia streaming; l’indicizzazione di file audiovisivi, sonori e di testo protetti da copyright intesa ad agevolarne la diffusione gratuita tra gli utenti di internet senza il consenso dei titolari di diritti”.
Nel nuovo regolamento la procedura che impone ai siti di rimuovere i contenuti pirata è più complessa.
Se un sito non adempie entro 48 ore alla richiesta di rimozione di un contenuto segnalato come in violazione del diritto d’autore, il titolare del diritto può rivolgersi all’Autorità, che procede all’apertura di un contraddittorio con le parti. Dopo i primi accertamenti, l’Autorità può adottare un provvedimento in cui ordina al sito di rimuovere il materiale. Da quel momento la rimozione deve essere attuata entro cinque giorni, passati i quali il proprietario del sito potrà incorrere in sanzioni pecuniarie anche di notevole entità.
Secondo l’Autorità, la procedura della rimozione selettiva sè particolarmente appropriata nei casi in cui non tutti i contenuti del sito web violino il diritto d’autore e siano collocati sul territorio italiano.
Nel caso di siti che abbiano il solo fine di diffusione di contenuti illeciti o i cui server siano localizzati fuori dai confini nazionali, l’Autorità ipotizza due ipotesi alternative per le quali chiede il parere degli operatori: la predisposizione di una lista di siti illegali da mettere a disposizione degli internet service provider o, in casi estremi e previo contraddittorio, l’inibizione del nome di dominio del sito web.
Nei giorni scorsi nell’attesa della valutazione del consiglio dell’Agcom, sono apparse in rete diverse opinioni di esperti, anche di vedute opposte, che hanno espresso una certa perplessità riguardo al nuovo testo. Tra questi segnaliamo, sul blog di Vittorio Zambardino, il dibattito fra Nicola D’angelo, consigliere Agcom, e Enzo Mazza, presidente della Fimi (Federazione Industria Musicale Italiana).
È stato definito come copyright troll, un troll della proprietà intellettuale. Si tratta di Righthaven, lo studio legale di Las Vegas che ad oggi ha intentato oltre 160 cause contro singoli individui e piccole associazioni accusate di aver violato i diritti intellettuali sugli articoli del Las Vegas Review Journal.
Lo studio legale Righthaven, inaugurato in marzo, è stato creato con il solo scopo di acquistare diritti d’autore su articoli di giornali per poter poi querelare i blog e i siti che ripubblicano gli articoli. Unico cliente dello studio, Stephens Media, la società editoriale che pubblica il Las Vegas Review Journal.
Le cause legali intraprese finora sono identiche nella procedura. Senza nessuna precedente richiesta di rimozione del materiale, Righthaven querela i siti che pubblicano articoli coperti da copyright. Che siano poche righe o interi articoli, lo studio legale presenta comunque una richiesta di risarcimento danni (fino a 150.000 dollari) e la cessione del dominio del sito considerato in violazione.
Pare che ad oggi il 20% delle cause intentate dallo studio legale si sia conclusa con un patteggiamento da qualche migliaio di dollari. Secondo alcuni il patteggiamento è l’obiettivo principale di Righthaven che avrebbe dunque trovato un modo di “monetizzare” l’esito incerto delle querele per violazione del copyright. Secondo le dichiarazioni dello stesso CEO dello studio legale, la tattica di Righthaven porterà le società editoriali a guadagnare nuovamente dai propri articoli, piuttosto che dalla pubblicità.
Nemmeno il contesto in cui sono ripubblicati gli articoli sembra influire sulla formulazione delle accuse di Righthaven. Recentemente è stato attaccato il sito di un ex procuratore federale che raccoglie informazioni sui casi “no body”, ovvero i casi di possibile omicidio in cui non è mai stato rinvenuto. Le informazioni aggregate, secondo l’ideatore del sito, possono infatti essere utili alla polizia e alla persone coinvolte in un caso di possibile omicidio. A questo proposito la pagina web aveva ripubblicato un articolo su un caso giudiziario del Nevada proveniente dal Las Vegas Review Journal. L’azione è stata però prontamente individuata da Righthaven, che ha proceduto con la querela per un risarcimento danni di $75.000 e la cessazione del dominio “nobodycases.com”.
La strategia di Righthaven non è passata inosservata agli attivisti dell’Electronic Frontier Foundation. Righthaven ha infatti più volte querelato blogger non commerciali, gruppi di attivismo civile e partiti politici. Già in due occasioni la fondazione per i diritti civili digitali si è schierata in tribunale insieme ai singoli privati (tra cui insieme alll’ex procuratore federale che gestisce nobody.com ) e in entrambi i casi ha presentato una controquerela.
Secondo la Fondazione la ripubblicazione degli articoli sarebbe protetta dalla dottrina del Fair Use. Oltre a questo, i giornali non avrebbero subito alcun danno economico dalla ripubblicazione degli articoli, anche perché nella maggior parte dei casi gli stralci sono comprensivi di link che rimandano al giornale di provenienza.
Il settimanale Wired ha recentemente osservato come tutti i siti querelati da Righthaven avessero in comune il fatto di non essere iscritti al registro del Digital Millennium Copyright Act. L’iscrizione è una mera procedura burocratica che, al costo di $105, assicura la protezione legislativa secondo la dottrina del Safe Harbor, secondo cui la violazione di copyright diventa effettiva solamente se il materiale in violazione non viene rimosso dopo un avviso da parte del detentore di diritti.
Secondo la EFF l’iscrizione al registro DMCA rappresenta un ottimo deterrente per le querele da parte di Righthaven.
Nell’attesa del verdetto che concluderà il processo d’appello di The Pirate Bay, molti magazine della rete hanno riassunto le arringhe degli avvocati dei due schieramenti in quello che sembra il fronte più sanguinario della guerra tra major discografiche e service provider.
Le argomentazioni dei legali che rappresentano l’industria cinematografica e musicale appaiono come cristallizzate nelle posizioni tenute nel processo di primo grado. L’accusa ha ribadito la richiesta di un anno di carcere per gli imputati e il risarcimento di 2,7 milioni di euro.
I rappresentanti dell‘International Federation of the Phonographic Industry, la federazione mondiale dell’industria musicale, reclamano l’ingente risarcimento danni, sostenendo in sostanza che ad ogni download illegale effettuato tramite i file torrent di the Pirate Bay corrisponde il mancato guadagno di un disco venduto. Secondo l’industria fonografica inoltre, il download di alcuni particolari file causerebbe un danno economico anche maggiore, come nel caso della musica dei Beatles, che ad oggi non è mai stata venduta nei negozi online.
L’accusa, con l’intenzione di dimostrare lo scopo di lucro, ha portato in aula i tabulati dei conti correnti bancari dei quattro imputati di The Pirate Bay -Peter Sunde, Fredrik Neij, Gottfrid Svartholm e Carl Lundstrom,- sostenendo che le entrate economiche provenissero dalle inserzioni pubblicitarie sul sito.
L’avvocato che rappresenta l’industria cinematografica degli USA (la MPAA) ha invece puntato il dito contro la presunta attività editoriale sui file operata dai gestori del sito. La divisione per categorie dei file, secondo la legale, sarebbe in contrasto con la supposta passività del mero provider.
Anche la difesa ha ribadito la posizione tenuta nel processo presso la Corte Distrettuale. The Pirate Bay è un motore di ricerca per file torrent, non ospita dunque alcun file sui propri server, ed è da considerarsi un mero intermediario. Come tale, è protetto dalla Direttiva Europea sull’E-Commerce. Inoltre, la Baia dei Pirati ha come primo scopo la condivisione di file, non l’infrazione del copyright. Il legale di Fredrik Neij ha sostenuto a questo proposito che gran parte dei file indicizzati non sono nemmeno coperti da diritti di proprietà intellettuale.
Gli avvocati della Baia sostengono anche che non ci sia nessun processo editoriale nella divisione in categorie dei file. Non c’è mai stato alcun intervento di modifica o revisione dei file torrent e gli utenti interagiscono con il motore di ricerca secondo procedure automatiche. Gli utenti potrebbero anche aver infranto le leggi sul diritto d’autore ma la violazione non è stata compiuta dagli operatori di The Pirate Bay.
Durante l’ultimo giorno del processo, l’avvocato di Peter Sunde’ ha aggiunto una considerazione generale: ha chiesto alla Corte se il processo contro degli individui, i rappresentanti della Baia, non fosse piuttosto un processo contro una tecnologia. Se così fosse, le accuse contro The Pirate Bay non sarebbero che l’ennesima declinazione della rivolta dell’industria contro le invenzioni che rivoluzionano il mercato, come già è accaduto in passato per il videoregistratore e la radio.
Il verdetto è atteso per il 26 novembre.
Questa settimana è stata diffusa l’ultima bozza dell’ACTA, il discusso trattato internazionale anti-contraffazione che definisce disposizioni comuni per la repressione delle violazioni della proprietà intellettuale.
Durante l’ultima sessione di negoziazione tra gli stati che stipulano l’accordo – Unione Europea, USA, Canada, Australia, Svizzera, Giappone, Corea del Sud, Messico, Marocco, Nuova Zelanda, Singapore – sono state riviste molte delle parti del trattato che avevano suscitato la preoccupazione dei gruppi a sostegno della libertà in rete.
In primo luogo, è stata cancellata la prescrizione, voluta dai rappresentanti del governo degli Stati Uniti, che attribuiva ai provider di servizi la responsabilità di rimuovere qualsiasi contenuto segnalato come in violazione di diritto d’autore. Secondo questa norma, che ricalcava il Digital Millennium Copyright Act, il provider che non obbediva prontamente ad una richiesta di rimozione era da ritenersi corresponsabile della violazione perpetrata dagli utenti. Molti dei gruppi a favore della condivisione dei contenuti su internet hanno dimostrato soddisfazione per l’esclusione di questo passaggio, di cui rimane solo un’eco nell’invito alla cooperazione fra provider e detentori di diritti intellettuali.
Secondo l’attuale versione dell’ACTA, al provider rimane solo il dovere di consegnare i dati identificativi dei responsabili di sospette violazioni qualora i detentori di diritti abbiano presentato una richiesta alle autorità sufficientemente documentata.
Anche una seconda proposta ispirata al DMCA non è più presente nella nuova bozza del trattato. Si tratta del rafforzamento delle misure contro la diffusione di strumenti informatici creati per aggirare i sistemi di Digital Rights Management, le protezioni tecnologiche contro la pirateria. Nella penultima versione del documento erano prescritte sanzioni civili e penali per chiunque aggirasse i DRM. Ora le strategie di tutela delle protezioni tecnologiche sono lasciate alle diverse decisioni degli Stati membri.
Nel documento, inoltre, non si riscontrano norme che accolgano il suggerimento per l’adozione della regola dei three strikes – disconnessione forzata delle connessioni degli utenti che praticano download sospetti - proposta da associazioni quali la RIAA (Record Industry Association of Amrica) e la MPAA (Motion Picture Association of America) attraverso i negoziatori del governo degli Stati Uniti.
Il trattato, che un anno fa è stato definito dall’amministrazione di Obama come “una questione di sicurezza nazionale“, risulta quindi epurato dagli aspetti più incisivi, in particolare voluti dagli Stati Uniti.
I gruppi per i diritti civili in rete hanno accolto la nuova versione dell’ACTA con sollievo. In un comunicato rilasciato da Public Knowledge, che ha sede a Washington, la co-fondatrice ha definito il documento come una vittoria, ma ha ricordato come la procedura segreta del negoziato, al quale hanno partecipato rappresentanti del governo e dell’industria, sia stata profondamente scorretta:
“Come abbiamo già detto in passato, questo non è un accordo commerciale nel senso tradizionale dei passati accordi commerciali. In tutto tranne che nel nome, è un accordo per controllare il trattamento della proprietà intellettuale. Come tale, avrebbe dovuto essere negoziato a porte aperte, all’interno di forum come quello del WIPO, World Intellectual Property Organization, soggetto ad un pieno dibattito del Congresso e ad una retificazione da parte del Senato”.
